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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Campionario di Carlo Dossi (1)


Nel novembre di 116 anni fa moriva a Cardina (Como) un grande scrittore italiano, il più originale tra gli Scapigliati: Alberto Carlo Pisani Dossi, in arte Carlo Dossi, nato a Zenevredo (Pavia) nel 1849.

Nella foto, lo scrittore a 18 anni in un ritratto di Tranquillo Cremona.

Laureato in Giurisprudenza a Pavia nel 1871, intraprende la carriera diplomatica. Nel 1877 lascia Milano per trasferirsi a Roma, dove è impiegato presso il Ministero degli Esteri, diventando, dieci anni dopo, capo della segreteria di Francesco Crispi, allora Ministro dell’Interno. A soli diciannove anni pubblica L’Altrieri. Nero su Bianco (1868; ed. definitiva 1881). A quest’opera seguono, tra le altre, Vita di Alberto Pisani (1870), Il Regno dei Cieli e Dal calamajo di un mèdico (1873), La colonia felice (1874), La desinenza in A (1878; seconda ed. 1884), Goccie d’inchiostro (1879), Campionario (1885) e Amori (1887). Postumo il celebre zibaldone delle Note azzurre.
Come scrive di se stesso in quel volume: «Dossi è una rara moneta aurea; ma da gabinetto numismatico, non da commercio». Pagine, insomma, destinate a palati fini e non a un numeroso pubblico. E così è andata.

Ora, di Dossi, è in distribuzione Campionario pubblicato dalla Casa Editrice Interlinea nella collana Autografo fondata da Maria Corti.
Il volume è a cura di Barbara Rodà, autrice di un poderoso saggio di accompagnamento al testo e di un puntualissimo, esteso corredo d'illuminanti note.
Rodà, nata a Domodossola nel 1982, da dieci anni collabora alla cattedra di Letteratura italiana dell’Università di Pavia e si occupa di letteratura italiana dell’Ottocento.
Nel 2014 ha pubblicato il Carteggio Francesco D'Ovidio - Pio Rajna per le Edizioni della Normale. Ora è impegnata nell’allestimento dell’edizione critica dei drammi “La Lupa” e “Cavalleria rusticana” di Verga (Edizione Nazionale).


Dalla presentazione editoriale.
“Gli allarmisti, i seccatori, i fannulloni, i lettori: ecco una singolare raccolta di quattordici bozzetti dal titolo Campionario, uscita a Milano nel 1885. Il libro, pensato come il primo dell’ambizioso e incompiuto progetto dei Ritratti umani, si presenta, secondo il più profondo conoscitore dell’opera dossiana, Dante Isella, come «invitante portoncino d’ingresso, dischiuso sul Calamajo di un mèdico e La desinenza in A». Fedele alle scelte linguistiche e stilistiche che contraddistinguono il raffinato ed eccentrico mondo letterario, Carlo Dossi offre con Campionario una singolare galleria di dipinti bidimensionali, raffiguranti categorie di personaggi che, pur non approfonditi nella loro psicologia, appaiono come acutissime caricature, protopersonaggi di un romanzo ancora da scrivere”.

Segue ora un incontro con Barbara Rodà.


Campionario di Carlo Dossi (2)


A Barbara Rodà ho rivolto alcune domande.
Perché ti sei particolarmente interessata alle pagine di Dossi tanto da studiarlo così estesamente e profondamente?

Carlo Dossi è un autore straordinario e quasi unico nel suo genere, eccentrico, e aristocratico per scelte di stile e di pubblico: per molti versi, è uno scrittore difficile. Forse per questa ragione, nonostante che l’attenzione della critica su questo autore non si sia mai spenta a partire dai primi anni Quaranta, Dossi sembra essere ancora poco letto e spesso considerato, a torto, un autore minore. Con Dossi ci troviamo invece di fronte a «un petit maître del secondo Ottocento», secondo la definizione di Dante Isella, «un caposcuola», che ci permette di rileggere il secolo in cui scrive con presupposti diversi, ovvero riconoscendo la vitalità che lo caratterizza, per dirla con Gianfranco Contini, nella sua «dominante espressiva». Nella letteratura, come nella vita, sono sempre stata incuriosita dalle personalità fortemente caratterizzate e dalla capacità di lettura della realtà come oggetto complesso, multiforme e mai univoco sul quale esercitare il proprio senso critico. Scegliere di studiare Dossi è stato, in parte, cedere a questa curiosità.

“Campionario”. Quale il rilievo di questo lavoro nell’opera dossiana?

È un libro dal piglio polemicamente umoristico che raccoglie «ritratti […] di gente […] a mo’ di campioni, figure tolte qua e là», modelli, “exempla”, documenti di umanità, che sono archetipi di personaggi sviluppati o da svilupparsi in altri romanzi e nei racconti dossiani. Sulla rivista milanese “Il Sole” del 22 marzo 1885, all’indomani dell’uscita del libro per i tipi di Dumolard, Felice Cameroni scrive che “Campionario” per causticità ed originalità vale quanto la “Desinenza in A”, […] la satira italiana dei nostri giorni più caratteristica nelle idee e nella forma». Che l’esile libello di “Campionario” sia accostato a quella che può essere considerata l’opera maggiore di Dossi mi pare significativo. Ma è lo stesso Dossi a suggerire come leggere e considerare “Campionario”, e lo fa a modo suo, dunque implicitamente, quando nel suo zibaldone di pensieri, le celebri “Note azzurre”, dà un ordine al progetto dei “Ritratti umani”, di cui fa parte “Campionario” e che – il dato è interessante – è posto proprio in apertura, precedendo, anche idealmente, “Dal calamajo di un mèdico” (1873; 18832) e la “Desinenza in A” (1878; 18842). Mentre ognuna di queste due ultime opere è caratterizzata da un elemento unificatore: nella prima, il dibattito tra scienze umane e scienze esatte, nella seconda, l’acre misoginia; diversamente accade invece per “Campionario”, in cui non si riconosce un valore dominante che funga da connettore tra i bozzetti, e che rimane dunque più fedele all’idea dossiana del “catalogo”, della “galleria” di ritratti, tracciando un modo di procedere: elencare, classificare, catalogare non è solo lo scopo delle pagine dossiane, ma diventa lo stile attraverso il quale restituire la sua personalissima immagine della realtà .

Nell’Introduzione a Campionario scrivi di “egocentrismo dossiano” e ne rintracci una chiave interpretativa in un passaggio negli Essais di Montaigne.
In che cosa leggi quell’egocentrismo? E per illuminarci su quel tratto egotista perché hai scelto Montaigne?

L’egocentrismo di Dossi è rintracciabile in tutta la sua opera e ne costituisce un tratto peculiare. Nella Nota azzurra 2369 si legge: «perché frequentare gli uomini? Non ho io forse in me stesso una popolazione?: se vuoi vedere qualcuno, mettiti allo specchio». Dossi guarda se stesso e riconosce tutto il genere umano e viceversa. Scrivendo l’Introduzione a “Campionario”, mi è tornato alla mente il commento di Erich Auerbach, nel XII capitolo del suo celebre “Mimesis”, a un passo di Montaigne, in cui osserva come il filosofo francese, peraltro spesso citato da Dossi nelle sue “Note azzurre”, descriva se stesso mediante «la contrapposizione con ‘gli altri’ […] Gli altri formano, io racconto [….] ‘un particulier’. Codesto particolare è lui stesso […] questa vita qualunque deve venir presa come un tutto». Mi è parso che si potesse leggere allo stesso modo l’autoreferenzialità di Dossi: lo scrittore, come scrive Montaigne, «porte la forme entière de l’humaine condition».

Gianfranco Contini sostiene che Dossi sia linguisticamente un predecessore di Gadda.
In quali elementi, rintracci lo sperimentalismo linguistico di Dossi?

Nel fondamentale studio “La lingua e lo stile di Carlo Dossi”, Isella definisce la scrittura di Dossi un «frutto laborioso», osservando che «la deformazione» espressionista della sua prosa «non intacca solo determinate zone particolarmente sensibili del periodo, ma invade la totalità della pagina» in un’operazione di sperimentalismo linguistico e stilistico profonda. Analizzando la prosa di Campionario per descriverne lo sperimentalismo ci si deve muovere su due linee: prima la catalogazione del lessico, poi l’osservazione delle scelte linguistiche in una prospettiva stilistica.
Sulla pagina di “Campionario” non si può infatti non notare la coesistenza di numerosi lombardismi:
(anime del purgatorio, annastare, aqua!), termini arcaici e desueti, espressioni tipiche del parlato e neologismi: volumetto aggiuntino, aurifumo, caprioleggiare, cianciafrusaglia, depilatorie, imbarattolare.

Carlo Dossi
Campionario
A cura di Barbara Rodà
Pagine 204, Euro 20.00
Edizioni Interlinea


Guardare la radio (1)


La radio nel panorama dei media non ha perso colpi, anzi vede crescere il numero degli ascoltatori e quello degli investimenti pubblicitari.
La cosa non riguarda Radiorai che, invece, è fra le poche emittenti a conoscere da alcuni anni un declino che pare inarrestabile.
Il mezzo radiofonico ha conosciuto trasformazioni non solo sul piano tecnologico, dalla lontana telefonia circolare, medium antenato della radio (“Fu la telefonia circolare” - scrive Gabriele Balbi in La radio prima della radio – “ad inaugurare sia il modello di trasmissione da ‘uno-a-molti’, sia la logica, le strutture e i contenuti di quello che si sarebbe chiamato palinsesto”) fino al Web, e, ovviamente, anche su quello del linguaggio e ciò, in Italia, si deve, in parte, anche alle radio che nacquero alla metà degli anni ’70, definite ”libere” con euforia ingiustificata perché presto quelle antenne divennero commerciali e meno libere. È accaduto, infatti, che molte antenne cosiddette libere su pressioni della committenza presero ad imitare la sussiegosa Rai mentre questa andò al goffo inseguimento dell’emergente modello radiofonico giovanile e, più spesso, giovanottistico; le succede talvolta tuttora.

Aldilà delle forme contenutistiche, la radio andando avanti negli anni sembra proporre evoluzioni della sua stessa vocazione sensoriale.
Una dimostrazione, ad esempio, è data dal libro che presento oggi edito da Mimesis. È intitolato Guardare la radio Prima storia della radiovisione italiana e ne è autore Simone di Biasio nato a Fondi nel 1988. Laureato in Editoria e Giornalismo all’Università “La Sapienza” di Roma, è stato il primo in Italia ad occuparsi di radiovisione in àmbito accademico. È giornalista pubblicista freelance. Presidente dell’Associazione “Libero de Libero”, con i soci, ha ideato il Festival Verso libero. In poesia ha pubblicato Assenti ingiustificati (2013; XXX Premio “A. Gatto”) e Partita (Penelope) (2016).
“Guardare la radio” è il suo primo saggio di comunicazione e storia dei media.

Dalla presentazione editoriale.
“Che un giorno non tanto lontano noi potremo ‘radiovedere’ non è in alcun modo dubbio”: così scriveva il Radiocorriere nel 1931. Ma quanti oggi guardano la radio, oltre che sentirla? Che cos’è la radiovisione? Secondo Maurizio Costanzo “è una radio che studia da televisione” e questo aiuta già a distinguere: la storia della radiovisione non è la storia della radiotelevisione italiana. O meglio, è una storia della televisione dal punto di vista della radio, il medium sempre dato per spacciato e invece puntualmente rinato. Attualmente la radiovisione è una precisa tecnologia di trasmissione e dunque il termine ha bisogno di essere definito univocamente. Non si tratta di un’espressione moderna: dal 1920 al 1947 è stato il vecchio nome della “grande sorella” tv ai tempi dei primi “esperimenti radiovisivi” dell’EIAR (ma anche di singoli), mentre nel 2000 il network Rtl 102.5 (e con esso altre realtà) ha ridefinito il concetto dando uniformità ai processi di rimediazione. Al centro di queste due epoche sta inoltre il periodo florido della “musica da vedere” negli Anni Settanta e Ottanta, quando le prime radio libere trasmettevano anche in televisione e quest’ultima prendeva in prestito dalla radio linguaggi e fortunati programmi.
Questo saggio è una storia di convergenza tecnologica e l’affermazione dell’ecologia comunicativa secondo cui ogni nuovo medium non espunge il precedente, bensì lo integra nel proprio ecosistema mediale.
La radio è il (super)medium con il maggior numero di resurrezioni”.

Segue ora un incontro con Simone di Biasio.


Guardare la radio (2)

A Simone di Biasio (in foto, di Davide Naldi) ho rivolto alcune domande.

Laureato in editoria e giornalismo, hai studiato l’universo dei media.
Che cosa ti ha spinto al debutto librario scegliendo fra i media proprio la radio?

Provo un certo gusto a rovistare tra angoli dismessi o dimenticati, o semplicemente poco esplorati. Diciamo che non mi sono occupato di radio, ma di radiovisione. Ci tengo a questa precisazione perché – pensa – delle volte chi legge il sottotitolo per associazione mentale dice immediatamente: “Ah, ‘prima storia della radiotelevisione italiana’!”. E invece no, altrimenti sai che novità? La radiovisione è ciò di cui mi sono occupato per la tesi di laurea specialistica alla “Sapienza”. Ho creduto che l’argomento potesse essere interessante oltre le mura accademiche e così “Mimesis” ha accettato la sfida di questo saggio.

Radiovisione: la tua definizione…

Potrei citare Maurizio Costanzo che in una intervista (all’interno del libro) mi ha risposto così: “La radiovisione è una radio che studia da televisione”. Vero, ma bisognerebbe aggiungere che rimane sempre in bottega, non va in concorrenza coi “maestri”. Nel libro ne ho dato una definizione “enciclopedica” perché vorrei davvero che questo termine venisse aggiunto sui dizionari, nelle enciclopedie: laddove esiste, il suo significato va urgentemente aggiornato.
Dunque: Radiovisione, [ra-dio-vi-ṣió-ne] s.f. (pl. -ni), comp. di radio- e -visione: espressione che indica la nascita del “supermedium” in cui confluiscono radio e televisione, sfruttando le potenzialità offerte dalla convergenza tecnologica tra digitale terrestre, rete e onde radio e perdendo la caratteristica di essere monomediale. La radiovisione è una tecnologia gestita dall’emissione della radio in cui la parte visuale si adatta e segue quello che accade in radio: tecnicamente è reso possibile grazie ad un sistema di perfetta sincronizzazione automatizzata attraverso l’utilizzo di telecamere robotizzate. L’Italia è tra i primi Paesi a sperimentare l’esperienza di “guardare la radio” (es. Rtl 102.5; Radio Norba). La radiovisione si distingue in tal modo dai canali video delle radio (programmazioni con rotazione musicale); r.: vecchio nome della sperimentale televisione tra gli Anni Trenta e Quaranta del Novecento ad indicare una radio cui si andavano ad aggiungere le prime immagini in movimento (“radiovedere”)
.

A proposito di radiovisione, nel libro, ti soffermi, soprattutto su RTL 102.5 che hai citato anche poco fa, quale la particolarità di sperimentazione portata avanti da quell’emittente?

Il suo unicum sta nell’essere fedele a tutto ciò che una radio è e rappresenta. Altre realtà a mio parere hanno osato troppo, finendo per sconfinare oltre la radio e al tempo stesso scimmiottare il fare televisione (non è più radio e non è già più nemmeno radiovisione). Rtl inoltre non indugia su un aspetto voyeuristico derivante dall’utilizzo delle telecamere: la radio si vede solo in maniera complementare all’ascolto, non aggiuntiva. Radio Deejay, invece, sul “Nove” mostra i conduttori anche durante la messa in onda di brani musicali. Non serve a niente, se non a far vedere come cazzeggiano e se la ridono.

Che cosa rispondere a chi crede che la radiovisione snaturi il linguaggio della radio intendendolo esclusivamente sonoro?

Intanto dico che comprendo la questione. Mi è stata sollevata in primis da Roberto Uggeri, ex di Rtl e oggi in forza a Radio Bruno. Roberto ama la radio e il suo farsi visione nella testa di chi sta semplicemente ascoltando, eppure ha capito dove volevo arrivare e cosa volevo indagare, motivo per cui mi ha spalancato ogni porta. Lo stesso ha sostenuto Gabriele Brocani alla prima del libro alla “Feltrinelli” di Latina. “Chi è che a casa guarda la radio?”, mi ha chiesto Gabriele. “Io”, ho risposto. Come sottofondo, d’accordo. Che cosa dire, trovo che guardare la radio sia semplice e divertente. E trovare la radiovisione nei bar non mi dispiace affatto. È un po’ come prendersela oggi ancora coi videoclip perché snaturano la capacità immaginifica della musica. Sono un purista pure io, per carità, ma amo sfidare gli –ismi. Inoltre ne ho approfittato per dire che bisognerebbe aggiornare i sistemi di rilevazione degli ascolti e della “visione”. Concludo aggiungendo che mi sono divertito ad andare indietro nel tempo, ad esempio nel 1944, quando sul Radiocorriere si scriveva che “la radiovisione è destinata ineluttabilmente a sostituire l’attuale radiofonia. Più che di sostituzione si dovrebbe parlare di integrazione inquantoché la parte sonora rimarrà sempre, ma l’integrazione sarà di tale portata che la parte visiva prenderà inevitabilmente il sopravvento nella stessa misura di quanto si verifica nel film sonoro”. Le domande ritornano.

Simone di Biasio
Guardare la radio
Pagine 136, Euro 12.00
Mimesis


Faust's Box


Il “Faust” di Johann Wolfgang von Goethe (Francoforte sul Meno, 28 agosto 1749 – Weimar, 22 marzo 1832) occupò quasi l’intera vita del suo autore che lavorò, infatti, a quest’opera per sessant’anni, dal 1772 al 1831.
Opera generatrice di opere perché come scrive Claudio Magris ricordando Valéry: “Il personaggio di Faust - come Ulisse, Antigone, Don Giovanni e altri - è una di quelle figure divenute, per Paul Valéry, «strumenti dello spirito universale: esse vanno al di là da ciò che furono nell'opera del loro autore. Egli ha dato loro "funzioni", più che parti; le ha consacrate per sempre all'espressione di taluni estremi dell'umano e dell'inumano; e, quindi, svincolate da ogni avventura particolare». Il Faust per antonomasia, certo, è quello di Goethe. Ma per rendersi conto di ciò che significa il Faust di Goethe credo sia utile ripercorrere la storia di quello che è successo dopo il grandissimo Faust goethiano nei centottantaquattro anni che ci dividono dalla morte di Goethe e dunque dalla conclusione del suo capolavoro "incommensurabile", com'egli lo definiva pochi giorni prima di morire”.
Per stare ai nostri giorni, dopo il debutto alla Philharmonie di Parigi il 17 settembre scorso, dove ha riscosso grande successo di pubblico e critica, arriva in Italia al Teatro Duse di Genova, Faust’s Box A transdisciplinary journey, opera da camera contemporanea di Andrea Liberovici (in foto).
Strutturato in tredici scene, lo spettacolo rivisita il mito di Faust attraverso un “viaggio transdisciplinare”. Una scrittura scenica sincronica che, a partire dalla musica, si amplifica estendendosi dall’elettronica al testo e al movimento, dalle luci alle immagini.

Il Faust, come Goethe stesso l’ha definito - scrive il compositore - è un’opera “incommensurabile”, al centro della quale c’è l’uomo. Faust appunto: un uomo che nel suo continuo interrogare se stesso, interroga di fatto anche tutta l’umanità contemporanea. Le grandi rivoluzioni della modernità e della tecnologia hanno certamente mutato in meglio le condizioni di vita, ma per paradosso hanno prodotto una società d’individui soli. Il racconto di Faust’s Box inizia da questa condizione. Un essere vivente, solo, continuamente sollecitato da un presente oscuro ma di assordante e prepotente “luminosità”, compie il suo “viaggio immobile” con se stesso e attraverso se stesso… davanti a un grande specchio. Faust’s Box è un’opera da camera contemporanea, una tragedia/commedia dell’ego e dell’immaginazione perché ogni cambiamento sociale gli è precluso dalla solitudine e l’unica mutazione possibile è quella del suo sguardo: da se stesso, molto faustianamente, agli altri. Mutazione che diventa esplicita alla fine, quando nello specchio Faust vedrà il pubblico oltre al suo riflesso, e capirà.
Goethe ha scritto che le scene del suo Faust sono come un elenco di “ballate popolari“ chiuse in se stesse e, grazie a questa suggestione ho immaginato una struttura, per questo viaggio, suddivisa in 13 scene/movimenti musicali. 13 è la somma delle lettere che compongono i due nomi di Faust e di Mephisto perché il nostro personaggio è entrambi. Ogni scena/movimento affronta un tema della sua memoria: l’amore, la giovinezza, il tempo, la felicità, la solitudine. Una sorta di monologo interiore ma “sonoro” amplificato e udibile
.

Andrea Liberovici (1962), figlio del musicista Sergio (1930-1991), fin da giovanissimo inizia a studiare composizione, violino e viola nei conservatori di Venezia e Torino, e canto con Cathy Berberian.
Contemporaneamente agli studi, quando aveva 14 e 16 anni, alla fine degli anni ‘70, ha composto e realizzato due dischi rock per la CGD di Caterina Caselli, che hanno avuto un buon successo. L’esperienza nello show biz è stata fondamentale per capire rapidamente cosa non voleva: “chiudermi nella gabbia di un genere musicale a coltivare la mia vanità. Anche perché volendo non saprei quale gabbia scegliere. Wikipedia di oggi ci segnala 507 differenti “generi“ musicali dal barocco al medieval metal… “
A 20 anni, abbandonato lo show-biz, ha continuato a studiare composizione ma questa volta con una modalità del tutto particolare: attraverso il teatro. “Il teatro è l’unica disciplina artistica che per esistere ha bisogno di guardare negli occhi almeno un’altra persona. L’approccio teatrale è un’ottima medicina per un compositore. Ti obbliga ad alzare lo sguardo dal tuo ombelico e a chiarirti cosa vuoi dire e a chi… anche perché se non hai nulla da dire nessun genere ti proteggerà.“
Così, nel 1996, grazie al cruciale e fortunato incontro con Edoardo Sanguineti, fonda insieme con il poeta e drammaturgo il Teatro del Suono, che si applica alla sperimentazione di nuovi motivi delle relazioni musica/poesia/scena e tecnologie dell’elaborazione del suono e del montaggio.

Liberovici, per la sua peculiarità e ricerca, è stato più volte definito “compositore globale”, definizione sicuramente impegnativa ma che ben sintetizza il suo lavoro.
“Faust’s Box”, è certamente un punto di sintesi di questa ricerca sulla interazione profonda fra i linguaggi.
“Immagino” – scrive Liberovici - “che la fisionomia del compositore del futuro, sempre di più, sarà quella del compositore audio-visivo esattamente in quest’ordine gerarchico: Prima la musica!“
Il musicologo canadese Jean-Jacques Nattiez, curatore dell’enciclopedia della musica Einaudi-Gallimard ha definito così il suo lavoro: “Andrea Liberovici è un compositore del suo tempo (…) le sue opere ci raccontano la tragedia dell’umanità postmoderna. (…) la sua musica ci costringe a confrontarci con i nostri più intimi conflitti negli abissi più foschi delle profondità del nostro Ego.“

Cliccare QUI per il teaser dell’opera.

Ufficio Stampa: Raffaella Ilari, mob. +39.333 – 43 01 603, raffaella.ilari@gmail.com

Faust’s Box
musica, testo e regia Andrea Liberovici
voce Helga Davis
direzione d’orchestra Philippe Nahon
con Ars Nova ensemble instrumental
voce narrante di Bob Wilson
Ghost writer (registrato) Ennio Ranabaldo
ombre in video Controluce Teatro d’Ombre
Teatro Duse di Genova
dal 30 novembre al 4 dicembre 2016


Michele Zaccagnini (1)

Nel primo quarto del secolo scorso, nelle arti si è verificato uno strappo tanto violento rispetto al passato come mai prima era avvenuto.
Il Manifesto Futurista (1909), l’Orinatoio esposto da Duchamp (1917), l’Ulisse di Joyce (1921), la dodecafonia esposta da Schoenberg nel famoso scritto “Composizione per 12 note” (1923), mentre irrompevano in quel tempo nuove tecnologie come il cinema che con “Nascita di una nazione” di Griffith (1915) conosceva il primo vero film in senso moderno perché codificava una nuova grammatica dell'immagine in movimento. E la radio che con la nascita della BBC nel 1922 costruirà il primo esempio di broadcasting.
Tutto questo avveniva in un tempestoso panorama sociale e bellico generatore di plurali effervescenze. C’era stato l’”annus mirabilis” di Einstein nel 1905, Heisenberg, Born e Jordan avevano elaborato le prime teorie sulla meccanica quantistica, che saranno pubblicate solo nel ’25, ma quasi tutti gli storici della cultura sono d’accordo nell’affermare che l’ideazione artistica a quel tempo s’era proiettata più avanti rispetto alla società, ai costumi, ai fermenti dell’epoca. Questo determinò che nel dibattito estetico la stragrande maggioranza della critica non era preparata ad accogliere il nuovo che veniva prodotto e si rintanò spesso in un barbogio rifiuto talvolta recante anche firme illustri.
Cose alquanto simili accadono oggi, epoca delle “psicotecnologie” (copyright Derrick de Kerchkove). Adesso, però, sono le scienze e le tecnologie a recitare il ruolo delle avanguardie influenzando le arti. Si pensi solo a quanto accaduto alla cultura cyberpunk.
Internet ha sconvolto le regole della comunicazione e della registrazione dei saperi operando una rivoluzione più forte, e più veloce, di quanto accadde con l’invenzione della stampa. Kevin Warwick studia l'integrazione Uomo-Macchina innestando chips nel proprio corpo e pensa a nuove tappe del Cyborg Project dall'Università di Reading; secondo studiosi di varie discipline, stiamo assumendo codici capaci di svelare nuovi segreti della natura, passeremo la barriera dell'infinitamente piccolo, si dilaterà la concezione di Spazio, saremo capaci di percepire nuovi stati e livelli di esistenza, la nostra coscienza-mente-identità sarà più vasta e ne saremo consapevoli.
La filosofia transumanista dei Nick Bostrom, David Pearce, Kim Eric Drexler, Max Moore, e altri, ci guida verso una condizione postumana quando il prossimo passaggio dell’evoluzione più non sarà scritto in un libro di biologia ma di informatica. Non è un caso che fra i tanti altri cui prima pensavo, ci sia Kurt Kurzweil (pioniere nei campi del riconoscimento ottico dei caratteri, nel text-to-speech, nelle tecnologie sul riconoscimento del parlato e inventore di strumenti da tastiera elettronici) che, con finanziamenti della Nasa e di Google, ha fondato anni fa l’Università della Singolarità dove si studiano i comportamenti da avere in più campi quando i computer (e i robot da loro agiti) saranno diventati superiori a noi in moltissime capacità.
Oggi, a parecchi, pure forniti di buon intelletto, sfugge ciò che sta accadendo, affrontano il nuovo con strumenti del tutto inadeguati, come voler bere un brodo usando la forchetta.
Giorni fa, un critico d’arte alquanto noto, neppure centenario, sui sessant’anni, allorquando gli parlavo di un prossimo convegno a Prato sulla Hacker Art mi ha chiesto “E cos’è?”, informato, ha sorriso di sufficienza.

In uno scenario tanto nuovo ho visto cose che voi umani… sì, cose che non sono proprio conosciute da tutti, come, ad esempio, la musica neurale… dovevo dire “ho sentito”?... già, ma poi come facevo a sfoggiare la citazione da Blade Runner?
Non molti forse sanno che esiste un musicista italiano che vive negli Stati Uniti il quale di questa specialissima espressività sonora si occupa.
Il suo nome è Michele Zaccagnini.

Inizia gli studi musicali al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma, li prosegue a Bologna e Siena con corsi di Tecnologia musicale presso la Fondazione Arturo Toscanini e di composizione all'Accademia Chigiana.
Trasferitosi negli U.S.A., ha studiato composizione per musica da film a Los Angeles (UCLA), conseguendo poi Master e Dottorato in Teoria e Composizione presso la Brandeis University di Boston.
La sua musica è stata eseguita e commissionata da prestigiosi ensemble negli Stati Uniti ed in Europa. Ha recentemente pubblicato lavori teorici per Perspectives of New Music e per l’ Institute for Research and Coordination in Acoustics/Music (IRCAM).

L’ho invitato a fare una corsa su Cosmotaxi e ha acconsentito a dedicarmi un po’ di tempo per spiegare il suo lavoro.
Leggete la prossima nota e ne sentirete – è il caso di dire – delle belle.


Michele Zaccagnini (2)

A Michele Zaccagnini (in foto) ho rivolto alcune domande.
Esiste oppure no una sintassi musicale universale?

Domanda difficile quanto appropriata al mio lavoro.
Da un punto di vista storico/teorico musicale si possono rintracciare delle formule stilistiche assimilabili al linguaggio (vedi armonia tonale, eccetera). Ma visto che sono compositore e non teorico/storico della musica, preferisco rispondere “a modo mio”. Nel mio lavoro sono particolarmente interessato ad esplorare dell’aspetto della percezione musicale. In particolare mi concentro sulla percezione musicale di livello “basso”: sto cercando di operare una sorta di “classificazione” degli stati affettivi suscitati dall’ascolto di diverse tessiture musicali. In questa operazione di classificazione mi baso su un principio di graduale incremento della complessità della tessitura: da un semplice pattern con suoni facilmente distinguibili e prevedibili fino a poliritmi complessi in cui i singoli pattern non vengono più percepiti come elementi discreti. Quindi riformulo la domanda: esiste una percezione musicale più o meno condivisa? Più in particolare: è possibile identificare una soglia di percezione che divide il pattern musicale “composto” dal chaos sonoro? Quali sono le implicazioni di questa ricerca? Il riferimento al lavoro di John Cage, Aldo Clementi, è chiaro

Musica neurale: che cosa studia? Come agisce?

In poche parole: si tratta di analizzare l’attività cerebrale attraverso degli elettrodi che registrano le frequenze neurali. Generalmente queste frequenze vengono divise in 4 bande (alpha, beta, gamma, delta). Queste frequenze sono associate a differenti stati emotivi. Detto questo, il segnale EEG (elettroencefalogramma) è molto “rumoroso” nel senso che risente di molte interferenze difficili da misurare.
Ci sono degli apparecchi EEG in commercio per poche centinaia di euro che hanno delle app che utilizzano l’EEG per video giochi, per aiutare nella meditazione. La cosa interessante è che questi apparecchi permettono di estrarre i dati e utilizzarli a piacimento.
I primi progetti di musica per EEG risalgono agli anni 60 ("Music for Solo Performer" di Alvin Lucier). Ultimamente sembra che questo filone di ricerca stia riprendendo un po’ piede anche grazie alla maggiore accessibilità degli apparecchi EEG
.

Nell’area della musica neurale, a che cosa stai lavorando?

Il mio progetto di musica neurale è prima di tutto volto all’interattività. In un certo senso voglio creare uno strumento musicale.
In particolare, si tratta di un programma che registra il segnale EEG e reagisce in tempo reale, generando tessiture musicali di varia complessità/prevedibilità. La struttura dell’algoritmo musicale è derivata dalla mia pratica compositiva che è sempre stata focalizzata su tessiture ritmiche tendenti all’amorfo. L’algoritmo è parametrico: e il risultato finale deriva alcuni valori forniti dall’EEG che vengono tradotti in variabili musicali come lo spessore della tessitura, la consonanza, risonanza, la densità ritmica. In parole povere la musica reagisce allo stato psicofisico dell’ascoltatore. Inoltre ho aggiunto una interfaccia visiva a quella sonora: gli eventi sonori possono anche essere visualizzati e seguiti in uno spazio virtuale 3d. Mi interessa molto questo aspetto di associare un evento sonoro a un immagine che è direttamente generata dal suono (e non viceversa). Se questa rappresentazione è realizzata correttamente, il modo in cui siamo in grado di seguire, ad esempio, una tessitura poliritmica cambia sensibilmente.
A parte gli aspetti tecnici, penso noiosi ai più, mi interessa l’aspetto ludico e di intrattenimento del progetto: ascoltare una musica che reagisce in tempo reale a ogni nostra emozione è molto divertente
!


Replay/Il vizio dell'Errore

Di fronte alla locuzione latina “repetita juvant”, mi sono sempre chiesto: vale anche per gli errori? Chissà. Forse sì, forse no. Sia come sia, intorno allo sbagliare si è molto detto e scritto. Spesso, fatalmente, e ovviamente, sbagliando.
Il fatto è che l’errore probabilmente va considerato in una prospettiva storica, sicché lo sbaglio di ieri non lo è più oggi e viceversa.
Ad esempio, Ennio Flaiano diceva: “Una volta credevo che il contrario di una verità fosse l’errore e il contrario di un errore fosse la verità. Oggi una verità può avere per contrario un’altra verità altrettanto valida, e l’errore un altro errore.

Di sicuro non ha sbagliato chi ha ideato Replay/Il vizio dell’Errore, una collettiva d’arte contemporanea che inaugura oggi alle 18:30 nell’Ex pescheria di Giarre, detta anche Sala Messina. Non ha sbagliato perché offre sull’Errore una riflessione che non dà giudizi ma punta a illustrare le dinamiche psicologiche che inducono a sbagliare e, semmai, a perseverare nello sbaglio senza essere questo necessariamente un comportamento diabolico.
Un’idea che giudico forte e intelligente dovuta alla curatrice Benedetta Spagnuolo alla quale lascio la parola.

“Replay” vuole essere una dichiarazione dei propri sbagli ripetuti, mostrati, a tratti giustificati e cerca di comprendere il perché di certe azioni, appunto di certi Replay; artisti da tutta Italia proveranno a stupire il visitatore attraverso flashback della loro vita riflessi su opere visive e performance, dove in questo caso la cura per uscire da questo limite del ripetersi è proprio l’atto del “mostrarsi” […] Sembra paradossale, a volte perfino assurdo, ma spesso le persone tendono a ripetere comportamenti che le hanno danneggiate e si rimettono in situazioni già sperimentate e pericolose dal punto di vista emotivo e/o fisico; questo accade per molte ragioni e in realtà segue una logica interna perfettamente comprensibile, sebbene in apparenza anomala.
Questa tendenza a ripetere lo stesso “errore” si chiama “coazione a ripetere” ovvero la tendenza a ripetere la stessa cosa; la coercizione a compiere ripetutamente le stesse azioni è il principio per cui una persona cerca di superare qualcosa di irrisolto che affonda le radici nel remoto passato, rimettendosi nelle identiche circostanze che provocarono quell’antica difficoltà.
Sigmud Freud parla proprio di questo nel libro “Al di la del principio di piacere” del 1920:

"Ciò che rimane privo di spiegazione è sufficiente a legittimare l'ipotesi di una coazione a ripetere, che ci pare più originaria, più elementare, più pulsionale di quel principio di piacere di cui non tiene alcun conto".

Ma perché ripetiamo lo stesso errore?
In realtà noi tendiamo a ripetere la stessa “soluzione” e non lo stesso errore. Ognuno di noi, in passato, ha adottato una strategia, una soluzione per uscire da certe difficoltà; questa strategia ha delle conseguenze e tra queste c’è anche il famoso “errore”.
Quindi questo comportamento nasce perché ci sembra istintivamente la cosa più ovvia e giusta da fare, esattamente come lo è stato in passato, ma il fatto che lo sia stato in passato non ci costringe a ripeterlo in futuro, anche perché spesso la stessa strategia può provocare più danni che benefici.
Allora perché lo facciamo?
Semplicemente perché le soluzioni a noi più familiari o le abitudini (anche se sbagliate) ci sembrano le più giuste se non addirittura le uniche.
Per uscire da questi continui “Replay” la strada è quella della consapevolezza del riconoscere il meccanismo del quale si è vittime e di essere capaci di “frenarsi” quando questa abitudine si manifesta.
Questa collettiva vuole essere un’affermazione dei propri errori e desidera soprattutto offrire spunti per uscire da questo limite, perché mostrarsi significa in questo caso prendere “atto” delle proprie azioni.
Replay è il vizio dell’errore, da percorrere, da varcare, da ripetere…. replay…replay…replay

La mostra, organizzata da Artisti Italiani si avvale del patrocinio della Regione Siciliana - Assessorato regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana.
Si svolge in collaborazione con il Comune di Giarre e Identità Contemporanee di Simona Fichera di cui si vedrà la performance “#ErrorNotFound”.
Concludo questa nota lasciandovi alla visione e all’ascolto proprio di un video d’Identità Contemporanee.

Replay/Il vizio dell’errore
A cura di Benedetta Spagnuolo
Sala Messina, Via Calderai 52
Giarre
Info: artisti_italiani@libero.it
+ 39.320 - 48.68.376
Fino al 4 dicembre 2016



Ombre dal fondo

Dall’esperienza professionale, dalla storia delle passioni di Domenico Quirico , è nato un documentario di 73’00”, intitolato Ombre dal fondo, girato dalla regista Paola Piacenza che ha filmato una serie di conversazioni con il reporter, da cui emerge come l'esistenza del suo interlocutore si sia incarnata nella professione: i suoi principi collimano con le norme deontologiche del proprio mestiere come si può notare in questo breve video.
«Calarsi all’interno di un pozzo, sperando di uscirne portando con sé più cose possibili di quanto si è visto». Ecco il senso del mestiere di scrivere, della professione giornalistica così come la vive Domenico Quirico (QUI un pezzo che riferisce le emozioni da lui provate davanti ai cadaveri dei suoi aguzzini che lo rapirono in Siria l'8 aprile 2013 e fu liberato dopo 152 giorni di prigionia.
Quirico ha pubblicato per l’Editore Neri Pozza II grande Califfato.

Paola Piacenza (1963) è giornalista del settimanale “Io donna” del Corriere della Sera, e anche responsabile della sezione cinema.
Il suo primo documentario, “The Land of Jerry Cans” (2009), in concorso al New York Independent Film and Video Festival e selezionato al Festival dei Popoli (premio Ucca - Venti città), è girato lungo la frontiera Iran-Iraq.
“In nessuna lingua del mondo” (2011), presentato al SalinaDocFest nel 2011, racconta due realtà di confine, l’enclave russa di Kaliningrad e la regione di Tropoje in Albania. Lo stesso anno partecipa a “Milano 55,1: Cronaca di una settimana di passioni”, film collettivo sulle elezioni municipali di Milano. “In uno stato libero”, (Menzione Speciale al Premio Solinas per il documentario) è realizzato nel sud della Tunisia nel 2011, durante e dopo la cosiddetta Primavera Araba.

A proposito di “Ombre dal fondo” così ha dichiarato al sito FilmItalia: Ho pensato a Domenico Quirico come voce e volto di questo film quando era prigioniero in Siria. E non ho smesso di farlo quando è stato liberato. La personalità di Quirico è unica nel giornalismo italiano. La qualità del suo racconto, la profondità della sua partecipazione alle vicende di cui dà conto, vanno oltre il valore informativo degli articoli pubblicati sul giornale. Quirico è al 100% giornalista perché ha sposato l’etica della professione e i modi di investigazione che le sono propri, ma è anche e soprattutto un indagatore della condizione umana.
Insieme abbiamo deciso di filmare una serie di conversazioni. Fino a decidere di partire per uno dei fronti che l’inviato della Stampa ha raccontato nel corso della sua carriera: l’Ucraina e il conflitto con i ribelli filo-russi. Mentre il dialogo proseguiva l’idea, la necessità, del ritorno nei luoghi che erano stati teatro della sua cattura e della sua prigionia, ha cominciato a rendersi evidente. Insieme alle contraddizioni che questo avrebbe comportato.
Parola e azione si specchiano nel film: il modus operandi del reporter sul campo rivela come il suo sguardo nel corso degli anni si sia formato e come si sia posato sugli eventi e sugli uomini che ne sono stati artefici e protagonisti. Includendo, inevitabilmente, se stesso e il proprio percorso esistenziale nel quadro finale
.

“Ombre dal fondo”, proiettato alla XIII edizione delle Giornate degli Autori alla Mostra del Cinema di Venezia 2016, sarà presentato a Milano, prima d’entrare in circuito, domenica 27 novembre alle 19.00 presso la Cineteca Spazio Oberdan in occasione del Filmmaker Festival 2016.


Osservatorio Outsider Art

L’Osservatorio è una creazione della storica dell’Arte Eva di Stefano.
Una sua biografia e una presentazione del suo lavoro sull’outsider art QUI.

Ora è annunciata una nuova edizione della rivista dell’Osservatorio.
Il numero 12, circa 200 pagine illustrate, arricchito dagli abstract in inglese, propone una nuova sinergia editoriale con l'Associazione per la conservazione delle tradizioni popolari di Palermo. Testimonia il legame interdisciplinare tra i temi dell'Osservatorio e l'antropologia culturale.
La rivista sarà presentata in dicembre presso il Museo Internazionale delle Marionette a Palermo

Dall’Editoriale di Eva di Stefano e Rosario Perricone.
“Dare spazio al confronto interdisciplinare è sempre stato l’obiettivo della nostra rivista, dato che la natura stessa dell’Outsider Art richiede di incrociare differenti strategie interpretative: non solo estetica e storia dell’arte, ma antropologia, sociologia, psicologia, linguistica, neuroscienze etc. In coerenza con questa linea, si pone la nuova sinergia editoriale con l’Associazione per la Conservazione delle Tradizioni Popolari a Palermo che, a partire da questo numero, ci sostiene stampando una tiratura cartacea della rivista destinata alla diffusione locale. Anche se il lavoro di redazione resta, come prima, di pertinenza dell’Osservatorio, e restano invariate sul nostro sito web la possibilità di scaricare la rivista in formato elettronico e l’opzione print on demand per continuare a garantire una diffusione più ampia ed extra-locale, l’apertura di un dialogo stabile e fattivo con antropologi ed etnologi non può che rivelarsi molto proficua e rafforzare il nostro progetto in una prospettiva scientifica contemporanea. Se nel secolo scorso, infatti, i creatori di Art Brut o Outsider erano considerati in gran parte ‘casi psichiatrici’, oggi a nostro avviso rappresentano spesso invece ‘casi antropologici’: inventori di un mondo parallelo e di una mitologia personale per reagire e resistere allo sgretolarsi di una cultura ancestrale a causa della globalizzazione e di una omologante modernizzazione selvaggia. […] Molto visitate quest’estate le due grandi mostre di cui riferiamo: la collettiva Irregolari in Trentino a Cles, e l’antologica dedicata al polimorfo Ezechiele Leandro in Puglia. Tra i servizi che ci toccano più da vicino, il reportage sulla presenza, nella megamostra di The Museum of Everything a Rotterdam, di sei autori siciliani, sui quali il nostro Osservatorio si è molto speso in passato, e l’ottimo esempio a Messina del collettivo che ha avviato un vitale pionieristico dialogo tra Outsider Art e Street Art contemporanea, di cui ci riferisce Pier Paolo Zampieri.
Come di consueto, la rivista si apre con una selezione di brevi notizie dalla scena outsider italiana e internazionale, e si chiude con una novità: una piccola appendice in inglese dedicata ai nostri amici nel mondo”.

La rivista è scaricabile da QUI al costo di 5 euro.
È sempre possibile ordinare anche copie cartacee sul sito createmybooks (vedi sito Outsider) al prezzo di 27 euro + spese di spedizione.


Vita da editore

Di un grande editore (e non solo editore, come vedremo nel corso di questa nota), Neri Pozza, fondatore della casa omonima, è stato pubblicato Vita da editore.
La curatela del libro è di Angelo Colla, amico e a lungo collaboratore di Pozza, a sua volta editore di una raffinata editrice.
Cosmotaxi lo ha intervistato

Chi è stato per lei Neri Pozza?

Un grande maestro che ho avuto la fortuna di incontrare appena laureato e presso il quale ho completato la mia formazione culturale e ho imparato il mestiere dell’editore. Neri Pozza era un personaggio geniale, ricco di cultura non accademica, intellettualmente libero e generoso, un vero umanista, di tipo rinascimentale, dai molteplici talenti. Oltre che originale e coraggioso editore, fu scultore e incisore, poeta e narratore, critico d‘arte, saggista. E fu un uomo che partecipò alla vita sociale e politica del suo tempo animato da una forte carica morale.

Quali orientamenti ha seguito nel curare “Vita da editore”?

Per capire che cosa abbia realizzato Neri Pozza come editore e il grande peso della sua produzione nella cultura italiana del Novecento è sufficiente scorrere le collane e i titoli del suo catalogo e confrontarli con quelli di altri editori. Ma per rendersi conto del perché un uomo dai molti talenti come Pozza si sia dedicato a un mestiere così laborioso e per lui poco remunerativo, per capire come e con quale spirito l’abbia praticata con intatta passione per cinquant’anni, è necessario rileggere i suoi scritti editoriali. Solo dalle parole di Pozza possiamo capire come la professione dell’editore abbia organizzato le sue relazioni, abbia nutrito le sue emozioni, abbia dato senso alla sua vita. Per questa ragione ho voluto pubblicare i suoi scritti “editoriali”, molti ancora inediti, altri sconosciuti e di difficile reperimento, riunendoli in tre grandi sezioni.
La prima (“Libri fatti e libri mancati”) contiene una considerazione critica di Pozza sui libri realizzati e su quelli soltanto ideati, e guida l’attenzione del lettore sui programmi, le collane e le opere più ricchi di progettualità editoriale e di valenza etica ed educativa.
Nella seconda (“Idee d’arte e di poesia”) una scelta di lettere permette di cogliere le idee e i gusti letterari di Pozza, ma anche le regole cui si atteneva nel confezionare un buon prodotto editoriale e i consigli agli autori per migliorare le proprie opere e farne libri necessari alla loro storia di scrittori.
La terza sezione è una galleria di profili e ritratti: storie di autori e collaboratori per i quali Pozza ha nutrito amicizia o particolare stima e simpatia: dall’ebreo Jacchia, suo primo modello di editore, a Antonio Barolini, suo primo autore; da Vittore Gualandi, il suo tipografo preferito, a scrittori e poeti come Bontempelli, Alvaro, Buzzati, passando per saggisti del calibro di Camerino, Izzo, Magagnato e Baratto
.

Perché nel pubblicare Neri Pozza per la sua casa editrice ha scelto proprio la versione inedita di "Tiziano" e "L'educazione cattolica"?

Neri Pozza produceva, come narratore, più di quanto giudicasse utile pubblicare: temeva di essere giudicato uno che vuole fare troppe cose. Per cui, lasciandomi l’incarico di continuare la sua attività editoriale una volta che fosse venuto a mancare, mi consegnò anche copia di tutti i suoi scritti inediti perché li pubblicassi quando l’avessi ritenuto opportuno. Alcuni li pubblicai come editor della Neri Pozza Editore dopo la sua morte (“Gli anni ideali” e “Libertà di vivere”), altri con una mia sigla editoriale che avevo creato nel 2002. Il “Tiziano” non era un inedito, ma utilizzai una copia dell’edizione Rizzoli che Pozza aveva ampiamente emendato e integrato in vista di una nuova edizione.
“L’educazione cattolica” invece era un’opera inedita ma l’ho fatta precedere da “L’ultimo della classe” (anche in questo caso in una redazione rivista e corretta dall’autore) perché le due narrazioni formano un unico libro di memorie che abbraccia il periodo 1916-1934
.

Neri Pozza
Vita da editore
A cura di Angelo Colla
Pagine 336, Euro 17.50
Neri Pozza


Il Morandini 2017

“Il più bel film che mai sarà fatto, è stato già fatto!”, così dice Ryan O’ Neal a Burt Reynolds, in ‘Vecchia America’, film del 1976 di Peter Bogdanovich.
Forse è vero, forse no. Se però vogliamo sapere tutto dei film finora girati, il migliore strumento che abbiamo in Italia è il Morandini, celebre pubblicazione firmata da Morando, Laura, Luisa Morandini edito da Zanichelli.
Tra l’altro s’avvicinano le feste di fine anno e ritorna implacabile l’assillo di che cosa mettere sotto l’albero. Un regalo che consente un ampio ventaglio di prezzi (li troverete alla fine di questa nota) è dato proprio dallo storico dizionario annualmente aggiornato.
Il Morandini 2017 ha scelto “La pazza gioia” di Paolo Virzì per la copertina della sua nuova edizione (27.000 film, 16.500 su carta, 27.000 nella versione digitale). Riconoscimento che ogni anno viene assegnato dagli autori a una pellicola italiana della trascorsa stagione cinematografica. Così l’immagine alla “Thelma &Louise”, con le protagoniste dei film al volante di una decapottabile rossa, campeggia sulla prima pagina della bibbia dei cinefili. Il regista toscano “….Con toni spesso felici, ironici e teneri non vuole indorare la pillola, ma raccontare il dramma e infondere speranza e comprensione. L'unità di base delle inquadrature di Virzì è l'affetto, perché ama i personaggi che racconta. Profondo e leggero nello stesso tempo, il film appartiene a due generose, strepitose, intuitive attrici, Bruni Tedeschi e Ramazzotti; ogni altro elemento della messa in scena sembra al servizio della loro vitalità straripante. L'alchimia tra le due è perfetta”. Questa la motivazione che vale la copertina a Virzì e un 4 stelle di giudizio critico nella scheda del dizionario.
Ma questo è l’anno dei documentari a 5 stelle: tante ne hanno ricevute (il massino giudizio) dagli autori del Morandini 2017 i lavori di Patricio Guzmàn “La nostalgia della luce” (“Un documentario dalla struggente bellezza dove tutti sono alla ricerca continua del passato”); e “Human” di Yann Arthus-Bertrand che è “…un abbacinante caleidoscopio sinfonico di pensieri, suoni, forme e colori, amalgamati in un unico flusso di coscienza che esprime l'unità dell'umanità attraverso la stupefacente varietà delle sue differenze”.
Tornando ai film: 4 stelle invece sono state assegnate a “The Hateful Eight” di Tarantino che “…spiega la Storia agli adolescenti di oggi come fosse un costante percorso di vendetta, un apologo incattivito sulla società, nell'impossibile mescolanza di individui che mai potranno convivere pacificamente”. Quattro anche a “La grande scommessa” di Adam McKay e al premio Oscar “Il caso Spotlight” di Thomas McCarthy. E al remake de “Il libro della giungla” di Wolfgang Reitherman. Con queste 4 stelle il lungometraggio è a tutti gli effetti il migliore di quelli tratti dal libro di Kipling. Sfogliando il Morandini infatti il classico cartone Disney del ‘67 ha soltanto 2 stelle!
Non convincono nel dizionario il nuovo episodio della saga di “Star Wars” (“Ritmo alacre, efficace montaggio in parallelo, ma il ginger glielo dà solo l'arzillo vecchietto Harrison Ford”).
Per “La minaccia fantasma” di J.J. Abrams. Giudizio: 2 ½.
Lo stesso per “Fuocoammare”: nonostante i premi alla Berlinale 2016 “il risultato appare frammentario, calligrafico e più poeticistico che poetico”. Perplessità anche per “The Danish Girl” in cui “L'osannato Redmayne è insopportabile, tutto mossette, sbattute di ciglia e piccoli sospiri. La Vikander è bravissima”. Due e mezzo.

Il Morandini 2017 contiene quest’anno una scelta di circa 700 serie televisive e 650 cortometraggi, selezionati tra le opere italiane più recenti o che hanno avuto segnalazioni nei festival.
Nella versione digitale trovano posto anche 7000 immagini di scena o locandine.
Un’opera indispensabile da tenere accanto al televisore e nel computer, da consultare prima (e dopo) aver visto un film.

Il Morandini 2017
Dizionario dei film e delle serie televisive
di Laura, Luisa e Morando Morandini

Versione Plus (volume + DVD e download per Windows e Mac senza scadenza + app per iOS e Android senza scadenza + 365 giorni di consultazione online, con aggiornamenti rilasciati nell'anno), € 40,30

Volume unico, € 32,90

Dizionario ebook no-limit (download senza scadenza + consultazione online 365 giorni), € 16,30

Dizionario ebook 365 (download 365 giorni e consultazione online 365 giorni), € 9,80

Versione iPhone, iPad, iPod Touch, € 18,99


Camilleri e il Referendum

Nella newsletter di ieri, 21 novembre, MicroMega ha pubblicato un’intervista allo scrittore.
Eccone un passaggio che riguarda il referendum.

«A guardare l' Italia ridotta così, mi sento in colpa. Avrei voluto fare di più, impegnarmi di più. Nel Dopoguerra ci siamo combattuti duramente, ma avevamo lo stesso scopo: rimettere in piedi il Paese. Oggi quello spirito è scomparso».

Renzi non è un buon presidente del Consiglio?

«No. È un giocatore avventato e supponente».

Al referendum andrà a votare?

«Pur di votare "No" mi sottoporrò a due visite oculistiche, obbligatorie per entrare nella cabina elettorale accompagnato. Io le riforme le voglio: il Senato deve controllare la Camera, non esserne il doppione. Ma questa riforma è pasticciata. E non ci consente di scegliere i nostri rappresentanti».


Infodemia


Diceva Mark Twain: “Fai attenzione quando leggi libri di medicina. Potresti morire per un errore di stampa”.
Oggi nell’epoca delle velocissime informazioni da plurali campi, possiamo, per un equivoco o per predisposizione al panico, reagire di fronte a una certa notizia provocando grandi disastri. Questo perché le nuove tecnologie hanno reso ciascuno di noi attore dell’informazione, in grado cioè di trasmettere ad altri emozioni e pensieri. E comportamenti. Che se dominati dalla paura possono determinare condotte collettive disastrose con l’ansia che prende il sopravvento sulla percezione del rischio.
Ai nostri giorni, Laurie Anderson canta "Language is a virus" citando William Burroughs che diceva "Il linguaggio è un virus", parole queste che troviamo in esergo a Infodemia (in copertina un disegno tratto da Il Libro dei Sogni di Fellini) agile quanto giovevole librino pubblicato dalla casa editrice Guaraldi nella collana “Quaderni della complessità” promossi dal Festival della Complessità e coordinati da Valerio Eletti.

L’autore di Infodemia è Giancarlo Manfredi.
Laureato in Scienze Statistiche e Demografiche con tesi sperimentale in Epidemiologia, attualmente si occupa di tecniche di “intelligence da fonti web”. Ha conseguito un master professionale in Gestione delle Emergenze. Fa parte dell’Associazione Nazionale Disaster Manager ed è attivo da 15 anni come volontario nella Protezione civile.

Questa la presentazione editoriale di Infodemia.
“Da sempre la specie umana convive con la paura delle epidemie: è uno stato emotivo profondamente radicato nella mitologia e nella storia di tutti i popoli.
Sebbene oggi esistano protocolli per la gestione del contagio, il rischio che si vuole evidenziare, ancora prima di quello sanitario, è quello della “infodemia”, ovvero della diffusione virale di informazioni false, parziali o erronee in grado di causare il crollo dei rapporti nella società civile”.

A Giancarlo Manfredi ho rivolto qualche domanda.
Quali sono i meccanismi psicologici di gruppo che agiscono di fronte a un percolo collettivo reale o immaginario?

Il primo meccanismo che gli psicologi delle emergenze si attendono, in una situazione di crisi, è il senso di disorientamento che colpisce la quasi totalità dei soggetti esposti.
Stiamo naturalmente parlando di persone normali che si ritrovano di fronte a circostanze al di fuori della loro quotidianità, ma le ricerche disegnano un quadro preciso, fatto di individui che, non riuscendo a riconoscere (e ad accettare) una situazione a loro aliena, semplicemente si bloccano.
Esiste, poi, una percentuale di persone “pericolose” che contribuiscono con il loro comportamento dissennato e talvolta violento, ad aumentare rumore, confusione e pericolo, ma ci sono anche coloro che riescono a mantenere la calma per quel tanto necessario a determinare una soluzione positiva.
Il secondo meccanismo che si riscontra in un gruppo eterogeneo di persone durante un’emergenza è quello dell’imitazione dei comportamenti, mentre solo al terzo punto troviamo il diffondersi del panico vero e proprio.
Ma, a farla breve, nei primissimi istanti dell’emergenza prevale l’immobilità perché ci si ritrova a giocare una partita della quale non si conoscono le regole, i tempi e nemmeno la forma del campo di gioco.
Questo è anche il momento nel quale è possibile agire per attivare comportamenti “virtuosi” tramite le buone pratiche di gestione e comunicazione delle emergenze
.

Accanto all’apporto di tanti benefici, le nuove tecnologie di trasmissione consentono anche allarmi spesso superiori alla reale entità dei rischi. Come comportarsi per vincere questo pericolo? Come vaccinarsi contro l’infodemia?

I meccanismi di propagazione delle informazioni virali (i cosiddetti “meme”, ovvero le particelle minime informative previste da Richard Dawkins nel suo “Il Gene Egoista”) sono ormai noti, uno fra tutti il cosiddetto “Bias di conferma”, ovvero quel processo psicologico cognitivo per il quale si ricerca anzitutto la convalida delle convinzioni, talvolta persino a scapito della realtà.
La virtualità, insieme all’anonimato dei social network, contribuiscono poi all’opera dei cosiddetti “untori” che, quasi sempre per profitto o interesse, generano e diffondono i virus più maligni, in un terreno di coltura reso fertile dall’analfabetismo funzionale imperante.
Se l’infodemia (termine che richiama il concetto di pandemia informativa) è un pericolo oggettivo, le reti sociali sono però, al tempo stesso, uno strumento meraviglioso e in grado di rivoluzionare in positivo le nostre vite in moltissime situazioni (non ultime le emergenze).
Come singole persone dobbiamo essere animati dalla voglia della verifica delle fonti, del confronto delle notizie (il cosiddetto “fact checking”) e dall’onestà intellettuale.
Ci sono naturalmente dei “rimedi sanitari” che, come per le epidemie biologiche, devono essere messi in atto dalle Istituzioni (dal monitoraggio della rete all’isolamento delle fonti di contagio), tuttavia la sindrome del “Grande Fratello”, ovvero la tentazione di una deriva (diciamo) “distopica” non è da sottovalutare.
Sono convinto profondamente che il vaccino contro l’infodemia, lo troveremo solo nella cultura, individuale e personale, oltre che nell’apprendimento di un corretto utilizzo di tutti gli strumenti di comunicazione sociale
.

Giancarlo Manfredi
Infodemia
Pagine 66, Euro 8.00
Guaraldi


L'Identigod di Valerio Miroglio (1)


A Genova, nei locali di Entr'acte, spazio espositivo non profit gestito dal MUCAS (Museo del Caos, Associazione culturale presieduta da Sandro Ricaldone) da venerdì 18 novembre vi aspetta Identigod.
Assisterete ad una complessa indagine condotta usando la procedura che consente di ricostruire, attraverso vari parametri, i tratti somatici di individui sconosciuti. Ad esempio protagonisti di episodi criminosi, o persone scomparse.
Chi è sconosciuto? Chi è scomparso?
Quelle tre lettere finali di “Identigod” qualcosa dovrebbero pure suggerirvi!
Come in tutte le migliori trame gialle, il finale riserva una sorpresa che qui non svelerò perché non voglio rovinarvi la serata.
Ben prima che il computer utilizzando programmi di grafica evoluta rendesse meno difficile il lavoro agli investigatori, un sommo segugio s’accollò l’impresa di svolgere una difficile indagine giungendo a sorprendenti conclusioni, ora esposte dentro Entr'acte, usando nella sua indagine strumenti concettuali e citazionisti.
Il detective protagonista è Valerio Miroglio (Cassano Magnago, 1928 – Asti, 1991) di cui è tracciato un essenziale profilo QUI.
I passaggi di quella singolare inchiesta sono illustrati in questo libro del quale hanno fatto tesoro i curatori di quest’esposizione di alta criminologia: Giacomo Goslino e Alessandro Ferraro.

Nelle due note successive, i testi dei due curatori.

Valerio Miroglio: “Identigod”
a cura di Giacomo Goslino, Alessandro Ferraro
Entr'acte, Via Sant'Agnese 19r, Genova
Dal mercoledì al venerdì: 16.00 – 19.00
Info: entractegenova@gmail.com

Dal 18 novembre al 14 dicembre


L'Identigod di Valerio Miroglio (2)

In foto, Valerio Miroglio al lavoro su Identigod.

Il testo di Giacomo Goslino

“Identigod” è un ‘indentikit celeste e universale’, come lo definì Giovanni Arpino, un'indagine sul concetto di Assoluto, nonché sulla tecnica artistica e, in particolare, sulla tecnica serigrafica. L'artista ha selezionato venti volti di divinità e miti contemporanei noti alla cultura figurativa e, mediante un processo di sottrazione e addizione di elementi fisionomici, ha ottenuto trenta possibili volti di Dio. In seguito ha sottoposto i risultati a una scala di valutazione da 0 a 60 in base a sei criteri: bellezza, virilità, maestà, bontà, implacabilità, telefotogenia. Con autoironica megalomania, tra gli altri possibili volti di Dio inserisce anche il proprio, a cui conferisce il massimo del punteggio, ma che cancella immediatamente forse spaventato dal risultato.

Da Identigod n°2, sorta di velo sindonico dal sapore pop a Identigod n°4, che presenta una delle versioni più riuscite ma non selezionate per la fase finale, ovvero quella ottenuta dall'incrocio dei volti del Giove di Otricoli, del Dio Padre della Trinità di Nicoletto Semitecolo, di Karl Marx e dello stesso Miroglio, passando per le Croci, più simili a totem arcaici che a crocifissi cristiani, la mostra propone una selezione del materiale fotografico e documentario coevo alla realizzazione.
Cinque opere che sono cinque serigrafie, ma cinque pezzi unici; l'artista vuole riscattare la tecnica serigrafica dallo stato di tecnica di riproduzione automatica e contemporaneamente ne nega l'essenza, utilizzandola per la produzione di un solo lavoro. Sembra voglia dimostrare la relatività della stessa, cercando del resto di dimostrare anche la relatività dell'Assoluto, trovando trenta possibili volti di Dio, ma nessuno in grado di soddisfare a pieno i criteri di valutazione e, in sostanza, di identificazione reale.


L'Identigod di Valerio Miroglio (3)

In foto, altra immagine di Miroglio al lavoro su Identigod.

Il testo di Alessandro Ferraro

Molti sono gli artisti italiani rimasti sepolti tra le pieghe della Storia, che hanno lavorato e speso energie per emergere nel contesto nazionale. Alcuni di questi, grazie a un adeguato supporto critico, ci sono riusciti; altri, invece, hanno continuato a produrre e creare lontano dai megafoni della critica. Fabio Mauri, artista pressoché sconosciuto solo pochi anni fa, ha conosciuto una decisa e sincera attenzione da parte di critici, galleristi e curatori, tanto da presenziare le più recenti e importanti biennali – per non parlare delle fiere d’arte. Da imputare a Mauri, forse, la sfortuna di essere stato difficilmente catalogabile e schematizzabile secondo categorie artistiche, oltre ad aver operato durante gli anni di piombo, “anni ideologici e grigi”, in cui gran parte dell’arte italiana resta ancora da studiare e riscoprire.
Esistono artisti che ancora restano in parte sconosciuti, in attesa di un nuovo e puntuale riconoscimento critico. La messa stessa in discussione dell’individualismo artistico durante gli anni Settanta è stato un gap storico che le nuove generazioni faticano, almeno in parte, a comprendere considerando la spettacolarizzazione del sistema dell’arte odierno e il costante livello di protagonismo degli addetti ai lavori; ma è proprio questo tipo di figura artistica a metà tra l’agitatore e l’operatore culturale che si vuole ritornare a considerare, capace di agire su più livelli, culturali, artistici e politici.
Valerio Miroglio è una di queste figure: partigiano, giornalista, artista ha rispecchiato le molteplici anime e sfaccettature dell’arte italiana tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta. Refrattario a essere definito in un movimento è tuttavia accostabile all’arte concettuale di matrice citazionista; ha diretto periodici d’arte e letteratura d’avanguardia, quali Plexus, Tam Tam, Bollettino della Vittoria, ed è stato membro della redazione de Il Caffè, fondato e diretto da Giambattista Vicari. Attraverso una ricerca che ruota intorno ai concetti di arte come rivisitazione di sé stessa e società di massa, ha sviluppato una poetica ironica e pacata ma, non per questo, meno radicale.
Identigod è un suo lavoro inedito e mai esposto riguardo l’identità di Dio, realizzato sul finire degli anni Settanta. L’opera si articola in differenti soluzioni formali, tutte mediate dalla stampa serigrafica. Oggetto della ricerca di Miroglio è stabilire un identikit del concetto di Assoluto: attraverso incroci, combinazioni e curiose elucubrazioni, l’artista formalizza un concetto tanto problematico e annoso come quello della rappresentazione del divino.


Le serie Tv

La casa editrice Il Mulino ha mandato in libreria un libro che è di grande attualità sia per gli studiosi della tv sia per tanti appassionati telespettatori: Le serie Tv.
Ne è autore Gianluigi Rossini dottore di ricerca in Generi letterari all’Università dell’Aquila, dove si è occupato proprio principalmente di serialità televisiva.

Le serie TV occupano nel panorama culturale odierno uno spazio fino a poco tempo fa impensabile. L’offerta si è fatta ricchissima, ce n’è per tutti i gusti e per ogni età. Ma come è nato questo fenomeno? Da «Ai confini della realtà» a «Breaking Bad», dal «Trono di spade» a «True Detective», da «Romanzo criminale» a «Gomorra», il libro segue le diverse incarnazioni della serialità mettendone a fuoco lo sviluppo all’interno dei differenti sistemi televisivi nazionali, delle logiche di produzione e dei mutamenti del genere.

Prossimamente questo sito ospiterà nella sezione mensile “Enterprise” Gianluigi Rossini e terrò con lui una conversazione tendente a illuminare plurali aspetti di questo genere espressivo tv.
Vi presento ora in anteprima un momento di quell’incontro avvenuto giorni fa.

Gianluigi, quale la principale finalità che ti sei posto nello scrivere “Le serie tv”?

Le idee di base erano principalmente due: innanzitutto, superare un certo presentismo della critica televisiva, che tende a prendere in considerazione solo le cose più recenti. Come ho scoperto io stesso grazie allo studio, invece, le serie TV vanno inserite in una tradizione testuale che nasce con la televisione stessa, e ricostruire questa tradizione è fondamentale per capire il presente. In secondo luogo, volevo raccontare l’evoluzione della forma serie TV inserendola nel suo intreccio con le pratiche di ricezione e con il sistema produttivo, che è la regola d’oro dei television studies.

Che cos’è un racconto seriale? Che cosa lo caratterizza?

Per come lo intendiamo oggi, un racconto seriale non è semplicemente un racconto diviso in parti: la serialità è una modalità narrativa specifica che nasce con la modernità, il cui tratto distintivo è la pianificazione della suddivisione in unità discrete da pubblicare in intervalli di tempo regolari.
Più in profondità, ciò che caratterizza le forme seriali è il rapporto che esse creano con tra l’industria che le produce e i lettori/ascoltatori/spettatori che le consumano
.

Gianluigi Rossini
Le serie Tv
Pagine 224, Euro 14.00
Il Mulino


La Costituzione spezzata (1)

Tra i libri pubblicati in occasione del vicino referendum, spicca, per chiarezza espositiva e profondità di analisi scientifica, un titolo pubblicato da Lindau: La Costituzione spezzata Su cosa voteremo con il referendum costituzionale.
Del resto, nessuna sorpresa se questo volume è uno dei più preziosi contributi per far capire, anche a chi non pratica materie giuridiche, su che cosa siamo chiamati a votare, perché l’autore è un nome di risonanza internazionale: Andrea Pertici, professore ordinario di diritto costituzionale all’Università di Pisa.
Nel 2007 è stato consigliere giuridico presso l’Ufficio legislativo del Ministro per le politiche europee; ha svolto e svolge attività di consulenza giuridica per enti e istituzioni pubbliche.
Ha firmato numerose pubblicazioni scientifiche, tra cui “Il conflitto di interessi” (Giappichelli, 2003) e “Il giudice delle leggi e il giudizio di ammissibilità del referendum abrogativo” (Giappichelli, 2011); è coautore del “Commentario alla Costituzione”, Utet, 2006 (opera articolata in tre volumi di circa 3.000 pagine complessive) e del “Manuale di diritto costituzionale italiano ed europeo”, a cura di Roberto Romboli (Giappichelli, 2015).
Con Giuseppe Civati ha scritto “Appartiene al popolo. Come restituire la sovranità ai cittadini” (Melampo, 2014).
QUI è possibile leggere suoi articoli (anche sul referendum e sull’Italicum) per l’«Huffington Post») e QUI per «Articolo 21».

La Costituzione spezzata si distingue dalle altre pubblicazioni consimili “… soprattutto” – come scrive Roberto Zaccaria in prefazione – “per la capacità di offrire al lettore preliminarmente un contesto storico, politico e istituzionale”.
Giuseppe Civati, nella postfazione, tra l’altro scrive che il libro evidenzia un punto: “... l’errore di abbassare la Costituzione al livello della tattica, condizionando la sua riforma alla fase politica contingente”.

Ecco alcuni passaggi dalla presentazione editoriale.

“Oppositori e sostenitori della riforma voluta dal Governo Renzi sembrano concordare sulla necessità di incentrare il dibattito sui contenuti del provvedimento. Ma nei fatti è davvero così? Da una parte vi è chi sostiene che un aggiornamento della Carta sia indispensabile, qualunque forma prenda, dall’altra c’è chi professa una presunta intangibilità del testo voluto dai Padri Costituenti.
Questo libro invece entra nel merito, proponendo al lettore un viaggio attraverso le varie tappe che hanno portato all’approvazione del testo che è oggi sottoposto al giudizio popolare, per poi verificare, punto per punto, come cambierebbe il nostro ordinamento qualora entrasse in vigore […] Conclude il volume una parte dedicata alle proposte alternative di riforma che potrebbero rispondere, in modo più leggero e condiviso, agli intenti di semplificazione e di valorizzazione delle autonomie cui aspira quella attuale”.

Segue ora un incontro con Andrea Pertici.


La Costituzione spezzata (2)


Ad Andrea Pertici (in foto) ho rivolto alcune domande

Perché ha intitolato il suo libro “La Costituzione spezzata”?

Da anni, ormai, si considera la prima parte della Costituzione come “imbalsamata” mentre la seconda diviene oggetto di politiche di governo, spesso non ben coerenti proprio con quanto affermato nella prima parte. Mortati diceva che una Costituzione “non consiste in una serie di articoli più o meno ben allineati, ma è invece una totalità di vita associata”. Ecco, da tempo si è dimenticato questo e la riforma costituzionale su cui voteremo il 4 dicembre non fa eccezione.

Questa legge, aldilà degli obiettivi che si propone, è scritta bene o è scritta male? E, nel secondo caso, a quali rischi va incontro?

Che la riforma sia scritta male è riconosciuto da tutti. Anche da molti sostenitori del Sì, di cui certo non si comprende a quel punto la scelta. Quello che però vorrei sottolineare è che non si tratta di un problema linguistico, ma di formulazione delle norme e che questo creerebbe, in caso di approvazione, problemi di funzionamento, particolarmente evidenti nell’intreccio dei numerosi procedimenti legislativi.
Il rischio è un sistema che non funziona o che comunque funziona peggio dell’attuale. E in proposito dobbiamo ricordare che i difetti di funzionamento, a livello costituzionale, sono limitati, mentre ci sono problemi più rilevanti di funzionamento nell’amministrazione della giustizia e nella pubblica amministrazione, ad esempio
.

Questa riforma rappresenta oppure no un vero superamento del bicameralismo?

Certamente no. Il sistema rimane bicamerale. Il Senato, in particolare, rimane. A essere cancellato non è l’organo, ma il voto dei cittadini. Proprio come è avvenuto per le Province. Ricorda? “Via le Province” e invece le Province rimangono, ma non le votano più gli elettori, ma i già eletti nei Comuni. E così avverrebbe per il Senato. Siamo partiti da “Via il Senato!” e alla fine avremmo un Senato votato non dagli elettori ma dagli eletti. In questo caso, nei Consigli regionali. Si ha invece un superamento del “bicameralismo perfetto”, in relazione all’espressione del voto di fiducia, che rimane solo alla Camera dei deputati, e a larga parte dell’attività legislativa. Soltanto alcune leggi infatti rimangono in regime di bicameralismo perfetto, mentre le altre saranno “a prevalenza Camera”, nel senso che sarà quest’ultima a dover dire l’ultima parola (anche se già c’è disaccordo su dopo quanti passaggi). In ogni caso, la differenziazione nell’attività legislativa è stata realizzata a carissimo prezzo, avendo dato luogo a un intreccio di procedimenti legislativi che complicano le cose e sarebbero causa di ampio contenzioso di fronte alla Corte costituzionale.

Conflitti Stato-Regioni. La Riforma ne scioglie i nodi?

Per niente. Dal punto di vista dei rapporti tra lo Stato e le Regioni il rischio è di sostituire alla cattiva riforma del 2001 una riforma peggiore. Con particolare riferimento ai conflitti faccio notare che questi si sono verificati, dopo il 2001, perché quella riforma ha introdotto due lunghi elenchi. Il primo che indica le materie di competenza esclusiva dello Stato. Il secondo che indica le materie in cui lo Stato fissa le norme più generali e le Regioni quelle più particolari (competenza concorrente). In tutti gli altri ambiti le leggi le devono fare le Regioni. Ora, sia lo Stato che le Regioni cercano di prendersi spazi, sostenendo che quella legge rientra nella loro competenza. Questo avviene a causa delle diverse possibili interpretazioni degli elenchi di materie. La riforma non elimina gli elenchi. Anzi, dopo avere eliminato la potestà concorrente, allunga molto l’elenco delle competenze esclusive dello Stato e ci aggiunge poi un lungo elenco di competenze esclusive delle Regioni. Inoltre, prevede una clausola in virtù della quale comunque lo Stato può impossessarsi di qualunque competenza regionale solo adducendo l’interesse nazionale. Anche l’utilizzo di questa sarebbe causa di ulteriori conflitti.

Chi è maggiormente interessato, in Italia e all’estero, a una vittoria del “Sì”?

Credo che l’unico a essere realmente interessato sia il Governo italiano in carica, al fine di ottenere una spinta popolare alla propria attività. Tuttavia, è importante tenere bene a mente che il referendum del 4 dicembre è sulla Costituzione italiana, destinata a durare molto di più del Governo e anche in presenza di Governi politicamente diversi (non so se a questo molti sostenitori del Sì abbiano pensato). La Costituzione deve essere capace di reggere alle situazioni più difficili, come ha fatto quella vigente. Deve essere, insomma, per dirla con la Corte suprema, una legge per il tempo di pace e per il tempo di guerra. Ecco, prima di votare ciascuno valuti anche questo: se il nuovo testo sarebbe in grado di reggere la Repubblica con la forza con cui l’ha retta quello della Costituzione vigente.

Sono in tanti a sostenere che la vittoria del “No” rappresenterebbe un ostacolo ad un ipotizzato sviluppo del nostro Paese. È proprio così?

Non spiegano perché, però. Infatti, non ci sarebbe davvero nessuna conseguenza negativa. Anzi, non saremmo costretti ad impiegare altro tempo in tutta la normativa di attuazione di questo lungo testo costituzionale pieno di rinvii e ci si potrebbe concentrare sulle questioni dello sviluppo economico, troppo spesso rinviate con la scusa delle regole, spesso utilizzata dai governi italiani. Gli stessi documenti delle istituzioni internazionali che spesso vengono ricordate in modo un po’ approssimativo indicano altre priorità, come accennavo: la riforma della giustizia, una legislazione anticorruzione più adeguata, norme di prevenzione dei conflitti d’interessi, un sistema radiotelevisivo maggiormente aperto, regole per una concorrenza leale e reale.

Andrea Pertici
La Costituzione spezzata
Prefazione: Roberto Zaccaria
Postfazione: Giuseppe Civati
Pagine: 192, Euro 12.00
Lindau


Da Galileo a Marte


Mentre l’astronomo Giovanni Schiaparelli guarda affranto i resti della sonda con il suo nome schiantatasi su Marte appena il premier Renzi l’aveva orgogliosamente nominata (… sia chiaro è un caso… soltanto i soliti gufi hanno associato l’episodio ad altri accaduti come, ad esempio, gli auguri fatti dal premier agli atleti delle Olimpiadi che poi fallirono le loro prove), del pianeta rosso si torna a parlare a Firenze.
Lì, infatti, la scuola di arte e design SACI Studio Arts College International darà vita al convegno From Galileo to Mars Renaissance of the ArtSciences, una giornata dedicata alle possibili evoluzioni del rapporto fra arte e scienza, analizzate insieme con ospiti eccellenti, tra cui la Vicedirettrice della NASA Dava Newman, l’astronauta, ingegnere della NASA e artista Nicole Stott, l’astronauta italiano Paolo Nespoli, l’architetto e designer Guillermo Trotti, l’artista Lia Halloran.

In foto: Dava Newman in BioSuit.

Partendo dalla missione su Marte che la NASA sta progettando e che dovrebbe realizzarsi entro il 2023, alcune menti si confronteranno sulle potenzialità della collaborazione e innovazione multidisciplinare, aspetto promosso già da alcuni anni grazie ad iniziative a livello internazionale, come il programma di ricerca Arts At Cern basato sulla collaborazione fra arte e fisica delle particelle realizzato dal Cern di Ginevra.
Fino a poco tempo fa, infatti, l’esplorazione dello spazio era un settore limitato ad alcuni ambiti specifici, come scienza, tecnologia, matematica e ingegneria, mentre negli ultimi tempi si è compreso come artisti e designer possano favorire nuove idee con ricadute pratiche come tute degli astronauti o forma di parti delle navicelle.
L’architetto e designer Guillermo Trotti, infatti, ha collaborato con la NASA per la progettazione di strutture abitative da costruire sulla Luna, tute spaziali adatte all’esplorazione di Marte, veicoli per le missioni sul pianeta rosso e Stazioni Spaziali. Mentre, spesso, le opere dell’artista Lia Halloran hanno per punto di partenza concetti scientifici, come nel caso della serie di stampe cianografiche Your Body is a Space That Sees, che celebra le scoperte di scienziate e ricercatrici nel campo dell’astronomia, permettendo all’osservatore di viaggiare con lo sguardo nello Spazio, attraverso nebulose, crateri, galassie, comete.
Anche l’ex astronauta Nicole Stott realizza opere d’arte ispirate ai suoi viaggi nel Cosmo per condividere la bellezza spettacolare che ha ammirato dalle finestre degli Space Shuttle e promuovere i progetti realizzati nello spazio che porteranno benefici anche alla vita sul nostro pianeta.
Per l’occasione saranno esposte alcune tute spaziali realizzate dall’azienda Dainese per rendere più sicuro il lavoro degli astronauti durante le attività operative e l’addestramento.

In attesa di “From Galileo to Mars – Renaissance of the ArtSciences”, le menti dei creativi – o di coloro che si ritengono tali – sono invitate a partecipare ad uno speciale contest su Instagram con opere in cui emerga il legame tra arte e scienza.
Tra tutte le immagini o video postati su Instagram, utilizzando l’hashtag #FromGalileotoMars e corredati da una breve didascalia, saranno selezionati i lavori che meglio rappresentano lo spirito dell’iniziativa, per essere raccolti in una proiezione che sarà visibile a Palazzo dei Cartelloni (Via Sant'Antonino, 11) nel pomeriggio di sabato 12 novembre.

Per consultare il programma: CLIC!

Ingresso libero, ma è necessario prenotarsi per tempo all’indirizzo rsvp@saci-florence.edu

Press Office: Studio Ester Di Leo
+39 055.223907; +39 348.3366205
mail: ufficiostampa@studioesterdileo.it

From Galileo to Mars
Renaissance of the ArtSciences
Info: 39 055 – 28 99 48
info@saci-florence.edu
Firenze, Cinema Odeon
e Palazzo dei Cartelloni
Sabato 12 novembre 2016


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