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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Mambo!


Qui non si parla del celebre ballo d’origine cubana il cui padre è ritenuto Perez Prado e la sua profetessa Celia Cruz, ma di una delle più importanti Gallerie d’Arte Moderna italiana: la Gam che nel 2007 si chiamerà proprio così: Mambo: Museo d’Arte Moderna di Bologna.
Dodici mostre accompagneranno questa trasformazione che non è solo di nome ma anche d’ubicazione perché l’attuale Gam si trasferirà presso l’ex Forno del Pane, un edificio storico appositamente restaurato all'interno della Manifattura delle Arti, il nuovo polo culturale della città.
I traslochi terrorizzano tutti noi, ma non Gianfranco Maraniello e Andrea Viliani che hanno colto l'occasione per ridisegnare attraverso 12 mostre 12 il progetto e la stessa identità d’oggi di un museo pubblico d’arte moderna.
Il ciclo espositivo è intitolato: Coming Soon MAMbo: + Museo – Mostre.
Si è cominciato con tre personali di Building Transmissions (Nico Dockx, Kris Delacourt, Peter Verwimp), Paolo Chiasera (Bologna 1978) e Ryan Gander (Chester, 1976).
Il collettivo belga Building Transmissions, con “Hyperlink” ha realizzato nell’ingresso del museo una sound-area. Come accade del resto in ogni edificio, l’ingresso è l’area più affollata del museo stesso, corredata, per questa ragione, da una vasta serie di servizi di informazione, accoglienza e di orientamento al pubblico. Il gruppo Building Transmissions svuota il luogo dei suoi servizi fondamentali, caricando di un’inedita tensione il primo colpo d’occhio, il primo sguardo di ogni visitatore, estraniandolo attraverso la percezione di “qualcosa di diverso”. L’installazione sonora che Building Transmissions ha immaginato per questo spazio è un archivio di suoni urbani fatto di flussi ci comunicazione, musiche, dati, macerie acustiche metropolitane.
Paolo Chiasera, il cui lavoro è incentrato sulle varie declinazioni del mito contemporaneo come ossessione privata e collettiva, presenta “Cornelius” che è il secondo capitolo della trilogia video da lui dedicata a tre grandi artisti del passato: Vincent van Gogh, Cornelius Escher, Pieter Brueghel.
Ryan Gander crea opere spesso invisibili, come annunci anonimi su un quotidiano, o ambienti che si confondono nel contesto architettonico in cui vengono realizzati. Opere che creano narrazioni sfuggenti, danno la sensazione che lo spazio sia abitato da personaggi o attraversato da storie ancora da cogliere.
Il suo “Nine Projects for the Pavilion de l’Esprit Nouveau” è un intervento che agisce all’interno, e nei dintorni, di quell’ibrido storico e culturale che è il padiglione de l’Esprit Nouveau di Bologna, partendo dalla ricostruzione linguistica di questo edificio, progettato da Le Corbusier quale simbolo delle utopie del funzionanalismo modernista.
Per i redattori della carta stampata, delle radiotv, del web c’è l’Ufficio Stampa guidato da Simona Di Giovannantonio (anche eventualmente per ballare con lei un Mambo): 051 – 50 28 59, UfficiostampaGAM@comune.bologna.it

Coming Soon MAMbo: + Museo – Mostre
Galleria d’Arte Moderna di Bologna
Fino al 14 maggio


Un dispiacere per il Papa


Dispiacerà a Ratzinger, Buttiglione e baciapile, ma dal 1960 ad oggi Perché non sono cristiano è arrivato alla decima edizione italiana.
Il saggio best seller di Bertrand Russell è ora riproposto, infatti, da Longanesi nella traduzione di Tina Buratti Cantarelli, con un intervento di Paul Edwards e un’illuminante introduzione di Piergiorgio Odifreddi.
Ricordo ai più distratti che l’inglese Bertrand Arthur William Russell (1872 – 1970) è stato filosofo, matematico e premio Nobel per la letteratura nel 1950. Oltre alla matematica, coltivò interessi per le scienze umane e per la storia della civiltà, e fu anche protagonista del movimento pacifista contro i pericoli della guerra fredda e dell’olocausto nucleare. Tra le sue opere, “La saggezza dell’Occidente”, “Principia Matematica”, “Storia della filosofia occidentale”, “Saggi scettici”, “Autorità e individuo”.
Più estese note su di lui su Wikipedia.
Per chi l’avesse già fatto è un’opera da rileggere, per chi non l’avesse letta è da conoscere. Perché quei saggi, scritti tra il 1925 e il 1954 raccolti sotto il titolo originale Why I Am not a Christian, sono una pietra miliare del pensiero filosofico del XX secolo e non hanno perso d’attualità, anzi (purtroppo, per certi versi) sono attualissimi per via del ritorno oscurantista di tante pseudo idee rilanciate, anche degli atei devoti, del nostro tempo.
Scrive Piergiorgio Odifreddi nell’introduzione: Quanto alla giustificazione del titolo del libro, Russell la dice apertamente, senza nascondersi, dichiarando fin dalla Prefazione: “penso che tutte le grandi religioni del mondo siano, a un tempo, false e dannose. In primo luogo, non credo in Dio e nell´immortalità; e in secondo luogo, Cristo, per me, non è stato altro che un uomo eccezionale”. Anzi, a pensarci bene, più un personaggio letterario che un uomo, visto che in fondo “storicamente non si sa nulla di lui, e si arriva anche a dubitare della sua esistenza”. E neppure così eccezionale, visto che molte frasi dei Vangeli “hanno recato paura e terrore all´umanità, e non mi sento di riconoscere un´eccezionale bontà in chi le pronunciò”.
Del cristianesimo organizzato, poi, Russell pensa ancora peggio, e cioè che “è stato ed è tuttora il più grande nemico del progresso morale del mondo”, e che “in ogni tempo si è manifestata una ferma opposizione da parte della Chiesa contro ogni forma di progresso in campo morale e umanitario”. Affermazioni certo difficili da digerire per i credenti, ma altrettanto difficili da controbattere per chi ricorda da un lato le inopportune chiusure del Vaticano nei confronti delle maggiori innovazioni scientifiche, dall´eliocentrismo all´evoluzionismo alle biotecnologie, e dall´altro gli opportunistici concordati stipulati dalla Santa Sede con Mussolini nel 1929, Hitler nel 1933, Salazar nel 1940 e Franco nel 1953 (dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei).

Ecco un libro necessario. Spero che un giorno sia necessario soltanto per rintracciare il pensiero di un uomo che si battè contro ogni pensiero unico, dal cristianesimo al fascismo al comunismo. Ma fino a quel giorno (ahimè, ancora lontano) quel libro resta una necessaria bussola per navigare nei nostri giorni, un libro da leggere, da avere assolutamente sui nostri scaffali accanto ai grandi classici.

Bertrand Russell
“Perché non sono cristiano”
Traduzione di Tina Buratti Cantarelli
Prefazione di Piergiorgio Odifreddi
Pagine 221, euro 14:60
Editore Longanesi


Le reti di Dedalus


E’ sul web il primo numero della nuova rivista online del Sindacato Scrittori presieduto da Mario Lunetta.
Titolo della testata: Le reti di Dedalus.
Direttore responsabile della pubblicazione in Rete: Marco Palladini, in redazione: Tiziana Colusso, Massimo Giannotta, Alberto Scarponi, Massimo Vecchi, Martina Velocci.
Accanto a due special dedicati a Bianciardi e Pasolini, si trovano recensioni, anticipazioni, interviste, note d’attualità, informazioni su lavori in corso.
La rivista si mostra attenta fin dal suo nascere non solo ai campi letterari ma anche ad altre aree espressive: musica, teatro, e presto arti visive, dimostrando così che svolgerà un lavoro che tiene conto della lezione dell’interlinguaggio, dell’ibridazione dei codici.
Ecco un avvenimento da salutare con piacere, cosa questa che qui faccio augurando alla testata il successo che merita.
Per leggere, cliccare su: Le reti di Dedalus.


Enigmografia


Uno dei centri più importanti in Italia di ludolinguistica è la Bei (Biblioteca Enigmistica Italiana “G. Panini”) di Modena.
Maestro non criptato delle operazioni che da lì partono (convegni, premi, pubblicazioni) è Giuseppe Riva, per gli amici (e anche per i nemici, se ne ha): Pippo.
Da Bei a Beone il passo, malcerto per alcol, è suppergiù breve.
Beone 2006 è la più recente versione del Cd-Rom che raccoglie una notevole quantità di documenti e di programmi dedicati al mondo dell'enigmistica.
Dopo quella prodotta nel 2002, è ora disponibile questa seconda versione, ampliata e aggiornata, chi desidera prendere visione dell’indice completo può cliccare QUI.
E per averlo tra le proprie mura domestiche (un Beone in casa è un allegro amico) basta richiederlo indirizzando a giuseppe.riva@tiscali.it
Non siate avari, in altre parole non inviate meno di 10 euro.
La cosa li vale.


Si fa per dire


La mia posta è afflitta spessissimo da libri di narrativa per via di questo Cosmotaxi che guido. Mi occupo di loro solo raramente. Perché condivido quanto Manganelli ebbe a dire: "Basta che un libro sia un romanzo per assumere un connotato losco".
Perciò mai perdonerò all’ottimo amico Baraghini d’avere impresso anni fa, a mia insaputa, la scritta ‘romanzo’ su di un mio libro che, pur narrativo, proprio il romanzo maltrattava.
Grande gioia mi ha dato, quindi, ricevere un libro straordinario scritto da Alberto Scarponi che, lo avrete capito dall’incipit di questa nota, romanzo non è.
Il titolo: Si fa per dire, Fermenti Editrice.
In Rete troverete alcuni video sulla presentazione curata da Paolo Chiarini, Giulio Ferroni e Giorgio Patrizi della cui prefazione s’avvale il volume; per vederli cliccate QUI.
Le pagine sono strutturate per lemmi: da Affari a Figli, da Innamoramento a Moda, da Progresso a Ricordi, da Sesso a Vino a molti altri argomenti, e trascorrono in una serie di riflessioni in forma di racconto sul nostro tempo, i suoi tic, i suoi lapsus; tempo febbrile e sfinito visto con una scrittura corsiva e corsara che in modo abrasivo illumina più angoli di mondo, producendo plurali epifanie.
Scarponi, costruisce con lucentezza una ricognizione mercuriale, al modo di un ingegnere di Babele che mi ha ricordato quanto dice Bufalino di quell’architetto: <… il suo era in un certo modo un progetto edilizio. Un’impresa mirabolante, un’epitome certosinesca di incipit e desinit memorabili, un panopticon e bric-à-brac e scrapbook e merzelbild e digest e miniera e mosaico e summa di motti, epigrafi, lampi, moralità, greguerias, agudezas, obiter dicta, disparates, poisons, fusées, mots-sésame, versi d’oro, foglietti della Sibilla…>.
Ad Alberto Scarponi ho chiesto: esiste un lettore ideale cui è rivolto il tuo libro?
Così mi ha risposto.
Questo è un libro rivolto al lettore, per così dire, totale ovvero, che è la stessa cosa, al lettore aperto. I generi letterari (giallo, noir, rosa, avventuroso, gotico, di formazione, di famiglia, storico, eccetera) pattuiscono con il lettore una disponibilità definita, fuori dai cui confini sta l'errore, un errore tecnico che si fa difetto di scrittura o di intelligenza. Ma è un patto offerto da qualsiasi narrazione, anche la meno inquadrata, la quale infatti sceglie sempre un taglio concreto di discorso. Se non lo fa, la critica è che quel testo non dice nulla. La premessa è che nella realtà infinita ci si perde e magari la si sceglie apposta per evadere dai problemi, che notoriamente sono precisi nei loro termini. Qui la scommessa è che l'infinità del reale sia invece dicibile, ma solo come metodo: il patto con il lettore è che si deconcentri, che si apra alla possibilità sterminata del reale e ci corra da sé la sua avventura; nel libro trova qualche esempio, qualche frammento del romanzo che, per essere scritto tutto, avrebbe bisogno di tutti i lettori possibili, passati, presenti e futuri. Il singolo lettore ideale per entrare in sintonia con questo libro deve essere leggero (e critico).

Alberto Scarponi
“Si fa per dire”
151 pagine, 12:00 euro
Fermenti Editrice


Algide passioni


In uno dei rari momenti in cui Lacan si fa capire, dice: “L’amore è dare qualcosa che non si ha a qualcuno che non lo vuole”.
Ho pensato a quell’aforisma dopo aver letto Guardami (una grafica forse volutamente ambigua - impressa su di una copertina che riporta un’opera di Adriana Merola - non permette di capire se quel Sto ballando per te che segue è un sottotitolo), debutto narrativo di Erika Rigamonti.
Nata a Parma 34 anni fa, dopo la laurea in giurisprudenza si è trasferita a Milano dove ha intrapreso l’attività di buyer. Per saperne di più, cliccate con fiducia sul sito web dell’autrice.
Il volume è pubblicato da Azimut di cui vi parlai qui in una precedente nota.
Il libro narra la storia di un amour fou senza fou e che è pure fou senz’amour.
La protagonista attraversa notti frenetiche fra locali fumosi e incontri casuali e a differenza delle eroine da romanzo dell’800 che in ogni momento si passano nuvolette di pizzo sotto il nasino, qui il nasino tira su strisce trovando agitato conforto in Madame Blanche. Più cresce il chiasso intorno a lei più aumenta il silenzio dentro di lei, più s’infittiscono le compagnie più cresce la solitudine, perché questo è essenzialmente un libro sulla solitudine. Non pensiate, dopo quanto avete letto nelle precedenti righe… righe? ops! questa potevo risparmiarmela viste certe scene della storia!... ad una melissata, per niente. Perché qui c’è un sentimento della vita, tanto pudico per quanto è impudica la vita narrata.
Né la storia è inficiata da Posh Porn alla Tracy Quan, Chelsea Handler, Tamara Berger & Company, tanto per intenderci. No, procede con ritmi cinematografici ad una ricognizione su un io smarrito tecnicamente avvalendosi di molti dialoghi.
A Erika Rigamonti, ho chiesto di parlarmi di questo suo lavoro e delle scelte stilistiche operate.
Così mi ha risposto
"Guardami" è il mio primo romanzo. La mia prima volta. Come tutte le prime volte è una grande emozione. Ho iniziato a scriverlo per caso, come faccio sempre. Arriva un pensiero e cerco di trasformarlo in parole. Volevo parlare di donne. Volevo soprattutto poter scrivere di sesso senza essere pruriginosa, volevo scrivere di coca senza falsa morale, di solitudine senza cadere in un pietismo sdolcinato.
Raccontare la storia di una donna di trent'anni, single. Ho cercato di catapultare il lettore nell'ossesione di Anna, nella sua vita, in un preciso momento della sua vita. Anna.
Anna ed il suo desiderio . Anna ed il suo corpo, Anna ed il sesso. Desiderare qualcuno e volerlo a tutti i costi. Desiderio di carne.
Partire dalla corpo per arrivare all'anima.
Le emozioni, la solitudine, l'amicizia, gli sbagli, cadere e cadere, il tentare di cambiare la propria vita, mettersi in discussione, tentare, cadere e ancora sbagliare. Senza soluzioni definitive.
Poi oltre la storia c'è il modo di raccontare. Non credo che esistano razionali scelte stilistiche. Piuttosto c'è il tentativo di utilizzo della parola secondo una sensibilità individuale. Io credo nell'essenzialità. Eliminare il superfluo. In " Guardami " desideravo che il lettore venisse travolto, incalzato, portato dal corpo all'anima come in una spirale. Senza fermarsi, senza prendere fiato. Se ci sono riuscita non sta a me dirlo. Volevo, per esempio, che la sensazione dello sballo di coca potesse diventare ritmo. Parola. Spezzata.
In fondo scrivere è come librarsi in volo
.

Erika Rigamonti
“Guardami”
Pagine 155, euro 12:00
Azimut Libri


Buon compleanno Darwin!


Annuncio vobis magno cum gaudio: habemus L’Ateo.
E’ uscito, infatti, un nuovo numero del bimestrale dell’Uaar diretto da Maria Turchetto che nel suo editoriale – una coppa di gelato al veleno - informa largamente su come sono andate le cose quest’anno nel Darwin Day e sono andate benissimo perché il 12 febbraio ha visto moltiplicarsi in tutte le città italiane celebrazioni della data.
Il numero in diffusione presenta anche una ricca bibliografia ragionata – n’è autore Paolo Coccia - di testi sull’evoluzionismo, riflessioni in tema di medicina darwiniana di Sergio Ghione, e un prezioso estratto dagli Atti del XII Convegno del Gruppo italiano di Biologia Evoluzionistica che riporta un intervento di Giulio Barsanti.
Assai interessante è anche un’intervista di Vera Pegna a Michel Onfray autore di un volume pubblicato di recente da Fazi “Trattato di ateologia”, e una riflessione di Lidia Menapace sul profilo politico di Ratzinger.
L'Ateo è una pubblicazione che consiglio non solo a quanti (e, per fortuna, non siamo pochi) combattono i fondamentalismi, ma segnatamente a quanti lavorano nei mass media perché da quelle pagine s’attingono informazioni su studi e pubblicazioni, ma anche notizie e curiosità che mai appaiono sulla stampa quotidiana e periodica più frequentata.
L’abbonamento annuale costa 15 euro.
Per sottoscriverlo: 055 – 71 11 56


L'angelo non è necessario


Oggi vi segnalo un piccolo grande libro.
Piccolo per dimensioni, grande per il pensiero che contiene.
N’è autore Carlo Augusto Viano, il titolo:Laici in ginocchio, Editori Laterza.
Carlo Augusto Viano ha insegnato Storia della filosofia nelle Università di Milano, Cagliari e Torino.
E’ stato membro del Comitato nazionale di Bioetica, fa parte del Comitato direttivo della “Rivista di Filosofia”, dell’Accademia europea e dell’Accademia delle Scienze di Torino.
Per Laterza è autore di “Locke” (1997), “Etica pubblica” (2002) e curatore – con Pietro Rossi – dell’opera in sei volumi “Storia della filosofia (1993-1999).
Tra le sue più recenti pubblicazioni: “Le imposture degli antichi e i miracoli dei moderni” (Einaudi, 2005).
Laici in ginocchio è un libro necessario oggi e lo sarà anche quando in futuro si vorrà capire qual è stato il tracciato storico, filosofico e politico del confronto tra pensiero laico e confessionale in Italia in questi anni. Un confronto che, forse, non va definito tale perché, come brillantemente dimostra Carlo Augusto Viano, stiamo assistendo da una parte alla crescente aggressività del pensiero cattolico e dall’altra ad un progressivo arretramento del pensiero laico. E questo non perché i principii che lo sostengono siano entrati in crisi, ma perché coloro che dovrebbero dargli voce si sono ammutoliti nella prospettiva di accordi politici con il Vaticano, accordi che ogni giorno di più si dimostrano impossibili finendo soltanto col concedere nuovi vantaggi ai marpioni d’oltretevere.
Carlo Augusto Viano, con uno stile letterario secco e luminoso, degno della grande tradizione del pamphlet, non risparmia nessuno nella sua impietosa analisi: intellettuali, politici, operatori dei mass media.
Cadono così una ad una ipotesi e vaghezze su angeli necessari e il loro debole pensiero.
Laici in ginocchio è un libro importante, che non si preoccupa di piacere, che non teme di farsi nemici, un’opera rara ai nostri giorni.
Un libro che, infine, mi ha fatto pensare a quel famoso aforisma di Schopenhauer: “Le religioni sono come le lucciole: per brillare hanno bisogno del buio”.

Carlo Augusto Viano
“Laici in ginocchio”
128 pagine, 10:00 euro
Editori Laterza


Una liturgia elettronica


Tra le novità proposte in libreria dalla Casa Editrice Meltemi ce n’è una che risulta di particolare attualità ed è un libro che è destinato a restare attuale per molto tempo.
Perché mai? Perché è un volume che riflette su come il mondo conosciuto attraverso la verosimiglianza dello schermo tv mini alla base il concetto di esperienza.
Lo firma Francesco Monico, critico dei media, cattedra in Teoria e Metodo dei Mass Media alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano.
Il titolo del libro: Il dramma televisivo. L’autore e l’estetica del mezzo.
Ho chiesto all’autore: qual è il meccanismo psicosociale che fa apparire vero in tv ciò che, invece, è soltanto verosimile, e talvolta neppure è tale?
Francesco Monico così mi ha risposto.
L'uomo in quanto specie sociale è continuamente impegnato a ricercare nel gruppo i segnali, le convenzioni, di appartenenza ad esso. E' l'essenza stessa della comunicazione, termine che deriva dal latino “comunicare”, ovvero rendere comune e ordinare e che rivela come il meccanismo alla base della definizione di una realtà da parte dell'uomo, sia la creazione di un mondo condiviso attraverso la 'resa comune'.
L'uomo nell'antichità ha usato prima la liturgia, ovvero la ripetizione
di un'azione per ricreare una cultura sacra, inizialmente in un mondo
orale e mitico, con la rivoluzione alfabetica greca ha inventato il teatro, spostando la liturgia verso una dimensione maggiormente critica attraverso la prassi della visione, theorein, un'azione visiva e mentale per ricreare una cultura razionale.
Oggi attraverso i media elettrici ed elettronici sta ricreando una seconda liturgia elettronica.
Quello che fa apparire vero il verosimile è la quantità di soggetti disposti a crederlo vero.
Oltre una soglia critica, che è un rapporto tra il numero totale
raggiunto da una precisa identità comunicativa e il numero di coloro che supportano tale verità, avviene il passaggio tra il verosimile e il 'vero'.
In poche e semplici parole la televisione si pone per definizione come medium sociale per il numero, sempre elevato, che riesce a raggiungere nelle sue trasmissioni, ovvio che parliamo di canali tv nazionali e di programmi di un certo successo.
Insomma possiamo dire che il meccanismo psicosociale alla base è un meccanismo mimetico
.

Francesco Monico
“Il dramma televisivo. L’autore e l’estetica del mezzo”
264 pagine, euro 20:50
Meltemi Editore


Il potere di Don Giovanni


Sì, state per apprendere di uno scoop.
Conosco il nome dell’ultima (o più recente, fate voi) amante di Don Giovanni.
E’ un’italiana, non vive in Algeri, né fa parte di quel folto gruppo (640!) di nostre connazionali prede di don Juan.
No, perché è una donna speciale.
Si chiama Loredana Lipperini, giornalista, scrittrice, autrice radiotelevisiva, una delle poche voci alte della nostra critica letteraria contemporanea, conduttrice di un cliccatissimo blog di lipperatura.
Collabora con le pagine culturali de “la Repubblica” e de “Il Venerdì”. Ha pubblicato “Generazione Pokémon” (Castelvecchi, 2000), “La notte dei blogger” (Einaudi Stile Libero, 2004).
Ma la Nostra non è soltanto una delle più acute osservatrici (su carta, sul web, sulle onde dell’etere) dell’ibridazione dei generi culturali (non solo letterari, quindi), ma anche una raffinata musicologa di cui già abbiamo “Invito all’ascolto di Bach” (Mursia, 1984), “Introduzione al Don Giovanni” (Editori Riuniti, 1987), “Mozart in rock” (Sansoni, 1990).
Con lei tempo fa provai le vertigini di un viaggio spaziale.
Oggi, a testimonianza della passione che ha legato Don Giovanni a Loredana e questa a quello, ecco in libreria un libro di Castelvecchi – Don Giovanni: il potere della seduzione, la musica, il mito – in cui la scrittrice spiattella tutto quanto di quella storia, nata, come scrive nell’introduzione, nel 1986.
Parte dalla domanda “Perché ‘Don Giovanni’ di Mozart?” e comincia rispondendo: “Perché è il mito dei miti, naturalmente: ovvero, in parole poverissime, perché costituisce la duplice vetta dell’Opera musicale e dell’evoluzione di un personaggio-cardine della modernità”, per poi esplorare, con la sua grazia di scrittura che già in tanti conosciamo, del mito di Don Giovanni e del suo viaggio musicale ogni più remota ascendenza, ogni più riposto suono.
A Loredana Lipperini, ho proposto una vecchia questione: Don Giovanni è un seduttore o è un sedotto?
Così mi ha risposto.
Naturalmente un seduttore. Per come la vedo io, o meglio, per come ritengo che la veda Mozart, Don Giovanni, poi, non seduce: ama. La sua filosofia è tutta nel recitativo che apre il secondo atto dell’opera: “Chi a una sola è fedele, verso l’altre è crudele”. Certo, ama per il tempo di un duettino, o poco più: ma riesce comunque a lasciare qualcosa di sé all’amata. Musicalmente, tutte le donne che hanno avuto a che fare con lui ne riportano l’abilità incantatoria (Zerlina), il coraggio (Elvira) o, semplicemente, lo rimpiangono (Anna). Il vero seduttore è colui che pianifica con raziocinio la propria conquista: dunque, tutti i gelidi libertini settecenteschi, o alcune interpretazioni teatrali del Nostro (quella di Moliere, per esempio). O, ancora, è colui che provoca la rovina della propria vittima: Faust seduce una sola donna, ma l’anima di quell’unica prescelta viene persa per sempre.

Loredana Lipperini
“Don Giovanni”
Pagine 296, euro 16:00
Castelvecchi


Tra i vulcani del Virunga


Ma dove si trovano questi vulcani?... Nel Congo. Risposta esatta.
Avete vinto un gorilla. Infatti, vivono lì. E’ un premio un po’ ingombrante, ma vedrete che presto vi ci abituerete e la convivenza vi darà tante soddisfazioni.
Proseguendo nelle sue attente pubblicazioni scientifiche destinate ai ragazi, l’Editoriale Scienza guidata da Sabina Stavro, manda in libreria La mia vita tra i gorilla firmato da Vichi De Marchi. Quest’autrice è nata a Venezia e vive da anni a Roma. È giornalista professionista, ha lavorato per molti settimanali e quotidiani, tra cui l’Unità, ed è autrice di programmi televisivi. Ha ideato e diretto “Atinù”, settimanale d’informazione per bambini, e collabora al canale satellitare Raisat Ragazzi. Tra le sue passioni ci sono le parole crociate, i gatti e i mercatini. Da qualche anno lavora anche – come giornalista - per l’agenzia delle Nazioni Unite, Programma Alimentare Mondiale (PAM), che porta gli aiuti alimentari di emergenza in tutti i paesi più poveri del mondo.
Ha scritto “Per saperne di più”, un saggio sulla divulgazione per ragazzi e dei romanzi storici “Le arance di Michele” sull’emigrazione italiana all’inizio del ‘900 e “Fratelli Briganti”, entrambi editi da Mondadori.
In questo La mia vita tra i gorilla, che s’avvale delle illustrazioni di Cinzia Ghigliano, si parla di Dian Fossey e dei gorilla di montagna: un racconto intenso, ispirato, battagliero, come fu la vita di quella coraggiosa scienziata che, con la sua testimonianza e i suoi studi, ha contribuito a salvarli dall'estinzione.
Un libro che appassionerà i ragazzi come già la Fossey ha affascinato gli adulti che ne conoscono il profilo scientifico.
Il volume contiene approfondimenti sulla vita dei gorilla di Sara Capogrossi e l'intervista di Syilvie Coyaud a Elisabetta Visalberghi, la più autorevole primatologa italiana.
Ecco un’idea per un buon regalo a ragazzi tra i dieci e i dodici anni.

Vichi De Marchi
“La mia vita tra i gorilla”
Pagine 96, euro 13:90
Editoriale Scienza


Ti ricordi Cernobyl?


Il dibattito sulle centrali nucleari è sempre molto intenso nei parlamenti e su tutti i media nel mondo.
Ma, aldilà di ogni posizione al riguardo, un dato di fatto è ineccepibile: qualunque decisione ogni paese vorrà assumere al riguardo, dovrà per prima cosa – se adotta il nucleare – studiare e realizzare misure di sicurezza diverse da quelle finora prese.
Cernobyl ne è una tragica testimonianza di questa necessità.
Un necessario libro sul problema esce in libreria in questi giorni: Ti ricordi Cernobyl? per le Infinito Edizioni.
Vent’anni fa, nella notte del 26 aprile 1986, un incidente alla centrale nucleare di Cernobyl causò uno dei peggiori disastri della storia civile contemporanea. Il fall-out radioattivo interessò oltre 150.000 chilometri quadrati di territorio tra Bielorussia, Ucraina e Russia e coinvolse più di sei milioni di persone. In molte regioni, soprattutto in Bielorussia, la popolazione vive ancora oggi a livelli di radioattività esorbitanti.
La centrale di Cernobyl ha cessato la sua attività nel dicembre 2000. Ma ancora non è stato realizzato nessun intervento di messa in sicurezza e il sarcofago che copre i resti del reattore presenta gravi segni di cedimento.
Questo libro, attraverso racconti di storie vissute, pone l’accento sulla necessità di mantenere vivo il ricordo di una tragedia che è ancora quotidianità per tante persone – a cominciare dai bambini, tra le principali vittime - e indica una strada diversa per il futuro dell’energia.
La curatrice del libro – prefazione di Roberto Della Seta – è Lucia Venturi. Biologa, dal 1986 fa parte di Legambiente. Dal 1992 è responsabile scientifico nazionale dell’associazione e coordina i programmi delle campagne di analisi e informazione sull’inquinamento (Goletta Verde, Treno Verde, Operazione Fiumi) e le altre iniziative nazionali sui temi dei rifiuti, delle acque, dell’inquinamento atmosferico, del rapporto tra ambiente e salute e della lotta all’inquinamento in generale.
Nel volume, contributi di: Sergio Zavoli, Ermete Realacci, Gianni Mattioli, Massimo Scalia, Paolo Gentiloni, Roberto Rebecchi, Peppe Ruggiero, Massimo Tosti Balducci, Paolo Diciotti, Angelo Gentili, Simonetta Grechi, Pierluigi Senatore, Stefano Generali, Stefano Ciafani, Edoardo Zanchini, Massimo Serafini, Herman Scheer.

A cura di Lucia Venturi
“Ti ricordi Cernobyl?”
Pagine 160, euro 10:00
Infinito Edizioni


Una signora in giallo e nero


Da anni, in Italia, la letteratura gialla e noir (che alcuni daltonici scambiano per lo stesso colore letterario mentre sono tinte assai diverse fra loro) ha un suo punto di riferimento in Tecla Dozio.
Molta parte del successo che quei generi hanno avuto presso di noi nei più recenti anni, va dato a questa donna che è nota a scrittori e studiosi non solo italiani. Tanti di loro, famosi e meno famosi (che poi famosi lo sono diventati e altri che, forse, lo diventeranno), hanno attraversato la La Sherlockiana, Libreria del Giallo per antonomasia, che, resistendo pure a vari tentativi di sfratto da parte della Giunta Albertini, continua ad aprire i suoi battenti a Milano a Via Peschiera 1, telefono: 02 – 34 53 50 73.
La Libreria, oltre a presentare novità e anteprime, è attrezzata dal 1985 anche con un magazzino dell’usato che ha in un ricco catalogo consultabile in Rete rari e ghiotti reperti di volumi gialli, horror, fantasy, fantascienza, pubblicazioni di cinema, e saggistica specializzata.
Per affiancare e sostenere la Libreria del Giallo, Tecla Dozio con Carlo Lucarelli, Marcello Fois, Carlo Oliva e altri scrittori ha fondato nel febbraio 2004 l'Associazione Culturale Giallo & Co. che studia e promuove quelle letterature.
Ma l’attività della signora in giallo non s’esaurisce con la promozione e la vendita di storie, ma s’estende all’editoria. La troviamo, infatti, a dirigere la collana Impronte della Casa Editrice Todaro, pagine nelle quali brillano lame assassine e lampi fatali di revolver.
Ho chiesto a Tecla Dozio di tracciare un rapido ritratto di questa collana che dirige.
La collana “Impronte”, della Todaro Editore, vuole promuovere e sostenere autori italiani di giallo/noir, soprattutto esordienti. La condizione indispensabile, è l’ambientazione italiana. Dopo la lettura dei testi, per quelli accettati, inizia un lavoro comune (editor e autore) di revisione ed editing. Mentre sono abbastanza lunghi i tempi per la lettura dei dattiloscritti, è piuttosto rapida la pubblicazione. Da un numero iniziale di 4 romanzi all’anno, è nostra intenzione di arrivare a 8/10.
Moltissimi sono gli autori che abbiamo proposto, alcuni con più romanzi: Roberto Valentini con tre titoli; Massimo Marcotullio del quale uscirà fra breve il secondo libro; e ancora con due titoli a testa: Ugo Mazzotta, Antonio Zaberletti, Fabrizio Canciani.
Poche le donne, ma non per scelta: Luisa Gasparri con lo straordinario “L’istinto innaturale”, Luciana Scepi con il ‘classico’ “La morte viene dal mare” e Barbara Garlaschelli che ha voluto ripubblicare con noi il suo primo libro “O ridere o morire”, una raccolta di racconti nerissimi e umoristici che è uscito, pochi mesi fa, rivisto e molto arricchito
.

“Impronte”
Collana diretta da Tecla Dozio
Editore Todaro


Uscite di scena


Anche nei commenti alle recenti elezioni, grande rilievo è stato dato da molti opinionisti all’influenza sul voto avuto dai ceti medi.
Ceti medi: questa definizione economico-sociale di una vasta umanità che accanto a cultura d’impresa e presenza politica negli ultimi 200 anni ha anche prodotto non poca opacità culturale, è, però, da qualche tempo entrata in crisi.
Il ceto medio sta per uscire di scena?
Dopo essere stato per oltre due secoli l’elemento fondante della società occidentale, esaurite le ragioni economiche, politiche e sociali che l’avevano fatto emergere, questa classe non riesce più a adattarsi ai cambiamenti imposti dalla globalizzazione.
E’ questa, in estrema sintesi, la tesi di un libro di recente pubblicato da Einaudi: La fine del ceto medio.
Ne sono autori: Massimo Gaggi e Edoardo Narduzzi
Massimo Gaggi , è inviato del «Corriere della Sera» con base a New York, ha dedicato le sue analisi più recenti all'evoluzione dei sistemi socio-economici e alle conseguenze politiche della globalizzazione.
Edoardo Narduzzi, manager e imprenditore dell'hi-tech, studia da anni gli effetti sociali ed economici dell'innovazione. Ha pubblicato “La rivolta liberale” (con L. Scheggi Merlini, Sperling & Kupfer, Milano 1994), “Il malessere fiscale” (con A. Fantozzi, Laterza, Roma-Bari 1996), “Il mercato globale” (con A. Fantozzi, Mondadori, Milano 1997), “American Internet e Sesto Potere” (Rubbettino, Soveria Mannelli, rispettivamente 2002 e 2004). Si è specializzato negli Stati Uniti e nel Regno Unito.
Proprio a Edoardo Narduzzi ho chiesto: qual è l'idea cardine che dovrebbe trovare la politica dell'Unione Europea per governare una società in cui non ci sono più i ceti medi?
Così ha risposto.
La politica dei paese europei deve innanzi tutto prendere atto che una politica senza ceti medi significa ripensare l'organizzazione della più importante struttura realizzata nel secolo scorso: il welfare state.
Ciò non significa far sparire o stravolgere l'offerta dei servizi alle persone ma più realisticamente prendere atto che il soggetto sociale che si era fatto carico, anche per ragioni politiche perché serviva a contenere la spinta rivoluzionaria del proletariato, del maggior onere del finanziamento del ‘welfare state’ sta gradualmente perdendo la disponibilità e, forse, anche la volontà di finanziare con una elevata pressione fiscale il costo dello stato del benessere.
Una società post ceto medio, poi, significa produrre una agenda politica capace di dare risposte ad una dimensione collettiva nomadica, post-ideologica, flessibile, opportunista e desiderosa di "consumare al meglio la propria vita". Le tradizionali ricette liberiste o socialiste non sono più sufficienti perché il concetto di giustizia sociale coincide sempre di più con possibilità di partecipazione e perché la semplice redistribuzione dei redditi non é più sufficiente ad incarnare l'equità sociale se poi i cittadini non hanno la possibilità di realizzare pienamente la propria voglia di innovazione. Significa, quindi, superare l'ingiustizia, nei fatti europea, dove, se fossero nati un Bill Gates o uno Steve Jobs nessuno gli avrebbe dato l'opportunità di "essere rivoluzionari" ma sarebbero stati "condannati" a insegnare matematica a mille euro al mese. Magari da precari
.

Massimo Gaggi
Edoardo Narduzzi
“La fine del ceto medio”
Pagine 142, euro 13:50
Edizioni Einaudi


Cin Cin a Volterra


Dall’ottobre scorso questo webmagazine, nella Sezione Enterprise s’avvale del sostegno dei consigli alcolici di Enrico Buselli che da anni guida il Web and Wine di Volterra.
Ora a lui si è associato Federico Frosali e insieme hanno restaurato il locale (domani sera l’inaugurazione), finora prevalentemente wine bar, aumentandone il volume a tre sale e attrezzandolo con circa 50 coperti, con un menu che promette delizie di territorio, con una carta dei vini che, già brillante, adesso propone un più ampio numero di etichette con grande attenzione anche ai prodotti autoctoni toscani e d’altre regioni.
Il centralissimo Web and Wine continuerà (fin dal mattino per le colazioni e, poi, per gli aperitivi) a godere dell’assistenza al banco e ai tavoli di Annalisa e Roberta, impareggiabili per cortesia e competenza.
La Guida de L’Espresso, nell’edizione 2006 non riporta segnalazioni di ristoranti (un tempo presenti in quelle pagine) a Volterra e, quindi, ancora più impegnativa e affascinante è la sfida lanciata da Enrico e Federico.
Da parte mia, sono certo che i due non deluderanno le attese.
Cin Cin!

Web and Wine
Via Porta dell’Arco 11-19
Volterra
Per prenotare: 0588 - 81 531


Exit poll e aviaria


Sono preoccupato. Per i sondaggisti. Forse i loro exit poll (che per un intero pomeriggio La Russa ha chiamato "ex poll") li hanno intossicati con l’aviaria.
Li si soccorra!
E, soprattutto, teniamoci lontano da loro. Potrebbero infettarci.
Nella precedente nota messa in linea la sera di venerdì scorso mi auguravo che gli elettori cacciassero via a pedate, come meritavano (e meritano), il centrodestra.
Non è accaduto. Quelli lì hanno perso, ma di strettissima misura.
Non i programmi e le fantasiose promesse degli ex governanti, ma a metà del paese sta bene forse proprio il berlusconismo. Quel misto d’arroganza e cafonaggine, quel procedere furbastro, quel violare le leggi vantandosene, quel volere eludere le regole dalle più semplici della quotidianità alle più complesse dell’economia.
Che poi il furbo, talvolta, resti vittima della sua stessa furberia, è altro discorso che va a toccare anche l’irrazionalità dell’essere umano. Specie il meno evoluto.
In fondo, anche Tremaglia pensava d’essere un gran furbo.
E pure chi ha deciso d’arrestare proprio stamattina Provenzano.


Cacciamoli via!


Questa nota resterà in linea come top news fino a lunedì sera 10 aprile.
Non c’è bisogno d’aggiungere altro al titolo.
I perché sono stati espressi durante tutta la campagna elettorale.
E non già dai capi di partito del centrosinistra, ma da quelli del centrodestra che proprio con le loro esternazioni e comportamenti hanno illustrato meglio di noi perché meritano d’essere cacciati a pedate.
Forse per la prima volta in Italia non si vota a favore o contro un programma, oppure a favore o contro un’ideologia, ma si vota un vero e proprio referendum contro la malavita politica e anche contro la malavita senz’aggiunta d’aggettivi.
In alquanti, nel centrosinistra, non sono contenti di questo o quel punto, di questo o di quel personaggio.
Ancora poche ore e, poi, scazzottiamoci pure senza risparmio, ma per il momento l'imperativo, morale prima che politico, è uno soltanto: cacciamoli via!


Fronde d’alloro


Alla Facoltà di Architettura di Genova, Simona Pareschi, con il massimo dei voti, si è laureata a marzo con la tesi “Estetica e politica di Quadrante (1933-1936)”, che è stata discussa con relatore Marco Biraghi e correlatore Franco Stella.
Me ne occupo perché all’originalità del tema prescelto, s’accoppia il merito di non essere il solito lavoro compilatorio. Con gli strumenti della storiografia commentata, e non solo trascritta, viene fuori il ritratto di una tendenza espressiva, ma anche di un’epoca, quella del fascismo, con le sue ombre, i suoi equivoci, le sue velleità.
“Quadrante”, infatti, aveva lo scopo di creare, sul piano politico, uno scenario culturale razionalista. La rivista con i suoi sostenitori intervenne, talvolta in modo irruento, nei dibattiti centrali dell’architettura degli anni trenta.
Che cosa ha rappresentato nella storia intellettuale italiana la rivista “Quadrante”?
Quale rapporto lega i razionalisti al fascismo?
L’ho chiesto a Simona Pareschi che così mi ha risposto.
La rivista Quadrante, diretta da Pietro Maria Bardi e Massimo Bontempelli, ebbe una breve durata - solo tre anni - dal 1933 al 1936. Nata come “centro di ritrovo per un’intelligenza spregiudicata, avanzata, originale” e con lo scopo di creare “la tendenza nella tendenza” e un “fronte unico dell’estetica”, Quadrante auspicava la rivoluzione permanente e un “aggiornamento spirituale” - tanto auspicato quanto poco raggiungibile - che il fascismo pretendeva di accompagnare. Nel ridurre le forme a ‘tabula rasa’ i razionalisti credettero di poter diventare modello per l’arte fascista, ove l’immagine del Duce fosse icona di una improbabile “fede” politica. “Quadrante manca di gaiezza. Quadrante anela a essere d’acciaio. Non ci proponiamo di lusingare cuori teneri, ma di picchiare su teste dure”: programma deciso ma di certo poco lusinghiero.
L’architettura, nelle sue potenti qualità estetiche e sociali, intendeva stringere in sé, in un simbolico risultato che potesse essere valore permanente della storia, i temi della propaganda: un ideale di vita comune, moderna, fin troppo ordinata, e integralmente pianificata. L’ispirazione sociale che gli architetti di Quadrante videro nell’architettura razionale, ebbe poi a misurarsi con l’ipocrisia delle parole di Mussolini, il quale affermava la necessità di creare “un’arte nuova, un’arte dei nostri tempi, un’arte fascista”, ma che, in definitiva, non riuscì, come auspicava Bontempelli, a “edificare senza aggettivi, scrivere a pareti lisce”
.

Simona Pareschi
“Estetica e politica di Quadrante (1933-1936)”
Tesi di laurea


Museo della Pentola


Adoro i piccoli musei di cultura materiale e anche quelli che ricordano un solo avvenimento o una sola persona. Hanno un’aria confidenziale, discreta, la musica di un racconto familiare, e, spessissimo, sono ricchi di notizie che contestualizzano l’episodio o il personaggio cui sono dedicati aprendo finestre su altri saperi, e altre suggestioni.
Debbo a Paolo Marchi (che ritengo uno dei migliori critici enogastronomici in Italia) notizia di un Museo dove di sicuro mi recherò se passo dalle parti di Bergamo.
Che cosa mi ha detto Paolo Marchi nella sua ottima newsletter in Rete?
Mi ha fatto conoscere il Museo della Pentola.
In un recente numero della sua pubblicazione web, trattando, infatti, della bollente questione di manici, presine, e altri scottanti problemi, ha segnalato una buona novella, informando che la Società Agnelli ha lanciato la linea ‘Cool’ ovvero fredda. Questa azienda ha studiato, per le sue padelle professionali in alluminio (aderente e non), un manico antiscotto in acciaio che evita la diffusione del calore lungo l’impugnatura in misura del 283 per cento. Il segreto? Una guaina studiata dalla consorella Saps, che riveste manici e impugnature.
Insomma, stavolta il manico può essere impugnato a mani nude.
Ed è stato proprio visitando il sito della Saps che ho appreso di quel Museo della Pentola e, grazie a un minidocumentario ben fatto che sulla home si trova, ci s’aggira tra notizie e tratti scientifici che di padelle, recipienti e contenitori traccia una storia per niente rifritta e per nulla bollita.
A proposito di bolliti… di recente, un cavaliere con molte macchie e molta paura s’è messo a dire di bambini bolliti in Cina. Il suo dire è stato accolto dagli ascoltatori con quella benevola tolleranza che si riserva a chi, come lui, da tempo si sa che non sta troppo bene con la testa; i suoi familiari e amici hanno assicurato, però, che dopo il 10 aprile gli imporranno un lungo periodo di riposo affinché curi la sua malferma salute mentale. Ma, volendoci sbizzarrire in ipotesi fantahorror, come potevano essere bolliti i bambini senza che i cuochi (allora non disponevano dei prodigiosi ritrovati della Saps) si scottassero brandendo i manici dei pentoloni?
Da appurare, da appurare…

Museo della Pentola
Lallio (Bergamo)
Via Madonna


Teatro e carcere

E' in corso a Volterra, dove mi trovo, un interessante convegno.
L'ha promosso Armando Punzo che da anni guida la più significativa esperienza di teatro in carcere che sia stata mai realizzata con la sua celebre Compagnia della Fortezza con la quale ha realizzato famosi spettacoli e, ogni anno, proprio qui a Volterra, propone un Festival teatrale che vede presenti operatori provenienti da ogni parte del mondo.
Il convegno di questi giorni è sostenuto da molti sponsor e fra questi protagonista è la Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra e sono, infatti, i locali del suo Centro Studi ad ospitare il convegno stesso.
A Ivo Gabellieri, VicePresidente della Fondazione Cassa di Risparmio (è stato anche amatissimo sindaco della città per un decennio), ho chiesto i motivi dell'impegno della Fondazione. Così ha risposto.
La Fondazione è da tempo attenta a quanto nella cultura e nell'arte nasce e cresce sul territorio, lo riteniamo un dovere, ma anche un piacere. Circa poi il fenomeno del teatro in carcere è una particolare occasione d'impegno per sostenere un'esperienza che da venticinque anni è diventata un'esperienza pilota nel genere ammirata sia in Italia sia all'estero. E, inoltre, l'attività teatrale in carcere, aldilà della sua cifra artistica, riveste una grande importanza sociale che ci piace sostenere perché punta alla riabilitazione, alla prospettiva di un reinserimento nella società.

La prima giornata è stata illuminata da un'applaudita relazione tenuta da Alessandro Margara, che è stato Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze, tra gli estensori della Legge Gozzini, e oggi Presidente della Fondazione Michelucci.
Il suo discorso tecnico-giuridico è stato sapientemente intercalato da notazioni sociologiche e antropologiche nonché da saporosa annedotica.
A questo convegno partecipano operatori francesi, inglesi, tedeschi, svedesi.
Ad Armando Punzo passo la parola affinché spieghi le finalità di quest'incontro.
Avvertivamo la necessità di fare il punto sulle attività del teatro in carcere in Europa.
Confrontare le esperienze, misurare le difficoltà che ciascuno di noi incontra nei propri paesi. Nonostante l'Europa unita, ancora troppe sono le differenze tra le diverse legislazioni e spero che incontri come questo, con la documentazione che ne sortirà, possano contribuire a stimolarne un'armonizzazione. Per fare un solo esempio, mentre noi della Compagnia della Fortezza effettuiamo tournée in Italia – l'altro ieri, per dirne una eravamo al Valle di Roma – non ancora ci è possibile recarci in altri paesi europei. Né, ovviamente, possiamo accogliere compagnie di detenuti stranieri nel nostro paese
.
Tanti i problemi da affrontare e risolvere che sono stati prospettati. Dalla scelta degli spazi per il lavoro teatrale nei penitenziari alla scelta di chi voglia o possa partecipare agli spettacoli, dall'ingresso dei materiali nelle carceri (si pensi alle difficoltà, ad esempio, di fare entrare una pistola giocattolo che può servire in scena) all'ingresso del pubblico.
Il tutto, in Italia, in una situazione di sovraffollamento delle carceri che rende tutto più difficile e, in certi casi, arduo.
Sovraffollamento? Eppure mi sa che qualcuno che dovrebbe essere in cella manchi all'appello...
A tale notazione ha risposto simpaticamente Alessandro Margara dicendosi non meravigliato che ciò accada: “E' sempre così. Quando c'è sovraffollamnto delle carceri questo è dovuto anche a fatto che chi dovrebbe stare in galera non ci sta”.


Notizie portate da un buon vento


Meltemi è il nome di un vento forte, di un aliseo del Mediterraneo orientale.
A questo vento è ispirato il nome dell’omonima editrice Meltemi guidata sapientemente da Luisa Capelli.
E su quel vento m’arrivano le notizie delle novità editoriali da poco in libreria.
Sono tante. Ne scelgo alcune, le altre le trovate sul sito di Meltemi.
Comincio da Charles Larmore – nato nel 1950, professore di Filosofia e Scienze Politiche all’Università di Chicago – che ha scritto Pratiche dell'io.
Il libro pone una domanda tozza assai: qual è la natura del rapporto fondamentale che abbiamo con noi stessi e che fa di ognuno di noi un io? Verrebbe da dire: ah, saperlo, saperlo! Ebbene, Larmore ritiene che il rapporto con se stessi da cui l’io è definito non sia un rapporto di conoscenza immediata. Tale teoria ha importanti conseguenze etiche: “una vita autentica non è quella che rimane vincolata a delle scelte originarie ma quella che, aperta all’imprevedibilità dell’esperienza, è capace di tenere un giusto equilibrio tra le convinzioni di fondo e i cambiamenti imposti dalla vita stessa, scegliendo in ogni situazione particolare ciò che si è in grado di assumere praticamente come proprio”.
Facile a dirsi, più difficile da praticare, aggiungo io.
Ma la lettura offre spunti che vanno anche aldilà della pratica aprendo finestre su questioni assai vive nel dibattito filosofico contemporaneo, e molteplici suggestioni di riflessione sul nostro quotidiano.
Charles Larmore, “Pratiche dell'io”, 240 pagine, euro 19:50.

A cura di Rossella Bonito Oliva – insegna Filosofia Morale presso l’Università degli studi di Napoli – esce La cura delle donne.
I saggi raccolti in questo volume – frutto di un convegno tenutosi a Napoli nell’ottobre 2004 e organizzato nell’àmbito dell’attività del Centro interuniversitario di Bioetica campano – tracciano i punti di definizione del ruolo di protagoniste e interpreti che oggi le donne, portatrici di un mondo costituito da differenze emotive e stili relazionali, possono recitare nella comune condizione dell’individuo.
Libro che consiglio particolarmente a Sua Santità Benedetto XVI, a Rocco Buttiglione, Antonino Zichichi (e ai loro fedeli o associati) così, forse, un raggio di luce potrà illuminare le loro pie tenebre.
Rossella Bonito Oliva, “La cura delle donne”, 384 pagine, 22:00 euro.

Di René Thom, a cura di Paolo Fabbri, esce Morfologia del semiotico. Ammettiamolo, il titolo non è seducente e ho dovuto frenare la mano che correva a un albo di Dylan Dog. Però Il libro – Giuda ballerino! – è di un grande autore. René Thom, matematico e filosofo, è diventato famoso in tutto il mondo intellettuale, tra gli anni Settanta e Ottanta, grazie alla sua “teoria delle catastrofi”. No, non si trattava di un profetico allarme sul quinquennio berlusconiano, bensì di tutt’altra cosa. La teoria delle catastrofi, è una teoria che rappresenta un originale tentativo di applicazione dei più recenti risultati della topologia, cioè lo studio dei luoghi che è una delle più importanti branche della matematica moderna nell'interpretazione dei fenomeni naturali.
I testi raccolti in questo libro - finalmente raccolti in un solo volume, erano sparsi in varie riviste e, praticamente, irrintracciabili in modo unitario – sono la testimonianza completa della ricerca di Thom sui sistemi e i processi di significazione.
René Thom, “Morfologia del semiotico”, 168 pagine, 16:00 euro.

Ancora una segnalazione, riguarda Francesco Monico – critico dei media, cattedra in Teoria e Metodo dei Mass Media alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano – e il suo libro Il dramma televisivo. L’autore e l’estetica del mezzo. In questo volume si riflette su come il mondo conosciuto attraverso la verosimiglianza dello schermo tv mini alla base il concetto di esperienza.
Su questo libro tornerò prossimamente con una nota più estesa, qui, per il momento, ne do solo un telegrafico annuncio.
Francesco Monico, “Il dramma televisivo”, 264 pagine, euro 20:50

Tutti i libri segnalati sono editi da Meltemi


Opdipo


Chi segue questo webmagazine già sa che da molti anni mi occupo dell’Oulipo e qui, nella sezione Enterprise, sono intervenuti in tanti a parlarne: da Lello Aragona a Piergiorgio Odifreddi, da Annamaria Testa a Brunella Eruli, da Giuseppe Varaldo a Sylvie Coyaud a Jacqueline Risset e certamente avrò dimenticato altri con i quali mi scuso.
L’Oulipo è il movimento letterario che più m’interessa (e io pratico), tra quelli degli ultimi cinquant’anni, per la sua capacità creativa attraverso lo studio dell’origini delle strutture del linguaggio, non a caso i suoi protagonisti da Queneau a Perec, passando per Bens, Ducheteau, Le Lionnais, Roubaud, erano tutti matematici.
Oggi le neuroscienze, sia quelle di matrice organicista sia cognitivista, con i loro studi su mente e cervello, con diversa cifra scientifica, danno ogni giorno di più ragione alle teorizzazioni, serie e giocose a un tempo, dell’Oulipo.
La “contrainte” predicata da quel movimento, cioè la regola ferrea dentro la quale esercitare l’espressività, dà più libertà di tante sospirose ispirazioni avute da chi crede d’essere libero perché ignora che è schiavo di norme del linguaggio.
Gli oulipiani trovarono nella letteratura la loro principale veicolazione, ma anche in altri campi, sia pure con risultati meno incisivi, si ebbero sperimentazioni.
Ad esempio, nelle arti visive la pittura potenziale dei Dewasne, Olivier, Carelman; in musica il solfeggio di Màrius Serra; in teatro l’l'outrapo, di Jacques Jouet; nell’area della performance, le azioni di Foulc e Vanarsky.
E proprio in Italia esiste nell’area del design una presenza di carattere oulipiano già dal nome: Opdipo.
Quest’OPificio di Disegno Industriale Potenziale – una creatura di Ettore Lariani, Marco Maiocchi, Youngju Oh – mutua dalle avanguardie artistiche metodi creativi, nel rispetto o nell’esaltazione di vincoli, anche tecnologici e ingegneristici. Recupera la tradizione del disegno industriale coinvolgendo le nuove tecnologie emergenti che integra a livello sia di componente sia di sistema: dal microchip nella scrivania all’impianto flessibile d’illuminazione.
Ora, a Milano, nell’àmbito delle manifestazioni FuoriSalone 2006, è in corso l’esposizione Opdipo 2006.
Opdipo promuove i designer attraverso i loro progetti e prodotti in diversi settori merceologici, comunicando in rete, organizzando eventi, concorsi, workshop.
L’evento al FuoriSalone 2006 comprende la presentazione di progetti e prototipi degli associati.

Opdipo
Spazio Officina Effluendi
Via Paolo Sarpi 8, Milano
Tutti i giorni dalle 10.00 alle 21.30
Fino al 10 aprile 2006


Vetro Freddo


Borges ha detto che “tutta la grande letteratura ha un debito con il giallo” e Sciascia anni dopo dirà che” il giallo è la forma più onesta di letteratura perché lettore e scrittore sono su un piano di parità”.
Tutte cose giustissime. Il discorso si complica con un altro colore letterario: il noir, da molti daltonicamente confuso con il giallo. Qui, pur avendosi molte delle regole della detective story, c’è qualcosa di più, c’è un ragionamento sulla pianta uomo, sugli effetti del sistema nervoso centrale che indossiamo, tale da renderci spesso scimmie assassine, c’è una convinta disperazione sull’esistenza di noi umani.
Tutto questo mi fa preferire il noir al giallo di cui pure mi sono avidamente nutrito negli anni della mia lontana gioventù.
Quando all’ultima pagina di un giallo l’investigatore s’allontana fumando la novantesima sigaretta della sua giornata, tutto s’acquieta e il mondo pare tornato buono perché il male è stato estirpato… seeh!... il male, tutto il male, continua a regnare e se la ride di quell’ingenuo lettore pacificato.
In Italia abbondano gli scrittori di libri gialli (ce ne sono di buoni e di meno buoni, ma sono tanti, forse troppi), inferiore è il numero di scrittori di noir. Si capisce, è ispirazione e tecnica più difficili da possedere.
Ma uno scrittore di prima fila ce l’abbiamo ed è, non a caso, tradotto anche all’estero.
Si tratta di Piergiorgio Di Cara.
Di recente, è uscito il suo quinto libro: Vetro Freddo, pubblicato dalla casa editrice e/o, terza avventura di Salvo Riccobono. L’incipit lo trovate QUI.
Prendo spunto da questo più recente, ed eccellente, lavoro di Piergiorgio Di Cara per tracciarne un profilo.
E’ nato a Palermo nel 1967, si è laureato in Scienze Politiche, è stato uno dei leader del movimento studentesco "La Pantera". E' Commissario Capo della Polizia di Stato, qualifica alla quale è arrivato dopo una lunga esperienza investigativa maturata alla squadra Mobile di Palermo prima e poi in Calabria, nella Locride. Posto per niente tenero.
Fra le sue tante operazioni, ha partecipato all’arresto di Brusca.
Ha vinto tre edizioni del premio ‘Orme Gialle’ a Pontedera, ed ha ricevuto la menzione della giuria al ‘Premio Franco Fedeli’.
Ha collaborato a sceneggiature cinematografiche e televisive.
E' un appassionato della pallovale, e si allena con gli Old Rugby Palermo.
Il suo debutto letterario avviene con Cammina, stronzo, racconti pubblicati da "Deriveapprodi" nel 2000.
Seguirà nel 2002 Isola Nera, edizioni e/o, è il romanzo che segna la prima avventura dell'Ispettore Salvo Riccobono.
Poi nel 2004, L'anima in spalla, ancora edizoni e/o; l’anno successivo, Colorado Noir pubblicherà Holliwood, Palermo.
Valerio Evangelisti ha scritto su di lui un ritratto letterario tridimensionale, lo trovate QUI
A Piergiorgio Di Cara ho chiesto: Quale credi che sia la tua particolarità stilistica che ti ha portato tanti riconoscimenti di critica e di pubblico?
Messo alle strette, così ha confessato: Il mio lavoro credo si possa definire come "naturalismo poliziesco", la definizione non è mia, ma dei redattori del Camilleri Fans Club, nel senso che nelle cose che scrivo cerco sempre di raccontare con precisione verista il mondo che conosco e frequento: quello della polizia e per transizione quello criminale. Mi interessa raccontare le vicende di uomini, di persone, sia che indossino la divisa o che delinquano. Non credo né all'eroe né, tanto meno, all'orco, all'uomo nero.
Credo che questa sia la mia peculiarità, che fa che i miei libri presentino una singolarità tutta particolare per questa ragione: si tratta di una presa diretta con la realtà della strada
.

Piergiorgio Di Cara
“Vetro freddo”
208 pagine, 15:00 euro
Edizioni e/o


Nessuno e le elezioni


Appuntamenti elettorali su Nessuno Tv .
Per notizie su quest’antenna, cliccate QUI.

- Stasera 1 Aprile alle 17.00:
In diretta da Trieste Piero Fassino parla di welfare con Maurizio Costanzo.
A seguire un concerto con Luca Barbarossa e Fiorella Mannoia.

- Domenica 2 e 9 Aprile alle 21.00:
Interviste del Condor: questa settimana Luca Sofri ospita Michele Serra (domenica 2 aprile alle 21.00) e Giovanni De Mauro (domenica 9 alle 22.00)

- Lunedì 3 Aprile alle 21.00:
Confronto Berlusconi-Prodi e, al termine, discussione al femminile con Giovanna Melandri, Rosy Bindi, Vladimir Luxuria

- Martedì 4 Aprile alle 21.00:
Gong, ospiti di Stefano Cappellini saranno Lorenzo Pirrotta (Nuovo Psi), Lorenzo Di Pietro (Italia dei Valori), Mirko Carloni (Forza Italia) e Fofana Aminata (Verdi).

- Ogni giorno:
Alle 07.30 – “Stampa e regime” - da Radio Radicale conduce il direttore, Massimo Bordin.
Alle 20.30 – “Controadinolfi” - Mario Adinolfi da Radio Città Futura.
Alle 20.50 - Editoriale - questa settimana a cura di Federico Geremicca de La Stampa

Nessuno Tv
Canale Sky 890
Per contatti: info@nessuno.tv e 06 – 57 30 54 42


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