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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

L'ultimo degli ingiusti


La Storia è piena di episodi oscuri che il tempo, talvolta, illumina con la luce della verità.
Guerre e stragi, ovviamente, favoriscono lo scendere di tante tenebre su vicende e personaggi anche in epoche recenti quando i nuovi mezzi di cui disponiamo possono produrre grande quantità di documentazioni a sostegno d'avvenimenti controversi.
Si prenda, ad esempio, il caso di Benjamin Murmelstein (Leopoli, 9 giugno 1905 – Roma, 27 ottobre 1989).
Fu l’ultimo dei tre rabbini (i primi due furono uccisi) posti dai nazisti a capo del Consiglio del cosiddetto ghetto di Terezin, ruolo che lo portò a doversi confrontare perfino con un furente Adolf Eichmann.
Nonostante fosse stato imprigionato dai cecoslovacchi e, dopo 18 mesi di detenzione, assolto dal sospetto d’essere stato un collaborazionista occulto, fu ritenuto da Israele un traditore e quando si trasferì a Roma subì l’ostilità della comunità ebraica fino a rendere problematica perfino la sua sepoltura.

Claude Lanzmann (1925) regista, sceneggiatore e produttore cinematografico francese, combattente nella Resistenza, firmatario del Manifesto dei 121 che denunciava le violenze in Algeria, fu colpito dalla storia di Murmelstein e avendolo saputo vivente a Roma vi si recò a intervistarlo nel 1975.
Le riprese durarono una settimana, un lungo confronto che, a volte, assunse il tono dell’interrogatorio non scansando le domande più scomode per Murmelstein.
Tornato a Parigi, tutto quell’ingente “girato” giacque per circa 40 anni senza che Lanzmann più vi lavorasse.
Nel frattempo da lui si ebbero “Shoah” (1987); “Un vivo che passa. Auschwitz 1943 –Theresienstadt 1944” (2003); “La lepre della Patagonia” (2010).
Poi nel 2013, rimise mano a quella lontana intervista girando anche alcuni “esterni” in luoghi citati da Murmelstein nella conversazione romana.
Parafrasando un titolo di André Schwarz-Bart chiamò il film L’ultimo degli ingiusti che è anche il titolo del testo integrale del parlato nel film ora stampato in un libro uscito in Italia, in anteprima mondiale, per Skira.

Pagine serrate, domande e risposte veloci, fotografano un mondo dove regna il terrore e il sospetto, dove ogni gesto è visto con diffidenza sia dai tedeschi sia dai prigionieri ebrei.
Il film che ho realizzato, e ora il libro – dice Lanzmann – riabilitano completamente Benjamin Murmelstein, riparano al male imperdonabile che gli è stato fatto, e mostrano in tutta la sua lampante chiarezza la stupidità delle accuse dei suoi correligionari.

Claude Lanzmann
L’ultimo degli ingiusti
Pagine 144, Euro 15.00
Edizioni Skira


Nuove voci

No, non si tratta di una gara canora, ma è il titolo di una rubrica (non pretendo, ovviamente, che ve ne ricordiate) che esce raramente su questo sito.
Segnala giovani critici che lavorano su più aree espressive, sul multicodice.
Talvolta può accadere – sono i casi che preferisco – che non ci sia una cesura tra l’attività critica e quella artistica, ma che fra i due campi ci sia un fruttifero scambio di esperienze e valori.
Ecco perché oggi presento un giovane torinese che queste qualità ce le ha, il suo nome è: Davide Gambaretto (in foto).

Storico dell’arte e scrittore, ama cinema e graphic novel.
Ha lavorato come allestitore d’arte e assistente curatore per diverse istituzioni torinesi.
Sul webmagazine “The Last Reporter”, potete trovare suoi interventi prevalentemente sulle arti visive precisamente QUI.
Studioso e appassionato di musica, gestisce il blog musicale La lira d'Orfeo. Sono convinto, anzi scommetto un Barbaresco Gaja di grande annata che sentiremo presto parlare di lui.

A bassa voce: Davide, il Barbaresco Gaja d’annata costa! Non farmi perdere la scommessa!!


Giornata della Memoria

"Le epoche di fervorose certezze eccellono in imprese sanguinarie”, diceva Elias Canetti.
Un’ondata di cruente certezze fu tra le cause della Shoah.
Oggi, invece di consegnare alla storia universale dell’infamia quei tragici avvenimenti, assistiamo da più parti all’avanzare di tenebrosi revisionismi oppure a stanche ritualità commemorative che di certo non aiutano a capire e interpretare quei fatti.
La data per la “Giornata della Memoria” che si celebra oggi fu scelta per ricordare il 27 gennaio 1945, quando le truppe dell'Armata Rossa, nel corso dell'offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Oświecim (nota con il nome tedesco di Auschwitz).
Lì scoprirono l’atroce campo di concentramento e liberarono i pochi superstiti. La scoperta d’Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l'orrore del genocidio nazista, della Shoah. Shoah, in ebraico significa “annientamento”; indica lo sterminio di oltre sei milioni d’ebrei ed è da preferire questo termine a “olocausto” per eliminare qualunque idea di perniciosa, e sviante, religiosità insita in quest’ultimo.

I nazisti non furono soli nel commettere quel crimine contro l’umanità, furono aiutati da molti governi collaborazionisti e, prima ancora, dal fascismo italiano che il 6 ottobre 1938 promulgando le leggi razziali determinò la perdita dei diritti civili per 58mila italiani, parte dei quali poi deportati in Germania e 8mila di loro morti nei lager.
Infamia che discendeva dal ‘Manifesto della Razza’, pubblicato il 14 luglio dello stesso anno, firmato da 10 scienziati italiani, sorretti da altre 329 firme; per sapere chi erano e come agirono consiglio la lettura di un volume che segnalai tempo fa in queste pagine web: I dieci.
Del resto, perché meravigliarsene? Il nostro è un paese in cui l’ex presidente del Consiglio dei Ministri Berlusconi alla vigilia di una Giornata della Memoria raccontò barzellette sui lager e ha definito “luoghi di villeggiatura” i paesi in cui il fascismo confinò gli oppositori. Com’è noto proprio quest’uomo è l’interlocutore preferito di Renzi, l’alleato politico con cui stringere patti, eleggere il prossimo Presidente della Repubblica.


FUOCOfuochino

In Italia, ogni giorno escono 40 romanzi (spesso ben nutriti di tantissime pagine), dato fornito dall’Associazione Italiani Editori.
E nessuno di quei tanti autori che si rivolga alla sua penna dicendole come Maurice Blanchot: “… fermati! Che cosa sai di te stessa? Con quale scopo continui ad avanzare? Possibile che non ti accorga che il tuo inchiostro non lascia traccia? Che avanzi senza badare a nulla, anche nel vuoto, e che se non t’imbatti in qualche ostacolo è perché mai hai lasciato il punto di partenza?”.
Benvenuta, quindi, sia una piccola Editrice (la E maiuscola è qui quanto mai meritata) che pubblica, in copie dal numero limitato, scritti di pochissime pagine.
Si chiama FUOCOfuochino, è “la più povera casa editrice del mondo”, così la definisce il suo fondatore, l’artista patafisico Afro Somenzari.
Una sua intervista in Rete: QUI.

In catalogo testi dello stesso Afro, Lorenza Amadasi, Pupi Avati, Roberto Barbolini, Alberto Casiraghy, Gianni Celati, Paolo Colagrande, Guido Davico Bonino, Brunella Eruli, Ugo Nespolo, Valerio Magrelli, Maurizio Maggiani, Cristiana Minelli e tanti altri nomi con presentazioni di Andrea Cortellessa, Ernesto Ferrero, Paolo Nori, Walter Pedullà, Gino Ruozzi, e altre firme ancora.

Finora editi 104 testi, il più recente è Se queste sono storie tre micronarrazioni di Lamberto Pignotti (in foto), purtroppo per loro, funestate da una mia presentazione.
Tre ministorie sotto un titolo che interroga se stesso. Tre flash di una prosa che fa pensare a quanto un tempo disse Jules Renard “Curioso mestiere la letteratura: meno se ne fa, e meglio bisogna farla”. Ecco, Pignotti – e non solo in quest’occasione – riesce a farla benissimo.
Lamberto, lo ricordo ai più distratti, ha partecipato alla nascita del Gruppo ’63, è stato tra i fondatori del Gruppo ’70; con Eugenio Miccini è uno dei padri della poesia verbovisiva italiana.
Sue opere sono ospitate in Gallerie di mezzo mondo e pure dell’altro mezzo.
Fin dagli anni sessanta si occupa delle intersezioni tra poesia sperimentale, arte visiva e mass media.


Entroterra


È questo il nome di una nuova Associazione culturale con sede a Roma.
QUI il suo sito che – come i redattori chiariscono – presto s’avvarrà di un editoriale che sarà chiamato “Il Mazzafrusto” e alcune sezioni, ora ancora sguarnite s’arricchiranno di contenuti riferiti all’attività svolta o da svolgere.
Non manca, però, un Manifesto che profila il pensiero e i programmi di Entroterra, per leggere CLIC.

Circa i programmi più vicini, si segnalano le “Controlezioni in Tv” organizzate con Città Futura Tv (televisione operante sul DDT di Roma e provincia, CH 641).
Il prossimo incontro, 29 gennaio ore 17.00, vedrà Francesco Muzzioli in un intervento critico e documentaristico su Palazzeschi.
A proposito di Muzzioli, segnalo la rubrica (titolo: “Uno alla volta, per carità”) che tiene su Letter'aria un nuovo sito dedicato alla letteratura, al cinema, alle arti visive.


Prossime manifestazioni di Entroterra:
1 febbraio - L'Altra Domenica. "R-Esistenza Jazz"
4 Febbraio - L'Altra Letteratura. Presentazione del romanzo "Phoenix" di Gian Maria Molli.

Teatro Porta Portese, Via Portuense, 102 – Roma


Il cervello non ha pudore

“Non si è mai felici: la nostra gioia altro non è che il silenzio del dolore”.

“Sono un realista che dà fastidio alla realtà”.

“Non chiedetemi di essere buono: chiedetemi soltanto di agire come se lo fossi”.

“Sono nato con due ali, di cui una spezzata”.

“L’opera degli altri mi disgusta. La mia non m’incanta. Ecco la mia forza e la debolezza”.

Sono alcune frasi tratte dal Journal di Jules Renard in un libro edito da Stampa Alternativa che si deve ad Antonio Castronuovo che lo ha intitolato Il cervello non ha pudore Aforismi involontari e attraverso un paziente e raffinato lavoro, riesce a tracciare un ritratto di quest’autore, amaro nell’umorismo, malizioso nell’osservare la vita degli altri ma anche la propria.

Cosa fa uno scrittore quando non scrive? – si chiede Antonio CastronuovoSemplice: cerca un modo per continuare a farlo, possibilmente senza fatica […] Un diario può sembrare una distesa incoerente di note, ma è poi la combinazione tra esistenza e scrittura a donare alle sue pagine un incanto intimo e malinconico […] Capolavoro d’introspezione e ironia, documento traboccante di aneddoti e caricature, opera dall’aroma gradevolmente aspro il diario di Renard è dotato di un carattere che in prima battuta non salta all’occhio: alcuni suoi pensieri che l’autore ha quotidianamente annotato assumono “involontariamente” la forma dell’aforisma, della massima salace, dell’analogia visiva. Ecco: ho qui raccolto tutti quei frammenti che, all’interno di questo imponente diario, hanno un sapore aforistico […] Proverbiale in Renard è la cattiveria di cui il Journal è una miniera; perfetto compendio di questo umore è la nota del 16 maggio 1894: Non è sufficiente essere felici: bisogna anche che gli altri non lo siano.

Jules Renard
Il cervello non ha pudore
A cura di Antonio Castronuovo
Pagine 160, Euro 13.00
Stampa Alternativa


Storia della memoria


Se sfogliamo un dizionario scientifico, la parola Memoria è così spiegata: “Funzione generale del cervello consistente nel far rinascere l’esperienza passata attraverso quattro fasi: memorizzazione, ritenzione, richiamo, riconoscimento”.
Le cose poi si complicano perché esiste una memoria genetica e ancora articolazioni di memorie di breve, media e lunga durata a loro volta distinte in memoria iconica, ecoica, sensoriale ed emozionale.
La memoria, insomma, è lo scrigno che contiene tutto di noi, tutto quanto sappiamo che ci ha preceduto e ci circonda.
Una frase: Gli ominidi sono diventati umani quando hanno utilizzato i loro ricordi non solo per ricordare.
Un’altra: La memoria è custode di tutte le cose, ma di fatto siamo noi i custodi della memoria.
Queste due affermazioni sono le prime e ultime righe, due parentesi che racchiudono dieci capitoli di un libro strepitoso, il più bel saggio di storia che mi sia capitato di leggere da parecchio tempo a questa parte: Storia della memoria Tesoro e custode di tutte le cose, Edizioni Dedalo.
L’autore, Michael S. Malone, è professore aggregato alla Santa Clara University, e uno dei più noti technology writers degli Stati Uniti: i suoi scritti sono sinonimo della storia della Silicon Valley. Ha lavorato come editorialista per «ABCNews», «Silicon Insider», «New York Times» ed è autore di articoli per «The Wall Street Journal», «The Economist» e «Fortune».
La memoria – con tutti i suoi supporti, dai muri delle caverne al silicio dei chips – è esplorata in ogni configurazione. Come parola, come simbolo, come strumento, metafora, classificazione, riferimento, istruzione, registrazione, come libertà di scelta e come esistenza futura; un vertiginoso viaggio attraverso secoli, paesi e attrezzature.
Un volume che fonde cronologia di tecniche e assetti filosofici, storia di donne, uomini e mezzi con le loro avventure illustrate anche da curiosi aneddoti.
Non manca il rapporto fra memoria e letteratura, ovviamente non centrale in un libro di questo tipo (ci vorrebbe, e forse già esiste, un volume apposta per occuparsene), ma non è assente un’ampia citazione di Proust. “Alla ricerca del tempo perduto”, infatti, ripercorre la memoria di mezzo secolo iniziando dalla famosa ‘madelaine’ per poi finire, tremila pagine dopo, a una festa nella quale i personaggi “sono invecchiati e malfermi come se stessero su palafitte costruite su vite di ricordi”.

Ricordare tutto, ma proprio tutto tutto è un bene?
Umberto Eco in una Bustina di Minerva di tempo fa scrisse che molte guerre si combattono ancora ricordando offese lontanissime nel tempo e sarebbe stato tanto meglio che su quei ricordi fosse sceso l’oblio a cancellarli.
Ebbene, ci sono anche scienziati che studiano la maniera di cancellare i ricordi che producono malessere affidandone il còmpito a stimoli magnetici, farmaci sperimentali, test che trasferiscono nuove informazioni al cervello. Tutto al fine di curare disturbi mentali dovuti a ricordi d’incidenti, episodi bellici, altri shock.
La parte finale del libro di Malone è di grande fascino. Illustra, infatti, come partendo dalla Legge di David Moore si arriva alle tesi sul postumano di Ray Kurzweil e alla sua Teoria della Singolarità. Moore, nel 1965, studiando i circuiti integrati, arrivò alla conclusione che raddoppiavano in performance (capacità, miniaturizzazione, prezzo) ogni 18 mesi sicché nel 1975 ogni singolo chip di memoria avrebbe potuto contenere 64.000 transistor. Previsione che s’è rivelata esatta. Ora, però, l’incremento della performance è passata da 18 a 24 mesi. Tutto ciò ha portato, dapprima Vernor Vinge – matematico e scrittore di fantascienza – poi Kurzweil a porsi il tema di come vivere nell’èra postumana quando i computer saranno capaci più di noi a svolgere un’infinita serie di ruoli. Per il 2099 Kurzweil prevede umani capaci di fare delle copie di backup di se stessi per ottenere una sorta d’immortalità, come sta facendo lo scienziato Gordon Bell registrando ogni frammento visivo, sonoro, scritto, della sua vita. “Nella Singolarità” – avverte Malone – “ non sarà necessario che i computer prendano coscienza, ma piuttosto che noi umani ci trasformiamo in macchine”.
L’autore, però, informa anche sulle possibilità, catastrofiche, di cancellazione delle memorie elettroniche se il “Sole facesse le bizze e la Terra subisse una tempesta solare come quella del 1859, fenomeno chiamato Evento di Carrington".
Potrebbe accadere quanto mi fu raccontato in una storiella ambientata in un lontano futuro senza più memoria del passato. S’immagina che un archeologo in un convegno di studi, illustri orgogliosamente agli ammirati, e invidiosi, colleghi una sua straordinaria scoperta. Da scavi da lui effettuati ha verificato l’esistenza di due religioni: quella dei Cristiani e quella di Dio dapprima, forse, nemiche e poi unificatesi come dimostra un pezzo di stoffa estratto dai suoi scavi che reca scritto: Christian Dior.

Michael S. Malone
Storia della memoria
Traduzione di Barbara Baldini
Pagine 360, Euro 25.00
Edizioni Dedalo


Sono il fratello di XX


Ho conosciuto le pagine di Fleur Jaeggy nel 1971 quando m’imbattei nelle deliranti bambine di “L’angelo custode”; non ho finora letto, pur riproponendomi di farlo, il suo esordio del 1968, “Il dito in bocca”, spero di farlo un giorno, anche se il tempo che ho già vissuto qualche fretta me la mette.
Da quel ’71, non ho perso un titolo della Jaeggy, zurighese che da tempo vive a Milano.
Seguirono altre letture delle sue pubblicazioni.
“Le statue d’acqua dove un certo Beckam è uno di “coloro che sono nati persi e debuttano dalla loro fine”.
“I beati anni del castigo” (Premio Bagutta 1990), di cui Iosif Brodskij scrisse: “Durata della lettura: circa quattro ore. Durata del ricordo, come per l’autrice, il resto della vita”.
Le sette storie stranianti di “La paura del cielo” (1994), Premio Moravia..
L’oscura crociera che promette (o minaccia) disvelamenti di “Proleterka” (2001).
“Vite congetturali”, librino di poche pagine, brevi e folgoranti narrazioni intorno alle esistenze di De Quincey, Keats e Schwob, – di cui la scrittrice ha tradotto le “Vite immaginarie”.

Ed eccoci oggi al suo ottavo libro: Sono il fratello di XX come gli altri pubblicato da Adelphi.
Racconti? Sì, racconti, ma essendo storie minime dalla massima profondità, preferisco definirle prose perché tutto l’arco narrativo della Jaeggy si dispiega non nella trama o cronaca (terribile quella di “La stanza asettica”, visite alla sua amica ustionata Ingeborg Bachman) ma nell’esposizione elegante di uno Stile.
È questo ciò che lega l’intera opera sua, un fil noir che lega il destino di personaggi che vivono vite abissali o più modestamente in mortali acquari come quel pesce che in un ristorante nuota in vasca nell’attesa che qualcuno lo scelga per mangiarlo; accade nel racconto “Un incontro nel Bronx”: Mi ricordo la sua forma. Il suo sguardo. Non posso salvarlo. Esco dal ristorante dopo averlo salutato. Pronuncio qualche parola d’affetto. Muovo le labbra. Come fa anche lui. E addio.
Più spesso lo Stile lega due anime gemelle siamesi che esprimono odio come l’Hannelore di “L’erede” che vedrà bruciare viva la sua benefattrice signorina von Oelix o diffidano una dell’altra come accade nello splendido racconto che apre la raccolta e dà titolo al libro, dove il protagonista, a otto anni, alla nonna che gli chiede che cosa vorrà fare da grande, risponde “Voglio morire”.
Scrittura d’ombre che scivolano in paesaggi innevati, i personaggi, obbligati dallo specchio nero dello Stile che li inverano, meditano, subiscono o progettano la morte, anche i più piccoli d’età in un girotondo da funebre puppentheater.

Fleur Jaeggy
Sono il fratello di XX
Pagine 129, Euro 15.00
Adelphi


All'ombra di Pirandello


Dall’Ufficio Stampa di Simona Carlucci:

“Per un mese, da sabato 17 Gennaio a domenica 15 Febbraio, a Roma, presso la Casa Studio di Luigi Pirandello, in via Antonio Bosio 13/b (traversa della Nomentana vicino Villa Torlonia), si svolgerà una serie di incontri, letture, spettacoli, in occasione degli 80 anni dal conferimento del Premio Nobel all’Autore dei “Sei personaggi” e per far conoscere ad un più vasto pubblico questo luogo che conserva il fascino del tempo di quel che fu, appunto “All’ombra di Pirandello”.
Un’ombra che apparirà sabato 17 alle ore 20 per restare tutto il periodo in quella che fu e resta la sua camera da letto, grazie a un’installazione di Riccardo Caporossi, “LP”, che utilizza cappello e scarpe originali del drammaturgo. A seguire, alle ore 21, una lettura della novella ”La berretta di Padova” e altri testi a cura dello stesso Caporossi e di Vincenzo Preziosa.
Si replica alle ore 17,30 di domenica 18 e domenica 25 gennaio.

Sabato 24 gennaio, alle ore 21, Alberto Di Stasio reciterà “L’uomo dal fiore in bocca” in occasione dell’esposizione di un quadro di Stefano Di Stasio.
Sabato 7 febbraio Simona Marchini proporrà un racconto di Pirandello.
Sabato 31 gennaio è la volta de “Il figlio prigioniero”, carteggio tra Luigi e Stefano Pirandello sulla grande guerra, con Caporossi e Preziosa; repliche domenica 1 e domenica 8 febbraio, alle 17,30.
Venerdì 6 febbraio, dalla mattina alla notte, sarà organizzata una maratona di lettura di “Uno, nessuno e centomila”, cui potranno iscriversi tutti coloro che vorranno intervenire.
Seguiranno una serie di incontri con letterati sul loro rapporto col teatro, uno su Elio Pagliarani con Cetta Petrollo e Giorgio Patrizi (venerdì 23 gennaio), poi quello su Lidia Ravera, con Paolo Petroni (venerdì 30 gennaio), quindi su Dacia Maraini con Eugenio Murrali (venerdì 13 febbraio).

“È in queste stanze che Pirandello riceveva ‘i personaggi delle sue future novelle’. Il tavolo di lavoro, la sedia, la sua macchina da scrivere, la sua biblioteca, la vetrata e le finestre sul giardino, la sua camera da letto, i suoi abiti” – spiega Caporossi – “ci accolgono come oggetti celibi e riescono a trasmettere, sotto i nostri occhi, quella sua visione scomposta della realtà e quell’artificio letterario e teatrale in cui anche noi, attori, possiamo trasferirci in personaggi”.
L’Istituto ospita una biblioteca, un fondo con libri e manoscritti di Pirandello, il fondo Ugo Betti e quello di Alessandro d’Amico, ed è sempre aperto al pubblico, agli studiosi, alle scuole, ai visitatori curiosi.
L’Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo realizza questo mese di attività artistico-culturali finalizzate alla raccolta di fondi per garantire la vita dello stesso Istituto, messa in crisi dai tagli recenti. Con un’offerta di 10,00 euro ciascuno potrà essere socio sostenitore e iscritto nel grande libro dei “Personaggi”.

Prenotazione consigliata per tutti gli appuntamenti, tel: 06 - 44291853


Sophie Calle: MAdRE (1)

Aperta l’11 ottobre scorso, in seguito al grande successo di pubblico non solo italiano ma anche straniero, è stata prorogata al 15 marzo la mostra MAdRE, a cura di Beatrice Merz, firmata da Sophie Calle al Castello di Rivoli (Torino) una delle principali ribalte italiane per l’arte contemporanea..

Qualche rapido cenno sul Castello fra ieri e oggi.
Le righe che seguono sono una sintesi tratta dal sito web del Castello.
Sin dall’ XI secolo si registra la presenza di una struttura fortificata, importante presenza lungo il tracciato valsusino della via Francigena.
Rivoli fu, nel Medioevo, una delle capitali della corte itinerante sabauda, usato come importante scenario per incontri politici, matrimoni e sontuose feste. Nel 1560, Emanuele Filiberto di Savoia scelse Rivoli come residenza temporanea, in attesa di stabilirsi definitivamente a Torino. Per trasformare l’edificio e renderlo all’altezza della corte ducale, venne chiamato l’ urbinate Francesco Paciotto, importante ingegnere militare, artefice dei progetti, negli stessi anni delle Cittadelle di Anversa e Torino.
Il complesso viene fortemente danneggiato nel 1693 dall’esercito francese, comandato dal Maresciallo Nicolas de Catinat. La rinascita di Rivoli diventa un espresso desiderio di Vittorio Amedeo II, che chiamerà dapprima l’architetto Michelangelo Garove (Chieri, 1648 – Torino,1713) e poi, nel 1718 Filippo Juvarra (Messina, 1678 – Madrid, 1736).

Una nuova stagione del Castello si ha con i Duchi d’Aosta, infatti, nel 1793, Vittorio Emanuele duca d’Aosta chiede a un nuovo architetto, Carlo Randoni, di riprendere in mano le sorti del Castello. La Restaurazione vede del 1814 il ritorno dei Savoia e Rivoli diventa residenza reale, il cantiere riprende, senza però nessun intervento sostanziale. I soggiorni della corte si fanno sempre più rari e alla morte del re nel 1824, la vedova Maria Teresa fa trasferire gli arredi principali nella Residenza Reale, oggi Villa Cristina, ad Altessano.
Veniamo ad epoche più vicine a noi.
Per i festeggiamenti dell’Unità d’Italia si accende una timida speranza di portare a nuova vita l’edificio ormai abbandonato a se stesso, purtroppo, però i fondi destinati dal Ministero si rivela troppo esigui per poter procedere con i lavori. Sarà necessario attendere il 1979, dopo gli ennesimi crolli, quando il governo regionale, la Soprintendenza e l’architetto Andrea Bruno danno il via ai lavori di restauro del Castello conclusisi con la riapertura al pubblico nel 1984.

Fin da quell’anno il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea si è sviluppato tenendo conto della specificità dell’edificio juvarriano nel quale ha sede, instaurando un dialogo tra gli artisti invitati e il luogo, generando così opere create specificamente per la Collezione del Castello, e facendo conoscere i movimenti internazionali e radicali dell’arte d'oggi in dialogo fra storia e attualità.
Inoltre – supportato da Regione Piemonte, Fondazione CRT, Città di Torino, Unicredit – è bene attrezzato con la sua biblioteca specializzata, gli archivi, il centro multimediale, e cura plurali attività per adulti, ragazzi, insegnanti, disabili, con i programmi del Dipartimento Educazione diretto da Anna Pironti; l’Ufficio Stampa è guidato da Silvano Bertalot.
In questa scena di storia lontana, cronaca di anni vicini, organizzazione e operatori di oggi è allestita "MAdRE" di Sophie Calle la cui figura è illustrata nella prossima nota.


Sophie Calle: MAdRE (2)


L’artista (in foto), nata a Parigi il 9 ottobre 1953 dal cardiologo Robert Calle e da Rachel Sindler addetta stampa, ha avuto un'adolescenza impegnata nella politica, nel 1973 viaggia moltissimo e solo nel 1978 fa rientro nella sua città, dove si dedicherà alla fotografia
Alla fine degli anni ’70, i suoi primi “Journaux intimes” pagine con immagini nelle quali si hanno i primi segni della sua vocazione verbovisiva che la farà più tardi apparentare alla “narrative art”.
QUI un’illuminante intervista apparsa su Flash Art.

Le sue opere sono fra le più originali dei nostri anni. Si prenda ad esempio, “Les Dormeurs” (1979): Sophie invita a dormire nel suo letto, una dopo l'altra, ventinove persone tra conoscenti e sconosciuti, per otto ore consecutive. Le riprende nel sonno scattando una foto ogni ora. Una delle dormienti si rivela essere la moglie di un gallerista famoso cui mostra il prodotto finito della Calle.
Fu un momento determinante nella sua carriera.
In “L'Hôtel” (1981), a Venezia si fa assumere in un albergo, fotografa le stanze dove i clienti hanno lasciato tracce e ruba anche i loro effetti personali per carpirne la vita intima.
In “La Filature” (ancora ‘81), assume un detective e si fa pedinare e fotografare. Contemporaneamente tiene un diario e scatta foto in modo da confrontare la sua vita, vista dall'esterno, cioè dal detective, e da sé stessa.
In “Le Carnet d'Adresses” (1983), trova un'agenda per strada, chiama i numeri di telefono in essa contenuti ed intervista sul proprietario tutti quelli che rispondono: le interviste vengono pubblicate ogni giorno sul giornale Libération, creando in questo modo l'identikit di uno sconosciuto.
In "Prenditi cura di te" invita 107 donne a leggere il messaggio inviatole da un uomo che l’ha abbandonata (la frase che dà titolo all’opera è la chiusa della lettera ricevuta dalla Calle), donne – da Jeanne Moreau alla pornostar Ovidie – scelte in base al loro mestiere e chiesto loro d’interpretare quella lettera da un'angolazione professionale; imbattibile la Littizzetto che legge la lettera fra le lacrime perché sta tagliando una cipolla.

L’artista non vuole che siano fatti cataloghi delle sue mostre (ricorda in questo il nostro Gino De Dominicis) sicché per MadRE è stato redatto una sorta di giornale a grande formato su cui troviamo un ritratto critico della curatrice Beatrice Merz che così scrive: Artista controversa, difficile. Spesso lo si è sentito dire, ma è un sentimento che sorge dal timore di rapportarsi con chi ha la forza di mettersi a nudo. Vera e propria icona della modernità e radicalità nella vicenda artistica contemporanea, l’artista stessa è narratrice, fotografa, regista, secondo i personaggi che interpreta, i rituali che immagina, le parti della sua vita che racconta e i sentimenti che condivide, senza alcun riguardo per i segreti della propria anima.


Sophie Calle: MAdRE (3)


Pur amando moltissimo quest’artista, devo manifestare tutta la mia perplessità di fronte alla prima parte dell’installazione al Castello intitolata “Voir la mer”.
L’intenzione è ricchissima: portare delle persone che, pur abitando a Istanbul, mai hanno visto il mare. Le notiamo su grandi schermi mentre fissano l’acqua dando le spalle alla macchina da presa, poi si voltano ed ecco il volto e gli occhi di chi per la prima volta (alcuni personaggi sono in tarda età) hanno visto il mare.
Tutto questo, però, il visitatore che fissa i filmati non lo sa e perciò vede con improbabile emozione persone che dapprima danno le spalle all’obiettivo e poi si voltano.
Ben altra forza, una grandissima opera, è quella dedicata alla madre.
L’artista dice che “Voir la mer” e l’altra sono una cosa sola… sarà, ma non mi convince.
Mentre la parte riservata alla madre Raquel Sindler è di una continua travolgente emozione trasmettendo materiali (ad esempio il filmato dell’agonia e morte della donna) di ardenti memorie, brucianti vissuti attraverso oggetti e opere sui ricordi.
La Calle lesse una volta il diario della madre; la performance durò 22 ore, una sfida, anche fisica, che ricorda Vexations di Erik Satie.
Frasi da quel Diario: “Non aver realizzato nulla e morire sfiniti (Cioran)”.
“Sono venuta dal niente e me ne vado nauseata da tutto”.
“Non ho ancora deciso se voglio essere cremata o seppellita. È strano, non riesco proprio a pensare che cosa possa succedere a me!”
“È inutile sperare nella tenerezza dei miei figli, tra la calma indifferenza di Antoine e l’arroganza egoista di Sophie! La mia unica consolazione è che lei è talmente morbosa che verrà a trovarmi più spesso al cimitero che in rue Bulard”
Quando Sophie piazzò la telecamera per riprendere l’agonia della madre, la sentì dire: “Finalmente!”.
La mostra è tempestata su veli, tende, soffitti dalla parola “Souci” l’ultima che pronunciò Raquel la quale quando passava davanti all’Hotel Bristol si segnava e diceva ai figli: “Silenzio, è qui che ho perso la mia verginità”.
La Calle scrive: “Il 27 dicembre 1986 mia madre nel suo diario: “Oggi mia madre è morta”. Il 15 marzo 2006 scrivo a mia volta: “Oggi mia madre è morta”.
Di me non lo dirà nessuno.
Fine”.
La fine della vita, invece, doveva fare uno strano effetto alla madre che ha fatto scrivere sulla cappella: “Mi sto già annoiando”.

Scrive la curatrice Beatrice Merz: MAdRE rivela il lato di “Accumulatrice d’immagini" dell’artista insieme alla capacità di rendere le stesse del tutto essenziali, al limite del minimale, diremmo emozioni allo stato puro, senza tuttavia oscurare né il tratto analitico né la riflessione culturale. In altri termini una riflessione filosofica sul cos’è che non vediamo, sul ruolo giocato dai legami e dai ricordi, sul paradosso della natura che accoglie e distrugge, sulla cecità che crea incoscienza e sulle assenze di visione determinate dagli aspetti definitivi di un distacco. Vi è un aspetto epico nell’opera di Calle che s’identifica bene nell’affrontare il tema della tragedia quotidiana rendendo condiviso il proprio dolore personale, con effetto liberatorio e mnemonico”.


Sophie Calle
MadRE
a cura di Beatrice Merz
Castello di Rivoli (Torino)
info@castellodirivoli.org
Fino al 15 marzo


Camicette bianche

Può un libro che supera di poco le 100 pagine essere più importante di un voluminoso tomo famoso pur scritto da un grande autore?
Penso proprio di sì.
Che forse il piccolo “Bartleby lo scrivano” non è forse una delle più grandi narrazioni esistenti e fa scomparire tante infinite pagine di “Guerra e pace”?
E di fronte a quel "Bartleby" che ripete inflessibilmente "Preferirei di no" dove finiscono autori pur valorosi come, ad esempio, John Updike con la sua sterminata "Saga di Harry "Rabbit" Angstrom?
In Italia neppure scherziamo, si pensi al generoso Luigi Orabona con il suo "Iveonte" (8 volumi!) o al logorroico "Horcynus Orca” (1257 pagine!) di Stefano D'Arrigo.
Ma ce ne sono pure tanti altri
No, preferirei di no.
Premessa, un po’ sul lungo in verità, per presentare oggi un piccolo grande libro (altro che romanzini, romanzoni e romanzetti!): tragico e necessario pubblicato da Navarra nella collana Officine: Camicette bianche Oltre l’8 marzo, ne è autrice Ester Rizzo.
Nata a Licata nel 1963, si è sempre occupata di temi concernenti il mondo del femminile: è referente per il “Gruppo Toponomastica Femminile” (il volume è corredato da un appello affinché più luoghi di oggi – davvero pochini – riportino nomi femminili), e responsabile della Commissione Donne Pari opportunità e Politiche sociali del distretto Sicilia Fidapa.
Collabora con testate giornalistiche nazionali e regionali. Tiene il corso di “Letteratura al femminile” presso il Centro universitario Cusca di Licata, (ex Uni 3).

Di che cosa si occupa il suo libro?
Il 25 marzo 1911 bruciò la Triangle Waist Company a New York City, una fabbrica di camicette alla moda; nell’incendio morirono 146 persone di cui 126 donne nella stragrande maggioranza immigrate, e fra loro 38 italiane.
Nessun incidente avviene, ancora oggi, senza che ci siano colpe umane alle origini (spessissimo da ricercare nella voglia di aumentare i profitti risparmiando sulla sicurezza e sulla salute di chi lavora – è recente in Italia lo scandalo dell’amianto e delle sentenze che seguono), quello della Triangle Waist Company non sfugge alla casistica, e a quei tempi poi! Elementari regole di sicurezza ignorate, perfino, tenui, leggi pur allora esistenti trascurate.
Su quella tragedia, la Rizzo compie un piccolo capolavoro storico. Ricostruisce con un linguaggio secco ma non burocratico, commosso ma non sentimentale, le schede delle 126 donne che morirono quel giorno.
Ora sappiamo parecchio di loro, è stato dissolto sia pure parzialmente l’oblio che avvolgeva fino a ieri non solo la loro vita fisica, ma la loro esistenza storica che si fa involontaria quanto spaventosa testimonianza politica.
Il libro termina con una breve, straziante, testimonianza fotografica dell’epoca.

Intorno all’8 marzo, si sa, esistono diverse teorie che danno origine alla Celebrazione della Giornata della Donna in quella data, anche se quella ufficiale è la più fantasiosa, secondo la quale l'8 marzo ricorderebbe la morte di centinaia di operaie nel rogo di un’inesistente fabbrica di camicie Cotton o Cottons avvenuto nel 1908 a New York, probabilmente confondendola con la tragedia verificatasi in quella città con l'incendio della Triangle.

L’unica critica negativa che faccio a questo prezioso libro è il suo sottotitolo: Oltre l’8 marzo. Vuole dare, forse, più forza alle pagine e invece gliene sottrae, perché il libro della Rizzo sta prima, durante e oltre l’8 marzo (data storica errata o non che sia) perché ne abbraccia per intero il suo significato simbolico: specchio per ieri, riflessione sull’oggi, monito per futuro.

QUI un video con l’autrice.

Ester Rizzo
Camicette bianche
Prefazione di Giuseppina Tripodi
Contributo di Maria Pia Ercolini
Pagine 128, Euro 10.00
Navarra Editore


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