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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Il piacere dell'arte


E’ il titolo del più recente libro di Adriana Polveroni, in foto, (scritto in collaborazione con Marianna Agliottone), ma mi piace interpretarlo anche come un ritratto verbale del lavoro di questa studiosa che da anni proprio quel piacere riesce a fornire ai suoi lettori e visitatori di mostre da lei curate. Come quella in corso al Museo Andersen intitolata Nè qui né altrove oppure che ritroviamo anche nelle pagine di sue precedenti pubblicazioni. Qui ricordo This is contemporary! e Lo sboom.

Il piacere dell’arte Pratica e fenomenologia del collezionismo in Italia – pubblicato da Johan & Levi – riflette sulla ricchezza artistica del nostro Paese che ha reso l’Italia culla di una significativa attività collezionistica. Il volume analizza la pratica del collezionismo con specifico riguardo all’arte contemporanea, ultima tappa della passione dei collezionisti e testimone di un significativo coinvolgimento delle giovani generazioni.
Partendo da un’introduzione storica, sono tracciati gli aspetti salienti del collezionismo contemporaneo (i soggetti, lo sviluppo del collezionismo nel sistema dell'arte contemporaneo, il rapporto con le istituzioni, le fondazioni, le logiche e i canali d'acquisto), la modalità operative e d'espressione, le peculiarità italiane e le criticità tecniche (notifica, diritti di seguito, fiscalità) di questo fenomeno che lega indissolubilmente persone e opere d'arte. Il volume si arricchisce delle testimonianze dirette di nomi rilevanti del collezionismo contemporaneo, voci autorevoli raccolte espressamente per il volume con cui le autrici si sono confrontate per questo lavoro di mappatura e studio.

Ad Adriana Polveroni ho rivolto qualche domanda.
“Il piacere dell’arte”: le motivazioni che ti hanno spinto a questo nuovo lavoro?

“Il piacere dell’arte” è un libro sul collezionismo italiano contemporaneo, tema di grande attualità oggi, anche per via della crisi finanziaria che penalizza le Istituzioni pubbliche. Il collezionismo rimane una sponda forte del sistema e, specie in Italia, non è molto indagato. In realtà l’idea non è mia, ma mi è stato richiesta dall’editore Johan & Levi. È stato un lavoro molto impegnativo soprattutto per la mancanza di fonti e spero, alla fine, di essere riuscita a dare il mio contributo alla conoscenza di questo fenomeno.

Ti è stata affidata di recente la direzione di Exibart.
Quali le linee che guideranno il tuo lavoro?

Dare un’informazione capillare privilegiando quelle notizie che si inseriscono in una prospettiva di “apertura al mondo”. D’altra parte, penso che dopo dieci anni di vita “Exibat” abbia bisogno di un nuovo taglio che vada nella direzione dell’approfondimento degli argomenti trattati. Penso anche che il sistema dell’arte italiano debba crescere e, da questo punto di vista, “Exibart” vuole fare la sua parte, tenendo presente anzitutto gli artisti.

Polveroni - Agliottone
Il piacere dell’arte
Pagine 264, Euro 22.0
Johan & Levi


Grandi tavole: L'Arco Antico


Forse non tutti sanno che tra le particolarità che vanta Savona, c’è quella di essere l’unica città che possiede (come Roma) una Cappella chiamata Sistina, ed ha anche l’unica Maschera Ligure (“Cicciulin”) iscritta nell'albo ufficiale delle Maschere Italiane al pari dei più conosciuti Arlecchino, Pulcinella, Balanzone.
Propongo all’attenzione dei lettori, specie i viaggiatori ghiottoni, una terza particolarità: avere tra le proprie mura, in un palazzo settecentesco, un grande ristorante italiano: L'Arco Antico.

Non è una mia scoperta, da tempo le maggiori guide lo premiano e lo lodano, e nel corso di un viaggio di lavoro non ho perso l’occasione di visitarlo. Perché in queste mie note, oltre a segnalazioni, recensioni e interviste con artisti e operatori della comunicazione, mi piace anche occuparmi d’enogastronomia poiché è materia che incrocia tre importanti aspetti della produzione culturale: arte, mercato e pubblico.
All’Arco Antico ho avuto una sontuosa esperienza di gusto e accoglienza.
A ideare piatti, e a proporre versioni di altri di tradizione, in cucina troviamo Flavio Costa, mentre in sala sua madre Maria Pescetto vi saprà guidare sapientemente attraverso una carta che propone sia scelte singole sia due menu degustazione con abbinamenti di vini generosamente versati. Vini da elogi. Perché una carta con grandi produttori sappiamo farla tutti, ma trovare anche piccole aziende che producono grande qualità è cosa più difficile. Lì accade. E i prezzi hanno articolazioni su multipli livelli che non ti costringono a vincere il Superenalotto per ordinare.
Quando mi occupo di ristoranti, non parlo dei piatti gustati, perché le emozioni sensoriali non sono traducibili in parole, si rischia qualche goffaggine o, peggio, di cadere nel trito gergo dei critici enogastronomici. Dirò soltanto che quanto vi arriverà a tavola è un incanto, rifulgono passione e competenza di Flavio (per una sua bio: CLIC) che s’avvale di forniture eccellenti, fra le quali spiccano un olio di Albenga del Frantoio Sommariva e fagioli di Pigna pressoché introvabili in Italia.
Il locale si articola in due piccole sale – non si può fare alta gastronomia con numero di coperti adatti a feste di matrimonio – e caldamente arredate.
Insomma, se vi trovate da quelle parti non perdete l’occasione di andarci. Mi ringrazierete.

L’Arco Antico
P. Lavagnola 26/r, Savona
Tel/Fax: 019 – 82 09 38
Mail: info@ristorantearcoantico.it
Chiuso domenica e lunedì a pranzo


Pronto, chi ronza?

Una delle prove più cospicue a favore di quanti si battono su posizioni animaliste è costituita dal fatto che gli animali comunicano come noi fra loro.
Anche da qui un ragionato superamento dello “specismo” (cioè della convinzione che le regole etiche si applichino solo all'uomo e non alle altre specie).
Sia vivano da soli o sia in gruppi organizzati, difatti, gli animali si scambiano informazioni per la ricerca del cibo, la conquista e la difesa del proprio territorio, la ricerca di un compagno per la riproduzione, l’allevamento dei piccoli e la difesa dai predatori.

Un puntualissimo libro sull’argomento lo ha pubblicato Editoriale Scienza, è intitolato Pronto, chi ronza? Così comunicano gli animali ben scritto da Nicola Davies con felici illustrazioni di Neal Layton.
La ricerca scientifica nel campo dell’etologia ha verificato che cinque sono le caratteristiche della comunicazione fra animali: con i suoni, con l’olfatto, con il comportamento, con il tatto, e anche con il silenzio.
“Gli animali” – scrive Davies – “hanno elaborato dei sistemi per comunicare che funzionano anche quando è troppo buio per vedere, troppo rumoroso per sentire o quando i destinatari dei messaggi si trovano a centinaia di chilometri di distanza o fanno addirittura parte di un’altra specie”.
Anche quando siamo soli e ci sembra di essere in un ambiente silenzioso, siamo attraversati da un flusso di comunicazioni che esseri come noi si scambiano fra loro. Dalle pagine di Pronto, chi ronza? apprendiamo inoltre come sia sbagliato il modo di dire ‘muto come un pesce’ perché quegli esseri nei mari, nei laghi, nei fiumi fanno comunicazione; come il pesce elefante che usa impulsi elettrici nei corsi fluviali in Africa per inviare messaggi che dicono “il capo sono io” oppure le balenottere azzurre che con dei profondi “hum”, fragorosi come quelli di un aereo che decolla, lancia messaggi capaci di attraversare distanze enormi, fino a centinaia di chilometri.

Il libro si conclude con un ‘Indice’ che contiene i nomi degli animali citati consentendo ai più curiosi di trovare sùbito la pagina dov’è ricordato quell’esemplare, inoltre c’è un ‘Glossario’ che chiarisce il significato di alcune parole come, ad esempio, ‘feromone’ o ‘habitat’.

Per una scheda sul volume:CLIC!

Nicola Davies
Pronto, chi ronza?
Traduzione di Patricia Roaldi
Illustrazioni di Neal Layton
Pagine 64, Euro 12.90
Editoriale Scienza


Fucking Good Art

Dopo gli anni ’60 e ’70 si assiste sulla scena internazionale a un ritorno dell’impegno (così lo si definiva un tempo) nell’arte con strumenti sociopolitici.
Rispetto ad allora, quale nuova cifra caratterizza questo rinnovata attenzione sul sociale?
Rivolsi questa domanda a Franziska Nori, ordinatrice al Cccs di Firenze della mostra “Declining Democracy”, che così mi rispose: CLIC.

Un cospicuo esempio di come alcuni artisti pratichino i media e si applichino alla realtà dei nostri giorni è dato dalla Nomas Foundation che ha commissionato al duo olandese Fucking Good Art (Rob Hamelijnck e Nienke Terpsma) una ricerca sul nostro paese.
I risultati sono raccolti in una pubblicazione di Nero Magazine intitolata Italian Conversations – Art in the age of Berlusconi.
Si tratta di una ricognizione sul territorio, attraverso un’esperienza di viaggio e studio che fornisce una mappatura della realtà culturale italiana, ponendosi come un’originale ricerca critica.

Così scrive il tandem olandese: Con “l’età di Berlusconi” ci riferiamo al “reganismo” o “thatcherismo”, a una certa attitudine poco amichevole nei confronti della cultura, alla relazione tra media e politica, alla diffidenza nei confronti del valore intellettuale, alla perdita di valori comuni.
Questo libro è il resoconto del nostro viaggio in Italia. Lo scopo della nostra spedizione non era quello di rapportarci con il noto patrimonio dell’antichità classica e del Rinascimento italiano, bensì quello di esplorare – in qualità di artisti e non di ricercatori accademici – l’attuale scena artistica, sociale e politica dell’Italia attraverso i suoi testimoni attivi – le molte persone che abbiamo incontrato e con cui abbiamo parlato. Abbiamo iniziato da Roma e concluso a Palermo, passando attraverso Firenze, Bologna, Lugo, Milano, Viganella, Torino, Rivoli, Lecce, Matera, Bari, Santa Maria di Leuca, Napoli e Gibellina. La struttura del libro riecheggia l’itinerario seguito, e ha la forma di un diario di viaggio in sette capitoli. In tutta Europa sono stati effettuati tagli drammatici nella spesa pubblica, inclusa la cultura, alimentati da una retorica basata sull’economia, sugli affari, e il management.
Il forte malcontento e la sfiducia verso le istituzioni e i servizi pubblici, la preferenza nei confronti del privato, dell’indipendente, e dell’autonomia ci ha sorpreso, e sembra essere una delle poche cose a mettere d’accordo tutti gli italiani, da sinistra a destra. Il nostro viaggio è stata una ricerca di nuove proposte, di pratiche più ecologiche e sostenibili che ci consentano di continuare a fare arte in questo mondo confuso e regolato dal denaro.
La situazione italiana sarà presto il nostro futuro
?


Paranormale


Euclide (323 a.C. – 285 a.C.) diceva: “Ciò che è affermato senza prova, può essere negato senza prova”.
Philip K. Dick (1928-1982) ai nostri giorni ha scritto “La realtà è ciò che non sparisce, quando smetti di crederci”.
C’è, però, chi non si rassegna e cede alla credulità. Ed ecco le religioni con il loro sovrannaturale. E, peggio ancora (perché sostengono le loro idee con vesti pseudo scientifiche): quelli che credono nel paranormale.
Forse non è un caso che le parole “paranormale” e “paranoico” comincino con le stesse sei lettere.
Nessuna meraviglia, quindi, se tanto clamore e credulità hanno suscitato la profezia – attribuita agli incolpevoli Maya – secondo la quale questo 2012 sarebbe l’ultimo dell’umanità.
Non è la prima volta che presagi tanto funesti siano messi in giro da iettatori professionisti che fanno discendere tanto malaugurio da fantasiose misurazioni ora tratte da comici conteggi ora da previsioni ricavate da misteriosi mondi occulti.

La casa editrice Ponte alle Grazie ha stampato un libro che, pagina dopo pagina, demolisce tante fandonie svelando i trucchi che si celano dietro tanti fenomeni cosiddetti inspiegabili.
Titolo: Paranormale Perché vediamo quello che non c’è.
Autore: Richard Wiseman
Psicologo, ha lavorato all’University of Hertfordshire e nel 2002 apposta per lui è stata istituita la prima cattedra britannica in Public Understanding of Psycology.
Mago professionista, è entrato a far parte giovanissimo del famoso Magic Circle. Autore di numerose pubblicazioni accademiche, conosciuto in tutto il mondo, ha pubblicato testi tradotti in più di venti lingue. Il suo canale su YouTube registra milioni di visitatori.
Per visitare il suo sito web: CLIC!

Tante, ma proprio tante tante, le dimostrazioni di Wiseman che smontano telepatia, chiaroveggenza, spiritismo, voci dall’aldilà, premonizioni oniriche, esperienze extracorporee, con un procedere ricco di spunti umoristici, specie quando poi illustra – da intenditore, avendo studiato e praticato prestidigitazione – i trucchi usati da cosiddetti maghi e veggenti.
Il libro, divertendo, giunge a plurali conclusioni sulla personalità di noi umani. Prima fra tutte quella che illustra i meccanismi psicologici che muovono le convinzioni e le esperienze. Meccanismi sui quali fanno leva venditori di frottole e persone che, vittime di loro stesse, sono vogliose di credere in quei signori.
Perché reputare vere cose impossibili? Perché la maggior parte di noi è portata a trovare nessi tra eventi completamente scollegati. Perché affascina il convincimento che un mondo senza misteri sia meno meraviglioso di uno popolato da tenebrosi enigmi perfino sulle più semplici cose. Perché l’idea che la morte concluda per sempre la vita e cancelli la nostra identità psichica c’è insopportabile.
Perché si crede in ciò che si vuol credere.
Wiseman con le sue pagine ha il merito di contribuire a una visione del mondo ispirata a un'etica naturalistica, priva di elementi sovrannaturali e mistici.
Il famoso biologo Richard Dawkins ha scritto: Wiseman smonta i ciarlatani del paranormale con grande divertimento del lettore, spazza via la nebbia sensitiva mostrandoci la luce della ragione.

Una curiosità: il libro reca in alcune sue pagine il quadratino con i codici QR che permettono di visualizzare sugli smartphone brevi filmati e clip esclusivi. Per chi non possiede smartphone, l’indirizzo web del materiale aggiuntivo è stampato sotto ogni tag e permette di accedere ai video.

Richard Wiseman
Paranormale
Traduzione di Roberta Zuppet
Pagine 368, Euro 18.60
Ponte alle Grazie


Kaleidoscope

Un tempo il caleidoscopio era un giocattolo posseduto orgogliosamente da molti ragazzi, oggi è meno desiderato quello strumento che si serve di specchi e pezzetti di vetro, o plastica di vari colori, per creare infinite strutture simmetriche.
Per me che mai verso lacrime sul passato, reputo la cosa assolutamente comprensibile; l’elettronica, ad esempio, ci offre possibilità ludiche notevolmente più complesse e affascinanti.
Esiste, però, un circuito di collezionisti che vanno a caccia dei modelli rari di quel gioco ottico e, pare, sia non troppo facile rinvenirli.
Un gioco che nacque in un’area di studi scientifici, infatti, fu inventato nel 1816 dallo scozzese David Brewster mentre conduceva esperimenti sulla polarizzazione della luce e successivamente brevettato nel 1817.
Il suo nome fa riferimento alla lingua greca e significa letteralmente vedere bello.
Non sorprenda, quindi, che la testata di una recente pubblicazione sulle arti visive contemporanee si chiami Kaleidoscope volgendo in inglese il vocabolo.

A dirigerla è il giovane critico Alessio Ascari.
A lui ho chiesto di scattare per Cosmotaxi un flash sulla rivista.

Kaleidoscope è una lente attraverso la quale guardare alla produzione artistica contemporanea, uno strumento per muoversi nel presente, ma anche nel passato e in possibili futuri. Offre un taglio, un'angolazione, parziale per natura e per vocazione. Kaleidoscope è internazionalista (eheh), parla inglese, senza sensi di colpa, ha i piedi a Milano ma la testa in giro per il mondo.
Kaleidoscope è interdisciplinare, crede nello scambio tra saperi e tra mestieri, perché l'arte non può e non deve rimanere chiusa in un recinto, deve comunicare con l'esterno, conquistare territori altri, e farsi conquistare, più spesso e più volentieri. Il più recente numero della rivista, il tredicesimo, introduce un restyling grafico radicale, a cura del rinomato studio londinese OK-RM, del quale andiamo molto orgogliosi e che speriamo conquisterà i nostri lettori
.

CLIC per una visita a Kaleindoscope.
Manco a dirlo, ne vedrete di tutti i colori.


the Hand


Anche quest’anno l’Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno” ricorderà oggi a Campo dei Fiori a Roma, il pensiero e l’attualità del grande filosofo di Nola arso vivo il 17 febbraio di 412 anni fa. Più diffuse informazioni QUI.

L’anniversario mi dà lo spunto per dire di un’operazione verbovisiva a Bruno dedicata.
Con “t” minuscola e “H” maiuscola firma il proprio pseudonimo Maurizio Di Bona (in foto) che in un’intervista al sito SuperEva così si presenta: All’anagrafe Maurizio Di Bona, ho poi deciso di adottare theHand, semplicemente la Mano, come pseudonimo per firmare i miei scarabocchi. Mi occupo principalmente di fumetto, con incursioni libere e anarchiche in letteratura, filosofia, cinema ed altre arti che si prestano ad essere “saccheggiate” e distorte con matite e pennelli.
Per conoscerlo meglio: CLIC!

Da tempo lavora sulla figura di Giordano Bruno (Nola, 1548 – Roma, 1600) che, accusato di eresia, l'8 febbraio 1600 fu condannato al rogo e, ascoltata la sentenza, rivolse ai giudici la storica frase: ”Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell'ascoltarla”.
Dopo aver rifiutato i conforti religiosi e il crocefisso, il 17 febbraio, con la lingua serrata da una morsa per impedirgli di parlare a chi assisteva al falò, condotto in piazza Campo de' Fiori, denudato, legato a un palo, fu arso vivo come misericordiosamente hanno fatto per secoli i cattolici con tanti. Le sue ceneri le getteranno nel Tevere.
Si sono pentiti oltre Tevere di quel delitto? Un po’. Tempo dopo: 400 anni dopo.
Nel 2000, infatti, il Segretario di Stato, non il Papa (che parla in prima persona solo quando vuole dare maggiore peso alle dichiarazioni del Vaticano) riferendosi alla morte di Bruno disse – non riabilitandone la dottrina – che quell’episodio di quattro secoli prima costituiva "per la Chiesa un motivo di profondo rammarico".
E tanti saluti alla signora.

Di Bona al lavoro sulla figura del Nolano così dice: Torno a sporcarmi le mani con un libro illustrato su Giordano Bruno. Non so se anche stavolta l'opera si rivelerà un buco ... nell'inchiostro, ma sono curioso, e già mi diverte l'idea, nel vedere quanti editori si faranno avanti e quanti invece preferiranno più comodi passi indietro.
L'esito del progetto dipenderà da quanti lo supporteranno e vorranno farlo conoscere. Non potendo contare su altri canali per dargli visibilità. Invito tutti a seguire il work in progress su questo sito. Grazie1000
.

Cliccare QUI per visitare il suo sito web e vedere suoi lavori.


Il tempo è un bastardo


Da tempo su queste pagine manifesto insofferenza per la narrativa tradizionale ancora oggi praticata da molti che si ostinano a fare uscire di casa la famosa marchesa alle 5 in punto. Tante cose nel mondo cambiano e nelle arti in molti si misurano con le nuove tecnologie innovando linguaggi, ma proprio in letteratura siamo suppergiù al calamaio e la penna intinta nell’inchiostro.
C’è poi pensa di scrivere in elettronica solo perché usa il computer. Non ci siamo. Se quello che è scritto elettronicamente può essere letto con la stessa comprensione su carta stampata (o viceversa) non è e-literature. Che è altra cosa, ad esempio laddove usando logaritmi (Philippe Bootz, Loss Pequeño Glazier, Shelley Jackson) sorgono forme di scrittura mutante.
Per fortuna non mancano in Italia coloro che si affacciano sul nuovo, vedi, ad esempio QUI.
"C’è stato un momento” – scrive Lello Masucci sul sito prima in link - "in cui i pionieri del web dovettero imparare l’Html per poter creare le prime opere, ma non si può pensare che oggi si possa vivere di rendita su un linguaggio che si evolve e si coniuga con altri. Nessuno può oggi pensare di non conoscere i fondamenti dei linguaggi di programmazione e di essere, ciononostante, un artista digitale (e/o elettronico) o un teorico della Letteratura Elettronica e della cultura digitale".

In modo laterale, ma non estraneo a questo discorso, abbiamo un cospicuo esempio di ricerca prodotto da Jennifer Egan che ha vinto un Pulitzer scrivendo Il tempo è un bastardo (titolo originale: A Visit from the Goon Squad) - pubblicato in Italia da minimum fax - che ha fatto dire al suo traduttore Matteo Colombo (a lui dobbiamo libri di Chuck Palahniuk, Don De Lillo, Michael Chabon). “E' il libro più bello che ho tradotto".
Di questo libro di racconti che molto girano sul rock, a me interessa una sua particolarità: l’uso del PowerPoint fatto dall’autrice.

Da un suo articolo per Repubblica: “PowePoint mi ha permesso, o addirittura imposto di superare i limiti della narrazione tradizionale […] Con PowerPoint creare un contesto è praticamente impossibile, e pur trovando difficoltoso farne a meno, al tempo stesso il fatto di esserne libera è stato incredibilmente liberatorio […] Uno degli obiettivi che si proponeva il modernismo era quello di rappresentare la simultaneità della coscienza, usare il formato della diapositiva lo ha reso letteralmente possibile […] Alcune delle mie diapositive si leggono quasi come parole crociate. Altre contengono sacche di informazione a loro volta contenute da altre sacche. Altre ancora sono strutturate come Diagramma di Eulero o cartesiani. E’ il lettore a determinare la cronologia, che cambia ogni volta”.

Nella prima edizione americana e in quella italiana le diapositive sono riprodotte in bianco e nero, una versione a colori, con commento sonoro, è però disponibile sul sito web della Egan.

Jennifer Egan
Il tempo è un bastardo
Traduzione di Matteo Colombo
Pagine 350, Euro 18.00
Edizioni minimum fax


Abusi di memoria (1)


Nonostante le tante testimonianze dei deportati, nonostante le foto e i filmati provenienti dai lager, nonostante le ammissioni di tanti aguzzini, c’è chi nega la Shoah.
Nel tempo si addizionano le prove. Recentissimo, ad esempio, è il ritrovamento del documento uscito dalla riunione segreta del 20 gennaio 1942 sulla "soluzione finale". Fu rinvenuto per caso dopo la sconfitta del nazismo, fotocopiato e riprodotto in vari testi didattici, ma si pensava che l'originale fosse andato smarrito. Invece no, c'è. E Welt online ha pubblicato quelle agghiaccianti 15 pagine dattiloscritte.
Il genocidio non vide solo i tedeschi all’opera, ma in tanti paesi i collaborazionisti concorsero allo sterminio. Italiani compresi. Da noi, già con la pubblicazione del Manifesto della Razza furono poste le premesse, addirittura legislative, che determineranno deportazioni e lager sul nostro territorio come a Fossoli di Carpi, Bolzano-Gries, la Risiera di San Saba.
Molti nazisti sfuggirono all’arresto grazie ad autorità ecclesiastiche (spiccano i nomi del vescovo austriaco Alois Hudal e monsignor Krunoslav Draganovic) che favorirono le fughe attraverso la la via dei conventi.
Altre tracce inquietanti sono state rivelate settimane fa dallo storico Felix Bohr che ha pubblicato on line documenti del Ministero tedesco degli Esteri che accerterebbero corresponsabilità fra Bonn e Roma alla fine degli anni ’50 sull’insabbiamento di processi, tentato perfino su quello delle Fosse Ardeatine.

La Shoah è stata studiata da varie angolazioni; abbondanti quelle strettamente storiche, meno numerose ma di grande importanza quelle antropologiche, imperdibile (anche se più di uno tenta goffamente di screditarlo) lo sguardo che Hannah Arendt lancia sul processo Eichmann in “La banalità del male”, eppure mancava un libro qual è quello stampato da Bruno Mondadori: Abusi di memoria Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah di Valentina Pisanty; un libro straordinario perché dello sterminio indaga in tre momenti le logiche e i dispositivi retorici; vuole ricostruire – com’è detto in presentazione – “i percorsi di trasformazione dell’evento storico in macchina mitologica”.
E, pur lucenti le prime due parti sui meccanismi del negare e del banalizzare quell’evento, eccezionale si presenta la terza che esplora la “sacralizzazione” (tema finora pochissimo frequentato anche fuori d’Italia) attraverso un acuto tracciato semiologico.
Tema difficilissimo da affrontare, anche pieno di rischi, che la Pisanty svolge in maniera ferrea e delicata al tempo stesso.
La sacralità con la quale spesso si tratta della Shoah determina effetti perniciosi sulla memoria stessa di quella tragica storia. Eppure, anche esponenti di cultura laica, celebrano santificando o maledicendo. Opportune qui alcune righe di Baruch Spinoza che secoli fa scrisse: “Chi sotto l'influsso di un pregiudizio determinato dalle passioni, teme a tal punto di essere confutato dai filosofi e di essere quindi esposto alla pubblica derisione, cerca rifugio nell'àmbito del sacro”.

Segue ora un incontro con Valentina Pisanty.


Abusi di memoria (2)

L’autrice di Abusi di memoria insegna Semiotica all’Università di Bergamo.
Sul tema della Shoah ha scritto per Bompiani “L’irritante questione delle camere a gas: logica del negazionismo” (1998) e “La difesa della razza: antologia 1938-1943” (2006).
Per lo stesso editore: “Leggere la fiaba” (1993); “Semiotica e interpretazione” (2004).
Per saperne di più su di lei: cliccate su questa videointervista.


A Valentina Pisanty ho rivolto alcune domande.
Quale il principale motivo che ti ha spinto a questa pubblicazione?

Da anni rifletto sulla negazione e sulla banalizzazione della memoria, cercando di capire quali nessi vi siano tra questi due fenomeni apparentemente distinti e contrapposti, ma in effetti confinanti e reciprocamente solidali, come dimostra l’ambigua oscillazione tra revisionismo e negazionismo di autori come Ernst Nolte, per esempio. Ho pubblicato vari articoli sull’argomento, ma l’idea del libro – che introduce, quale terzo termine dell’equazione, il dispositivo sacralizzante – la devo a Daniele Giglioli (autore di “All’ordine del giorno è il terrore”, Bompiani 2007, e di “Senza trauma”, Quodlibet 2011), che mi ha aiutata a mettere a fuoco i temi dell’eroicizzazione della vittima e del cosiddetto “paradigma vittimario” come chiavi di lettura di una post-modernità ossessionata dalla memoria di traumi attorno ai quali costruire identità collettive.

I negazionisti, venuti alla ribalta alla fine degli anni 70, oggi, rispetto a quel tempo hanno adottato nuove strategie oppure si avvalgono soltanto dell’amplificazione data loro dai media?

A partire dal “caso Faurisson” (1978) i negazionisti hanno imparato a sfruttare a proprio vantaggio il circuito dei media, facendo leva proprio sulle reazioni di ripulsa che i loro discorsi prevedibilmente suscitano. La sequenza “provocazione negazionista – scandalo mediatico – accorato dibattito pubblico circa i limiti della libertà di espressione” si è ripetuta più volte negli ultimi decenni, consentendo ai negazionisti di rivendicare il ruolo (immeritatissimo) di eretici oppressi da un’ortodossia storiografica gelosa dei propri assiomi. Alimentando queste polemiche, i negazionisti giocano su una malintesa lettura del principio della libertà di espressione, una lettura che non tiene conto della differenza cruciale tra il diritto di esprimere un’opinione (non importa quanto aberrante) e il diritto di farsi pubblicare dai media di proprio gradimento. Ma al di sotto delle rivendicazioni di principio il messaggio che vorrebbero far passare è che sia in corso un serio dibattito storiografico tra scuole contrapposte (“sterminazionisti” vs “revisionisti”), il che evidentemente è falso: il discorso negazionista viola i criteri più elementari del metodo scientifico, ed è per questo che non merita di essere preso in considerazione. Detto ciò, ritengo che il negazionismo oggi sia un’aberrazione piuttosto circoscritta, perlomeno in Italia, e sarebbe controproducente, oltre che sbagliato, cercare di combatterlo per mezzo di apposite “leggi della memoria”.

Che cosa intendi per banalizzazione della Shoah?

Adeguare la rappresentazione della Shoah a formati narrativi ipercollaudati per rendere la memoria di questo evento più facilmente assimilabile o commercializzabile; oppure spogliare la Shoah dei suoi attributi storici più specifici allo scopo di equipararla ad altri crimini del XX secolo, secondo la logica revisionistica per cui se tutti sono colpevoli allora nessuno lo è per davvero. In ogni caso, banalizzare la Shoah significa ridurla a uno schema generalissimo, imperniato sulla dicotomia rigida tra Vittime e Carnefici assoluti, come se non ci fossero altri ruoli disponibili nei copioni della Storia.

La terza parte del tuo libro è dedicata alla “sacralizzazione della Shoah” che, talvolta inconsapevolmente, interagisce con i due precedenti meccanismi citati. Quali danni provoca all’interpretazione storica del genocidio considerarla “oggetto di devozione”

La sacralizzazione è il dispositivo retorico che – mentre attribuisce alla Shoah il carattere di evento “unicamente unico”, irrappresentabile, incomparabile, metafisico – la sottrae dalla serie degli eventi storici, ponendone la memoria al riparo da qualsiasi profanazione attraverso un sistema di divieti e di prescrizioni che fissano i confini del sacro, stabilendo chi e come è autorizzato a varcarli. I “custodi della memoria” sono istituzioni culturali (musei, associazioni, figure eminenti, leggi della memoria) preposte al vaglio dei discorsi e delle pratiche commemorative idonee. La sacralizzazione subentra quando i custodi rivendicano un monopolio sulle interpretazioni e sugli usi legittimi della memoria stessa, talvolta con effetti non meno banalizzanti degli abusi a cui si oppongono. “Di ciò non si deve parlare”; “di ciò non si deve parlare così”, ovvero: “di ciò si deve parlare” (“il dovere della memoria”) ma solo nei modi e con i toni prescritti. E tuttavia l’aura di sacralità non tutela la Shoah contro le profanazioni più triviali e le strumentalizzazioni più banali. Casomai la rende oggetto di un’attenzione ossessiva, creando le condizioni ideali per la proliferazione di metastasi interpretative di ogni forma e colore.

Valentina Pisanty
Abusi di memoria
Pagine 152, Euro 16.00
Bruno Mondadori


La fiction italiana


Dalle origini del dramma televisivo italiano (... niente battutacce... mi riferisco al genere, non a Raiset) alle evoluzioni delle serie narrative ideate per il piccolo schermo (ormai sempre meno piccolo), per comprenderne genesi, sviluppi e derive, disponiamo ora di un ottimo testo pubblicato dall’editore Laterza: La fiction italiana Narrazioni televisive e identità nazionale.
Questo libro è una lettura tanto importante per gli addetti ai lavori quanto per chi, per interesse di studio o per curiosità culturale, è interessato alla conoscenza della tv sia nei suoi meccanismi produttivi sia nei suoi approdi di comunicazione.
E’ questo un volume che ha il merito di fare storia e critica al tempo stesso con una scrittura lontana dal sussiego accademico e dalla genericità giornalistica.
Lo dobbiamo a Milly Buonanno professore di Culture e industrie della televisione alla Sapienza Università di Roma. Ha fondato l'Osservatorio sulla Fiction Italiana ed è autrice e curatrice di oltre 50 libri, pubblicati in Italia e all'estero, sulle teorie della televisione, il dramma televisivo, genere e media. Un suo precedente volume per lo stesso editore è L'età della televisione (2006) che ha goduto di una larga circolazione internazionale nella traduzione inglese (The age of television, Intellect 2008) ed è stato definito 'uno dei testi fondamentali dei television studies'.

A Milly Buonanno ho rivolto alcune domande.
E’ rintracciabile, oppure no, nella fiction italiana una identità nazionale?

Una identità italiana, vale a dire un complesso di caratteristiche che rimandano riconoscibilmente alla storia, alla società e alla cultura italiana, è rintracciabile senza ombra di dubbio nella fiction domestica, che fin dalle sue origini ha assunto una fisionomia distintiva rispetto alla analoga produzione di altri paesi. Dallo sceneggiato degli anni cinquanta al poliziesco contemporaneo, l'intera storia della fiction è contrassegnata da forti marche di inconfondibile italianità, presenti e operanti (nel bene e nel male) nelle diverse componenti del genere: dalle strutture narrative, alle storie narrate, al carattere dei personaggi, al sistema di valori, a tutto l'insieme di elementi che potremmo definire, con Michael Billig, espressione di un 'nazionalismo banale' eppure essenziale, quali i paesaggi, le parlate locali, gli oggetti e i simboli di una vita quotidiana inconfondibilmente italiana. Detto questo, nel mio libro faccio spazio anche a una prospettiva diversa, mettendo in luce l'influenza di fattori esterni, internazionali o trans-nazionali, nel 'forgiare' l'identità della fiction italiana.

Qual è la principale differenza di linguaggio tra lo sceneggiato degli inizi della tv italiana e la fiction che seguirà negli anni ’90?

Le differenze sono numerose, e la prima riguarda senza dubbio i modelli, le forme artistiche ed espressive assunte a riferimento della fiction. Per lo sceneggiato il modello di riferimento era il teatro, così come la fonte primaria d'ispirazione delle storie era il romanzo ottocentesco. Già alla fine degli anni sessanta, con L'Odissea, si assiste all'ingresso del cinema nell'orizzonte di riferimento e nelle stesse pratiche produttive della fiction – ancor oggi il formato prediletto della fiction italiana è la miniserie, appunto un ibrido tra cinema e televisione – . Ulteriori differenze riguardano la dimensione temporale – la fiction post-sceneggiato comincia a raccontare l'Italia contemporanea – nonché le strutture e le formule narrative, che si aprono alla serializzazione. Peraltro molta fiction degli anni duemila è sembrata tornare all'epoca dello sceneggiato, almeno per quanto riguarda la propensione a raccontare storie ambientate nel passato.

Le nuove tecnologie di trasmissione, con la Rete protagonista, quali influenze potranno avere sul linguaggio narrativo della fiction?

Per il momento la cosiddetta convergenza tecnologica sta esercitando un impatto soprattutto sulle forme e le modalità del consumo, che tendono a diventare molto più individualizzate, asincrone, frammentate, o all'opposto eccessive e bulimiche.
Innovazioni significative sul piano creativo ancora non se ne vedono, e personalmente non sono affatto in ansia. La scena televisiva internazionale offre oggi larga quantità e varietà di fiction eccellente e innovativa, che la rete contribuisce considerevolmente a promuovere e diffondere. Direi che per quanto riguarda la fiction il protagonismo della rete si realizza fondamentalmente in questa funzione di spreading e nel fornire un ambiente ospitale e di supporto alle comunità dei fans
.

Per una scheda sul libro: CLIC!

Milly Buonanno
La fiction italiana
Pagine 208,Euro 20.00
Editori Laterza


Cosa resta da scoprire


In Italia ai danni enormi apportati dai tagli ai fondi destinati alla ricerca associamo una carente divulgazione scientifica che da una parte non stimola interessi del pubblico per quel campo e dall’altra non denuncia adeguatamente quei danni.
Tra i pochissimi che diffondono conoscenza, capaci di farlo in modo efficacissimo, scorrevole e perfino con spiccato senso dell’umorismo abbiamo Giovanni F. Bignami, uno che crede nella comunicazione della scienza, e anche nel fare politica della ricerca.
Ne è testimonianza il suo più recente, imperdibile, libro Cosa resta da scoprire edito da Mondadori.

Accademico dei Lincei e membro dell’Accademia di Francia, è tra gli uomini di scienza più stimati, non solo in Italia, nel settore della ricerca astrofisica e spaziale. Ha identificato Geminga, nuova stella di neutroni, e ha diretto progetti internazionali e istituti di ricerca in Italia e all’estero ottenendo in Francia la Legion d’Onore.
Nel luglio 2010, dopo una selezione mondiale, è stato nominato – è la prima volta per un italiano – Presidente del Cospar, il Comitato Mondiale per la Ricerca Spaziale, attivo dal 1958 e che ora conta 44 Paesi Membri.
Nel 2010 ha ricevuto il von Karman Award dell’Int. Academy of Astronautics (nostro primo connazionale dopo Luigi Broglio).
Insegna allo IUSS di Pavia, un’università senza barriere fra discipline.
Ha pubblicato La storia dello spazio (2001); L'esplorazione dello spazio (2006); I marziani siamo noi (2006) da cui è stata tratta l’omonima serie Sky/National Geographic Channel.
Per una sua più estesa biobibliografia: CLIC!

Margherita Hack ha definito questo recente volume da pochi giorni nelle librerie Un affascinante viaggio alla ricerca delle prossime scoperte che cambieranno il mondo.
E affascinanti proprio sono le pagine di Bignami fin dalla prima, con la scena dell’alieno di Calvino Qfwfq che atterra sulla scrivania del Prof nell’intento di aiutarlo nella stesura del libro.
Va detto sùbito che queste pagine non si avventurano in previsioni fantascientifiche, ma riflettono i possibili approdi di vere ricerche scientifiche in corso o che saranno approntate in un futuro prossimo.
“Il futuro è la sola trascendenza degli uomini senza Dio”, scrive Albert Camus, in “L'uomo in rivolta” e la necessità di prevederlo è bene espressa da Patrick Dixon: “Prendi il controllo sul tuo futuro prima che lui prenda il controllo su di te”.
Alcune delle cose di cui parla Bignami in Cosa resta da scoprire possono sembrare ai confini della realtà ma è bene ricordare che pochi avrebbero previsto che nel ventesimo secolo l'uomo avrebbe scoperto la bomba atomica, l'informatica, la nucleosintesi stellare e sarebbe andato nello Spazio e sulla Luna.
Dobbiamo prendere coscienza che, rispetto appena a ieri, è cambiato il concetto stesso di futuro e Bignami ci aiuta a fare tale acquisizione.
A questo punto alcuni lettori di questa nota forse aspettano che qui siano indicate le dieci scoperte ancora da fare che cambieranno tutto descritte nel libro. Li deluderò di proposito invitandoli ad andare in libreria perché il libro di Bignami ben merita una lettura integrale. Se la farete, m’invierete ringraziamenti.
Ma se proprio volete adesso sapere di più sul libro fra poco vi proporrò un video che inizia con otto gustosi endecasillabi in rima baciata detti dallo stesso Bignami che del volume traccia anche i principali contenuti.
Ancora una cosa, prossimamente il Prof sarà ospite su questo sito nella taverna spaziale che gestisco da oltre un decennio sull’Enterprise di Star Trek ed esporrà, viaggiando nello Spazio, le sue idee su quanto di nuovo e nuovissimo si muovono oggi nella ricerca scientifica.

Ed ora ecco il video promesso.

Giovanni F. Bignami
Cosa resta da scoprire
Pagine 182, Euro 17.50
Mondadori


La storia del "3131"

Un vecchio detto alla Rai così suona: “Ogni direttore nuovo è peggiore di quello che l’ha preceduto e migliore di quello che lo seguirà”. Oggi, tanta sapienza corre seri rischi d’essere smentita perché sarà dura per i prossimi dirigenti fare peggio dei più recenti, ma non disperiamo, tutto è possibile.
E’ noto che la Rai attraversa il periodo più nero da quando è nata, ma la conosco troppo bene per non sapere che mai c’è stata un’età dell’oro.
Ad esempio, a Viale Mazzini sono in tantissimi a dire che Bernabei è stato il più grande Direttore nella storia dell’azienda. Ma ve la ricordate quella tv? Fo cacciato, Volontè esiliato, altri nomi meno noti allontanati, sessuofobia sfrenata. E la decantata bravura manageriale di Bernabei? Pur agendo in regime di monopolio, lasciò la Rai con 16 miliardi in lire di debiti, nel 1974!
E’ pur vero, però, che il livello di qualità della Rai era certamente tanto più alto di oggi e anche il più spudorato direttore di allora alla prima minzolinata l’avrebbero allontanato, non foss’altro che per salvare gli ascolti.
Nell’attuale scenario tanto degradato, una rara isola di buon senso e qualità è rappresentata dalle Teche (archivi audiovisivi, biblioteche e fototeche), Direzione, fin dalla sua nascita avvenuta nel 1996, guidata da Barbara Scaramucci – coautrice con Peppino Ortoleva della prima Antologia della Radio –, un luogo che dell’azienda preserva la memoria storica che ora tanti vogliono smemorare.

Da quella struttura, edito dalla Eri, è stato pubblicato La prima volta del telefono La storia del 3131 dal 1969 al 1995.
Ne è autore Raffaele Vincenti. Laureato in Sociologia, in Rai dal 1972, prima in tv poi alla radio, è alla Direzione Teche dal 2001, dove ha proposto e curato il “Progetto 3131” finalizzato al salvataggio sonoro, cartaceo e fotografico di quella celebre trasmissione; la sua testimonianza è di particolare valore perché proprio al “3131” ha lavorato dal 1982 al 1992.
Lo troviamo anche coautore, con Paolo Morawsky di Cento voci dall'Italia una preziosa pubblicazione dedicata ai documentari di Radio Rai a partire dal 1944.

Il 7 gennaio 1969 nasce il “3131”, fu una data storica per la comunicazione (non solo radiofonica) in Italia, il fino allora inaccostabile microfono dei conduttori poteva essere raggiunto dagli ascoltatori telefonando.
Quell’esperienza “In Italia” – scrive Franco Monteleone in prefazione – “divenne strumento insostituibile di servizio, modello di informazione e di cultura, testimone di una opinione pubblica per la prima volta ispirata a un seppur moderato pluralismo”.
Della trasmissione il volume traccia una storia particolareggiata, con un sapiente montaggio alterna documenti d’epoca a interviste ai protagonisti, critiche giornalistiche a brani saggistici, fornendo inoltre, attraverso i ricordi dell’autore, molti angoli di backstage.
La radio, con il mezzo telefonico (sarà poi usato, fino al suo pervertimento, con le cosiddette radio libere prima e con un’utilizzazione che adesso, a Radiorai stessa, sfiora talvolta il farsesco dal supertelefono delle sue reti più ascoltate al citofono di quella con meno ascolti), curiosamente tornava alla sua preistoria, cioè all’Araldo Telefonico di cui si è occupato Gabriele Balbi in La radio prima della radio.
“La storia del 3131” – contiene un Dvd con circa 30 ore di audio, fotografie e filmati – è un’opera valorosa, storica e scientifica al tempo stesso.

QUI una videointervista con l’autore.

Raffaele Vincenti
La prima volta del telefono
Premessa di Barbara Scaramucci
Presentazione di Maurizio Costanzo
Prefazione di Franco Monteleone
Postfazione di Giorgio Simonelli
Contributi di Simona Fasulo e Raffaella Soleri
Pagine 271 con dvd-rom, Euro 18.00
Rai Eri


Numeri immaginari


Arte e scienze dopo secoli sono tornate a far parte di uno stesso territorio al quale sempre appartenute (si pensi al Rinascimento): quello della creatività umana senza perniciose partizioni.
La divisione idealistica fra i due campi del sapere è caduta, speriamo per sempre.
Ha scritto Paul Feyerabend in ‘La scienza come arte’: “Ogni opera di scienza è scienza e arte, come ogni opera d'arte è arte e scienza. Solo come spontanea è l'arte nella scienza, così spontanea è la scienza nell'arte”.
“Ars sine Scientia nihil est”. Questa celebre frase è del Maestro Giovanni Mignot, architetto parigino, pare pronunciata nel 1399 quando fu chiamato a Milano per valutare l’opera della fabbrica del Duomo.
Lo stesso concetto riecheggerà nel 1722 allorché il compositore francese Jean-Philippe Rameau scriverà: “La musica è una scienza che deve avere regole certe: queste devono essere estratte da un principio evidente, che non può essere conosciuto senza l'aiuto della matematica”.
E Victor Hugo (1802-1885): "Non vi è alcuna incompatibilità fra l'esatto e il poetico. Il numero è nell'arte come nella scienza. L'algebra è nell'astronomia e l'astronomia confina con la poesia. L'anima dell'uomo ha tre chiavi che aprono tutto: la cifra, la lettera, la nota. Sapere, pensare, sognare”
Ai nostri giorni quei pensieri sono tornati di grande attualità con l’intreccio multidisciplinare, che è alla base del procedere artistico nelle arti visive, nella musica, nel teatro di performance, in letteratura dove usando logaritmi (Philippe Bootz, Loss Pequeño Glazier, Shelley Jackson) sorgono forme di scrittura mutante.
E il cinema? Qui ci soccorre un eccellente libro di recente pubblicato da Bollati Boringhieri: Numeri immaginari Cinema e matematica
Lo firma un autore che è matematico e cineasta: Michele Emmer, figlio d’arte, il padre è, infatti, il regista Luciano Emmer.
Michele Emmer insegna Spazio e forma all’Università La Sapienza di Roma. Si occupa da anni di cinema e arte – i suoi diciotto film hanno avuto circolazione mondiale – e dei rapporti tra matematica e cultura, su cui dal 1997 organizza ogni anno a Venezia un convegno internazionale. Presso Bollati Boringhieri sono usciti “Visibili armonie. Arte, cinema, teatro e matematica” (2006), “Bolle di sapone. Tra arte e matematica” (2009), vincitore del premio Viareggio, e il dvd “Flatlandia”, accluso al romanzo omonimo di Edwin A. Abbott (2008).

Il volume è strutturato come un film, o uno spettacolo cinematografico, con un primo e secondo tempo. Né mancano un intervallo in cui si sgranocchia l’incanto per la numerazione goduto da Greenaway, e titoli di coda grati ai nomi di Virgilio Sabel, Leonardo Sinisgalli, Raymond Queneau, Pierre Kast, Luciano Emmer.
Pur attingendo alla propria storia personale, l’autore più che tracciare un’autobiografia ne fa elegantemente un basso continuo, un accompagnamento strumentale che conduce il discorso d'insieme mediante l'elaborazione di una partitura fatta dei propri ricordi di spettatore e di regista.
Veniamo così condotti attraverso sessant’anni di cinema che mette in scena la matematica, fornendone anche un repertorio aggiornatissimo e unico nel suo genere.
Non si parla, quindi, solo di quei film, i cosiddetti biopic, che raccontano la vita di matematici, ma si esplorano anche serie televisive e pellicole mai entrate nel grande circuito, curiosi “corti” e fosforescenti esperienze sperimentali, presenze rare, e perciò più preziose, in alcuni festival e rassegne.

Numeri immaginari, scritto in maniera scorrevolissima, è un libro insolito che può far felici non solo gli amanti del cinema e quelli della matematica, ma ha il merito d’illuminare un territorio poco o per niente esplorato tanto da coinvolgere quanti s’interrogano sul nodo che lega fra loro le arti, sulla vita abissale dalla quale emerge la creatività.
Un libro di esperienze, di filosofia. Un libro da leggere.

Michele Emmer
Numeri immaginari
Pagine 246, Euro 18.00
Bollati Boringhieri


Internectasie

Resterà per me sempre un mistero perché chi ha dapprima affidato i propri testi al web poi decida di pubblicarli su carta. Ben capisco, invece, l’operazione inversa.
Disporre di un sito in Rete significa viaggiare su di un jet, raggiungere, almeno potenzialmente, ogni punto del pianeta mentre il libro di carta (c’è chi lo ama, e giustamente, alla follia, un cospicuo esempio QUI) è, oggi, suppergiù una bicicletta, e, pur con il comprensibile fascino delle due ruote, ha possibilità di diffusione innegabilmente più limitate, talvolta, estremamente limitate.
Tutto questo mentre l’editoria informatica finalmente va sempre più affermandosi, e mentre Arthur Sulzberger Jr, editore e presidente del “New York Times”, annuncia che fra qualche anno quel famoso giornale più non sarà su carta e vivrà solo on line.
Altro segnale, stavolta in Italia, proviene proprio dalla Siae che ha pubblicato a gennaio l’ultimo numero cartaceo della rivista trimestrale “VivaVerdi” (non in vendita, riservato agli iscritti alla Società Autori e Editori) che dalla prossima uscita sarà leggibile solo in Rete.

Sia come sia, Carla Paolini, scrittrice finissima, è una che proprio così ha deciso di fare pubblicando Internectasie che dalle pagine elettroniche del suo sito sono ora in versione stampata nelle vivaci Edizioni Cicorivolta.

Scrive Paolo Ruffilli in una nota che apre il volume: Racconto per quadri, lo si potrebbe definire; oppure polittico in una serie di tavole; o, se si vuole, azione drammatica in successione di parti monologanti, senza tuttavia una grande differenza. È questa raccolta di prose, per scene e voci, di Carla Paolini, intitolata Internectasie, suggestiva crasi di “internet” ed “ectasie”. Un piccolo grande libro dall'accentuato peso specifico: compatto e filante, stratificato e intenso, originalissimo nel taglio e nella scrittura, sulla linea della produzione ormai consolidata della scrittrice cremonese […] Il mistero della vita e il senso del suo incommensurabile valore attraversano tutto il libro e ne sono il messaggio in qualche modo squillante, anche formalmente, a livello di cromatismo verbale. Anche se, apparentemente, il tono del discorso è sommesso; anzi, proprio con un effetto inversamente proporzionale alla controllata contrazione del grado del parlato. Secondo una formula contemplativa che subordina i gradi del pensiero ai risvolti più umani dell'affetto e della comprensione; nella vigile volontà di ridare credibilità ai valori attraverso l'uso del "sottovoce" e fuori, dunque, da ogni intenzione retorica.

Carla Paolini
Internectasie
Prefazione di Paolo Ruffilli
Pagine 120, euro 12.00
Cicorivolta Edizioni


Abstract Journeys


Torna su queste pagine Marco Cadioli che conobbi qualche anno fa durante una mostra-convegno dedicata a Second Life, metaverso del quale egli è stato il primo net reporter in Italia.
Ha pubblicato Io, reporter in Second Life ed ecco, circa quelle sue pioneristiche esperienze, quanto mi disse.

Abstract Journeys è la sua prima mostra personale a Milano, sua città natale.
E’ in corso alla Gloria Maria Gallery e propone una serie di immagini tratte da schermate di Google Earth che esplorano molteplici superfici e forme della crosta terrestre, che sono state trasformate dall’uomo in composizioni astratte geometriche.

In foto: Abstract Trip #2 (green), digital print on paper, 124x70 cm, 2011. Unique.

La mostra è a cura di uno dei nostri più brillanti teorici dei nuovi media, uno studioso che ha dedicato la propria ricerca all’immaginario tecnologico: Vito Campanelli.

Di seguito qualche passaggio della sua presentazione.
"… alcuni esseri umani alterano con le proprie attività (si tratta per lo più di attività agricole su scala industriale) il paesaggio naturale, conferendogli forme che riportano alla mente motivi pittorici caratteristici dell’astrattismo europeo del Novecento; le immagini di tali paesaggi sono catturate da satelliti orbitanti intorno alla terra; altri esseri umani (lavoratori immateriali, forse impiegati di Google) trasformano le fotografie in texture ovvero in una sorta di pelle che viene applicata sul ‘corpo’ di modelli bidimensionali e tridimensionali che rappresentano il nostro pianeta; i modelli virtuali così ottenuti divengono navigabili attraverso Google Earth, il popolare programma che ci permette di sorvolare il mondo come fossimo su una romantica mongolfiera; qui Cadioli inizia i propri viaggi e la propria ricerca formale, nel senso di ricerca di forme evocative di alcuni motivi pittorici riconducibili all’astrattismo. Non esiste ovviamente alcun intento estetico nelle attività pratiche con cui gli esseri umani, con il concorso delle macchine, modificano il paesaggio – è l’artista infatti che, guardando da una prospettiva impossibile (l’occhio del satellite, appunto), legge sul territorio segni che egli interpreta come motivi pittorici. […] Ad ogni incontro significativo l’artista milanese scatta fotografie, in altri frangenti preferisce invece che il flusso di dati digitali continui a scorrere e realizza quindi riprese video dei paesaggi che incontra nel proprio girovagare […] Cadioli, profondamente consapevole delle implicazioni di ogni suo gesto, si diverte ad utilizzare Google Earth come un pennello attraverso il quale riprodurre sul proprio schermo pattern espressivi dell’inizio del secolo passato. Gioca a dare forma alla terra e, in questo suo trasformarsi in demiurgo, mostra di non essere vittima di quella “vergogna prometeica” che tanto ha afflitto l’individuo moderno nel confronto con le proprie creazioni macchiniche.
Le illusioni di ordinare l’universo in base al proprio gusto estetico offerte dalla tecnica contemporanea, sono sicuramente tali da indurre quella “inedita vertigine del sublime tecnologico” della quale ci parla Mario Costa, si tratta dunque di un “sublime domesticato” che – in quanto tale – può aprirsi a una fruizione “socializzata e controllata” (“Il sublime tecnologico”, 1990). Non più quindi il terrore provocato da eventi naturali e da potenze non addomesticate, ma un “terrificante tecnologico” che viene disinnescato, proprio nei suoi aspetti più terrificanti, grazie all’estetica delle comunicazione
".

Per visitare il sito web di Cadioli: CLIC!

Marco Cadioli
“Abstract Journeys”
A cura di Vito Campanelli
Gloria Maria Gallery
Via Watt 32, Milano
Info: fabrizio@gloriamariagallery.com
Tel: 02 – 8708 8548
Fino al 22 febbraio ‘12


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