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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Le vie dei Festival

La rassegna Le vie dei Festival, diretta da Natalia De Iorio, ha presentato quest'anno un programma più vasto delle passate edizioni; cominciato a ottobre, intraprende ora il terzo e ultimo giro, quello di dicembre.
Questo Festival dei Festival è realizzato dall’Associazione culturale Cadmo con il sostegno di Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica, dell’Assessorato alla Cultura, Arte e Sport della Regione Lazio, del Ministero dei Beni e Attività Culturali e del Turismo.
La storia, le ragioni espressive, i nomi che hanno reso famoso quest’importante evento teatrale, e inoltre quanto accaduto nel mese che sta per concludersi, si trovano QUI in un precedente servizio di Cosmotaxi.

In foto, il logo del Festival ideato da Lino Fiorito.

Il 1° dicembre, ore 21.00, si apre il sipario al Teatro Vascello per assistere a “Villa dolorosa”, della giovane autrice austriaca Rebekka Kricheldorf. Una sorta di riscrittura delle Tre sorelle di Cechov trasposte ai nostri giorni. La regìa è di Roberto Rustioni, un conoscitore delle atmosfere cecoviane come si può notare in quest'intervista.
Interpreti: Antonio Gargiulo, Carolina Cametti, Roberta Rovelli, Valentina Picello .
Ufficio Stampa Teatro Vascello: Cristina d’Aquanno, promozione@teatrovascello.it

Ancora al Teatro Vascello sabato 6 ore 21.00 e domenica 7 dicembre alle 18.00, terzo appuntamento in cartellone con il Collettivo Cinetico nella prima nazionale di Amleto, in co-produzione con il Teatro Franco Parenti di Milano.
Sessanta minuti di un’originale messa in scena il cui particolare ingranaggio è QUI spiegato.

Sabato 13 dicembre ore 17.00, nell’Aula Magna dell’Università La Sapienza, va in scena in prima nazionale Il jazz visto dalla Luna, un racconto in musica di Luigi Cinque, con Balanescu Quartet, Mimmo Cuticchio (cunto), Maria Pia De Vito (voce), Sal Bonafede (tastiere), Gabriele Mirabassi (clarinetto), Luigi Cinque (fiati voce e live electronics), Patrizio Fariselli (tastiere) e Hypertext O’rchestra. Una produzione Incontri Festival e IUC (Istituzione Universitaria Concerti), in collaborazione con Le vie dei festival.
Animato dal cunto mediterraneo di Mimmo Cuticchio e illuminato da uno dei più importanti quartetti del mondo, il Balanescu Quartet, "Il Jazz visto dalla luna" è un’ opera-poesia, un’indagine sul misterioso cromosoma J, attraverso alcune relazioni tra jazz e musica colta, pensiero poetico, musica popolare, sullo sfondo degli avvenimenti del “secolo breve” e della sua crudele etnografia.

Il tradizionale appuntamento delle “Vie del Festival” con lo Studio di Luigi Pirandello, prevede un incontro curato da Francesco Saponaro, con il contributo di Franca Angelini.
Venerdì 28 novembre: serata dedicata a “Eduardo e Pirandello”. Lettura scenica a cura di Francesco Saponaro di L'abito nuovo di Eduardo De Filippo, scritto in collaborazione con Luigi Pirandello.
Come e quando nacque quel lavoro? Come lavorarono insieme quei famosi due?
Ce lo spiega lo stesso Eduardo in questo video.
Partecipa un gruppo di interpreti di prim’ordine: Fabrizio Falco,Tony Laudadio, Fausto Russo Alesi, Imma Villa.
Scrive il regista: Nel trentennale dalla scomparsa di Eduardo e a ottant’anni dal conferimento del Premio Nobel per la Letteratura a Luigi Pirandello, ho immaginato che si fossero depositati nello studio di Via Bosio i segni di una contaminazione tra le visioni astratte di Pirandello e l'incarnazione eminentemente teatrale di Eduardo. Intorno allo scrittoio dove fu concepita e scritta la commedia restituiamo alcuni passaggi salienti del testo, lavorando per frammenti ed evocazioni. Mi persuade l'idea che nel corso di questi anni siano rimaste nascoste tra i cassetti, tra le pagine dei libri, riposti negli scaffali, le tracce di un incontro fatidico tra due giganti del Novecento, come il crepitio delle anime che restano o le voci che si addensano in quel teatro della vita e dei fantasmi ritrovati nell'interpretazione contemporanea degli attori.

Ingresso gratuito, ma obbligatoria la prenotazione.
Tel: 06 - 44 29 18 53 e 06 – 58 98 031

Per leggere tutto il programma del Festival, svolto e da svolgersi: CLIC!

L’Ufficio Stampa del Festival è affidato a Simona Carlucci
info.carlucci@libero.it, 335 - 59 52 789 e 0765 - 24 182

Info e prenotazioni, Associazione Cadmo: Tel. 06.32 02 102 – 334.84 64 104


Addio alle armi

“Addio alle armi – Roma e il secolo delle guerre” è un progetto di Roma Capitale / Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica Dipartimento Cultura in collaborazione con l’Associazione Culturale Cadmo.
Si svolge dal 30 novembre al 4 dicembre

Scrivono gli organizzatori: Cento anni fa, di questi giorni, mezza Europa era già impegnata sui fronti della guerra che poi avrebbe preso il nome di Prima Guerra Mondiale. L’Italia era alle prese con le forti spinte interventiste e le politiche attendiste, un confronto che avrebbe portato nei primi mesi del 1915 alla discesa in guerra. Sarebbe stato per l’Italia il conflitto più sanguinoso, costato la vita a 600 mila persone. Ricordarlo oggi, a distanza di un secolo è un dovere alla nostra memoria: in quella guerra si formarono molte delle idee che hanno attraversato il Novecento e che giungono in qualche modo sino a noi. Abbiamo voluto farlo attraverso la musica, l’arte, il teatro e il cinema con quattro appuntamenti.

- domenica 30 novembre, ore 11.30, Museo del Vittoriano
“Le trincee del cuore” - I canti popolari della Prima Guerra Mondiale
Orchestra Popolare Italiana, diretta da Ambrogio Sparagna
ingresso gratuito fino a esaurimento posti
prenotazione obbligatoria al numero 334.8464104

Da un comunicato stampa:
A 100 anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, lo spettacolo “Le Trincee del cuore” vuole raccontare gli echi dei tanti canti risuonati tra le pietre delle trincee e nel cuore di quegli uomini. Uomini semplici che cercarono conforto alla disumanità della guerra anche attraverso la voce e la forza della poesia cantata, dando vita a un nuovo genere musicale originale. L’esperienza della vita in trincea favorì infatti la formazione di un originale “corpus” di canti popolari caratterizzato da contenuti e modalità espressive specifiche. Canti che narrano dell’atrocità della guerra, della fierezza del corpo di appartenenza ma anche di amori lontani, speranze, affetto filiale e momenti di gioia quotidiana. Questa varietà di canti veniva eseguita prevalentemente in italiano. Non mancano però anche esempi in lingue dialettali. “Le Trincee del cuore” vuole proporre alcuni esempi di questo straordinario repertorio nazionale e regionale associando ad essi letture poetiche di importanti autori dell’epoca. Si aggiungono canti ungheresi, sloveni, austriaci che pure raccontano quel tragico momento della storia europea in modo originalissimo. Per ricordare, con il cuore, i giorni della trincea.
In apertura del concerto verranno eseguiti alcuni brani all’esterno, per quella parte del pubblico che non riuscisse a trovare posto in sala.
Durata dell'esibizione: 1h 30’
.

- domenica 30 novembre visite gratuite guidate al Museo Pietro Canonica
Per informazioni e prenotazioni: + 39 06. 0608

- martedì 2 e mercoledì 3 dicembre, ore 21.00, Teatro Vascello
Prima Nazionale
“A Farwell to Arms”
tratto da Addio alle armi di Ernest Hemingway
scrittura e regia Andrew Quick, Pete Brooks
costumi e scenografia Laura Hopkins
proiezioni e video design Simon Wainwright
musiche Jeremy Peyton Jones
produzione Imitating the Dog

Per la prima volta a Roma l’acclamata compagnia britannica Imitation of Dog, creatrice di “spettacoli multidisciplinari di rara ambizione” (The Guardian), alla prova con una versione unica e originale di Addio alle armi creato dalla Compagnia in occasione del 100° anniversario dall’inizio della Prima Guerra Mondiale.
“A farwell to Arms” è la memoria di un’epoca e delle sue contraddizioni, della miseria di vite distrutte da una violenza arbitraria, senza alcun senso.
Noti per la complessità degli allestimenti e per le citazioni cinematografiche, Imitating the Dog combinano raffinatezza tecnologica con narrazioni appassionate, producendo lavori intellettualmente affascinanti ed emotivamente coinvolgenti.
Spettacolo in inglese con sovratitoli in italiano

- giovedì 4 dicembre, ore 20.30, Casa del Cinema
“Addio alle armi”
Regia di Charles Vidor.
Ingresso gratuito fino a esaurimento posti

Addio alle armi
Roma, varie località
Dal 30 novembre al 4 dicembre
Info: Associazione Cadmo, tel. 06.3202102 - 331.2019941

Ufficio Stampa: Simona Carlucci tel. 0765.24182 - 335.5952789



Nuovi spazi a RaiNews


Chi legge queste pagine web sa che assai spesso qui si trovano critiche alla Rai sia alle sue programmazioni radiofoniche sia televisive che mi pare presentino plurali guasti.
In particolare, le trasmissioni dedicate alla cultura soffrono di pesantezze o goffaggini passando dalla forma anzianotta e sussiegosa a quella falsamente giovanile.
Per onestà di cronaca, però, va riportata anche qualche felice eccezione.
Monica Maggioni – in foto – direttrice di una struttura che da un anno unifica RaiNews24, Televideo e il portale online Rainews.it, ha deciso di aprire cinque agili spazi, tutti ben condotti, connotati da densità d’informazione in una brevità di minutaggio. Un esempio di come fare cultura in tv con scioltezza ed efficacia.
La Maggioni è un'eccellente professionista e stanno lì a dimostrarlo sia il suo ricco curriculum sia i numerosi riconoscimenti ottenuti da premi nazionali ed internazionali.
I cinque spazi di cui dicevo (ai quali forse gioverebbe per immediata riconoscibilità una titolazione comune) sono ben curati da Raffaella Soleri e disposti come segue.

- Weekend al cinema, film in uscita segnalati da Stefano Masi.

- Central Park West, dagli Usa Antonio Monda.

- AR, arti visive citate da Costantino D'Orazio.

- Il Sabbatico, libri e scrittori incontrati da Antonio Melloni

- Piano... pianissimo, curiosità musicali ricordate da Guido Zaccagnini.

Cosmotaxi incontra oggi proprio Guido Zaccagnini, storico della musica, musicista, docente al Conservatorio S. Cecilia.
A lui si deve, nel 1979, al Teatro Argentina di Roma, la prima esecuzione mondiale integrale delle composizioni di Friedrich Nietzsche, e in seguito, come pianista, con l'Ensemble Spettro Sonoro, la registrazione per l'etichetta Edipan delle musiche liederistiche dello stesso Nietzsche.
Ha curato e tradotto “La generazione romantica” di Charles Rosen (Adelphi, 1997) e “Su Beethoven” di Maynard Solomon (Einaudi, 1998); ha pubblicato una monografia su Berlioz ("Hector en Italie", Pendragon 2002).
Da trent’anni conduce programmi su Radio Rai divenendone una delle sue voci storiche.
A lui Cosmotaxi ha chiesto una sintetica descrizione dello spazio che gli è stato affidato, vale a dire “Piano… pianissimo” in onda il sabato (10.50' e 18.50') e la domenica (13.50' e 17.50'). Così ha risposto.

Oggi, migliaia di siti web, blog, riviste, video permettono di sapere tutto (o quasi) della musica e dei musicisti pop, rock, jazz: l'ultima fidanzata di Tizio, la data di uscita del prossimo album di Caio, il passaggio di Sempronio da questa a quella etichetta... Molto più carente è invece l’informazione sull’altra musica (quella chiamata colta, o classica, eccetera). Da qui, un programma che si propone di mettere in luce fatti, episodi, caratteristiche, curiosità legati al mondo di Vivaldi, Beethoven, Chopin, altri ancora.
Per esempio: che cosa pensava Verdi del collega Rossini? Qual è la composizione più lunga della storia della musica? Che cosa si canta in Brasile e in Malesia in occasione del Natale? Esistono opere o compositori che portano sfortuna? Come sono veramente morti Mozart e Čajkovskij? Quali i fiaschi più clamorosi di musiche oggi considerate capolavori assoluti? Che cosa hanno in comune i motivi che ascoltiamo al telefono nell’attesa di parlare “con il primo operatore libero”?
In cinque minuti, anche ricorrendo all’aiuto di un pianoforte, verrà svolto, ogni settimana, un diverso tema: per divertire, per informare o solo per suscitare qualche curiosità
.


Giochi d'arte Giochi di carte


È il più vero homo ludens che io abbia mai incontrato.
Parlo di Lamberto Pignotti.
Siccome poi nulla esiste di più serio del Gioco, ecco che Pignotti si ritrova (con qualche cruccio, c’è da giurarci) anche serio. E allora non gli resta che fingere d’essere serio per burlarsi di chi ci crede, e tornare così allegramente a giocare, fosse pure di nascosto.
In realtà, il gioco non è soltanto una cosa seria, ma è pure estremamente pericolosa perché a giocare veramente, il primo ad essere volontariamente spiazzato è il giocatore. Giocare veramente… già. Perché c’è anche chi finge di giocare, qualunque gioco pratichi mai è spiazzato dallo stesso, anzi ben lo domina, ma fa una brutta fine perché tutti ridono di lui e non del gioco che propone.
Breve: il Gioco non scherza. Onora le beffe e si beffa degli onori.
È allegro, ma non giocondo. Infrange ma non fracassa.
Al Gioco piacciono i tarallucci e il vino, ma li consuma come aperitivo e mai a fine pasto.
Pignotti è tutto questo. Perciò accanto ai tanti riconoscimenti che lo circondano e quasi lo assediano, c’è anche chi si ostina ad ignorarlo. Nomi oggi al vertice della Cronaca ma neppure al fondo di qualche pagina dimenticata saranno mai ritrovati in futuro.

Così LP (Lamberto Pignotti, ha le stesse iniziali di Long Playing, ma qui alla voce Pignotti non se n’accorgono), giudizioso architetto dei crolli e attento costruttore di macerie, si burla ancora una volta dell’Arte e la precipita in un mazzo di carte in un delizioso libro pubblicato da Frullini intitolato Giochi d’arte Giochi di carte.
Le illustrazioni contenute nel libro, realizzate proprio per quest’edizione, sono tecniche miste su cartoncino di cm 29,7x21

Apre le danze dei brevi capitoli la Regina dei Quadri che nella sua abbagliante Galleria “esibisce buffet da guardare e opere d’arte da mangiare: dipinti di crema di pollo ai petali di rosa, sculture di fois gras ai fichi caramellati”.
Seguono pagine in cui si percorrono discorsi sull’arte e sul sistema dell’arte attraverso odore, gusto, tattilità, per finire in una “A.A.A.A. Antica Accademia d’Arte Attuale”, dove le ultime parole del suo direttore sono tra l’auspicio, la maledizione e la profezia: In un certo senso siamo da tempo tutti condannati ad essere artisti. Che ci piaccia o no. E che questo sia conscio o inconscio, siamo i creatori e gli artisti delle nostre vite, del futuro, del passato. Ad esempio possiamo guardare al passato come un cadavere o come una risorsa… Ad ogni modo bisognerà costruire un mondo di qualità di artisti del quotidiano, artisti del gioco, della conversazione, della passeggiata, del cibo, dell’amicizia, del sesso, dell’amore, abbandonando l’ansia del come andrà a finire.

Lamberto Pignotti
Giochi d’arte Giochi di carte
Pagine 48 con ill. dell’autore
Euro12.00
Frullini Edizioni


50 grandi idee: fisica quantistica

La parola “divulgazione” non ha troppa buona fama eppure la sua funzione comunicativa è nobilissima.
Dallo Zingarelli: “Esposizione di argomenti, specialmente scientifici, in modo accessibile a tutti”.
Esposizione assai difficile a farla bene nel campo delle scienze anche perché ancora soffriamo del deleterio influsso dell'idealismo di Croce e Gentile con la prevalenza dell’umanesimo sulla scienza e sulla tecnica. Forse anche per questo abbiamo pochissimi divulgatori (gli inglesi li chiamano "scientific explainer”) veramente efficaci.
Particolarmente difficile è spiegare certe correnti di pensiero scientifico. Ad esempio la fisica quantistica.
Affermò Niels Bohr, premio Nobel per la Fisica nel 1922, "Quelli che non sono rimasti scioccati quando si sono imbattuti per la prima volta nella teoria quantistica non possono averla capita".
La fisica quantistica è quella parte della fisica che studia il comportamento delle particelle a livello atomico e subatomico. Già, ma questa formula da dizionario produce fenomeni che siamo abituati a vedere solo nei telefilm di Star Trek o in tanti romanzi di fantascienza e, invece, di scienza si tratta.

Le Edizioni Dedalo nella collana 50 grandi idee hanno pubblicato un volume dedicato proprio a quella branca della fisica.
Ne è autrice Joanne Baker.
Ha studiato fisica a Cambridge e a Sidney, dove ha conseguito un dottorato nel 1995.
Attualmente lavora come editor e giornalista per la rivista scientifica «Nature».

Quantistica. Da “quanto” (dal latino ‘quantum’ che significa quantità) corrisponde a ciò che designa in fisica una quantità indivisibile. Per estensione il termine “quanto” è a volte utilizzato come sinonimo di "particella".
Intorno alla quantistica sono fiorite tante polemiche, ricorderete il famoso detto di Einstein che esprimendo perplessità su quella teoria affermò: “Dio non gioca a dadi”.
Gli rispose Niels Bohr: “Piantala di dire a Dio che cosa fare con i suoi dadi”.

Anni fa, partecipai a un convegno sugli stati di coscienza e lì incontrai un fisico della Normale di Pisa al quale chiesi se poteva produrre un esempio in grado di farmi capire che diavolo fosse quel tipo di fisica. Il professore, abituato probabilmente a quella domanda, rispose indicando un tavolo e vi battè una mano sopra. Poi disse, cito a memoria ma non sbaglio l’essenza del suo dire: “La mia mano ovviamente si è fermata sul ripiano. Ma immagina di ripetere quel gesto milioni di miliardi, di miliardi, di miliardi, di miliardi di volte. Bene, ci sarà una volta che la mano attraverserà quel piano di legno”.
Scrive Baker: “La fisica dei quanti non è intuitiva – il mondo subatomico si comporta in modo piuttosto diverso dal mondo classico che ci è familiare. La maniera migliore per comprenderla è seguire il percorso del suo sviluppo e lottare con gli stessi rompicapi su cui si sono arrovellati i pionieri della teoria”.
Ed è proprio quello che propongono le pagine di questo volume che con apprezzabile chiarezza ci conduce fra vertiginosi salti quantici, il principio d’indeterminazione, un gatto contemporaneamente vivo e morto, un universo di molti universi, fino a spiegare perché si preparano tempi duri per gli intercettatori grazie alla crittografia quantistica.
Un mondo, come suggerisce un risvolto di copertina, “che non è più appannaggio della fantascienza”. Fra antimateria, stringhe e idee avveniristiche il lettore non avrà di sicuro tempo d’annoiarsi anche perché la narrazione è sostenuta da numerosi e divertenti aneddoti sulla vita dei protagonisti.

Joanne Baker
Fisica Quantistica
Traduzione di Eva Filoramo
Illustrazioni di Patrick Nugent
Pagine 208, Euro 18.00
Edizioni Dedalo


L'occhio del barbagianni

Salvate il mondo. Mangiate esclusivamente carne umana.
Su quest’aforisma si apre il sipario del piccolo, prezioso, libro di Guido Ceronetti, pubblicato da Adelphi, intitolato L’occhio del barbagianni; volatile effigiato in copertina da un disegno dello stesso autore di questo volumetto composto di centotrentaquattro pensieri di notturna ispirazione e di lucore intellettuale.
Ceronetti, nella sua antimodernità (di solito gli antimoderni mandano odore di sepolture malriuscite), è ben vivo perché non intinge la penna nel catrame del pessimista, ma nell’inchiostro del tragico e attraversa con raccapriccio “Un mondo d’ignoranti molto ben preparati”
Ad ogni angolo di scrittura, l’autore puntualmente delude chi da qualche riga è tentato d’associarsi a lui. E’ un viandante solitario. E se qualcuno – sgarbato o distratto – lo scambia per un pellegrino cattolico o un camminatore buddista è smentito passo dopo passo perciò scontentò religiosi di tutte le fedi nella poesia che dedicò a Eluana Englaro.

In “L’occhio del barbagianni” tra un sorso di the verde e una citazione del Qohèlet, risuonano sentenze col suono fatale di un invisibile gong, l’intelligenza si fa dardo impietoso che colpisce vanità e bugie, ideologie e religioni, tic e tabù.
La durezza di molti motti del libro fa sì che, condividendone molti, tento d’avvicinare quel nomade, ma ecco che – io tecnofilo – leggo quanto male dice della tecnologia elettronica. No, allora decido d’allontanarmene. Ve l’avevo detto, è un autore che delude l’incauto che per via di qualche pagina è tentato d’associarsi a lui; anche per questo, o forse proprio per questo, è un autore come pochi ne circolano. Un autore che ci tiene compagnia con luce d'intelligenza anche quando lo sentiamo da noi lontano.

Guido Ceronetti
L’occhio del barbagianni
Pagine 60, Euro 7.00
Adelphi


Space Metropoliz


E' uscito ieri per Megatube Multi Channel Network di Youtube in Italia Space Metropoliz, documentario diretto da Giorgio de Finis e Fabrizio Boni.
Megatube Italia è diretto da Luca Argentero che così ha dichiarato al webmagazine Blogo: Perché Megatube? Perché i media tradizionali non sono più in grado di intercettare il gusto del pubblico nativo-digitale e il web non aveva ancora trovato una piattaforma in grado di far emergere davvero i tanti giovani talenti che popolano la rete. Con Inside coltiviamo creatività emergente, e Megatube sarà la rampa di lancio per farla arrivare a tutti. Speriamo di riuscire a diventare presto il punto di riferimento per chi lavora al futuro dell'intrattenimento.

Il documentario è di grande interesse anche perché girato a Tor Sapienza (per conoscere storia e insediamento di questo quartiere romano cliccare QUI) che proprio nei giorni scorsi è stato teatro di tensioni e scontri.
Racconta, però, la storia e l’esempio di convivenza pacifica che alcuni romani e migranti hanno sviluppato all’interno del Metropoliz, un’ex-fabbrica di salami abbandonata, uno di quei posti dimenticati che sembrano usciti da un film di Pasolini.
Ecco il link a Metropoliz.

Giorgio De Finis e Fabrizio Boni, due registi-antropologi e curatori d’arte, un giorno, scoprono quest’angolo nascosto di Roma e decidono di realizzare un film che racconti la storia di Metropoliz che è a tutt'oggi l'unica occupazione a scopo abitativo sul territorio italiano ad integrare i Rom in un progetto di autorganizzazione.
Nel 2009 la fabbrica abbandonata viene, infatti, occupata dai Blocchi Precari Metropolitani insieme con circa 200 persone tra migranti, precari e famiglie senza casa: italiani, peruviani, ucraini, africani, rom.
Ristrutturano, riparano, si organizzano e abitano quello spazio, facendone un luogo dove condurre una vita dignitosa e uno spazio sociale e culturale aperto alla città.
Quando i due registi decidono di girare un film sull'occupazione di Metropoliz, propongono agli abitanti un progetto surreale: costruire un razzo per andare a vivere sulla Luna. È una provocazione che solo apparentemente gioca con il delicato tema dell'emarginazione, ma che in realtà ha lo scopo di introdurre la dimensione del sogno, dell'immaginazione e dell'utopia in un contesto che troppo spesso vive un quotidiano schiacciato dal bisogno.
La Luna diventa così un luogo d’incontro tra il Metropoliz e la città: artisti, scienziati, filosofi, ma anche cittadini e associazioni del quartiere sono coinvolti in un gioco surreale a cavallo tra fantascienza e neorealismo.
Come detto in apertura, il documentario, da ieri, è disponibile gratuitamente su Megatube (creators.megatu.be), il primo Multi Channel Network di Youtube in Italia che è anche un sito, un portale 2.0 che, sfruttando le potenzialità del colosso Google dei video web, costruisce per gli utenti un viaggio attraverso proposte di film in streaming, documentari, anime, musica, web series.

Per informazioni: cliccare qui.

Ufficio Stampa: Marta Volterra, marta.volterra@gmail.com; 340.96.900.12


Rivelazioni

Perché credere vere tante improbabili cose non sostenute da prove?
Il fatto è che in tanti sono portati a trovare nessi tra eventi completamente scollegati, affascinati dal convincimento che un mondo senza misteri sia meno meraviglioso di uno popolato da tenebrosi enigmi originati da elementi sovrannaturali o da gruppi occulti.
In altre parole, come accade nelle religioni, perché si crede in ciò che si vuol credere.
Ecco fiorire misteri di sette come gli Illuminati, i Beati Paoli, e via con l’esistenza di Uomini in Nero e Crononauti, gli arcani di Roswell, la ricerca di simboli esoterici in quadri e architetture, parole sataniche contenute in dischi di musica rock fatti girare alla rovescia…

Un prezioso libro che svela presunte congiure e neri enigmi è Rivelazioni Il libro dei segreti e dei complotti di Massimo Polidoro edito da Piemme .
L’autore, non a caso, è segretario nazionale del Cicap (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze); QUI una sua biografia.
Polidoro con le sue pagine ha il merito di contribuire a una visione del mondo ispirata a un'etica naturalistica, lontana, quindi, da macchinazioni ermetiche e superstizioni.
Nel libro è ricordata anche la figura dell’illusionista e divulgatore scientifico canadese James Randi, noto in particolare per la “One Million Dollar Paranormal Challenge”, il premio di un milione di dollari messo in palio dalla sua fondazione, la James Randi Educational Foundation, che sarà dato a chiunque sia capace di mostrare, in condizioni scientificamente controllate e preventivamente concordate fra le parti, un qualsiasi fenomeno paranormale di qualunque tipo, legato all'occultismo oppure un miracolo.
Il premio, finora, da nessuno è stato vinto e Randi dice che quei soldi sono ancora più al sicuro che non a tenerli custoditi in banca.
Ma allora non esistono segreti e complotti? Certo che sì, afferma Polidoro, continuano ad esistere anche in un mondo che le tecnologie sembrerebbero rendere sempre più trasparente, ma si tratta di segreti e complotti che vanno provati di là da ogni dubbio, com’è accaduto, per esempio, al tecnico informatico della Cia Edward Joseph Snowden che ha inferto un duro colpo alla segretezza di quell’agenzia.

Nell’invitare alla lettura del volume, Umberto Eco scrive Massimo Polidoro è un vero segugio e, se non siete di coloro che piangono quando gli rivelano che Babbo Natale non esiste, leggerete molte storie divertenti. Ma esito a parlare di divertimento. Il fatto che Polidoro debba darsi tanto da fare significa che la credulità è più diffusa di quanto non si pensi. Ben vengano, dunque, libri come questo.

Naturalmente meno che mai è necessario complottare per entrare nel sito web dell’autore.

Per leggere un’intervista a Polidoro: QUI.

Per ascoltarne un breve intervento radiofonico: CLIC!

Massimo Polidoro
Rivelazioni
Pagine 364, Euro 17
E-book Euro 9.99
Edizioni Piemme


American Notations


La Fondazione Ragghianti di Lucca – diretta da Maria Teresa Filieri – propone American Notations Quando la partitura diventa arte.

È una conferenza-concerto multimediale e interdisciplinare che indaga il tema delle ibridazioni e degli scambi tra àmbiti espressivi diversi, con specifico riferimento al carattere visuale e iconico assunto dalle partiture musicali delle neoavanguardie statunitensi degli anni Cinquanta-Sessanta del XX secolo.

La serata, ideata da Claudio Pestalozza (ricordo ai più distratti, ideatore di Mesopica Contemporanea) e presentata dallo storico dell’arte Paolo Bolpagni, vede la partecipazione del pianista Antonio Ballista, che interpreta brani di Cathy Berberian - Earle Brown - John Cage - Henry Cowell - Morton Feldman.
Durante l’esecuzione musicale saranno proiettate, a cura del regista e musicologo Francesco Leprino, le immagini delle relative partiture, per permettere al pubblico di seguire la corrispondenza tra suoni, segni e strutture visive.

La serata, proposta precedentemente a Palazzo Reale a Milano nell’àmbito del programma “Autunno americano”, sarà un’occasione per riflettere sulle relazioni tra musica e arti visive intercorse negli Stati Uniti della metà del Novecento, periodo in cui lo sviluppo di quelle due arti andavano di pari passo con quello delle avanguardie musicali, spesso sulla base di relazioni di amicizia e collaborazione tra artisti e compositori.

Con questa conferenza-concerto si apre una nuova serie di appuntamenti che la Fondazione Ragghianti dedicherà proprio al tema della commistione delle arti.
A tal proposito Paolo Bolpagni, membro del comitato scientifico della Fondazione Ragghianti, afferma: Proporre questa serata d’incroci tra musica e arti visive alla Fondazione trova il suo senso proprio nel rimando alla dimensione ‘aperta’ e intercodice che stava alla base della concezione di Carlo Ludovico Ragghianti, nel suo intendere i differenti ambiti creativi come campi interagenti e non separabili, nel suo convinto interesse multidisciplinare.

Ufficio Stampa: Elena Fiori, elena.fiori@fondazioneragghianti.it

American Notations
Fondazione Ragghianti
Villa Bottini
Via Elisa 9, Lucca
Info 0583 – 46 72 05
Venerdì 21 novembre ore 21.00
L’ingresso alla serata è libero fino a esaurimento dei posti.


Eduardo e Moscati (1)


Poco tempo fa Cosmotaxi ha segnalato l’uscita di un libro di Italo Moscati dedicato a Sergio Leone in quella nota ci sono diffuse note biografiche dell’autore.
Qui sintetizzando: regista, scrittore, sceneggiatore (con Liliana Cavani, Luigi Comencini, Silvano Agosti, Giuliano Montaldo), produttore (Jean Luc Godard, Marco Ferreri, Glauber Rocha), è stato direttore del Museo d’arte contemporanea Pecci di Prato, docente di Storia dei Media all’Università di Teramo, tiene corsi in vari atenei italiani e stranieri.

Sono trascorsi trent’anni dalla morte di Eduardo, ora le Edizioni Ediesse hanno mandato in libreria: Eduardo De Filippo Scavalcamontagne, cattivo, genio consapevole di Moscati, eccellente volume che è un ritratto critico di quel grande personaggio del nostro teatro qui visto con le sue tante luci non trascurando anche le ombre che talvolta sono state proiettate su di lui.
Le pagine, come l’autore scrive, si avvalgono di “critici di spicco e humour come Tullio Kezich che non c’è più, e Valerio Caprara; studiose attente e documentate come Franca Angelini e Fiorenza Di Franco; Maurizio Giammusso, un biografo puntiglioso, che conosce la tortuosa storia dello spettacolo; un’attrice-autrice teatrale, Maria Letizia Compatangelo, che ha effettuato importanti indagini negli archivi della Rai per rintracciare le riprese e i programmi dedicati al teatro. A essi si aggiungono un esperto di personaggi ed eventi scenici, Antonio Audino; Enzo Lavagnini e Antonio Musicò, due meticolosi esploratori delle opere e della fortuna di Eduardo nel mondo; un altro giovane giornalista, Andrea Cauti, che ha raccolto testimonianze di grande interesse e partecipazione su Eduardo.
Grazie a questi contributi, sarà forse possibile alla fine della lettura stabilire cosa è stato Eduardo, un artista troppo amato o troppo odiato, guardato con sospetto e risentimento, poi portato in trionfo.
Bisogna togliere Eduardo dalla morsa che si è creata tra questi due poli; ossia, fra chi ha avuto e ha per lui, e per il suo lavoro, soltanto parole d’encomio spesso untuose, e chi gli ha riservato, e continua a riservargli, una diffidenza dovuta più a voci e pettegolezzi che a una vera e propria conoscenza; infine, tra chi si accontenta di commemorarlo e chi vuole ricordarlo rileggendo la sua opera, senza farsi troppo condizionare dal fascino dell’attore e del regista”.

Segue ora un incontro con Italo Moscati.


Eduardo e Moscati (2)

A Italo Moscati - in foto - ho rivolto alcune domande.
Eduardo che cosa ha principalmente dato al teatro italiano del ‘900?

Ha dato un supremo contributo di scetticismo, fondamentale, sulle retoriche dell’Italia unita; e una profonda coscienza dei problemi di un Paese che in 150 anni non ha saputo farsi nazione, dopo il fallimento delle politiche liberali, la dittatura del fascismo, le forme di antifascismo in parte legate a ideologie ottocentesche e a modelli lontani (la rivoluzione sovietica), subordinate nella mentalità dei politici e partiti inconsapevoli esecutori (?) di una tenitura profonda delle eredità fasciste nella retorica e nella organizzazione della dialettica politica. Eduardo è l’unico autore italiano, ripeto italiano, che non è salito in cattedra e si è tormentato nel vedere, guardarsi intorno e avanti, giudicando, senza strafare ideologicamente. E’ forse l’unico testimone sulla scena della grave crisi i cui versa il nostro Paese, un paese troppo “teatrale”, e non profondo, incapace di rinunciare alle piccole e grandi viltà. Eduardo è invece, con la sua opera complessiva, praticamente un solitario.

Il sottotitolo del libro dice di Eduardo “genio consapevole”.
Quale consapevolezza trovi in Eduardo?

La consapevolezza di Eduardo era una sintesi fra quel teatro in cui era nato, quello del padre Eduardo Scarpetta, e le sue esperienze dirette di scena e di vita. Il teatro scarpettiano, attraverso la lingua napoletana e lo spettacolo della napoletanità di strada, quartiere, sceneggiata, gli ha insegnato la consapevolezza delle “maschere” che si era trovato, e trovava intorno: i ricchi e nobili,i politicanti, protagonisti fino al ridicolo (“Il turco napoletano” di Scarpetta); i servi, le donne appetitose, i figli bambini di “Vicienzo m’è pate a me” (“Miseria e nobilità”), e le altre “maschere” napoletane, lasciando da parte il solito Pulcinella troppo astratto e lunare. Maschere come quelle goldoniane, ma ancora meglio di esse, maschere senza parrucche e in abiti borghesi, piccolo borghesi, stracci e poveracci. Di tutto questo si è nutrito Eduardo e l’ha plasmata a suo modo: si ricordi come riesce a rendere ascoltabile, persino “umano”, il ributtante Domenico Soriano in “Filumena Marturano”.

Eduardo e Pirandello. Un debito del primo verso il secondo o un comune approdo, drammaturgico?

La critica ha molto insistito, e insiste, sul rapporto tra Pirandello e Eduardo. E’ un rapporto su cui non mi voglio attardare. La nostra critica è abituata a ragionare secondo i soliti schemi, letterari e non (capita anche al cinema), e cioè che molto o tutto si spiega sulla base di quel che c’era, in una continua partenogenesi. Quando si vivono nelle stesse epoche, o anche in epoche ravvicinate, si sottolineano staffette per capire meglio origini, influenze, coincidenze. Le generazioni si incastrano. Pirandello (1867-1936) e Eduardo (1900-1984) sono protagonisti di una staffetta inquieta e quindi interrotta. Pirandello è geometrico nel gioco delle parti, ieri oggi e domani. Eduardo è un uomo che impara dai difetti del mondo sociale, pubblico, in cui è stato destinato a vivere, come persona parte del continuo “’o calore” della comunità napoletana, in realtà una comunità fredda, con la coperta delle canzoni e del mito della bella giornata, il sole, il mare, l’allegria popolare. Eduardo e la tragedia di una comunità capace di ripetersi, perpetuarsi a vivere in ansia, occultando l’ansia. Eduardo si è dedicato a uscire, proiettarsi al di là delle geometrie ripetitive come condanne, per praticare un prudente, preoccupato, disperato “profetismo”: non chiudere le sue storie e i suoi personaggi negli angusti triangoli dell’esistenza.

Eduardo – come hai ricordato, nato nel 1900 e scomparso nel 1984 – e Totò (1898-1967): quali vicinanze? Quali differenze?

Eduardo e Totò sono differenti e molto vicini. E non per come e quando hanno calcato le scene del teatro e i set. Sono entrambi napoletani secchi secchi. Eduardo ha lasciato un grandioso “Sik Sik, l’artefice magico”, e tante altre amenità tragiche poco considerate perché la critica ama i buffoni solo se sono maschere di tragicità. Totò anche lui sik sik, magro come una lisca. Di solito i napoletani sono grassi, cubici, Eduardo e Totò non sono grassi perché volevano essere non uguali, diversi, spartani, capaci di non ingozzarsi di cibo e di potere. Totò era un imperatore di Capri, in un famoso film del 1950 di Luigi Comencini, e riuscì a farsi riconoscere Principe Antonio De Curtis. Eduardo era un “sindaco del rione Sanità” e ricordava a chi lo considerava un campione di indigenza, un miserevole come tanti napoletani dei quartieri spagnoli, poveri e dignitosi, che non era così, teneva a far sapere che lui andava a scuola in carrozza. Insomma, due figli di una cultura radicata (utile, per tecniche spontanee e serbatoio di sapere, reazioni, desideri) e una cultura appassionatamente convinta di essere una élite, poiché le elite di parassiti, politicanti, grandi elemosinieri “volevano” i sik sik, buffoni per sempre, specchi della loro vita di sogni ghiottoni e di puttane generose. Eduardo quasi un asceta, con i piedi per terra. Totò un burattino meccanico col cuore tra gli ingranaggi a cui sopravvive.

Ringrazio Italo Moscati per il suo intervento e ora v’invito ad assistere alla proiezione di un monologo di Eduardo che si riteneva perduto ma ritrovato negli archivi della Cineteca Nazionale e restaurato.

Italo Moscati
Eduardo De Filippo
Pagine 288, euro 22
Edizioni Ediesse


La distruzione della Torre Eiffel


Winston Churchill, tra le tante lapidarie affermazioni, ne disse una che, forse, può valere ancora oggi: "I Balcani producono più storia di quanta ne possono digerire".
In quel territorio, il Kosovo ha dichiarato unilateralmente la propria indipendenza dalla Serbia il 17 febbraio 2008.
Da Wikipedia: “Il Kosovo è riconosciuto come stato da 108 dei 193 paesi dell'Onu (tra cui 23 dell'Unione europea, Stati Uniti d'America, Francia e Regno Unito membri permanenti del consiglio di sicurezza con diritto di veto), mentre altri 51 stati membri (tra cui Russia e Cina, membri permanenti del consiglio di sicurezza con diritto di veto) si sono dichiarati contrari al riconoscimento. La Serbia, lo considera come sua Provincia Autonoma, alla pari della Voivodina nel nord”.

Sono poche le notizie che arrivano da noi sullo scenario culturale kosovaro, ma circa la ribalta teatrale di quel paese abbiamo articoli e dossier sul Teatro in Kosovo su “Teatro e Storia”, “Hystrio” “Ateatro” e “Rumorscena” firmati da Anna Maria Monteverdi, (in foto), che di recente ha pure curato un volume del drammaturgo Jeton Neziraj già direttore del Teatro Nazionale del Kosovo.
Il libro ha lo stesso titolo di un lavoro scritto da Neziraj: La distruzione della Torre Eiffel.
Lo ha pubblicato la casa editrice Cut-Up.
La traduzione è di Giancarla Carboni (autrice e drammaturga) e Monica Genesin (studiosa di lingua e letteratura albanese dell’Università del Salento).
Anna Maria Monteverdi è la maggiore specialista che abbiamo in Italia di teatro tecnologico, come si può notare sia leggendo l’imperdibile Nuovi media, nuovo teatro sia navigando sul sito web che conduce in Rete.
Ecco un suo videoritratto.

Ad Anna Maria Monteverdi ho rivolto alcune domande.
Perché ti attrae la scena teatrale kosovara?

Quando in un contesto devastato da una guerra recente, in un clima di ricostruzione dove percepisci corruzione, colonizzazione economica dei colossi tedeschi, svizzeri e americani, trovi una compagnia teatrale che fa di tutto per ristabilire un'identità nazionale, riportare la cultura all'interno della propria tradizione e lingua, individuando tematiche anche scomode pensi che quel teatro sia "necessario". Rifondare una cultura nazionale, discutere delle problematiche scottanti come il rapporto con la Serbia può essere difficile e pericoloso, e infatti chi lo fa è soggetto a censure di Stato. Da questa parte dell'Europa il teatro è ormai soltanto un'operazione rassicurante e normalizzante e abbiamo perso la dimensione del "pericolo" che può esserci dietro la parola teatrale ma lì intuisci che può davvero essere tagliente e incidere sulla realtà e sulle coscienze.

Che cosa rende importante la figura di Jeton Neziraj?

Jeton Neziraj è un giovane drammaturgo con alle spalle quasi venti testi teatrali rappresentati in tutto il mondo, io l'ho tradotto in Italia per la prima volta per mostrare che la drammaturgia contemporanea dell'Est sta dando ottimi risultati. Lui si è formato alla "scuola parallela" del Kosovo durante la guerra; infatti la cultura e la lingua albanese durante la repressione di Milosevic erano bandite e anche i teatri erano chiusi, quindi rinacquero grazie a Rugova che divenne il primo presidente del Kosovo. Fu nei teatri paralleli, clandestini, negli scantinati, dove i giovani impararono quella cultura proibita dal regime. Neziraj parla in maniera molto ironica della situazione di nuova "occupazione" del Kosovo, con le missioni militari internazionali e i governanti corrotti; prende poi in giro sia il fondamentalismo che la paura generalizzata verso l'Islam delle democrazie europee.

Esiste nei Balcani un teatro tecnologico?

Sarebbe pretendere troppo! Niente teatro tecnologico, gli spazi sono davvero minimali e le produzioni ridotte all'osso, però trovi un ottimo teatro d'attore, un teatro di parola molto frequentato dai giovani. Ma il nuovo progetto in cui è coinvolto Neziraj in Italia con il musicista Gabriele Marangoni prevede effettivamente anche l'uso di elettronica. SI chiama “Diffraction. In paradise artists can fly” ed è un progetto che unisce teatro musica ed elettronica con il testo teatrale di Neziraj, tra il comico e il politico e un ensemble che esegue partiture di musica contemporanea create da Marangoni, fisarmonicista e compositore che da anni collabora con Neziraj in Kosovo. Questo il link per visitare il sito.
Il debutto sarà a Prishtina oggi 14 novembre e il 19 a Pisa al Teatro Sant'Andrea grazie alla Fondazione Toscana Spettacolo dopo una residenza a Castiglioncello presso Armunia
.

Jeton Neziraj
La distruzione della Torre Eiffel
A cura di Anna Maria Monteverdi
Traduzione di
Giancarla Carboni
Monica Genesin
Pagine 108, Euro 13.00
Cut-Up Edizioni


La stanza del presepe


Il catalogo della casa editrice : due punti è un luogo sia cartaceo sia digitale che riesce ad accoppiare, attraverso una ragionata ripartizione di collane, testi che riflettono sia sulla Memoria sia sul Futuro.
Né mancano raffinati giochi letterari, da me amatissimi. Ad esempio, del tempo di ieri (Louis Coquelet: Elogio di Nulla - Elogio di Qualcosa) e del tempo di oggi (Volpe e Voltolini: Mai ali che volano alto ).

In questo policromo scenario di cellulosa e pixel, è stato pubblicato La stanza del presepe una storia di Giovanni Falcone, libro appassionato di memorie familiari raccontate ad Angelo Di Liberto da Anna e Maria, le sorelle del magistrato ucciso il 23 maggio del ’92.
Di Liberto, palermitano, qui al suo esordio letterario, è stato alunno di Maria Falcone.
Ha studiato all’Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa e recitato in diversi spettacoli. Dal 2004 segue corsi di “Actor’s training” e “Script Analysis” di Michel Margotta.
“Le sue storie” – recita un suo ritratto – “sono incentrate sui rapporti tra esistenza e coscienza, tra soggetto e oggetto: realizzare sé stessi entrando in contatto con le cose, con gli altri, con l’Altrove".
La stanza del presepe è stato selezionato dalla Fondazione Giovanni e Francesca Falcone per il progetto nazionale Educare alla legalità.

Il protagonista di questo racconto di Natale è Giovanni Falcone, qui a sette anni, che, fra tormenti dell’infanzia, paure, visioni e affetti, compirà una scelta che segnerà la sua esistenza. Palermo è una città di difficile interpretazione, fatta di simboli e macerie, che diventa teatro di una storia minuta quanto necessaria per rintracciare il senso di un’Italia intera, ancora in cerca di un’identità civile e morale. Ma questa è soprattutto la storia di un bambino e la scelta che farà è un miracolo che può ripetersi.
Se è vero, infatti, che le esperienze vissute da piccoli sono fondanti per il carattere e l’umore di una persona, allora troviamo in questa storia dell’infanzia di Giovanni Falcone i caratteri distintivi che abbiamo conosciuto nel magistrato.
Giovanni è un bambino determinato, introverso ma appassionato, con un forte senso morale che proietta in un mondo di fantasie ispirate dagli amati romanzi di cappa e spada; con occhi curiosi e attenti scruta la realtà che lo circonda, di cui apprende con lucidità e intelligenza le regole e i meccanismi: alcuni positivi e rasserenanti, altri fortemente perturbanti.
Sono i giorni che precedono il Natale del 1946 – Giovanni ha sette anni e mezzo – quando il maresciallo della polizia Raffaele Sicurella viene ucciso in un attentato mafioso. Il mandante dell’assassinio è il capo del mandamento di Porta Nuova: «Tutti sapevano che quella era la zona di don Tano Filippone». Il piccolo Giovanni è turbato da questa prima manifestazione del Male nella sua vita, che istintivamente associa a una statuina del nuovo presepe di casa, allestito in gran segreto per lui. Quella statua raffigura “un uomo tarchiato con un cappello in testa”, un ghigno fisso sul volto e dei pantaloni rosso sangue. La fantasia sovreccitata del giovane Falcone rende insostenibile il contrasto interno alla scena sacra, tra le figure adoranti, colte in estatico abbandono, e quest'ultima maschera di grettezza e ambiguità: è lui Tano Filippone e Giovanni non ha dubbi da che parte stare.

Dice Maria Falcone: L’emozionante racconto di Angelo Di Liberto mi ha riportato alla mia infanzia, all’atmosfera di Natale che si respirava in casa e a quell’incantato presepe che ci rapiva. Tuttavia, questo non è il racconto di un Natale di famiglia, ma la storia di un bambino di sette anni. Un bambino, di nome Giovanni.

Angelo Di Liberto
La stanza del presepe
Prefazione di Maria Falcone
Pagine 64 (ill.), Euro 6.00
: due punti edizioni


The Sound of Darkness


A Roma, nello spazio espositivo di Antropomorpha, sabato 15 novembre alle ore 18.30, inaugura la Mostra fotografica The Sound of Darkness di Nicolas Tarantino.
Nato a Milano nel 1968, dopo gli studi d’ingegneria, inizia a lavorare come fotografo freelance realizzando reportage in Europa, India, Sud-Est asiatico e Stati Uniti, documentando in particolare grandi eventi di massa.
Collabora da anni con scuole e associazioni, organizzando dibattiti e mostre fotografiche sul tema della Memoria. Nel 2014 le sue fotografie realizzate per la Lega del Filo d'Oro, con la quale collabora dal 2013, sono state utilizzate in alcuni spot televisivi nella campagna “La Fabbrica del Sorriso” e all’interno della mostra itinerante “50 anni di storia d’Italia, per filo e per segno” realizzata, in collaborazione con Ansa, per i 50 anni proprio della Lega del Filo d’Oro.
Da anni sta documentando l’evoluzione urbanistica di Milano in vista di Expo 2015.
Vive e lavora tra Milano e Nizza.

In foto un’immagine presente nell’esposizione “The Sound of Darkness”.

Tarantino sulla mostra dice: La Lega del Filo d'Oro dal 1964 è impegnata nell’assistenza, educazione, riabilitazione, reinserimento in famiglia e nella società di bambini, giovani e adulti sordociechi, totali o parziali, e pluriminorati psicosensoriali.
Le immagini che presento sono il primo risultato di un progetto di lungo periodo iniziato nel novembre del 2013. Dopo una permanenza iniziale di quasi due mesi presso la sede principale della Lega del Filo d’Oro a Osimo, ho visitato le sedi di Modena e Lesmo e partecipato a tutti i soggiorni estivi organizzati nel 2014.
In quest’anno ho potuto osservare l’isolamento interiore e la solitudine delle persone con le quali giorno dopo giorno entravo in contatto, ma allo stesso tempo, grazie allo straordinario lavoro umano e professionale delle donne e degli uomini della Lega del Filo d’Oro, sono stato testimone di una quotidianità ricca di interazioni umane, sensoriali e comunicative, nonché di numerose attività che non immaginavo possibili.
Il prossimo 20 dicembre la Lega del Filo d’Oro festeggerà i suoi primi 50 anni. Questa mostra è dedicata a tutte le persone che nel corso di quest’anno ho incontrato e conosciuto alla Lega del Filo d’Oro.
Ancora una cosa: le fotografie esposte saranno accompagnate anche da didascalie in Braille scritte a Osimo dagli ospiti della Comunità Kalorama della Lega del Filo d’Oro
.

Per visitare il sito web di Nicolas Tarantino: CLIC!

Nicolas Tarantino
The Sound of Darkness
Spazio Antropomorpha
Via Castruccio Castracane 28a – Roma
Orari: lunedì-venerdì 10.00 – 13.00 e 15.00 – 19.00
Dal 15 novembre fino al 4 dicembre 2014


Premio Vignali


Da tre anni si tiene a Modena, il Premio Davide Vignali.
È dedicato alla memoria di uno studente scomparso (a 28 anni travolto da un’automobile) nel 2011. Il concorso si rivolge a tutti i giovani talenti della regione, promuovendo le loro ricerche nel campo della fotografia e dell’immagine. A ogni partecipante è chiesto di presentare un progetto sotto forma di foto a colori o in b/n, di video o video-installazione.
Il Premio è promosso da Fondazione Fotografia, dall’Istituto d’Arte Adolfo Venturi e dalla Famiglia Vignali, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena presieduta da Andrea Landi (v'invito a leggere un suo ragionato allarme sull'aumento delle tassazioni alle Fondazioni) ed il patrocinio del Comune di Modena.

La vincitrice dell'edizione di quest’anno è stata Corinna Gentili (in foto un suo lavoro), studentessa del liceo artistico Serpieri di Rimini, autrice del lavoro 'Intermezzi', alla quale è andato un premio di 1000 euro.
'Intermezzi' è una serie di nove fotografie, in cui sono raffigurati oggetti comuni, particolari minuti o dei corpi sfocati volutamente indecifrabili.
Dice Corinna Gentili Ho cominciato a realizzare i primi scatti con due idee di fondo: l'astrattismo della pittura di Rothko, incentrata sul colore e sulla luce, e la tematica delle 'piccole cose', quelle della scena del sacchetto di plastica in "American Beauty" e de "Il Favoloso mondo di Amelie".
Secondo classificato Alex Garelli (ITIS Marconi, Lugo), con la serie fotografica 'Gioventù selvaggia'; terza Giulia Ferrari (Istituto d'Arte Venturi, Modena), con le fotografie 'Frammenti di tempo'. Infine, il Premio Venturi, riservato a uno studente dell'istituto d'arte modenese, è andato a Giorgia Mangieri, autrice del video 'Nonostante tutto'.
Tutti i lavori sono esposti presso l’Atelier della Fondazione.

Il termine per la presentazione dei progetti per la prossima edizione è l’8 maggio 2015.

Ufficio Stampa: Cecilia Lazzeretti; tel. 059 – 23 98 88
press@fondazionefotografia.org

Premio Davide Vignali 2014
Fondazione Fotografia Modena
Atelier della sede didattica
Via Giardini 160
Info: tel. 059 - 22 44 18
Fino al 28 novembre


Safe-keeping


In Italia, tra i musei dedicati alla storia sanitaria, vivacissima è a Roma l’attività del Museo Laboratorio della Mente diretto da Pompeo Martelli.
Non a caso il Museo è stato insignito del "Marchio di Qualità" dalla Regione Lazio, ha ricevuto il Premio Icom-Italia nel 2010 quale “Museo dell’anno per l’innovazione e l’attrattività nei rapporti con il pubblico”.
Svolge un’attività che indaga sul disagio mentale, la storia della psichiatria, le terapie di un tempo, le risorse di oggi, impegnandosi a sconfiggere lo stigma, termine che indica la discriminazione basata sul pregiudizio nei confronti del malato mentale.
Chesterton non è proprio il mio autore preferito, però, riconosco la verità di un suo aforisma: “Il pazzo è uno che ha perso tutto tranne la ragione”.

Nell’àmbito delle celebrazioni per il Centenario del Santa Maria della Pietà, il Museo Laboratorio della Mente presenta Safe-keeping (Custodia) di Sarah Bennett, un’installazione video che riflette sulla natura affettiva dei fagotti, pacchi non ritirati contenenti gli effetti personali dei pazienti del Manicomio di Roma di Santa Maria della Pietà.
Il progetto, frutto della collaborazione tra la Asl Roma E, diretta da Angelo Tanese, con la Plymouth University, è il risultato del lavoro di ricerca condotto dall’artista nel Museo Laboratorio della Mente e nell'archivio storico dell’ex manicomio di Roma.
Il progetto di Sarah Bennett prende avvio nel 2012 quando l’artista inglese inizia a lavorare sui pacchi mai restituiti della Fagotteria, il deposito del manicomio nel quale erano conservati gli effetti personali sottratti ai pazienti al momento del ricovero. Ciò che resta della Fagotteria è oggi esposto e conservato presso il Museo Laboratorio della Mente nell’allestimento realizzato da Studio Azzurro.
Sarah Bennett rivolge dunque la propria attenzione alla catasta dei fagotti, alla loro stratificazione e struttura materica, ne indaga la consistenza e la forma presente per ritrovarne l'originaria natura, oltre il visibile e i segni del tempo. Ne riscopre così la superficie, liberata dalle molte manipolazioni ai quali i fagotti sono stati sottoposti, recuperandone la dimensione più intima e affettiva.
In occasione dell’opening, il 31 ottobre, Sarah Bennett ha tenuto un talk dal titolo Institutional Dwelling nel quale ha illustrato il suo percorso di ricerca artistica che dal 2010, con il progetto Reformations – lavoro condotto nell’ex manicomio di Devon County presso Exminster – l’ha portata a esplorare gli spazi dell’istituzione manicomiale tra memorie e pratiche sociali.
La Bennett è un’artista e docente universitaria, professore associato in Fine Art presso la Plymouth University e Associate Head of the School of Art and Media, dove si occupa delle relazioni esterne tra la Plymouth University e organismi culturali, sia nazionali sia internazionali. Responsabile accademico per i programmi di laurea triennale, Master e dottorati di ricerca in Arti Visive, docente di collegamento tra la Plymouth University e il Transart Institute.
La sua ricerca artistica investiga i luoghi istituzionali, sia nei precedenti storici sia nella contemporaneità; oltre a “Safe-keeping”, i suoi progetti più’ recenti includono: “Reformations” (2010) e “Institutional Traits” (2012). Ha inoltre pubblicato scritti su progetti di arte pubblica e site-specific, e tenuto conferenze sui temi della geografia culturale, antropologia visiva e museologia.

Ufficio Comunicazione Direttore Generale Asl Roma E
Roberta Mochi, roberta.mochi@asl-rme.it

Museo Laboratorio della Mente
Sarah Bennett
Safe-keeping
Santa Maria della Pietà
P. Santa Maria della Pietà 5, Roma
Padiglione 28
venerdì-sabato-domenica dalle 15 alle 19
Info: 06 – 68 35 28 58
Fino al 30 novembre 2014
Ingresso libero


Il gioco e il massacro (1)


- Ci sono molti modi di arrivare, il migliore è di non partire.
- L'Inferno di Dante è pieno di italiani che rompono i coglioni agli altri.
- La stupidità degli altri mi affascina, ma preferisco la mia.
- Le avanguardie si trovano spesso ad essere superate dal grosso dell'esercito.
- Una volta il rimorso veniva dopo, adesso mi precede.

Sono alcune frasi estratte da Il gioco e il massacro di Ennio Flaiano (Pescara, 1910 – Roma, 1972), (in foto), che fu scrittore, sceneggiatore, giornalista, critico teatrale e cinematografico.
L’ha ristampato Adelphi, a cura di Anna Longoni insegnante e saggista; i suoi principali àmbiti di ricerca sono l'opera dantesca, la narrativa del Novecento e la storia dell'editoria. È la più grande studiosa di Ennio Flaiano, ne ha curato l'edizione delle opere a partire dalla raccolta complessiva uscita alla fine degli anni ottanta fino alla ripubblicazione in corso presso Adelphi.

Ennio Flaiano con i suoi libri guarda attraverso la lente della disillusione e della malinconia un’umanità piccola e volgare, compiaciuta di se stessa, irrimediabilmente sguaiata.
Un buon ritratto del suo pensiero è contenuto in questo brano tratto da "Filosofia del rifiuto".

Agire come Bartleby lo scrivano. Preferire sempre di no. Non rispondere a inchieste, rifiutare interviste, non firmare manifesti, perché tutto viene utilizzato contro di te, in una società che è chiaramente contro la libertà dell'individuo e favorisce però il malgoverno, la malavita, la mafia, la camorra, la partitocrazia, che ostacola la ricerca scientifica, la cultura, una sana vita universitaria, dominata dalla Burocrazia, dalla polizia, dalla ricerca della menzogna, dalla tribù, dagli stregoni della tribù, dagli arruffoni, dai meridionali scalatori, dai settentrionali discesisti, dai centrali centripeti, dalla Chiesa, dai servi, dai miserabili, dagli avidi di potere a qualsiasi livello, dai convertiti, dagli invertiti, dai reduci, dai mutilati, dagli elettrici, dai gasisti, dagli studenti bocciati, dai pornografi, poligrafi, truffatori, mistificatori, autori ed editori. Rifiutarsi, ma senza specificare la ragione del tuo rifiuto, perché anche questa verrebbe distorta, annessa, utilizzata. Rispondere: no. Non cedere alle lusinghe della televisione. Non farti crescere i capelli, perché questo segno esterno ti classifica e la tua azione può essere neutralizzata in base a questo segno. Non cantare, perché le tue canzoni piacciono e vengono annesse. Non preferire l'amore alla guerra, perché anche l'amore è un invito alla lotta. Non preferire niente. Non adunarti con quelli che la pensano come te, migliaia di no isolati sono più efficaci di milioni di no in gruppo. Ogni gruppo può essere colpito, annesso, utilizzato, strumentalizzato. Alle urne metti la tua scheda bianca sulla quale avrai scritto: No. Sarà il modo segreto di contarci. Un No deve salire dal profondo e spaventare quelli del Sì. I quali si chiederanno che cosa non viene apprezzato nel loro ottimismo".

Segue ora un incontro con Anna Longoni.


Il gioco e il massacro (2)

Per parlare dell’opera Il gioco e il massacro ha accettato l’invito di Cosmotaxi (e così torna ad essere ospite di queste pagine web) Anna Longoni alla quale ho rivolto alcune domande.

Qual è l’importanza che attribuisci a “Il gioco e il massacro” nella produzione di Flaiano?

Dopo il romanzo d’esordio, Flaiano abbandona la narrativa tradizionale, scegliendo il genere dell’aforisma, dei pezzi brevi, che per lo più appaiono sulle pagine dei quotidiani, e solo dopo formeranno un volume. Questo libro, nato un po’ per caso, come reazione a due fallimenti (un film che non riesce a girare e un racconto, composto su commissione, rifiutato), segna il ritorno a una narrazione di maggiore respiro, in cui confluiscono i temi (l’errore, la metamorfosi, il viaggio, la noia…) e le soluzioni espressive (anche la misura dell’aforisma) che più hanno segnato la sua scrittura. È come se avesse voluto tornare a fare i conti con la forma-romanzo dell’esordio, sperimentandone però una nuova maniera. Nei due racconti, come era già avvenuto con “Tempo di uccidere”, molti spunti sono autobiografici: i protagonisti maschili, nella loro profonda diversità, sono un’evidente proiezione di Flaiano, dell’uomo e dello scrittore. Ci sono le sue aspirazioni e le sue delusioni, ma soprattutto le sue ferite: più che le ferite dell’intelligenza, che trovano espressione nella forza tagliente della misura aforistica, le ferite dell’anima.

Nella tua ricca nota a conclusione del libro, si nota una particolare cura nel segnalare i raccordi che rendono i due racconti di “Il gioco e il massacro” due opere a specchio. Perché hai riservato tanta attenzione a quelle coincidenze?

Perché, scoperta la genesi dei due racconti, colpisce come la casualità del loro incontro si sia trasformata in perfetta complementarità. Il gioco del rispecchiamento rivela un’assoluta coerenza di scrittura – nonostante i due testi nascano l’uno come sceneggiatura, l’altro come racconto a puntate – e soprattutto la complessità di una riflessione che, attraverso gli opposti, riesce a disegnare una trama unitaria, in cui sono rappresentate le difficoltà del vivere, le illusioni e i fallimenti nella costruzione delle relazioni e, soprattutto, della propria identità.

Flaiano, nonostante i tanti riconoscimenti critici e i suoi tanti lettori, perché resta sempre una figura letteraria un po’ laterale nel nostro scenario letterario?

Lo aveva prefigurato lo stesso Flaiano: immaginando il profilo che gli avrebbe dedicato un’ipotetica enciclopedia del 2050, profetizzò per sé la definizione di “scrittore minore satirico dell’Italia del Benessere”, da ricordare per il solo romanzo d’esordio (citato, per di più, col titolo sbagliato “Tempo di morire”). È il destino che la critica ufficiale riserva a un genere che è sempre stato valutato con sospetto, quello della satira, e soprattutto a chi fa della scrittura un’occasione per denunciare i mali della società e degli individui attraverso la leggerezza dell’ironia, uno strumento in grado, come un bisturi, di ferire e insieme di risanare. In Italia, lo scrittore, se vuole essere preso sul serio, deve poter essere ricondotto a una precisa tradizione letteraria, che gli riconosca padri illustri (preferibilmente non stranieri): in mancanza di questo, si è destinati, nelle storie della letteratura, a rimanere ai margini. Ma i lettori continuano a essere molti, e di ogni età: perché, e in questo sta la grandezza di Flaiano, la spietata descrizione della società del suo tempo si rivela capace di parlare anche del presente, proprio come sa e può fare solo un classico.

Ennio Flaiano
Il gioco e il massacro
A cura di Anna Longoni
Pagine 316, Euro 14.00
Adelphi


Jaime Reid


Nel 1980 il regista Julian Temple diresse “La grande truffa del rock and roll” in cui Malcom McLaren (1946 – 2010), manager dei Sex Pistols, provocatoriamente racconta che la band è stata una sua invenzione e lui mirava, riuscendoci, solo a fare un mucchio di quattrini (nel film del 2000 "Oscenità e furore", però, i membri sopravvissuti dei Sex Pistols raccontarono una loro versione dei fatti circa l'ascesa e caduta della band tentando di ridimensionare il ruolo avuto dal manager).
All’uscita del film di Temple si scatenarono molti commenti sulle dichiarazioni di McLaren: era vero quello che diceva oppure no?
Di sicuro quella band ebbe vita corta e clamorosa, durò soltanto un paio d’anni, ma ebbe grande seguito, si pensi al successo riscosso da God Save The Queen.
Sia come sia, una cosa è certissima, alla popolarità del gruppo giovarono enormemente gli strumenti espressivi extra musicali che lo accompagnarono: dall’abbigliamento alla grafica. Ed eccoci al nome di Jaime Reid (1947) autore delle copertine dei loro dischi e fondatore dell’iconografia punk.
A lui la Galleria Civica di Modena sostenuta dalla Fondazione Cassa di Risparmio della città, dedica la mostra Ragged Kingdom realizzata in collaborazione con la Isis Gallery di Brighton, con la partecipazione di ONO arte contemporanea, e sponsorizzata dal Gruppo Hera.

In foto: Jamie Reid, Anarchy in the UK Muslin Flag, 1976, screenprint on muslin, mm 700x900, Jamie Reid copyright Sex Pistols Residuals, courtesy Isis Gallery, UK

Il critico Marco Pierini, direttore della Galleria modenese, scrive su Civico 103 (magazine cartaceo e web da lui portato a tagliare il traguardo dei 13 numeri e 70 000 copie in cellulosa distribuite): “… la mostra, pur senza ambire ad essere una retrospettiva, traccia un percorso dalla fine dei Sessanta fino ai giorni nostri, rendendo conto degli anni seminali del collettivo anarchico e neo situazionista “Suburban Press” del periodo legato all’immagine dei Sex Pistols, delle altre avventure in campo musicale, dell’evoluzione mistica dell’arte di Jaime Red – un misticismo non esclusivamente trascendente ma impregnato di fisicità e saldamente legato alla terra – in un itinerario coerente e consequenziale nel corso dei decenni. Del resto, che lo stesso fenomeno del Punk, nel triennio 1976-1977, non fosse una deflagrazione improvvisa, ma trovasse radici profonde in alcuni aspetti della cultura d’avanguardia (il Situazionismo, ad esempio) […] lo testimonia con efficacia in mostra la gouache ‘Up They Rise: A Playground for the Juggler’, dipinta da Jaime Reid nel 1968 che raffigura Malcom McLaren come ‘un alchimista: un manipolatore del nuovo spazio urbano’ (John Savage) ”.

Sempre su Civico 103, un efficace ritratto di Jaime Reid lo offre Cristiana Minelli: “Un uomo-contro con l’anima dello sciamano. Un artista britannico prossimo ai movimenti anarchici, celebre soprattutto per aver legato nei secondi anni Settanta il suo nome alla grafica dei Sex Pistols, divenuto, più di recente, un druido dei nostri giorni, autore di opere a metà fra l’installazione e l’inno alla pace e al dialogo”.

Un’Intervista di John Marchant con Reid la trovate QUI.

Ufficio Stampa: Cristiana Minelli, 059 – 203 28 83; galcivmo@comune.modena.it

Jaime Reid. Ragged Kingdom
Galleria civica di Modena
Corso Canalgrande 103
tel. +39. 059 – 203 29 11/ 203 29 40
Fino al 6 gennaio 2015


Radiofonica


Con i primi anni del 2000 si assiste in Italia ad un forte rilancio dell’ascolto radiofonico che poi si è andato attenuando tanto che i dati più recenti disponibili per il 2014 indicano, fra emittenza pubblica e privata, una perdita di poco meno di 2 milioni e mezzo di ascoltatori.
Da noi, inoltre, la radio pubblica sbanda. Secondo una ricerca fatta da Radio Monitor, nel primo semestre di quest’anno, per trovare la prima rete Rai (Radio 1) bisogna scendere al sesto posto, al settimo troviamo Radio 2 e per trovare Radio 3, battuta perfino da Radio Kiss Kiss e Radio Maria, bisogna cercarla tra le antennine di coda.
La radio non è soltanto uno strumento d’informazione (quasi sempre perniciosamente intesa come formazione di consenso), ma pure strumento capace di comunicazione estetica, lo è stata in passato attraverso la musica e il radiodramma evolvendosi (grazie anche al progresso tecnologico del mezzo) fino a nuove forme sonore.
Tali performances hanno parecchie difficoltà a farsi spazio nei palinsesti e, quindi, accanto all’ideazione estetica è anche necessaria una riflessione sulle prospettive – e sul come crearle – che la sperimentazione d’innovativi modelli di produzione ha di farsi largo in un oceano di chiacchiericcio, interessi discografici, e tendenziosi messaggi perché nonostante siano trascorsi tanti anni, è, purtroppo, ancora attuale quell’avvertimento del maggio francese sulla “radio che mente”.
Va elogiato, quindi, quanto programmato dall’Associazione non profit O' che presenta a Milano, da oggi a sabato 8 novembre, Radiofonica una tre giorni sulla Radio Arte tra Italia e Germania. Si tratta di un progetto sulla creazione radiofonica e sonora, curato da Anna Raimondo e Alessandro Bosetti, in collaborazione con Goethe-Institut Mailand, sostenuto da Fondazione Cariplo e con la partecipazione di Marcus Gammel, direttore di Klangkunst a Deutschlandradio Kultur.

"A Radiofonica" - recita un comunicato - "s’incontreranno artisti, critici, curatori, produttori italiani che si dedicano all'ideazione radiofonica: dal documentario d'autore al paesaggio sonoro, dalla sperimentazione musicale o vocale alla fiction, dalla sound art sperimentale al podcast e network in rete. Saranno presentate ricerche e si discuterà sugli approcci estetici, sui desideri, sulle proiezioni, le criticità e le possibili soluzioni strutturali, aprendo uno spazio di riflessione comune anche al pubblico, invitato a partecipare agli appuntamenti di approfondimento e ascolto pomeridiani e serali".

Oltre ai già nominati, partecipano: Elena Biserna, Stefano Perna, Zimmerfrei, Daria Corrias, Riccardo Fazi, Sara Zambotti /Marcello Anselmo, Davide Tidoni, Isabella Bordoni, Rodolfo Sacchettini, Attila Faravelli, Blauer Hase/Giulia Morucchio, Irene Revell, Tiziano Bonini, Leandro Pisano, Stefano Giannotti, Laura Malacart, Lucia Farinati, Lorenzo Pavolini, Pinotto Fava.

Proprio a Pinotto Fava, Cosmotaxi ha chiesto un flash sulla radio.
Pinotto Fava: autore, produttore, teorico della contaminazione dei linguaggi, ha fondato e diretto i programmi sperimentali radiofonici della Rai dal 1980 al 1998; è stato ideatore di rassegne internazionali (“Audiobox”, prima edizione a Matera nel 1986).
Mi sia permesso prima di rispondere di rallegrarmi con O’ e i curatori di Radiofonica Anna Raimondo e Alessandro Bosetti per quest’appuntamento che hanno creato su di un mezzo che troppo spesso è considerato con finte lacrime la sorellina cieca della tv.
La radio… tanto per cominciare non esiste una radio "disincarnata": La radio è ànemos e pneuma, cioè respiro, alito, soffio vitale. E' soprattutto in maniera complessa e compiuta phonè nel senso (greco) progressivo e dovizioso di "voce>parola>grido>nota>suono>strepito>lingua/linguaggio"; nel tutto del silenzio. I new media hanno avuto e più avranno una forte incidenza nella costruzione del corpo magnetico-elettronico; la radio che non vi dialoga né li incrocia non ha un grande futuro. Uno spazio di ricerca, in quanto somma d’identità diverse e mutevoli, può essere un palinsesto. Interferenza, rumore, disorientamento, smarrimento, perdita del centro non sono male parole. E infine, contestuale benché fuori testo: niente è più serio del gioco per le persone serie
.

Radiofonica partecipa a The Others, ex carcere Le Nuove di Torino, dal 7 al 9 novembre 2014, con un collegamento serale via web radio venerdì e sabato alle 20.00 circa. Domenica 9 novembre alle 17.00, una presentazione sull’arte radiofonica vedrà invece gli interventi performativi di Alessandro Bosetti e Anna Raimondo.

Per leggere il programma in dettaglio: CLIC!

È possibile seguire lo svolgimento dei tre giorni in diretta streaming su Radio Papesse.

Radiofonica
O’, Via Pastrengo 12, Milano
Info: +39. 02 - 66 82 33 57
Da oggi all’8 novembre 2014


Torture


Il 1914 segna l’inizio della Grande Guerra. Ma che cosa è accaduto nella letteratura, nella musica, nelle arti visive prima di quella tragica data? Facciamoci guidare dallo storico dell’arte Florian Illies: “Virginia Woolf ha pronto il suo primo libro mentre Robert Musil consulta un neurologo; Ernst Ludwig Kirchner disegna le cocotte di Potsdamer Platz; Thomas Mann pensa alla Montagna magica e Oskar Kokoschka compra una tela grande quanto il letto dell'amata Alma Mahler; Igor Stravinskij ha composto Le sacre du printemps e incontra la sua futura amante, Coco Chanel; Picasso e Matisse vanno a cavallo insieme; Freud e Jung incrociano le spade; Louis Armstrong si esibisce per la prima volta in pubblico e Charlie Chaplin firma il suo primo contratto con una casa cinematografica; montando la ruota anteriore di una bicicletta su un comune sgabello da cucina Marcel Duchamp ha compiuto la grande rivoluzione concettuale del Novecento”.
È questo parte dello scenario illuminato dal lampo della prima cannonata.

Nel Centenario della Grande Guerra, alla Biblioteca di Archeologia e Storia dell'Arte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, oggi inaugura, una mostra che ricorda la perdurante presenza delle guerre nel mondo, dell'incessante uso del terrore come strategia di assoggettamento dei popoli, della violenza come strumento di potere.
Il titolo è Torture, un progetto di Joseph De Felici e Ferdinando Gatta che, attraverso il linguaggio fotografico, pongono in primo piano temi tragicamente attuali come quelli della prevaricazione – perpetrati dal potere politico sui popoli, ma anche nell’intimità delle mura domestiche – occultati da menzogne e complicità.

La mostra è a cura di Barbara Martusciello, una delle voci forti nello scenario delle arti visive che esplorano la nuova espressività.
Ha al suo attivo oltre un centinaio di mostre con scoperte di nuove figure e presentazione di nomi noti, ricordo, infatti, che ha ordinato mostre di Nanni Balestrini, Pablo Echaurren, Nato Frascà, Mario Sasso, Luca Patella, Mario Schifano e tanti altri.
È editor-in-chief del webmagazine Art a part diretto da Isabella Moroni.
QUI una sua intervista apparsa su questo sito.
Scrive nel testo di presentazione: Il fine della persecuzione è la persecuzione. Il fine della tortura è la tortura. Il fine del potere è il potere. Così George Orwell in “1984” (1949). Questa lucida citazione si presta alla perfezione per essere usata come ideale commento alla mostra “Torture”.

Ufficio Stampa: Lab Eventi&Comunicazione; +39. 3394423786

Joseph De Felici – Ferdinando Gatta
Torture
A cura di Barbara Martusciello
Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte, sala della Crociera
Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Via del Collegio Romano 27, Roma
Munirsi di documento personale per accesso al Ministero
Da oggi al 27 novembre


Spettri di Nietzsche

Leggere un autore che paga le tasse nello studio di un commercialista torinese in Via Carlo Alberto 6, in pratica nella stanza di Zarathustra (perché a quell’indirizzo Nietzsche scrisse l’Ecce Homo), è già speranza di di avere tra le mani un buon libro.
Se poi quell’autore è Maurizio Ferraris e quel libro è intitolato Spettri di Nietzsche, ecco che le speranze diventano certezze.
All’editore Guanda dobbiamo la pubblicazione di questa recente fatica di Ferraris (già ospite altre volte di questo sito, ad esempio QUI) che scrive “Io sono Marlowe, il testimone secondario, lui è Kurtz” e risale la vita di Nietzsche come un fiume – il Congo di “Cuore di tenebra” o il Mekong di “Apocalypse Now” ripercorrendone i vagabondaggi tra l’Engadina e la Riviera, dalla fatale Torino alla Sassonia delle origini.
Maurizio Ferraris è professore ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Torino, dove dirige il LabOnt (Laboratorio di Ontologia). È editorialista di «La Repubblica», direttore della «Rivista di Estetica», condirettore di «Critique» e della «Revue francophone d’esthétique». Fellow della Italian Academy for Advanced Studies (New York), della Alexander von Humboldt-Stiftung e del Käte Hamburger Kolleg «Recht als Kultur» di Bonn, Directeur d’études al Collège International de Philosophie, visiting professor alla Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi e in altre università europee e americane. Ha scritto una cinquantina di libri tradotti in varie lingue. Tra i più recenti, “Documentalità” (2009) e il “Manifesto del nuovo realismo” (2012), che hanno avviato un ampio dibattito internazionale.

In questo suo lavoro si attraversano, in modo non cronologico, tra mappa e labirinto, vita e opere dell'autore della Gaia Scienza che ci ha lasciato moniti sulfurei quali "I convincimenti sono prigioni" e "Tutta la vita umana è profondamente immersa nella non verità".
Ferraris intreccia folgoranti interpretazioni dell’opera nietzschiana e precisazioni biografiche con accostamenti, rivelazioni e smentite come queste: "Il 3 gennaio 1889 si dice che abbia abbracciato un cavallo frustato dal vetturino, ma ci sono buoni motivi per ritenere che si tratti di una leggenda", oppure di quando Overbeck caricò Friedrich sul treno per Basilea, e pare intonasse la canzone napoletana Piscatore ‘e Pusilleco "suggeriscono alcuni, anacronisticamente giacché la canzone è del 1925” cioè di un quarto di secolo dopo la morte di Nietzsche.
A proposito di musica, va ricordato che dal 1865 al 1868 Nietzsche fu critico musicale per la Deutsche Allgemeine e nel 1868 incontrò Wagner, col quale dopo una calorosa amicizia seguì un’aspra controversia. Fu anche compositore, ma qui dovrebbe intervenire Guido Zaccagnini, musicista e storico della musica, cui si deve, nel 1979, al Teatro Argentina di Roma, la prima esecuzione mondiale integrale delle composizioni di Friedrich Nietzsche, e in seguito, come pianista, con l'Ensemble Spettro Sonoro, la registrazione per l'etichetta Edipan delle musiche liederistiche dello stesso Nietzsche.

Il titolo, “Spettri di Marx”, riecheggia in modo volutamente scoperto, l’altro titolo di Derrida, quegli ‘Spettri di Marx’ che s’aggirano fra le pietre rovinate al suolo dal muro di Berlino, ma qui i fantasmi evocati da Ferraris risuonano del clangore “di una insofferenza narcisistica, di un ribellismo anti­borghese”. Tra gli spettri che il filosofo è costretto a fronteggiare c’è anche l’ombra del nazismo. La nazificazione e la denazificazione delle pagine nietzschiane sono ampiamente trattate.
Il libro termina con una postilla nella quale l’autore illustra il contrasto fra historia e mythos precisando che lui è un professore che ha letto e scritto tante opere improntate al genere dell’historia, mentre da un certo momento in avanti (pressappoco da quando ha cominciato a occuparsi professionalmente di logos, iscrivendosi a filosofia) non ha più trovato il tempo, ma a voler essere onesti il gusto, per il mythos, preferendo sempre l’historia anche nelle forme di intrattenimento.

La retrocopertina reca parole di Nietzsche: “Dopo che mi hai scoperto non è stato difficile trovarmi. La cosa difficile adesso è perdermi”.

Maurizio Ferraris
Spettri di Nietzsche
Pagine 272, Euro 18.00
Guanda


Storia curiosa della scienza


Nelle scuole italiane, oltre alle cosiddette scienze dure (chimica, fisica, matematica), anche la filosofia è, assai spesso, vista con fastidio o come torturante rompicapo. Addirittura esiste una sciocca tiritera che dice ”la filosofia è la cosa con la quale e senza la quale tutto resta tale e quale”. Per niente vero. Attraverso il pensiero filosofico cambiano assetti economici, confini dei paesi, modi di vivere. Perché allora tanta ostilità verso la scienza, la filosofia e la loro storia? Ci sono all’origine i problemi della didattica. Scrive Armando Girotti: “Spesso l'attenzione si rivolge più all'aspetto teorico che a quello pratico, tanto che essa viene considerata, a volte, come scienza autonoma, metodo a sé stante, indipendente dal contenuto che tratta; se poi la questione didattica concerne la filosofia, più numerosi e più complessi diventano i problemi perché si dibattono non solo gli aspetti teorici della didattica, ma anche quelli della disciplina, per cui ci si trova a dissertare sul senso del termine filosofia, sulla sua definizione, sui limiti di essa, sulla esistenza o meno di limiti, sulla possibile trasmissibilità, sul suo insegnamento, sulla sua mediazione, eccetera”.

Tutto precipita nelle aule in un insegnamento tetro, pieno di parole incomprensibili rese ancora più incomprensibili dalle spiegazioni.
Suggerisco come testo per le scuole i libri di Flavio Oreglio che dal 2011 si dedica al progetto Storia curiosa della scienza di cui Salani dopo aver pubblicato i primi due volumi Le radici pagane dell'Europa e La rivoluzione degli arabi ora propone Dal Tribunale dell'Inquisizione al Tribunale della Ragione.
Al principio mi sono soffermato sulla parola “filosofia” e ora ripetutamente si affaccia la parola “scienza”… ma allora?
È lo stesso Oreglio a ben spiegare: Dobbiamo tenere presente che la parola ‘scienza’, nel senso che intendiamo oggi, è stata introdotta piuttosto di recente […] Un tempo l’ambito di ricerca era per tutti la filosofia naturale che fu campo d’indagine dei primi filosofi (physiologoi) e che poi sconfinò nella filosofia più ad ampio spettro dei ‘philosophoi’.
Molti conoscono Flavio Oreglio come cabarettista, ma a chi fosse sfuggito l’aspetto di divulgatore scientifico sarà bene ricordare qualche tratto biografico.
Nato artisticamente a metà degli anni 80 nei locali dei Navigli a Milano, laureato in Scienze Biologiche (Ecologia), musicista, attore, cultore del Teatro Canzone, si esprime da sempre coniugando riflessione e umorismo, comicità e poesia, satira e impegno civile.
Dopo gli “Scritti giovanili” (1976 – 1977) e l’opera prima “Ridendo e sferzando” (1985 – 1995) diventa un caso editoriale (due milioni di copie vendute) con la trilogia de “Il momento è catartico” (2000 – 2005).
Dal 2006 al 2010 elabora il progetto teatrale/editoriale “Siamo una massa di ignoranti parliamone” dal quale nascono due produzioni musicali “Siamo una massa di ignoranti. Parliamone” e “Giù”. Dal 2011 ad oggi elabora il progetto editoriale “Storia curiosa della scienza” dal quale nasce lo spettacolo teatrale “Sulle spalle dei giganti”.
Parallelamente alla sua attività artistica, con il progetto “Musicomedians”, Oreglio ha avviato una rigorosa rilettura del rapporto tra attore e musicista, attraverso la realizzazione di un “Centro studi” e approntando analisi e ricerche di carattere storico – culturale e tecnico sulla fenomenologia della comicità e della canzone d’autore.

Uno storico e filosofo della scienza qual è Stefano Moriggi, nella prefazione a questo terzo volume di Storia curiosa della scienza, scrive “Seguire Oreglio nelle pagine che seguono significa che – come ha insegnato Immanuel Kant nel 1783 – la vera ‘rivoluzione copernicana’ deve farla ciascuno a partire da se stesso, visto che l’Illuminismo altro non è che l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso”.

In questo volume, scorrono quasi quattro secoli di storia, grandi figure quali Keplero, Bruno, Galilei, Cartesio, Newton, Spinoza, Leibniz, Locke, Berkeley, Hume, su pagine da leggere tutti d'un fiato e senza mai smettere di divertirsi perché, come ci ricorda l'autore, per imparare non c'è bisogno di annoiarsi.

Per visitare il sito web di Oreglio: CLIC!

Flavio Oreglio
Storia curiosa della scienza
Prefazione di Stefano Moriggi
Pagine 160, Euro 14.00
Salani Editore


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