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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

La quadratura del libro

Da due anni avevo preso in gestione la mia taverna sull’Enterprise, quando, nel novembre 2002, nel corso del viaggio spaziale di quell’astronave – mo' ancora in volo, con me a bordo – guidata dal Capitano Picard, incontrai Giovanni Bai su di un pianeta videopittorico e scambiai con lui quattro chiacchiere. Alcuni passaggi della conversazione di allora, forse sono superati, ma sostanzialmente, mi pare che il ritratto di Bai sia, alla luce di quanto fa oggi, ancora valido.
Adesso, per Spacewebfax, mi ha raggiunto un comunicato che rilancio integralmente con piacere.
Solo le segnalazioni in links, i “grassetti” e i “corsivi”, sono miei.


La Libreria Menabò di Milano, con la collaborazione di MuseoTeo+ presenta La quadratura del libro, una mostra a cura di Giovanni Bai dedicata al rapporto tra letteratura, editoria e arti visive: il libro come fonte di ispirazione per la produzione di un’opera pittorica o foto/grafica.
In mostra opere dello stesso Bai, Carla Della Beffa, Giancarlo Norese, Salvatore Zingale.
Dal casuale ritrovamento in un brevissimo arco di tempo del libro Nodi di Ronald Laing e dei ritratti fatti al suo autore, ecco che ha preso forma nella mente del curatore l’idea di una mostra (o di un ciclo di mostre) dedicata a dei libri significativi per l’autore delle opere ad esso ispirate o associate. Giovanni Bai presenta, oltre all’omaggio a Laing, quello alla rivista Marcatré e ai suoi creatori Rodolfo Vitone ed Eugenio Battisti, a Georges Didi-Huberman e Aby Warburg e infine un piccolo omaggio a Keith Haring, poiché il giorno della inaugurazione della mostra – 4 maggio – cade nell’anniversario della sua nascita.
I lavori di Carla Della Beffa sono, in modi diversi, connessi al cibo e all'oralità: libri e libri d’artista, immagini e video ispirati a Grimm e Perrault (Le Petit Chaperon Rouge), Rabelais (Gargantua e Pantagruele), classici della cucina come Messisbugo, lo storico Piero Camporesi, vocabolari francesi e inglesi (Petit Robert, Oxford Dictionary).
Giancarlo Norese presenta delle immagini da video, selezionate tra centinaia di filmati di pochi secondi girati nei luoghi più diversi, accostate al libro di Paul Lafargue “Diritto all’ozio” (1887), tema che gli è caro e che ha recentemente celebrato con l’installazione “Negozio” presso Nowhere Gallery di Milano.
Salvatore Zingale presenta le pagine di un libretto con otto endecasillabi, un settenario finale e nove inquadrature, omaggio a un recente viaggio in Brasile. Dentro il libretto ci sono paesaggi. Prima di esso quattro letture di molto tempo fa: Homo Faber (1957), di Max Frisch, per come parla dei paesaggi in Grecia; La Jalousie (1957), di Alain Robbe-Grillet, per le piante dei tropici; Falsche Bewegung (1975), di Peter Handke, per la voglia di guardare e raccontare; Ein Blick auf “Die Aussicht” von Hölderlin (1979), di Roman Jakobson, per i paesaggi in poesia di Scardanelli.

“La quadratura del libro”
Libreria Menabò
Viale Coni Zugna 39, Milano
Info: 02 – 480 16 787
Dal 4 al 23 maggio 2015


Ricordando Billie

1915: in Europa infuria la prima guerra mondiale; un sottomarino tedesco affonda il “Lusitania”, s’ebbero circa 1200 vittime, determinando l’intervento degli Stati Uniti nel conflitto in corso; James Joyce pubblica “Gente di Dublino”; viene stampata l’”Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters; Marcel Duchamp espone i primi ready-made; Francesca Bertini è protagonista del film “Assunta Spina”; Amedeo Modigliani dipinge uno tra i sui più noti capolavori il “Nudo disteso”; l’etnologo J. G. Frazer conclude la pubblicazione della monumentale opera “Il ramo d’oro”; Henry Ford produce i primi trattori agricoli.

Nell’aprile di quell’anno nacque a Filadelfia Eleanora Fagan, o Elinore Harris, nota come Billie Holiday oppure Lady Day, morirà di cirrosi epatica a New York nel luglio 1959.
Nacque da due adolescenti, il sedicenne Clarence Holiday, suonatore di banjo, e la ballerina di fila tredicenne Sadie Fagan.
Avrà vita travagliata. Miseria, costretta a prostituirsi, alcol, droga, carcere.

Con il suo timbro struggente è una delle voci più grandi del secolo scorso, «Time», ad esempio, indicò in Strange Fruit la canzone del XX secolo. “Parla di razzismo e linciaggio” – scrive Luca Sofri – “e lo strano frutto è il corpo di un nero ucciso che pende da un albero. Nessun cantante nero si era mai spinto così avanti, e la canzone fu bandita e rifiutata da radio e case discografiche. Ma uscì – un giornalista la definì “la Marsigliese dei neri del sud” – e fu un colpo”.
Scoperta da Benny Goodman, incise con famosi interpreti: da Teddy Wilson a Count Basie a Lester Young, al quale fu legata anche sentimentalmente.
Lo storico del jazz Gunther Schuller scrive: "Possiamo, naturalmente, descrivere e analizzare solo i meccanismi di superficie della sua arte: il suo stile, la sua tecnica, i suoi attributi vocali, e immagino che un poeta possa raffigurare l'essenza della sua arte oppure una particolare visione in essa. Ma, in Billie Holiday, come in tutta la più grande arte, quell’essenza rimane alla fine misteriosa".
Miles Davis: “Era una donna molto dolce, molto calda [...] aveva un aspetto da indiana con la pelle vellutata, marrone chiaro [...] Billie era una donna splendida prima che l'alcool e la droga la distruggessero. [...] Ogni volta che mi capitava di incontrarla le chiedevo di cantare I Loves you Porgy perché ogni volta che lei cantava "non lasciare che mi tocchi con le sue mani calde" potevi sentire quello che sentiva lei. Il modo in cui la cantava era magnifico e triste. Tutti quanti amavano Billie”.

Per visitare il sito dedicato alla cantante: CLIC!

QUI propongo all’ascolto una delle mie canzoni preferite di Lady Day: “God Bless the Child”.


Margutte

… io non t’ho domandato
se se’ cristiano o se se’ saracino,
o se tu credi in Cristo o in Apollino.

Rispose allor Margutte: - A dirtel tosto,
io non credo più al nero ch’a l’azzurro,
ma nel cappone, o lesso o vuogli arrosto;
e credo alcuna volta anco nel burro,
nella cervogia, e quando io n’ho, nel mosto,
e molto più nell’aspro che il mangurro;
ma sopra tutto nel buon vino ho fede,
e credo che sia salvo chi gli crede
.

Così si presenta Margutte rispondendo a Morgante nell’omonimo poema eroicomico scritto da Luigi Pulci (1432 – 1484).
Margutte, a nulla crede se non nei piaceri, incarna un personaggio anticonformista e provocatorio. Morirà in modo originale (scoppiando a ridere nel vedere una scimmia che calza e leva stivali ininterrottamente) mentre Morgante, non gli sarà tanto da meno in originalità perché muore in seguito al morso di un granchiolino.
Il loro autore, invece, finirà i suoi giorni per una malattia di non chiara origine e gli fu negata la sepoltura in terra benedetta perché le tonache (sempre tanto buone e pietose) lo destinarono "vicino ad un pozzo, senza alcuna sacra cerimonia, come uomo di poca, o niuna religione".

Necessaria premessa questa, per dire di una rivista web che proprio Margutte si chiama (QUI i nomi dello staff redazionale) e allo spirito ribelle e indocile di quel personaggio del Pulci s’ispira.
Sorprendetevi poco, i monregalesi nella loro storia sono stati scomunicati tre volte.
Margutte – come scrivono i suoi redattori – vuol essere un rimando a valori del Rinascimento quali la centralità dell’uomo e l’aspirazione all’Utopia nelle sue varie forme alte e basse, tra Nuova Atlantide e il Paese di Cuccagna, da Erewhon alla controcultura nelle sue varie forme.
Che cosa contiene Margutte? Ancora i suoi ideatori: Nasce come sito aperto a tutte le forme d’espressione artistica, sia quelle più classiche come la letteratura, la musica, il teatro e le arti visive, sia le arti più moderne come il cinema, il fumetto e il videogame.
Questa rivista ha sede a Mondovì (ecco spiegato l’enigmatico “monregalesi” di prima… di un mio lontano passaggio in quella città ricordo gli ottimi vini e un’osteria dalle pareti di legno, chissà se c’è ancora), ma pur legata al genius loci, “Margutte” spazia in modo liberissimo su tutto il territorio nazionale accogliendo contributi e proposte da qualunque località provengano.

In foto il logo della testata ideato da Damiano Gentili.


Breaking Bad (1)

Questa vostra impresa è assolutamente meravigliosa. Straordinaria è la forza che tutti avete messo nella produzione. Quanto è durato il lavoro? 5? 6 anni? Come i produttori, gli sceneggiatori, il cast tutto, abbiano mantenuto disciplina e controllo dall'inizio alla fine, questo è splendido. Inizia come una black comedy, evolve in un labirinto di sangue, distruzione, inferno. È come una tragedia greca o shakespeariana”.

Sono parole dell’attore Anthony Hopkins rivolte a quelli che hanno lavorato in una delle serie tv di maggiore successo di tutti i tempi: Breaking Bad.
Milioni di telespettatori entusiasti, elogi unanimi della critica.
Pioggia di premi ottenuti (ad esempio, 14 Emmy Awards e nel 2013 il Guinness World Records l'ha nominata la serie con la più alta valutazione di tutti i tempi, citando la quinta parte con il punteggio di 99/100 secondo Metacritic) per le cinque stagioni trasmesse dall’emittente via cavo statunitense AMC dal 20 gennaio 2008 al 29 settembre 2013.
In Italia è andata in onda in prima visione sul canale satellitare AMC dal 15 novembre 2008 al 9 novembre 2013 e dal 2010 in chiaro su Rai4.

La trama sunteggiata da Wikipedia: Walter White è un professore di chimica di Albuquerce (Nuovo Messico). Vive con la moglie Skyler, incinta della loro secondogenita, e il figlio Walter Junior, affetto da un disturbo neurologico che gli causa problemi di linguaggio e lo costringe a servirsi di stampelle per muoversi. Alla soglia del compimento dei cinquant'anni, Walter è costretto a svolgere un secondo lavoro come dipendente di un autolavaggio, per far fronte alle difficoltà economiche previste dall'imminente nascita della figlia. Walter, sopporta le vessazioni del titolare della ditta, dei suoi amici e familiari, i quali lo vedono come un uomo debole e remissivo. Suo cognato Hank, ad esempio, agente della DEA, con cui peraltro ha un buon rapporto, mette spesso a confronto la sua vita avventurosa con quella grigia di Walter. Quando a Walter viene diagnosticato un cancro ai polmoni, i suoi problemi sembrano precipitare. Tuttavia, in seguito al casuale incontro con Jesse Pinkman, un suo ex-studente diventato uno spacciatore di poco conto, Walter decide di sfruttare le sue conoscenze chimiche per "cucinare" metanfetamina d’elevata purezza; conta, con i guadagni ricavati, d’assicurare un futuro alla famiglia anche dopo la sua dipartita.

Su questa trama, semplice e neppure originalissima, l’ideatore della serie, Vince Gilligan, riesce a imbastire una storia vertiginosa per sviluppo d’azione, ritratto dei personaggi, panorama sociale d’un pezzo d’America e, non ultimo pregio, una composizione visiva di grande pregio sostenuta anche da una azzecatissima colonna sonora che riecheggia atmosfere etniche e ritmi metropolitani.
Attori splendidi e ben diretti da più registi. Fra alcuni protagonisti: Walter White interpretato da Bryan Cranston e in Italia doppiato da Stefano De Sando; Jesse Pinkman, ex-studente di Walter White, ora tossicodipendente e spacciatore, impersonato da Aaron Paul, doppiato da Francesco Pezzulli; Walter White Junior, figlio di Walter, interpretato da RJ Mitte, doppiato da Fabrizio De Flaviis; Skyler White, moglie di Walter e madre di Walter Jr, volto di Anna Gunn, voce italiana di Alessandra Korompay; Hank Schrader, cognato di Walter e agente della DEA, interpretato da Dean Norris e doppiato da Alberto Angrisano; Saul Goodman, cui dà corpo Bob Odenkirk, avvocato, specializzato nelle difese di malavitosi, voce italiana di Gaetano Varcasia; Marie Schrader, moglie di Hank e sorella di Skyler, cleptomane, interpretata da Betsy Brandt cui da voce in Italia Francesca Fiorentini che ricordo con piacere debuttò giovanissima come attrice in una mia regìa a Radio Rai.
Lo showrunner di Vince Gilligan e lo sceneggiatore Peter Gould hanno creato uno spin-off intitolato “Better Call Saul” trasmesso dall'8 febbraio 2015, tale spin-off è incentrato sul personaggio di Saul Goodman.

Su questa serie la casa editrice Mimesis ha mandato in libreria uno splendido studio intitolato Breaking Bad La chimica del male: storia, temi, stile.
Penso di non sbagliare nel ritenerlo il primo volume uscito in Italia che studia – e lo fa benissimo – Breaking Bad.
Ne è autrice Chiara Checcaglini dottoranda in Sociologia della Comunicazione e Scienze dello Spettacolo all’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo. Si occupa di critica televisiva e cinematografica online, e contemporaneamente scrive di cinema, tv e new media sui siti web “Mediacritica” e “Cinema Errante”.
Collabora inoltre con “Serialmente” e “Osservatorio Tv”.
Il volume analizza Breaking Bad intrecciando l’analisi testuale, con particolare attenzione alla ricca rete di influenze e citazioni, alle dinamiche produttive e di fruizione, tracciando una mappatura della serie, illustrando il perché Walter White si candidi ad essere un protagonista con cui sarà impossibile non fare i conti per la serialità – e per il cinema – a venire.

Segue ora un incontro con Chiara Checcaglini.


Breaking Bad (2)


A Chiara Checcaglini ho rivolto alcune domande.

Qual è la caratteristica che ha reso “Breaking Bad” un prodotto unico nel panorama seriale?

L’elemento identificativo di “Breaking Bad” è senza dubbio la costruzione del percorso di Walter White: il punto di forza della serie è la capacità di portare avanti una storia in cui il personaggio principale passa dall'essere protagonista ad antagonista, mettendo a dura prova l'attaccamento e il coinvolgimento dello spettatore. Non è la prima volta che il protagonista di una serie è un personaggio negativo (pensiamo a “I Soprano” o a “Dexter”), ma di solito si tratta di personaggi che giocano sull'ambiguità morale pur mantenendo un’umanità di fondo. Walter invece conquista le nostre simpatie, ci porta a fare il tifo per lui, e poi si tramuta in qualcosa di mostruoso, di cui è impossibile giustificare le azioni. Eppure rimaniamo incollati allo schermo, probabilmente perché amiamo guardare la parte più oscura dell'animo umano, qualcuno che fa cose che noi non oseremmo mai. Sicuramente è stata centrale la straordinaria interpretazione di Bryan Cranston, capace di rendere credibile una trasformazione totale, da "loser" frustrato e un po' patetico, oltre che sfortunato, a terrorizzante genio del crimine.

Gli episodi di BB sono stati realizzati da 25 registi. In virtù di quale meccanismo sono tanto compatti stilisticamente da sembrare frutto di un solo autore?

Quasi tutte le serie sono girate da tanti registi diversi (un’eccezione recente è “The Knick”, girata interamente da Steven Soderbergh). La compattezza stilistica deriva dall'abilità dell'ideatore della serie, che solitamente nei casi di storie così complesse e con un'identità così forte, ha l'ultima parola su tutti i particolari della produzione creativa. Nel caso di “Breaking Bad” l'ideatore Vince Gilligan ha sempre avuto le idee molto chiare su che tipo di atmosfere donare alla serie. In alcune interviste i registi hanno sottolineato la capacità di Gilligan e del direttore della fotografia Michael Slovis di comunicare a ciascuno di loro un forte senso di unità stilistica, che loro hanno accolto sia attraverso la riproposizione di alcune soluzioni, inquadrature, effetti ricorrenti, che attraverso l’uso del paesaggio a disposizione e dei colori della fotografia, sempre intensamente calibrati rispetto al senso delle immagini.

In che cosa la serie tv, si differenzia come linguaggio da altri prodotti che vedono i protagonisti alle prese con varie avventure concluse in un solo episodio?

Di solito gli episodi delle serie americane o inglesi sono pensati per andare in onda uno alla volta, anche se per esigenze di programmazione in Italia siamo abituati a coppie di puntate. Da qualche anno il linguaggio della serialità televisiva si è evoluto in complessità narrativa, allontanandosi dal modello dell'episodio autoconclusivo. La serie può contare su un tempo della storia molto più lungo di altri prodotti audiovisivi, e una storia che dura a lungo permette un coinvolgimento maggiore, spinge a guardare tutta la serie dall'inizio alla fine. È anche una sfida allo spettatore, al quale viene chiesto un livello di attenzione maggiore, una capacità di seguire il racconto e di investire nei personaggi che è più intensa di quella richiesta da un film di due ore o da una serie tradizionale. È il bello di serie come “Breaking Bad”, che ci accompagnano e ci intrattengono per così tanto tempo che è difficile non affezionarsi.

Chiudo questo servizio su Breaking Bad proponendo un famoso brano tratto dalla colonna sonora della serie. Per ascoltare: CLIC!

Chiara Checcaglini
Breaking Bad
Pagine 130, Euro 12.00
Mimesis Edizioni


Settantesimo anniversario della Liberazione

“Lo spirito che animava le donne e gli uomini della Resistenza fu una attitudine a superare i pericoli e le difficoltà di slancio, un misto di fierezza guerriera e autoironia sulla stessa propria fierezza guerriera, il senso di incarnare la vera autorità legale e di autoironia sulla situazione in cui ci si trovava a incarnarla, un piglio talora un po’ gradasso e truculento ma sempre animato da generosità, ansioso di far propria ogni causa generosa.
A distanza di tanti anni, devo dire che questo spirito, che permise ai partigiani di fare le cose meravigliose che fecero, resta ancor oggi, per muoversi nella contrastata realtà del mondo, un atteggiamento umano senza pari”.

Italo Calvino, da “La generazione degli anni difficili”, Laterza, Bari 1962.


“La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c'è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline”.

Pier Paolo Pasolini, Il caos, 1979 (postumo).


QUI “La donna nella Resistenza", documentario di Liliana Cavani (1965)


La Resistenza perfetta

In occasione del 25 aprile, nel settantesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo, la Feltrinelli ha lanciato otto appuntamenti online, a cura di Giovanni De Luna, autore di un imperdibile volume intitolato La Resistenza perfetta.
De Luna, uno dei grandi storici contemporanei di cui disponiamo, ha insegnato Storia contemporanea all’Università di Torino. Tra le sue pubblicazioni più recenti: “La passione e la ragione. Il mestiere dello storico contemporaneo” (Bruno Mondadori, 2004), “Storia del Partito d’Azione” (Utet, nuova edizione 2006),” Il corpo del nemico ucciso. Violenza e morte nella guerra contemporanea” (Einaudi, 2006) e “Una politica senza religione” (Einaudi, 2013).
Con Feltrinelli ha pubblicato "Le ragioni di un decennio. 1969 - 1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria" e "La Repubblica del dolore".

Dal quarto di copertina: “Ho scelto di raccontare una storia, un luogo, alcuni personaggi: un castello in Piemonte, una famiglia nobile che decide di aiutare i partigiani, la figlia più giovane, Leletta d’Isola, che annota sul suo diario quei mesi terribili ma anche meravigliosi in cui comunisti e monarchici, aristocratici e contadini, ragazzi alle prime armi e ufficiali dell’ex esercito regio lottarono, morirono, uccisero per salvare la loro patria, la loro libertà, il futuro di una nazione intera.

Raccontare la grande Storia attraverso una microstoria è arte difficile soprattutto quando – come in questo caso – si rinuncia a fare romanzicherie, a inventarsi dialoghi e scene immaginate dall’autore. Qui tutto è rigorosamente ricostruito attraverso documenti, lettere, diari; uno sterminato apparato di note, infine, orienta il lettore sulle origini e i riferimenti dei fatti documentati nelle pagine del volume.
Documentazione che rende ancora più avvincente il racconto delle vite di quelle donne e quegli uomini che lottarono per la libertà. Quelle lotte sono state oscurate dal 1946 in poi.
Si pensi, ad esempio, a quel primo vulnus inferto alla Resistenza dell’amnistia per i repubblichini e le loro spie voluta da Togliatti, il 22 giugno ’46. E poi via via, partendo da una mancata, vera, epurazione (Azzariti presidente del Tribunale della Razza diventerà Presidente della Corte Costituzionale!), da una campagna di falsità prodotte dall’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini alle irrisioni berlusconiane di ieri per arrivare a oltraggi impuniti alla Resistenza dei nostri giorni.

Lavorando con grande acume storico a cavallo tra dimensioni locali e grandi scenari, e tra storie personali e dibattiti storiografici, De Luna in “La Resistenza perfetta” ci restituisce la consistenza storica di un movimento in cui s’impegnarono italiani di ogni provenienza, ceto e credo politico, capaci di riscattare con il loro impegno e i loro sacrifici una nazione intera, umiliata dal fascismo e dalla guerra.

A Giovanni De Luna ho rivolto alcune domande.
Che cosa principalmente si propone questo libro?

Nell’ordine: sottrarre la Resistenza all’atmosfera mefitica di un dibattito a lungo egemonizzato dalla deriva revisionista; raccontare una bella storia e abbandonarsi al piacere della narrazione; studiare una delle pagine più significative della nostra storia nazionale, analizzando i comportamenti di chi allora scelse di impegnarsi in un nuovo progetto esistenziale e in un’audace sfida politica.

La Resistenza, nel corso degli anni, in Italia è stata ridotta a un fenomeno trascurabile (se non peggio) della nostra storia. Aldilà di singoli episodi, si possono distinguere fasi connotative in cui la Resistenza è stata demonizzata?

Ci sono due fasi della nostra storia politica in cui la Resistenza è stata demonizzata. La prima - grosso modo dal 1948 al 1960 - in cui, complice anche il clima della guerra fredda, l’anticomunismo si sostituì all’antifascismo, proponendosi come il pilastro dell’Italia democristiana; la seconda - a partire dagli inizi degli anni ’90 - in cui la classe politica della Seconda repubblica ha rinunciato a proporre una religione civile, sostituendo i valori con gli interessi e azzerando il rapporto con la storia e con la memoria.

Di chi la maggiore responsabilità nel non aver difeso una delle poche pagine luminose di cui dispone la nostra vita nazionale?

Nell’ordine: dei partiti politici che hanno preso il posto di quelli che fondarono il patto costituzionale da cui nacque la Repubblica e che hanno avuto come priorità quella di recidere ogni legame con il passato; di un dibattito mediatico in cui hanno spadroneggiato ricostruzioni giornalistiche segnate dall’esigenza di suscitare scalpore; di un’opinione pubblica abituata a confrontarsi con una storia “usa e getta”, vogliosa di consumare un passato senza spessore e appiattito sul presente.

Quale il maggiore difetto nella narrazione delle pagine della Resistenza da parte di tanti storici italiani?

Troppo spesso la ricerca - soprattutto quella più seria - non si è neanche posto il problema di come raccontare, di come sfidare la seduttività narrativa dei media. Fare storia non basta; bisogna trasmetterla e confrontarsi con le altre narrazioni sapendo che la posta in gioco è la costruzione della coscienza civile di un paese.


Per sfogliare alcune pagine del libro “La Resistenza perfetta”: CLIC!

Giovanni De Luna
La Resistenza perfetta
Pagine 256, Euro 18.00
Epub,prezzo solo on line 12.99
Feltrinelli


L'Inquieto

“Accade invariabilmente che il punto di partenza della saggezza sia l’inquietudine”.
Così diceva Miguel de Unamuno. E così, forse, la pensano quelli di Tiromancino.
Di sicuro quell’onda psicologica che inquietudine è chiamata, è un’emozione che ha la particolarità d’attraversare simultaneamente passato presente e futuro attraverso frammenti di esistenza; Pessoa, di quei frammenti, ne conta ben 450 tanti sono quelli che compongono il suo “Libro dell’inquietudine”.
Cospicua quantità d’inquietudine è senza dubbio quella che ha mosso Bernardo Anichini e Martin Hofer a fondare un periodico web che ha proprio per nome l'Inquieto.
Se ci capitate una volta, vedrete che lo metterete nei Preferiti perché avvince quel suo modo vebovisivo fatto di aspro fascino letterario e d’immagini.
Accanto a racconti (la cosa più difficile da scrivere) figurano lampi iconici che vanno dalla fotografia, al fumetto, al disegno.
L’Inquieto Periodico attacco d’anzia… sì, proprio così, con la zeta, non è un errore d’ortografia dovuto alla mia incompletata scuola dell’obbligo… mi è molto piaciuto e perciò ve ne propongo la visione e lettura.

A Bernardo Anichini e Martin Hofer ho rivolto alcune domande.
Li sentirete rispondere con una voce sola, prodigi della tecnologia di cui Cosmotaxi dispone a bordo.

Come, quando e dove nasce l’Inquieto? Quali le sue cattive intenzioni?

Il giovane Inquieto viene partorito sulle rive del Mugnone [Firenze] nella primavera del 2013. Durante una serie di passeggiate quasi-notturne i due genitori si propongono di unire le loro poche competenze e cattive conoscenze per dar vita a un blog di racconti illustrati e immagini raccontate - perché è quello che piace a entrambi, perché sono disoccupati e hanno molto tempo, perché qualcosa di simile esiste già ma ne vogliono di più, a modo loro. L'Inquieto agisce nell'ombra dell'editoria web e parla a voce alta quando non c'è nessuno.

Esiste un rapporto di parentela fra l’Inquieto e il Perturbante (perturbante tutto unito, guai a staccare “per” da “turbante”)?

Per parlare con cognizione di causa di perturbante dovremmo passare un attimo in libreria a rubare un paio di bignamini tascabili sulla psicanalisi. Con le debite precauzioni potremmo dirti che sì, qualcosa c’entra, perché in fondo i temi che affrontiamo nei nostri numeri hanno sempre a che fare con paure che in questo momento storico conosciamo bene e sono fonte di disorientamento un po' per tutti quanti.
Quando abbiamo gettato le basi della rivista lo spunto di partenza era però "l'inquietudine", uno stato d'animo che per certi versi ti confonde, ti mette in agitazione, ma allo stesso tempo ti costringe a non star fermo, a far lavorare il cervello. Una reazione allo spaventoso, piuttosto che un ritorno
.

Segno verbale e segno visivo nello stesso testo. Lo intendete come un multicodice con differenziato obiettivo espressivo o un intercodice come ibridazione di linguaggio?

La seconda. No anzi, probabilmente la prima.
La scrittura e l'immagine vengono decodificate in modo quasi-diverso, noi non cerchiamo di fonderle per creare un nuovo linguaggio, troviamo che sia già difficile comunicare con i soliti media. L'Inquieto vuole raccontare ampliando il testo e l'immagine con le possibili connessioni tra le immaginazioni degli autori e dei lettori. Noi stessi siamo i primi [e forse gli unici] a emozionarci davanti alle possibilità che questi incontri tra immaginari scatenano. Quel che è certo è che ogni nostro contenuto è sempre pensato come doppio canale, testo e disegno, diretto verso la stessa meta. Non c’è uno senza l’altro, mai. Non si può. Non qui. Non noi
.


Una lezione di Serianni


Nanni Moretti, al suo tradizionale alter ego Michele Apicella fa dire in “Palombella rossa” (1989) “Chi parla male, pensa male e vive male” per risposta a una cronista che parla secondo modelli stereotipati, segnali di una pigrizia del pensiero e di un cattivo uso del linguaggio.
Un grande contributo a un buon uso del nostro vocabolario è dato dalla conoscenza della storia della nostra lingua così come la conoscenza di un popolo è data dalla conoscenza della sua storia.
Importante, quindi, è la pubblicazione, edita da Laterza, del volume Prima lezione di storia della lingua italiana di Luca Serianni.
Serianni insegna Storia della lingua italiana all’Università di Roma La Sapienza. Accademico dei Lincei e della Crusca, è autore di una fortunatissima grammatica dell’italiano, più volte ripubblicata negli ultimi venticinque anni (Italiano, con A. Castelvecchi, ultima edizione Garzanti 2012).
Tra i suoi libri più recenti: La lingua poetica italiana. Grammatica e testi (Carocci 2009); Scritti sui banchi. L’italiano a scuola tra alunni e insegnanti (con G. Benedetti, Carocci 2009); Manuale di linguistica italiana. Storia, attualità, grammatica (con G. Antonelli, Bruno Mondadori 2011); Italiano in prosa (Franco Cesati Editore 2012); Storia dell’italiano nell’Ottocento (il Mulino 2013).
Presso Laterza: “L'ora d'italiano” (2012); “Leggere, scrivere, argomentare” (2015); “Prima lezione di grammatica” (2015).

Dal latino all’italiano, dalla lingua popolare alla lingua poetica, dalla grammatica storica all’influenza degli ambienti culturali e sociali. In questa Prima lezione, un grande maestro della linguistica ci guida in un percorso puntuale, sostanziato di fatti, esempi e curiosità, attraverso la disciplina fondamentale per capire la storia e l’evoluzione della nostra lingua.
Tante le domande cui questo libro risponde: storia della lingua o storia «tout court»? Disponiamo di una o due lingue? Da quando esiste l’italiano parlato?
Tante le curiosità che trovano spazio nelle pagine di questo volume. Un esempio. “Da dove vengono certi errori marchiani, alla Fantozzi” – scrive Serianni – “come dire vadi invece di vada?; eppure in Boccaccio leggiamo “mi par che tu vadi per una lunga via” (Decamerone, III 4) e a lungo vadi si sarebbe alternato liberamente con vada, un po’ come avviene oggi per devo/debbo.
Tema principale del libro è che, secondo l’autore, l’unità linguistica e culturale abbia preceduto l’unità politica, pur essendo innegabile che abbiano contribuito a irrobustire quell’unità di lingua le grandi rivoluzioni mediatiche: le trasmissioni radiofoniche dal 1924 e quelle televisive dal 1954.

Luca Serianni
Prima lezione di storia della lingua italiana
Pagine 198, Euro 13.00
Laterza


Un paese non è un'azienda


Da tanti (troppi!) anni siamo assordati da voci dei media e di tanti improvvisati economisti da Bar Sport i quali, tutti in coro, sostengono che un buon imprenditore sia proprio per questo anche la persona più adatta a guidare il Paese.
In Italia, la faccenda diventa è ancora più complicata perché da noi un “buon imprenditore” non sempre è tale per meriti di cultura d’impresa, ma più sovente lo è per traffici con il potere politico e altri ambienti con la coppola sulle ventitré.
Sappiamo bene a quali disastri ci ha condotto quell’errata convinzione di una capacità imprenditoriale (peggio ancora se di quella marca italiana cui facevo prima riferimento) ritenuta garanzia per la guida politica dello Stato.

Un libro pubblicato da Garzanti fin dal titolo smentisce quella credenza: Un paese non è un’azienda.
Reca la firma del Premio Nobel 2008 per l’Economia: Paul Krugman.
Krugman (Long Island, 1953) è docente al MIT e a Princeton, dal 1999 collabora con il «New York Times».
Con Garzanti ha pubblicato “Il silenzio dell'economia” (1991), “L'incanto del benessere” (1995), “Geografia e commercio internazionale” (1995), “Economisti per caso” (2000), “Il ritorno dell'economia della depressione e la crisi del 2008” (2009), “Meno tasse per tutti?” (2001), Fuori da questa crisi, adesso! (2012) giunto alla sesta edizione.

Sono in tanti a credere – scrive Krugman – che chi ha accumulato una fortuna personale sappia come rendere più prospera un’intera nazione. In realtà, i suoi consigli risultano spesso disastrosamente fuorvianti.
Da qui parte un’analisi veloce, ma non per questo meno pensosa, di facile comprensione anche per i non addetti ai lavori, che smonta questo mito contemporaneo dimostrando con esempi le differenze enormi che intercorrono tra il mondo aperto e aggressivo delle strategie imprenditoriali e quello chiuso delle grandi politiche statali.
Le donne e gli uomini che formano una comunità nazionale, portano con loro una somma di storia, tradizioni, valori, cultura (e perfino abitudini) che li rendono non paragonabili a merci, in nessun caso e per nessuna ragione. Né possono essere visti come un ufficio del personale guarda ai dipendenti dell’azienda in cui opera.
L’economia e il business – conclude Krugman – non sono la stessa cosa, e la padronanza dell’una non assicura la comprensione, e tantomeno la padronanza, dell’altra. Un leader aziendale di successo non è necessariamente più esperto di economia che, per dire, di strategia militare. La prossima volta che sentirete dei manager esprimere delle opinioni sull’economia, domandatevi: “Si sono presi il tempo che occorre per studiare a fondo questo argomento? Hanno letto quello che scrivono gli esperti?” Se non l’hanno fatto, non tenete conto del successo che hanno avuto negli affari. Ignorateli, perché probabilmente non sanno nemmeno di cosa stanno parlando.

Paul Krugman
Un paese non è un’azienda
Traduzione di Roberto Merlini
Pagine 64, Euro 9.00
Garzanti


Luk Fondazione Ragghianti


La Fondazione Ragghianti di Lucca – diretta da Maria Teresa Filieri propone sempre ghiottonerie culturali.
È annunciata, infatti, l’uscita della pubblicazione annuale Luk.
Questo periodico - direttore responsabile Vittorio Fagone – è chiamato Luk da un gioco verbale che incrocia look e Lucca.
Per acquistarlo: CLIC.

Un’altra iniziativa vede una delle 4 mostre dedicate dal Film Lucca Festival a David Cronenberg, precisamente Evolution, ospitata nei locali della Fondazione.
La mostra indaga, attraverso le invenzioni di Cronenberg, possibili percorsi evolutivi dell’uomo, sia a livello psicologico sia fisico: dai telepati di Scanners allo scienziato de La mosca, dal produttore televisivo di Videodrome ai medici gemelli di Inseparabili. Attraverso la presentazione di oltre un centinaio tra manufatti artistici e oggetti provenienti dai set dei film, materiali scenografici di produzione, interviste con collaboratori, spezzoni di film, filmati mai visti, rare fotografie dietro le quinte, l’esposizione segue cronologicamente lo sviluppo e la maturazione della carriera di Cronenberg come film-maker, le prime influenze del sociologo canadese Marshall McLuhan, evidenti in un film come Videodrome (1983), la sua infatuazione per il corpo umano e la tecnologia, presente in eXistenZ (1999), il suo crescente interesse per la psicologia, come A History of Violence (2005), fino ai più recenti Spider o Cosmopolis.
Evolution è accompagnata da un Box set, in edizione numerata, con il catalogo della mostra, un dvd con il cortometraggio inedito The Nest e un ritratto lenticolare numerato e firmato da Cronenberg.
Sulla poetica e un’analisi della sua filmografia:QUI.

Ufficio Stampa Fondazione Ragghianti:
Elena Fiori, elena.fiori@fondazioneragghianti.it

David Cronenberg
Evolution
Fondazione Ragghianti
Via San Micheletto 3, Lucca
Telefono 0583.467 205 - Fax 0583.490 325
email: info@fondazioneragghianti.it
Fino al 3 maggio 2015


Qualcosa di più dell'amore


Franz Kafka: “Scrivere lettere significa denudarsi davanti ai fantasmi che stanno avidamente in agguato”.
Questo accade a Lev e Sveta Miščenko personaggi, realmente esistiti, che si scambiano lettere per nove anni nella Russia sovietica prima di riuscire a ricongiungersi.
La loro storia è pubblicata dalle Edizioni Beat in un libro di Orlando Figes intitolato Qualcosa di più dell’amore.
Figes, professore di Storia al Birkbeck, Università di Londra, è il pluripremiato autore di otto libri, che sono stati tradotti in 28 lingue.
Fra i più recenti: “La tragedia di un popolo” (vincitore nel 1997 del Wolfson History Prize, del Wh Smith Literary Award, del Longman/History Today Book of the Year Award, del NCR Book Award e del LA Times Book Prize), “La danza di Nataša” (finalista nel 2003 del Samuel Johnson Prize), “Sospetto e silenzio” (finalista nel 2008 del Royal Society of Literature Ondaatje Prize e del Samuel Johnson Prize) e di “Crimea. L’ultima crociata”.

Sito web dell’autore: QUI.

Il volume si presenta in copertina come “romanzo”, ma (per come io la penso) tale, per fortuna, non è. Agiscono nelle pagine personaggi reali, sullo sfondo gelido, in tutti i sensi, dell’epoca staliniana, nulla c’è d’inventato o di sceneggiato. Figes scandisce le 1246 lettere che i due amanti si scambiano con raccordi di sua mano che illustrano e approfondiscono avvenimenti storici del tempo, le testimonianze di chi conobbe i due, documenti sulla terribilità del Lager prima e del Gulag poi, il tutto accompagnato da un vasto repertorio iconico, con foto dei protagonisti in varie epoche e perfino schizzi di piantine dei campi di concentramento.
Già perché l’avventura di Lev e Sveta – pescata nel 2007 dall’autore in bauli negli uffici moscoviti del Memoriale – è singolarmente sfortunata.
Si erano conosciuti quando erano studenti di Fisica negli anni Trenta del Novecento, per poi essere separati dalla seconda guerra mondiale.
Lev fatto prigioniero dei tedeschi, viene invitato a collaborare col Reich, per patriottismo rifiuterà prima la collaborazione con la Germania e poi con gli Stati Uniti. Dopo aver attraversato vari lager, compreso l’atroce Buchenwald, quando la guerra finì, tornò in patria sicuro di una buona accoglienza. Si sbagliava. Chi era stato prigioniero dei nazisti era sospettato come possibile spia. Per lui cominciò la peregrinazione in gulag siberiani.
Sperimentò il terreno comune tra hitlerismo e stalinismo.
“Lo Stato hitleriano e quello stalinista” – scrive Giovanni De Martis – “rappresentano l'esito degenerativo del concetto di Stato. Nato dall'esigenza di tutelare la vita dei cittadini lo Stato diviene nella versione staliniana e hitleriana lo strumento di selezione dei cittadini. Due ‘mitologie’ diverse che conducono ambedue a orrori innominabili. Sia lo stalinismo sia il nazismo hanno un concetto di ‘purezza’ che per Hitler è sostanzialmente biologico-razziale mentre per Stalin è ideologica. Nell'uno e nell'altro caso non rientrare nei canoni delle ’purezze’ significa incamminarsi verso il lager o verso il gulag".
Sui metodi praticati, poi, in Germania e in Russia nessuna differenza: i prigionieri trattati con disprezzo, soggetti a frequenti punizioni, cibo scarso, malattie mal curate, ogni giorno si registravano morti avvenute per esecuzioni o per stenti.
Lev è scomparso il 18 luglio 2008, Svetlana il 2 gennaio 2010. Sono sepolti l’uno accanto all’altra nel cimitero Golovinskoe a Mosca.
Leggere quelle lettere scambiate lungo pressappoco un decennio è un’esperienza unica per emozioni umane e connessioni storiche.
“Migliaia di pagine” – scrive Irina Ostrovskaja del Memoriale Internazionale” – ognuna colma d’amore, sebbene questa parola compaia raramente nelle lettere.

Orlando Figes
Qualcosa di più dell’amore
Traduzione di Serena Prina
Pagine 384, Euro 9.00
Beat Edizioni


Greta star per sempre


Il 15 aprile 1990 moriva Greta Garbo.

Ieri, Italo Moscati, autore del volume Grata Garbo. Diventare star per sempre (ricordo anche l'intervista con lui su questo sito in occasione dell’uscita presso Ediesse di "Eduardo De Filippo Scavalcamontagne, cattivo, genio consapevole"), è stato intervistato da Tv2000 sulla figura dell’attrice svedese.

QUI il video.


Lettera a un figlio su Mani Pulite

Il 4 settembre del 2003 un tale disse: “Questi giudici sono doppiamente matti. Per prima cosa perché lo sono politicamente, e secondo perché sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana”.
Chi era quel tale? Non un etilista da bar notturno, ma il Presidente del Consiglio dei Ministri, all’epoca, Silvio Berlusconi.
Era uno dei tanti insulti rivolti a magistrati, altri ne seguiranno fino a ieri e non solo dalla Destra, ma anche, con toni meno ruvidi ma altrettanto biliosi, dalla Sinistra.
Alcuni gazzettieri hanno messo in giro anche la dizione “toghe rosse” trascurando che esistono tante, ma proprio tante, “toghe rosso sangue” per citare il titolo d’un libro di Paride Leporace che ricorda i 27 giudici che tra il 1969 e il 1994 hanno perso la vita perché scelsero di fare bene il loro dovere.
Come sappiamo dopo il ’94 altri morti, fino a ieri, dobbiamo contare.
Tutta questa delegittimazione della Magistratura fa parte di un piano politico e mediatico volto a demolire quanto da Mani Pulite emerse perché quei metodi – e, spesso, gli stessi personaggi – sono ancora alla ribalta, dal Mose all’Expo a Mafia Capitale, ma numerosi altri esempi non mancano e si potrebbero riempire pagine e pagine di malaffare.

Ecco perché Lettera a un figlio su Mani Pulite - pubblicato da Garzanti - è un libro necessario, ne andrebbe fatto libro di testo per le scuole. Anche perché di quei lontani anni, quando sorse una speranza destinata a tramontare, il suo autore fu un protagonista: Gherardo Colombo.
Colombo (Briosco, 1946) è entrato in magistratura nel 1974. È stato consulente delle commissioni parlamentari di inchiesta sul terrorismo e sulla mafia. Ha condotto o collaborato a inchieste divenute celebri, tra cui la scoperta della Loggia P2, l'omicidio Ambrosoli, i cosiddetti fondi neri dell'IRI, Mani pulite. Dal marzo 2005 è stato giudice presso la Corte di Cassazione. Nel 2007 si è dimesso dalla magistratura per dedicarsi a incontri formativi nelle scuole, dialogando negli anni con migliaia di ragazzi sui temi della giustizia e del rispetto delle regole. È attualmente presidente della casa editrice Garzanti e membro del Consiglio di amministrazione della Rai. Nel 2010 ha fondato l'associazione Sulle regole, punto di riferimento per il dibattito sulla Costituzione e la legalità.

Può sembrare strano ma quel 1992 (17 febbraio, arresto di Mario Chiesa e avvio di Mani Pulite) è un anno più remoto di quanto appaia, e specialmente a chi allora non era nato, o nato da poco, può sembrare preistorico.
Colombo per farlo capire usa poche illuminanti righe: “… i computer avevano una memoria fissa di soli 20 MB; non esisteva Internet, quindi non c’erano Google e Wikipedia; i telefoni cellulari – che servivano solo a telefonare – erano riservati a poche persone; si fotografava ancora con la pellicola e non in digitale”.
Il libro ripercorre attraverso agili capitoli la storia della più grande inchiesta giudiziaria svolta dall’unità d’Italia a oggi (ecco perché andrebbe illustrata nelle scuole) e in meno di 100 pagine ricorda quanto scoperto a quel tempo: l’avidità di uomini che pur militando in partiti talvolta di luminosa tradizione, si erano allontanati da quegli ideali che usavano come scudo per coprire loschi traffici; la connivenza interessata di parti dello Stato; perfino di alcuni magistrati; un sistema bancario cariato dalla corruzione; complicità internazionali.
Indubbiamente un momento cruciale – analizzato in un capitolo del volume – furono le dimissioni di Antonio Di Pietro, simbolo di quell’indagine, che levandosi teatralmente la toga in aula al termine della requisitoria per il processo Enimont, abbandonò la Magistratura.
Fu quello l’inizio della fine di Mani Pulite. Coraggiosamente Greco, Ielo, Davigo, Colombo, e la subentrata Boccassini, continueranno a lavorare ma ormai intorno a loro è stato fatto il vuoto. Attacchi d’ogni tipo sono rivolti ai giudici. Ad esempio, fra gli altri, Vittorio Sgarbi accusa Colombo di aver prodotto un documento falso e tre volte è da Colombo vittoriosamente querelato. Il governo Berlusconi vara una serie di misure che sostanzialmente limitano l’efficacia delle inchieste, una sostanziosa parte della stampa, della radio, della tv orienta l’opinione pubblica in maniera che diffidino della Magistratura.
Mani Pulite non ha cambiato l’Italia, basta guardarsi attorno per capirlo – conclude Colombo – Il livello di trasgressività di questo Paese è rimasto quello di prima […] dopo Mani Pulite, però, nessuno può dire di non sapere che esista un sistema di corruzione […] Ma questo non basta, se vogliamo davvero vivere in un Paese esente dalla corruzione, dalla mafia e dalle discriminazioni, è necessario che alla parola “libertà” attribuiamo un solo significato: capacità di determinarsi nel rispetto degli altri.

Gherardo Colombo
Lettera a un figlio su Mani Pulite
Pagine 96, Euro 10.00
Garzanti


Cioran e l'Occidente


Presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell'Università di Trento, si svolgerà il Convegno: Cioran e l’Occidente. Utopia, esilio, caduta con la partecipazione dell’Accademia di Romania e l’Institut Français di Milano. Molti fra i maggiori studiosi del pensatore rumeno terranno interventi e relazioni.

Questo sito si è più volte occupato di Cioran (in foto).
Ha ospitato, fra i nomi che saranno presenti al convegno, Giovanni Rotiroti quando curò la pubblicazione di “Sulla Francia” (Voland, 2014) scrivendo in prefazione che quel libro “segna un rivoluzionario cambio di passo, e mutamento nella scrittura e nello stile compositivo di Cioran”. Gli chiesi in un'intervista se su tutto pesasse l’abbandono delle posizioni filofasciste da parte dello scrittore, oppure ci fosse anche dell’altro. Rotiroti rispose: È vero. C’è sempre dell’altro. Ancora più decisivo per l’abbandono delle posizioni filofasciste da parte di Cioran, è stato l’incontro con Benjamin Fondane nel 1942 in una Parigi occupata dai nazisti. Fondane, con la forza della sua parola appassionata, porterà Cioran a fare i conti con gli abbagli ideologici della propria giovinezza e, più o meno implicitamente, gli offrirà una sorta di antidoto contro il delirio ideologico attraverso l’esemplarità straordinaria del suo percorso tormentato, prima di venire orrendamente ucciso, insieme alla sorella Lina, nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau nel 1944, all’età di 46 anni. (Inutilmente Cioran aveva provato, presso le autorità francesi, a sottrarre “il suo migliore amico” a questo terribile destino di morte.) La sorte tragica di Fondane assillerà Cioran per tutta la sua vita. L’attrazione per la catastrofe, lo splendore sfolgorante della sua figura, il suo misterioso desiderio di libertà, così seducente da avvicinarlo alla lucentezza tenebrosa di Antigone durante gli anni osceni della guerra, porteranno Cioran a far cambiare di segno le sue convinzioni ideologiche.

Altro nome, presente a Trento e intervenuto in Cosmotaxi, è Antonio Di Gennaro (le sue più recenti pubblicazioni: “Emil Cioran, Al di là della filosofia”. Conversazioni su Benjamin Fondane, Mimesis 2014, e “Emil Cioran, Tradire la propria lingua”, La scuola di Pitagora, 2015) quando, a sua cura, pubblicò, di Cioran “L’intellettuale senza patria” (Mimesis). Scriveva Di Gennaro: … rispetto all’attività di aforista, saggista e prosatore scettico (sistematico), il mistico nichilista Cioran – ‘teologo ateo’, ancorché, de facto, ateo convinto – sviluppa, negli anni, un’intensa, proficua verve orale, caratterizzata non certo da lezioni universitarie o da eventi pubblici (ufficiali), ma da interviste e colloqui personali (privati) con poeti, giornalisti e scrittori.
Proprio sul bimestrale L’Ateo, numero 3 del 2014, aveva scritto: Il discorso che Cioran porta avanti investe la totalità della vita ed è pertanto una metafisica del tragico, un’ermeneutica dell’assurdo. All’interno di questa visione nichilistica del mondo, dove nulla è eterno e dove anzi il nulla regna imperante sull’essere, l’uomo non è altro che «saliva sputata dalla vita». La condizione umana si presenta in Cioran in tutta la sua precarietà e finitezza in termini di solitudine, abbandono, disgregazione, disperazione. Una condizione sintetizzata, secondo il Nostro, dall’equazione: «Esistenza = Tormento».

Cliccare QUI per complete informazioni sul convegno e i partecipanti.

Università di Trento
Dipartimento di Lettere e Filosofia
Convegno su Cioran
16 e 17 aprile
Info: staffdip@lett.unitn.it
0461 - 28 17 17


L'Ateo


Il bimestrale "L’Ateo" dell’Uaar (Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti), diretto da Francesco D’Alpa e Maria Turchetto dedica lo “special” che apre ogni numero al tema “Religioni e omofobia”.

Articoli di Enrica Rota – Lorenzo Bernini – Paolo Ferrarini – Stefano Marullo – Baldo Conti – Cristian Lo Iacono - Ferdinando Miranda.

Segnalo anche un ritratto di Antonietta Dessolis (1953 – 2014) delicatamente tracciato da Flaviana Rizzi.
Anche altre pagine mi sono sembrate di notevole spessore, quelle di Raffaele Carcano che polemizza su quanti (Bergoglio incluso) affermano che i terroristi islamici hanno ucciso gridando “Dio è grande” per rifiutare Dio; “L’attentato al Charlie Hebdo? Tutta colpa degli atei…” è il titolo ironico del suo articolo che sbugiarda “fumosissimi arzigogoli teologici per negare l’innegabile”: credere porta al fondamentalismo voglioso di genocidio.
Ancora due interventi che mi hanno interessato: Maria Turchetto che afferma la lontananza del termine “spiritualità” da una visione atea (… e quanto sono d’accordo!) e una divertente recensione della pastafariana Enrica Rota sul Nuovo Lezionario Festivo per la Santa Messa intitolato: “Aprila tua bocca la voglio riempire”. Titolo imprudente o sofisticata strategia di vendite? Perché la Rota (poco sacra, in verità) scrive che anche lei “come tante devote e pie cattoliche sono sicuramente curiose di sapere di che cosa dovrebbe venire riempita la loro bocca”.
Diceva giustamente Nanni Moretti in Palombella rossa: “Chi parla male, pensa male. E vive male.

Come in ogni numero della rivista, recensioni di libri, vignette, lettere dei lettori.

La rivista "L'Ateo" è in vendita nelle seguenti librerie al prezzo di 4.00 euro


Gas in Etiopia

Alle origini di molti mali italiani, origini che proiettano la loro ombra fino ai nostri anni, ci sono alcune inadempienze che abbiamo di fronte alla Storia. Una di queste è la mancanza di una Norimberga nostrana per fare luce sui tanti crimini commessi dalle nostre truppe e dai loro capi (Badoglio, Lessona, De Bono, il Graziani abbracciato da Andreotti ad Arcinazzo nel 1953, altri ancora), talvolta anche non in camicia nera. Al contrario, la sciagurata amnistia del 22 giugno 1946, con la libertà concessa a molti repubblichini, voluta e firmata dall’allora ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti (una parte della base del Pci lo ritenne a quel tempo autore di un imperdonabile tradimento), seguì il già grave fallimento delle pratiche d'epurazione.
Eppure le occasioni per un Tribunale come quello di Norimberga non mancavano.
Basterebbe pensare soltanto a quello che abbiamo combinato in Etiopia per riempire di vergogna lo Stivale. Ma non basta, una vecchia tendenza all’autoassoluzione, unita con un’abile propaganda, prima del Regime e poi neofascista, ha instaurato in molti cuori (preferisco parlare di cuori e non di cervelli) il mito degli “italiani brava gente”, una sanguinosa bugia.

Su questo riflette un gran bel libro, pubblicato da Neri Pozza, intitolato Gas in Etiopia I crimini rimossi dell’Italia coloniale.
Ne è autore Simone Belladonna.
Laureato in Scienze Internazionali e Studi Europei. È da sempre appassionato di politica e storia. Fa parte del consiglio di redazione di Rivista Europae e lavora come Account Strategist a Google, in Irlanda.
“Gas in Etiopia” è il suo primo libro, un maiuscolo debutto.
Il volume si avvale di una Prefazione di Angelo Del Boca, già ospite di questo sito quando pubblicò, proprio con Neri Pozza, La storia negata.

Scrive Del Boca
«La guerra d’Etiopia non è stata soltanto la più grande campagna coloniale della Storia contemporanea, ma anche, probabilmente, la miccia che ha fatto scoppiare la seconda guerra mondiale. Mussolini cominciò a prepararla sin dal 1925 e volle che fosse una guerra rapida, micidiale, assolutamente distruttiva [...] per essere sicuro della vittoria, autorizzò anche l’uso di un’arma proibita, l’arma chimica, sulla quale l’autore in questo libro ha raccolto con grande perizia tutte le informazioni possibili.
Per cominciare, ha esplorato, per primo, gli archivi americani del FRUS, dove sono raccolti i dispacci degli alti funzionari degli Stati Uniti sulla preparazione della campagna fascista contro l’Etiopia. Si tratta di documenti di estrema importanza, perché rivelano le mosse del fascismo in armi e ne analizzano, giorno dopo giorno, la pericolosità per la pace nel mondo.
Poiché il libro costituisce, in primis, la denuncia dell’impiego dei gas velenosi e mortali e di tutti gli inganni perpetrati negli anni per nascondere quei crimini, l’autore non ha trascurato dati accurati che offrissero un quadro completo dei diversi gas utilizzati, dei sistemi per utilizzarli, dei risultati ottenuti. Si tratta di migliaia di tonnellate di iprite e di fosgene scaricate soprattutto dagli aeroplani sui combattenti etiopici e sulle popolazioni indifese”.

Stragi con i gas e non solo con i gas. Si pensi che solo a Debrà Libanòs, in risposta al fallito attentato a Graziani, il generale Pietro Maletti fece fucilare 1500-2000 persone (a Cocquio Trevisago gli hanno intitolato una strada!).

Gli effetti dei gas erano terribili. Una testimonianza dell’imperatore d’Etiopia Hailé Selassié: A Quoram squadriglie di 7 o 9 apparecchi sorvolarono il nostro quartier generale, le nostre truppe, i nostri villaggi per intere settimane, dall’alba al tramonto. Né gli uomini né le bestie erano più in grado di respirare. Ogni essere vivente che veniva toccato dalla leggera pioggia piovuta dagli aerei, che aveva bevuto l’acqua avvelenata o mangiato cibi contaminati, fuggiva urlando e andava a ripararsi nelle capanne o nel folto dei boschi per morire. Presto un odore insopportabile gravò sull’intera regione. Non si poteva, però, pensare di seppellire i cadaveri perché erano più numerosi dei vivi. Nel prato vicino al nostro quartier generale più di 500 cadaveri si decomponevano lentamente.

Gas in Etiopia: ecco un libro che andrebbe conosciuto nelle scuole.
Avverrà? Ne dubito. Da noi, si sa, c’è Stefania Giannini, c’è la “buona scuola”.

Simone Belladonna
Gas in Etiopia
Prefazione di Angelo Del Boca
Pagine 304
Euro 19.00
Neri Pozza


linus ha cinquant'anni

Già, proprio così. Questa storica rivista di fumetti, fondata e diretta, per i primi 7 anni, da Giovanni Gandini, nacque, infatti, nell’aprile del 1965.
Pochi capirono allora l’importanza della nascita di quella pubblicazione che sdoganava in Italia i fumetti restituendo loro l’importanza semiotica che possiedono.
Non a caso, ad esempio, il grande semiologo Paolo Fabbri a proposito delle nuvolette così dice: Credo che la valorizzazione culturale del fumetto sia iniziata proprio con la semiotica. […] Nel suo romanzo "La misteriosa fiamma della regina Loana", Eco sostiene che Dick Tracy gli ha fatto capire Picasso, e che le gambe delle eroine nel "Corriere dei Piccoli" degli anni '30 lo hanno aiutato a scoprire emozioni sentimentali o perfino sessuali. Flash Gordon era un eroe che combatteva contro la tirannia sebbene fosse letto in Italia da un pubblico che viveva sotto una dittatura […] Mi torna in mente Italo Calvino, il quale mi diceva di aver scritto Il castello dei destini incrociati - basato sulle immagini dei tarocchi - dopo aver ascoltato una mia conferenza sul linguaggio degli emblemi. Lui avrebbe voluto scrivere "Il motel dei destini incrociati" in cui i personaggi interagiscono tra loro utilizzando pezzi di fumetti. Il fumetto a quel punto è già mito.
Senza linus l’importanza socioletteraria dei fumetti avrebbe impiegato chissà quanto tempo prima di affermarsi.
Nel corso di cinquant'anni, linus ogni mese ha presentato al pubblico italiano il meglio del fumetto mondiale, a partire naturalmente dalle strip americane e dai Peanuts di Charles M. Schulz. Sulle sue pagine si sono avvicendate negli anni firme prestigiose che hanno raccontato e commentato la cultura e la società dell'ultimo mezzo secolo.
Volentieri rilancio un comunicato pervenutomi dall’Ufficio Stampa di Baldini&Castoldi

“Ad aprile 2015 linus festeggia cinquant'anni tondi con un numero speciale, fin dalla copertina realizzata da Sergio Ponchione. Più di cento personaggi scelti tra quelli ospitati dalle pagine della rivista, da Snoopy a Corto Maltese, da Valentina a Braccio di Ferro, da Dick Tracy ai ragazzi di Andrea Pazienza, da Bobo a Calvin & Hobbes: tutti sulla coperta di sicurezza srotolata da linus come fosse un tappeto rosso - o meglio, azzurro. Un disegno tanto bello che diventa anche un poster di mezzo metro, in regalo per tutti i lettori.

All'interno del numero celebrativo - oltre alle consuete strip, alle rubriche culturali, alla satira e all'analisi politica ed economica - quattro storie a fumetti firmate dai "Fratelli del cielo" Tuono Pettinato, Ratigher, Maicol & Mirco e Dr. Pira: gli autori di alcuni dei romanzi e racconti a fumetti più acclamati dell'Italia del ventunesimo secolo si sono divertiti a far incontrare (e scontrare) i loro personaggi preferiti della storia di linus. Inoltre, un racconto inedito di Gianluca Morozzi (sui fumetti, ovviamente). E una candidatura allo Strega, nientemeno: Giorgio Scianna propone alla giuria del premio letterario proprio Snoopy e il suo romanzo dall'arcinoto incipit "Era una notte buia e tempestosa". Perché "il riferimento alla razza canina non può essere utilizzato al fine di ghettizzare un autore la cui genialità non può essere messa in discussione".

linus sarà in edicola a partire dal 4 aprile.
Il formato e-book sarà disponibile dal 12 aprile sul sito dell'Editrice.
Tra gli eventi previsti, si segnalano i seguenti.
Sabato 11 aprile il WOW Museo del fumetto di Milano inaugurerà una mostra sui 50 anni di linus;
Mercoledì 15 aprile l’Alta Scuola dell’Università Cattolica dedicherà alla ricorrenza un convegno;
I festeggiamenti proseguiranno domenica 17 maggio con un incontro nell’ambito del Salone del Libro di Torino.
Le copertine che hanno caratterizzato la rivista in questi anni saranno riunite nel volume, edito da Baldini&Castoldi, “Cinquant’anni di linus tutte le copertine”, in libreria ai primi di maggio”.


L'universo di Margherita

Ricordo con orgoglio quando Margherita Hack accettò d’intervenire su questo sito partecipando con la vivacità e lo spirito di una ventenne (aveva allora 86 anni) e con la chiarezza della grande scienziata che è stata, ad un'intervista che le proposi nella mia taverna spaziale dell’Enterprise di Star Trek.
Con grande piacere noto, quindi, che la casa editrice Editoriale Scienza seguendo una linea di pubblicazioni che la vede protagonista nell’informazione scientifica per infanzia e adolescenza, ha ripubblicato L'universo di Margherita di Margherita Hack e Simona Cerrato, uscito la prima volta nel 2006 conseguendo un notevole successo di vendita e di critiche.
La Cerrato, torinese, vive a Trieste dal 1991, laureata in fisica, si occupa da anni di editoria e di divulgazione scientifica.
Insieme con Luisa Crismani, ha scritto il testo teatrale "Il fuoco del radio. Dialoghi con Madame Curie".

In “L’universo di Margherita” è raccontata la vita della più nota astrofisica italiana, con la spontaneità, la passione e l’impegno che hanno caratterizzato tutte le sue scelte.
L’educazione aperta e tollerante ricevuta dai genitori, l'amore per la bicicletta e per la natura, i successi sportivi, gli affetti, la sofferenza per la guerra, il disprezzo per la dittatura, i viaggi. E poi le prime ricerche, l’affermazione internazionale, l’impegno civile e politico: tanti ricordi, belli e dolorosi, intensi e divertenti.
In chiusura, una sezione di approfondimento sull’astrofisica e l'intervista di Sylvie Coyaud alla celebre scienziata.
Altri libri di Margherita Hack per Editoriale Scienza: Perché le stelle non ci cadono in testa? e Stelle, pianeti e galassie.
Il volume è consigliato dall’Editrice ai lettori dagli undici anni.

Per leggere alcune pagine del libro: CLIC!

Simona Cerrato
Margherita Hack
L’universo di Margherita
Illustrazioni di Grazia Nidasio
Pagine 128, Euro 12.90
Editoriale Scienza


La comunicazione interculturale


Quanta comunicazione riusciamo a trasmettere fra noi umani sia pure appartenenti alla stessa etnia?
Siamo proprio sicuri che la globalizzazione, con le sue articolazioni nelle nuove tecnologie, con l’utilizzazione diffusa di una lingua franca, l’inglese, sia riuscita a realizzare una felice comunicazione di contenuti e riti sociali fra popoli distanti?
Non ne è convinto Paolo E. Balboni in La comunicazione interculturalelibro – edito da Marsilio.
Passando attraverso un’esaustiva analisi su che cosa sia la comunicazione, e qual è diventata oggi con l’ibridazione delle culture favorita dai mezzi di comunicazione di massa e da più ravvicinati contatti, arriva a conclusioni sostenute da robuste motivazioni.
Mentre “la ‘multiculturalità’ indica una situazione transitoria e limitata nel tempo” – scrive – “dettata da necessità contingenti e non da scelta, la ‘interculturalità, come intendiamo definirla noi, è un atteggiamento costante, che prende atto della ricchezza insita nella varietà, che non si propone l’omogeneizzazione e mira solo a permettere l’interazione più piena e fluida possibile tra le diverse culture”.
Balboni non si limita solo alla teoria, ma con scrittura scorrevolissima analizza anche gli strumenti della comunicazione non verbale: la “cinesica” (comunicare con i gesti e le espressioni); la “prossemica” (la distanza tra corpi come forma di comunicazione); la “vestemica” (il vestiario come linguaggio); l’”oggettemica” (comunicare con oggetti e status symbol).
L’osservazione procede anche tra i riti sociali: il cocktail party, il pranzo, la cena.

L’autore insegna Didattica delle lingue moderne a Ca’ Foscari e si occupa da quarant’anni di promozione dell’italiano nel mondo. Quest’attività l’ha portato a contatto con molte culture suggerendogli una formalizzazione che portò al primo volume italiano sulla comunicazione interculturale, “Parole comuni, culture diverse” (Marsilio 1999). Ha scritto decine di volumi sull’insegnamento e l’apprendimento delle lingue, svolge un’intensa attività di formazione.

A Paolo E. Balboni ho rivolto alcune domande.
In che cosa consiste la differenza fra comunicazione e informazione?

Domanda chiave, per chi voglia comunicare efficacemente e senza danni – ma domanda che ad alcuni potrebbe parere pura ‘lana caprina’… In realtà: chi sa comunicare, sa bene che se è vero che la comunicazione, cioè quello che vogliamo comunicare, va gestita con intelligenza, è ancor più vero che l’informazione, cioè tutto quello che comunichiamo senza volerlo, è molto più pericolosa: il tremito, la sudorazione, l’esitazione, il tono di voce, la postura delle braccia, il modo in cui affrontiamo un tema dicono moltissimo, a chi sa leggere.
Quindi chi sa comunicare sa che deve tener sotto controllo anzitutto l’informazione incontrollata, spontanea


Per conoscere i fondamenti e i tanti perché della comunicazione interculturale è da consigliare la lettura del suo libro.
Ma la comunicazione interculturale è possibile insegnarla? Se sì oppure no, perché?

Come insegnare una realtà in continuo movimento, che si modifica sia per sua evoluzione naturale dentro ogni cultura sia per contaminazione con le altre (reale, nel lavoro internazionale; virtuale, nei mille film, romanzi, social network che mescolano le culture)?
Non si può insegnare la comunicazione interculturale, ma si può insegnare a guardare, a vedere, a trarre regole di comportamento, caso per caso. Non si possono dare pesci, si può insegnare a pescare. È quello che abbiamo cercato di fare nel nostro libro, è quello che per singoli e per aziende, per studenti e per professionisti cerchiamo di fare nel nostro centro di ricerca
.

Internet e gli altri nuovi strumenti tecnologici, finora sono serviti a favorire la comunicazione interculturale o solo a far rimarcare, evidenziandole, le differenze fra gruppi ed etnìe?

Far rimarcare le differenze – e i social media lo fanno, come lo fa il cinema, come lo fanno i libri – è la condizione necessaria per indurre le persone ad affrontare la fatica di imparare a rapportarsi a persone di altre culture: sospendere il giudizio, cercare l’empatia, il mettersi nei panni dell’altro, vedersi con gli occhi dell’altro, chiedere feedback prima di scattare in autodifesa o di offenderci… è una grande fatica, re-settare le proprie coordinate culturali: e internet insieme agli altri media ci aiuta perché ci mostra quanto diversi siamo…
In questo senso la frase, ormai luogo comune, “la diversità ci arricchisce” assume un vero significato: la diversità ci costringe a definire chi e cosa siamo noi, e possiamo farlo solo nel confronto con gli altri: se restiamo sempre tra noi e i nostri simili, non siamo costretti a pensarci, nel senso di “pensare noi stessi”
.

Per il sito web dell’autore: CLIC!

Paolo E. Balboni
La comunicazione interculturale
Pagine 176, Euro 9.90
Marsilio


Muro di Berlino

La raffinata casa editrice L'Orma tra le sue collane ne possiede una che spicca per originalità. Si tratta di I Pacchetti che, a sua volta, ha una sorta di sezione incorporata chiamata I Pacchetti dei luoghi (non comuni); piccoli libri dedicati a monumenti di ieri, o di un più lontano passato; nel caso di cui scrivo oggi, il titolo è: Muro di Berlino Due o tre cose che so di lui.
L’autore è Eusebio Trabucchi. Lo stesso che ha già firmato, per la stessa editrice, un delizioso volumetto sulla Torre Eiffel. Vive, lavora e traduce a Roma, ha firmato la curatela di alcune selezioni dagli epistolari di Napoleone, Woolf, Pessoa e Verdi.
Così scrive nella prima pagina: Questa guida non è una guida, anche perché il luogo a cui dovrebbe portare, che dovrebbe illustrare, non esiste più. Il Muro di Berlino è una rovina, un tracciato di assenze e interruzioni: segna una frontiera in disuso, ma per nulla obsoleta, dentro una città che ora aspira a confinare con il futuro […] il Muro resta un souvenir nel senso più alto del termine, una memoria pietrificata di asservimento e di rivolta, di coraggio e di esuberanza, l’unico luogo mortifero del Novecento che abbia saputo trasformarsi in libera arte sotto il cielo.

Voluto dalle autorità comuniste della Germania Est, Il Muro di Berlino (nome ufficiale: “Antifaschistischer Schutzwall”, Barriera di protezione antifascista; nome ufficioso: “Schandmauer”, Muro della vergogna) divise in due la città di Berlino per 28 anni, dal 15 agosto del 1961 fino al 9 novembre 1989.
Costò 136 vittime nei 960.605 tentativi di fuga dall’Est (ne riuscirono soltanto 5.075).
Dal libro di Trabucchi si apprendono infinite notizie che neppure su Internet sono tutte rintracciabili. Attraverso un “Alfabeto del Muro” sono illustrati, dalla A alla Z, personaggi, occasioni, date, incontri storici che hanno fatto di quella costruzione il simbolo della guerra fredda sempre a un passo dal diventare caldissima.
Un capitolo intitolato “Graffiti” ci conduce poi attraverso un percorso di letture, visioni e ascolti, elencando libri, film, romanzi, poesie, episodi (preziosa al proposito la trascrizione del momento saliente della conferenza stampa del balbettante funzionario Günther Schabowski che, incalzato dal giornalista italiano Riccardo Ehrman, determina pur senza volerlo, il via all’abbattimento del Muro).

Per ricordare il 25esimo anniversario della caduta del Muro, la capitale tedesca ha organizzato il 9 novembre scorso una fine settimana di festeggiamenti e acceso un'installazione di ottomila palloncini di elio lungo l'ex tracciato centrale del muro.

Concludo questa nota con le note che il grande violoncellista Mstislav Rostropovich suonò sulle macerie del Muro.
Per il video: CLIC!

Eusebio Trabucchi
Muro di Berlino, Due o tre cose che so di lui
Pagine 104, con foto in b/n
Euro 8.00
L’Orma Editore


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