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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Perché studiare la matematica


Io ho conosciuti e sentiti grandissimi filosofi peripatetici sconsigliar suoi discepoli dallo studio delle matematiche, come quelle che rendono l'intelletto cavilloso ed inabile al ben filosofare”.
Così parla Simplicio, uno dei protagonisti del galileiano "Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo", libro che stava per costare caro allo scienziato. Simplicio è un perfetto esempio del timore per le scienze che da sempre ha contrassegnato la cultura cristiana.
I guasti, insomma, vengono da lontano.
A questo s’aggiunga quanto l’amico Piergiorgio Odifreddi, durante un’intervista, mi disse: ”Da noi c'è una refrattarietà della cultura ufficiale, umanistica, a non considerare la scienza degna di attenzione. In parte la faccenda deriva dal deleterio influsso dell'idealismo di Croce e Gentile, e dalle loro riforme scolastiche. Entrambi sono stati ministri della pubblica istruzione, e hanno forgiato la riforma dell'insegnamento che ha prodotto la divisione fra i licei per dirigenti, e scuole tecniche per i lavoratori. L'idea era che per comandare bastava conoscere i classici. I bei risultati cui ha portato questa divisione si vedono oggi, nella spaccatura fra il mondo reale del lavoro, basato sulla scienza e sulla tecnologia, e il mondo irreale della politica, basato su una caricatura dell'umanesimo.
Eppure, tutto ciò che ci circonda e usiamo quotidianamente è fatto di numeri: dal Bancomat alle conversazioni col cellulare, dal navigatore satellitare alle macchine fotografiche digitali, dalle più recenti attrezzature mediche che analizzano il nostro corpo alle mail che ci scambiamo, dalla musica che ascoltiamo nei compact disk ai film che vediamo nei Dvd, a tante realizzazioni della digital art agli effetti speciali del teatro tecnosensoriale.
Un libro che aiuta a capire la necessità e le forme per apprendere la scienza dei numeri l’ha pubblicato l'Editore Pearson ed è intitolato Perché studiare la matematica a cura di Giorgio Bolondi.
E' il primo volume della nuova collana di Pearson, "open.mind", dedicata a comunicazione, tecnologia, scienza, didattica, design.
Il volume raccoglie una serie di conversazioni di Giorgio Bolondi – Presidente della Commissione Italiana per l’insegnamento della Matematica – con contributi di: Rosetta Zan, Federico Peiretti, Mirko Degli Esposti, GianMarco Todesco, Valerio Vassallo, Jean-Pierre Kahane, Angelo Guerraggio, Emilia Mezzetti, Giorgio Dendi, Bruno D’Amore, Martha Fandiño Pinilla

Dalla prefazione scritta dal curatore: Fin dall’antichità, il problema di insegnare la matematica (e conseguentemente di apprenderla, e di quali strumenti utilizzare in questa impresa) è presente in maniera esplicita. Il papiro Rhind, che risale a quasi 4000 anni fa, riporta dei problemi di matematica: domande, a cui qualcuno (evidentemente un allievo) doveva rispondere. Lo scriba Ahmes, che lo ha trascritto nel 1650 a.C., ne parla come di un mezzo per scoprire e indagare fatti, misteri, segreti... I grandi pensatori dell’antica Grecia hanno proposto visioni anche molto diversificate sul ruolo, le forme e gli obiettivi dell’educazione matematica. Da Pitagora e la sua visione mistica della scienza dei numeri, a Platone con i dieci anni di matematica come avviamento al pensiero filosofico e la matematica per i futuri governanti, fino a Euclide che rispondeva al re Tolomeo che “non esistono vie regie per apprendere la geometria”, sembra che le stesse domande che oggi tormentano i nostri studenti si ponessero già allora: perché si insegna la matematica? Perché bisogna impararla? A chi va insegnata? Quale matematica conviene insegnare? Perché occorrono sempre forze nuove, giovani che continuano a studiarla anche quando non sono obbligati, per esplorare i confini della matematica conosciuta e andare al di là di essi (come dice l’iscrizione sulla Medaglia Fields)? Perché apprendere la matematica presenta difficoltà e richiede così tanta fatica?.
A queste domande puntualmente rispondono i saggi contenuti nel volume.

Per una scheda sul libro: QUI.

Perché studiare la matematica
a cura di Giorgio Bolondi
Pagine 192 Euro 16,00
Pearson Editore


Un ricordo

Il 28 maggio del 1990 perdevamo uno dei più grandi scrittori italiani del XX secolo:Giorgio Manganelli .
Dimenticato a Milano, sua città natale, dai dirigenti comunali della cultura (sordi ai richiami a sostenere il Centro Studi dalla figlia Lietta dedicato al padre, Centro che per difficoltà economiche sarà costretto a chiudere), è stato di recente ricordato a Roma in un happening durato due giorni.

Su quest’autore vertiginoso e visionario scrive Florian Mussgnug: “… spingendo al limite le possibilità della scrittura, si avventura in quel ‘linguaggio abitabile’ che lui stesso definisce come ‘oscuro, denso, direi pingue, opaco, fitto di pieghe casuali; per lui tutto è racconto, dal Baldus alla ricetta dell'Artusi. Tutto, naturalmente, tranne il romanzo”.
Questa citazione mi dà lo spunto per ricordare l’originalissima posizione da equilibrista, su filo teso fra nuvole, di Manganelli a proposito della narratività (se ne hanno cospicui esempi in tanta parte della sua opera) sulla quale esercitò la sua vena ironico-umoristica specialmente in “Centuria” - ‘Cento piccoli romanzi fiume’, recita il sottotitolo di quel suo volume, il primo pubblicato in Francia – definito da Italo Calvino “un libro straordinario, dalla scrittura concisa ed essenziale con invenzioni sintetiche e concentrate”.
Attraversare i suoi testi (l’editore Adelphi ha il merito di curarne l’opera: QUI per il catalogo) significa viaggiare in una cartografia nella quale le coordinate geografiche servono a identificare univocamente luoghi smarriti; memorie di sensazioni e voci rivissute con una scrittura musicale che va dall’Improvviso al Capriccio.
Scrive Luca Tassinari sul suo blog letturalenta: La visione di Manganelli è un rovesciamento totale del modo in cui la lettura viene comunemente intesa. Quante volte, lettore, ti sarà capitato di sentirti dire che un libro va capito, che un testo va compreso? Comprendere e capire sono verbi che suggeriscono un’azione di contenimento. Secondo questa lezione diffusa e, ahimè, completamente irragionevole, il lettore dovrebbe contenere il libro, esserne margine e periferia, fornirlo di confini. Ma il libro, avverte Manganelli, è ‘illimitato’ e non tollera contenitore diverso da ‘tutti gli altri libri’. Non si può capire un libro ma solo essere capiti dal libro. Non si può comprendere un testo, o una parola, ma solo esserne compresi. Non si può leggere, ma solo essere letti. In questo senso il mistero della lettura è tutto in quell’essere nel libro.

Specie in quest’epoca che stiamo attraversando, Manganelli ci manca.


Il cinema digitale


In un lontano brano (1939) Emilio Cecchi scriveva: “Oggi la macchina da presa è il lapis e il pennello del pittore cinematografico. Un giorno costui adopererà davvero lapis e pennello, e il proprio genio creativo; e la tecnica cinematografica servirà soltanto, subordinatamente, a riprodurre e diffondere coteste libere creazioni”.
Ecco un’intuizione profetica che anticipa il cinema di cui abbiamo assistito alla nascita dopo la metà degli anni ’90 (frutto di studi e sperimentazioni cominciati circa dieci anni prima) e ne assistiamo agli sviluppi, passando per le innovazioni dell’Industrial Light & Magic di George Lucas (un pioniere del genere, dalla fine dei ‘70), fino alle mirabilie dell’Avatar di James Cameron.
Esiste una vasta letteratura su questo tipo di cinema studiato sia nella sua estetica sia nella sua tecnica, ma sempre separando le due parti o rendendo predominante una delle due sull’altra.
Il libro che presento oggi affronta valorosamente entrambe le questioni e nelle sue pagine fa ben capire come quei due aspetti non siano separati o separabili, ma interagiscano fra loro.
Edito da Le Lettere è intitolato Il cinema digitale Teorie e pratiche; ne è autore Christian Uva.
Il volume aprendosi su di una vasta rassegna delle teoriche prosegue con un’illustrazione delle tecniche (senza mai perdere il filo estetico lungo il quale scorre tale nuova tecnica), per concludersi su quanto avviene sullo scenario internazionale riservando un ampio spazio di documentazione alla produzione italiana.
Ecco un testo che non è soltanto diretto agli addetti ai lavori perché permette sia agli amanti del cinema d’approfondire motivazioni stilistiche di tanti film visti e che vedremo sia a quanti seguono lo sviluppo del dibattito filosofico di ragionare su fonti di pensiero e i possibili futuri traguardi delle nuove espressività emergenti.

Christian Uva è Ricercatore presso l’Università Roma Tre, dove insegna “Istituzioni di Storia e Critica del Cinema” e “Teorie e pratiche del cinema digitale”.
Tra le sue più recenti pubblicazioni: Impronte digitali (2009), Ultracorpi (2011) e la curatela di Strane storie (2011).

A Christian Uva ho rivolto alcune domande.
Qual è lo scenario filosofico e concettuale al quale fa riferimento il cinema digitale?

Oggi è quanto mai necessario svincolare i parametri di pensiero dagli ormai desueti canoni dell’”oggetto-film” per approdare a quelli relativi ad un magma audiovisivo in cui il cinema-cinema si mescola con la televisione e con il video (nel senso di videoarte, videoclip e persino videogame) per essere fruito nelle modalità e nei luoghi più diversi e anticonvenzionali. Con l’avvento dello scenario digitale, soprattutto in un primo momento, le teorie del simulacro e, con esse, i rigurgiti “apocalittici” di marca platonica trovano un nuovo spazio d’azione; man mano tuttavia che si approfondiscono i caratteri peculiari della tecnologia digitale si comincia ad affacciare anche un nuovo modo di intenderla che nel cinema obbliga a prendere in considerazione molti punti di continuità con la “vecchia” immagine chimico-fotografica.

Cambia il lavoro degli sceneggiatori e del regista nell’affrontare un racconto che si svolge in digitale?

Il lavoro degli sceneggiatori si modifica in considerazione dell’avvento della logica – caratteristica del software di scrittura “Word” – del “taglia e incolla”. Tale aspetto, oltre a riguardare la fase stessa della redazione di un’opera, letteraria o cinematografica, produce una rilevante ricaduta soprattutto sul piano dell’editing, ossia del montaggio audiovisivo, ove si assiste all’avvento di un sistema di assemblaggio “non lineare” che consente, fino all’ultimo, di modificare la struttura del film a colpi di mouse, determinando quella che è stata definita una vera e propria “esplosione” della narrazione cinematografica. Tale consapevolezza da parte di un regista o di uno sceneggiatore può dunque condizionarne, anche marcatamente, l’approccio ad un racconto per immagini.

E che cosa cambia per l’attore?

Ricco di stimoli teorici è il lavoro dell’attore nel regime della cosiddetta ‘digital performance’, ossia nell’orizzonte dominato dalle tecnologie atte a conferire vita ai personaggi sintetici che, in maniera sempre più diffusa, popolano il cinema contemporaneo (si veda, solo per citare alcuni esempi, l’ultima parte della filmografia di Robert Zemeckis – da “Polar Express” a “A Christmas Carol” – e l’ormai paradigmatico “Avatar” di James Cameron, senza dimenticare il recente “Le avventure di Tintin” di Steven Spielberg). Dietro ad ognuno di questi mirabolanti ‘digital characters’ si cela l’interpretazione di un attore, spesso di una star (Tom Hanks, Jim Carrey, Daniel Craig, eccetera) che, grazie a sofisticati sistemi di cattura del movimento, anima, ossia fornisce letteralmente il proprio “bios”, a creature altrimenti inerti e inespressive. È come se si avverasse l’antico sogno frankensteiniano…

Per una scheda sul libro: CLIC!

Christian Uva
Il cinema digitale
Pagine 222, con illustrazioni b/n
Euro 20.00
Edizioni Le Lettere


Succede a MioMao


La Galleria perugina MioMao – fondata nel 2007 da Maria Cristina Maiocchi, storica dell'arte specializzata nel contemporaneo – continua a proporre importanti mostre, non a caso altre volte è stata già segnalata in queste pagine.

Ora è di scena Mondo Pop Show close-up su Pop Surrealism e Urban Art.
A cura di Serena Melandri e David Vecchiato.
Proseguendo l'esperienza di collaborazione con giovani gallerie attente alle tendenze artistiche più vitali della scena contemporanea internazionale, MioMao stavolta apre le porte al progetto transpop della Mondo Pop Gallery di Roma: una rassegna di opere transnazionali che sintetizzano la linea di ricerca della galleria romana nel campo della Urban e Pop Surrealist Art con i massimi nomi di questa scena artistica detta anche “lowbrow art”. Alcuni dei primi artisti a creare questo movimento furono Robert Williams e Gary Panter. Le prime esposizioni avvennero in gallerie d’arte antagonista come, ad esempio, alla Psychedelic Galleria Solutions nel Greenwich Village.
Per saperne di più suggerisco quest'intervista a Kirsten Anderson.

Dal comunicato stampa.

“In mostra, Glenn Barr, poliedrico protagonista dell'ambiente underground di Detroit; l'indo-canadese Gary Taxali, con la grafica spregiudicata e irriverente di pupazzi-icona ormai noti in tutto il mondo; la lituana Jana Brike, con le atmosfere di glaciale e sospesa sensualità del suo pantheon infantile; Charles Krafft, con la riedizione in porcellana di Delft di disturbanti oggetti della memoria. E ancora: Gary Baseman, star di un pop affollato di icone molli, riportate dall'identità di plastica a un'ambigua, disturbante carnalità; David Vecchiato aka Diavù, con la sua ossessiva ricerca di un'umanità vera e primordiale; Dan Barry, con 'combines' poetici e ironici; lo scozzese Paul Barnes e Tiffany Liu, con le allegorie folk e miniaturistiche di un'arcadia poeticissima; Edward Robin Coronel, che traghetta in polveri di stelle immagini microscopiche di un'infanzia vista attraverso bolle di sapone; Mijn Shatie con la malinconia da carta da parati delle sue protagoniste femminili, campite su fondi di ricercata bidimensionalità; l'inglese Jon Burgeman, con i suoi tag post-dubuffet; Boris Hoppek, con i suoi feticci wall.
Ma pop significa reinvenzione di forma e forme, oltre le rigide divisioni di generi e arti. La mostra presenterà quindi anche oggetti e mirabilia del pop firmati da grandi nomi, dal tedesco Jim Avignon alla giapponese Naoshi all'australiano Jeremyville: vinili e skate desks customizzati; taglieri/manifesto; serigrafie d'autore”.

Galleria Miomao
via Podiani, 19-21 - Perugia
info e press
Maria Cristina Maiocchi
info@miomao.net
tel. (0039) 347 7831708
Fino al 9 giugno 2012


Nuovi media, nuovo teatro (1)

Già altre volte ho scritto che amo il teatro di parola quanto una colica renale, lo riaffermo.
Non che grandi autori del passato siano di colpo diventati inutili, restano grandi ma la loro presenza ha bisogno di un nuovo modo di messa in scena oppure di essere goduta in lettura sulla pagina. Non è sopportabile oggi l’attore che “ore rotundo” declama compiaciuto grandi parole. In ogni caso, dal basso dei miei oltre trent’anni di contributi Enpals ammetto – e ci mancherebbe non lo facessi! – la possibilità che esista un pubblico che proprio quello vuole. Non è un problema. Faccia il biglietto e si gusti quanto ha scelto.
Il nuovo e il futuro, però, stanno da un’altra parte. In un’epoca in cui avanzano le neotecnologie, le ibridazioni uomo-macchina, le proiezioni filosofiche del post-umano, il teatro sta vivendo una grande trasformazione e, insieme con le arti visive, è stata la forma d’arte che più tempestivamente (In Italia, meno tempestivamente) ha saputo cogliere le nuove opportunità espressive.
Un libro che affronta tale tema e riesce, al tempo stesso, a farne ottimamente storia e interpretazione critica lo dobbiamo all’Editore Franco Angeli: Nuovi media, nuovo teatro Teorie e pratiche tra teatro e digitalità.
Autrice di quelle maiuscole pagine è Anna Maria Monteverdi.
Esperta di Digital Performance, insegna Digital Video all'Accademia di Brera -Scuola di Nuove Tecnologie dell'Arte e Forme dello Spettacolo Multimediale al Dams di Genova.
Ha pubblicato la prima monografia assoluta su Robert Lepage (Il Teatro di R. Lepage, BFS, 2004); con Andrea Balzola è autrice del volume “Le arti multimediali digitali” (Garzanti, 2010) e “Storie mandaliche” (Nistri Lischi, 2004). Con Oliviero Ponte di Pino ha fondato il web magazine Ateatro.it curando la sezione Teatro e Nuovi Media.

Nuovi media, nuovo teatro è un libro necessario e appassionante che oltre a non potere mancare a tutti quelli che di teatro (anche se lontani dal digitale) si occupano, è consigliabile pure a quelli definiti “non addetti al lavori” perché apre porte di conoscenza non solo sulla nuova scena ma aiuta a capire quanto sta avvenendo intorno a noi (e pochi se ne accorgono) sul palcoscenico del mondo.
Dalla quarta di copertina: “Nuove frontiere per il teatro si aprono grazie alle caratteristiche di immersione, integrazione, ipermedialità, interattività, narratività non lineare propri del sistema digitale: dall'evoluzione nel web delle performance alla creazione di ambienti teatrali interattivi, all'elaborazione di una nuova drammaturgia multimediale.
Nella prospettiva di una networked culture il palcoscenico è solo uno dei possibili teatri dell'azione performativa: la scena può estendersi (spazialmente e temporalmente) in più ambienti interconnessi, dalle piattaforme multitasking dove diverse applicazioni possono operare contemporaneamente, alle community web e alle diverse reti telematiche, in una strategia di territorializzazione multipla che non ha precedenti.
Il libro percorre le più fruttuose sperimentazioni italiane e internazionali (Dumb Type, Studio azzurro, Giardini Pensili, Fortebraccio teatro, Motus, Big Art Group, Robert Lepage, Xlabfactory) e le linee teoriche più avanzate relative ai media studies”.

Il volume si avvale di una poderosa prefazione di Oliviero Ponte di Pino, un vero e proprio microsaggio che traccia come meglio non si potrebbe il percorso del teatro contemporaneo in questi più recenti anni. Circa il libro di Anna Maria Monteverdi ne segnala il rilievo dicendo: “Nuovi media, nuovo teatro è un libro bello e importante.
È bello perché in ogni pagina si avvertono la competenza e la passione.
Ed è importante perché getta nuova luce su alcune questioni che hanno attraversato il teatro del Novecento e continuano a riproporsi ancora oggi, con urgenza ancora maggiore, in un panorama mediatico e artistico profondamente trasformato dalla convergenza digitale e dall'avvento di internet”.

Per consultare l’Indice: CLIC!

Segue ora un incontro con l’autrice.


Nuovi media, nuovo teatro (2)


Ad Anna Maria Monteverdi (in foto) ho rivolto alcune domande.
Il principale motivo che ti ha spinto a questo lavoro?

Mi interessa mostrare quanto le nuove tecnologie possano diventare parte integrante di un “discorso teatrale”, creare nuovi formati di narrazione e nuove scritture sceniche, laddove l’artista sappia “modellarle” sulla base delle proprie esigenze espressive. Ma come dice il tecnoartista canadese Robert Lepage, “a volte la tecnologia è più dura del marmo!” L’interattività, la connessione remota, la scrittura ipertestuale aprono un fronte teatrale tutto da sperimentare. Il libro cerca di descrivere senza troppi tecnicismi, questo nuovo panorama tecno teatrale che coniuga la “liveness” dell’evento teatrale con le potenzialità dei media digitali, la corporeità del teatro e l’immaterialità del virtuale.

Aldilà delle tante dizioni, da te puntualmente elencate, sia nella loro diversità sia nella loro somiglianza, qual è il principale contributo che i nuovi media hanno dato al nuovo teatro?

Condivido l’opinione di alcuni studiosi inglesi secondo i quali il teatro è stato “amplificato” (talvolta questa forma di teatro tecnologico viene anche chiamata “enhanced theatre”), ovvero le specificità del teatro non vengono annullate bensì allargate a un potenziale di coinvolgimento (emotivo, percettivo) e di partecipazione del pubblico senza precedenti. Immedesimazione, coinvolgimento, interazione sono termini che ben appartengono al teatro e corrispondono a poetiche e teoriche ben definite. Se l’attuale comunicazione è diventata interattiva e sempre più sociale, connettiva e relazionale perfezionando il concetto di “webbness”, il teatro di per sé nasce come arte comunitaria, come “social drama”, evento da fruirsi collettivamente attraverso una forma di presenza fisica immediata, di una partecipazione reale ed emotiva della communitas .

Teatro di avanguardia, sperimentazione, alternativo, e poi con i fatali prefissi neo, post, trans… insomma, che cosa vuol dire per te “teatro di ricerca” oggi?

Sperimentare zone nascoste. Che esistono anche nella tecnologia, nonostante questa appartenga ormai al nostro quotidiano. L’artista di ricerca è colui che sa piegare la tecnica a svolgere funzioni per le quali non è stata progettata. Pensiamo alla piattaforma per videogiochi domestici Kinect usata per l’X-box. Oggi è di fatto lo strumento di motion capture più economico e flessibile che un coreografo digitale possa avere tra le mani per fare un lavoro di interaction design. Non più tute con cavi e sensori invadenti per l’interprete, solo una telecamerina che cattura i punti fondamentali del corpo e con quelle informazioni, trattate da un software, puoi gestire un sistema audio-video interattivo complesso. E’ un videogioco, ma nelle mani di un artista, può diventare molto altro. Condivido l’espressione di Rosalind Krauss studiosa di estetica che afferma che artista è colui che “reinventa il medium”, ovvero elabora su di esso una nuova grammatica e una nuova sintassi, dunque lo rende a tutti gli effetti un linguaggio.

Non solo Orlan, Stelarc, Stelios Arcadiou, Yann Marussich, Marcel.Lì, ma anche gruppi usano il proprio corpo come esplorazione tecno-antropologica della fisicità. Come interpreti quest’interesse delle arti sceniche per una sorta di “neocorpo”?

Il loro lavoro (le operazioni chirurgiche in forma di performance di Orlan, gli innesti di Stelarc, le propaggini tecno corporee di Marcelì) ha sicuramente rappresentato una parte importante delle discussioni sull’ibridazione uomo-macchina, sul tema del cyborg negli anni Novanta. Forse oggi si potrebbe parlare di neocorpi trasferiti come Avatar nella rete. Ma l’impressione è che la sperimentazione attuale non sia più volta a creare un corpo che imiti la macchina ma piuttosto, che sia la macchina digitale ad aver acquisito una ‘sensibilità’ umana e le fattezze di un interprete. Guardiamo l’esempio di Cinématique di Adrien Mondot: la scena che si trasforma di continuo seguendo i danzatori, ridefinendo ogni istante i contorni video luminosi del palcoscenico. Qua la tecnologia è indubbiamente, il terzo attore: e non ci sono in giro ingombranti interfacce di comunicazione con il sistema. Solo uno spazio vuoto. Come voleva Peter Brook.

Anna Maria Monteverdi
Nuovi media, nuovo teatro
Introduzione di Oliviero Ponte di Pino
Pagine 288, Euro 26.00
Franco Angeli


American Dreamers

Già altre volte su questo sito ho segnalato l’importanza che a Palazzo Strozzi ha assunto il Centro di Cultura Contemporanea Strozzina grazie all’intelligente guida di Franziska Nori (qui in una foto scattata da Cesare Cicardini) che lo dirige esplorando lo scenario internazionale delle arti visive presentando artisti italiani e stranieri impegnati nelle più nuove ricerche espressive.
Ora, dopo Declining Democracy il Ccs presenta una nuova mostra felicemente spiazzante organizzata in collaborazione con l’Hudson River Museum di Yonkers (New York) a cura di Bartholomew F. Bland.
E' intitolata American Dreamers Realtà e immaginazione nell'arte contemporanea americana.

Artisti: Laura Ball, Adrien Broom, Nick Cave, Will Cotton, Adam Cvijanovic, Richard Deon, Thomas Doyle, Mandy Greer, Kirsten Hassenfeld, Patrick Jacobs, Christy Rupp.

A Franziska Nori ho rivolto due domande.
Perché questa mostra? E perché proprio adesso?

È l’anno in cui l’America andrà alle urne elettorali e in cui dovrà decidere cosa è rimasto intatto del Sogno Americano – un’idea che si fonda sul credo che lavorare duro attenendosi alle regole dia a ogni individuo, indipendentemente dalla propria classe sociale, la possibilità di crearsi un futuro in un paese che ne offre le possibilità. Le condizioni di questa promessa, che costituisce il fondamento su cui si basa la società multietnica americana, sembrano essersi infrante. Né i liberals con Obama né il candidato repubblicano sembrano poter offrire credibili soluzioni per un cambiamento culturale che invece proprio le giovani generazioni reclamano a sempre più alta voce, non solo tramite le manifestazioni Occupy di tutto il paese. Dopo la recente mostra presentata dal CCC Strozzina, “Declining Democracy”, “American Dreamers” ci sembrava un interessante, seppur diversa, proposta espositiva per riflettere criticamente dell’oggi.

Che cosa accomuna gli 11 artisti in mostra?

Nella loro diversità di linguaggi tutti sembrano sottolineare il valore evocativo e trasformativo dell’immaginazione artistica, partendo dalla realtà per indicare o immaginare nuove prospettive sul mondo. Essi prendono la posizione dall’osservazione del mondo in cui vivono (generalmente grandi città americane), rispondendo con traduzioni estetiche che esprimono lo “zeitgeist” della realtà. Per alcuni di loro la costruzione di mondi fantastici costituisce la propria critica alla società contemporanea; per altri ciò permette di realizzare soluzioni alternative in cui far riemergere significati e valori che sembrano ormai persi. Molti di questi artisti operano ritirandosi nella dimensione privata dei loro studi in cui si vedono ancora capaci di agire e creare opere che partendo dalla loro individualità possono essere in grado di leggere la realtà e produrre mondi estetici autonomi. Il ritiro dal reale non si traduce in un ritiro autobiografico o in un isolamento personale o in un approccio di stampo diaristico, ma gli artisti ripartono dall’individuo connesso alla collettività, tracciando riferimenti alla tradizione della storia dell’arte, all’etnografia, alla psicanalisi e alle tradizioni popolari.

Il catalogo è pubblicato da Silvana Editoriale.

American Dreamers
A cura di Bartholomew F. Bland
CCS, Palazzo Strozzi, Firenze
Informazioni e prenotazioni: +39 055 - 39 17 137
Fino al 15 luglio '12


Un amore di Swann


Senza disconoscere il valore di Marcel Proust (Parigi, 10 luglio 1871 – Parigi, 18 novembre 1922), amo troppo Céline per amare quel pur grande autore francese, ma c’è una sua opera che molto mi piace e molto mi coinvolge: “Un amore di Swann”.
"Dalla parte di Swann" (o "La strada di Swann") è il primo volume di “Alla ricerca del tempo perduto”. A volte è pubblicata separatamente solo la seconda delle tre parti di cui è composta, Un amore di Swann, che costituisce un romanzo nel romanzo.
Diversi editori rifiutarono questo volume, che, infine, sarà pubblicato a spese dell’autore, nel 1913.
“Un amore di Swann” è la storia di un tormento, di un amore che diventa ossessione, malattia, rovina: una vicenda di passione, gelosia, tradimenti nella Parigi della mondanità di fine Ottocento. Tre sono i personaggi principali: Charles Swann, ricco ed elegante uomo di mondo; Odette de Crecy, bella cortigiana raffinata e opportunista per la quale l’uomo perde la testa; infine Madame Verdurin, ricchissima e snob, a capo di un salotto nel quale nascerà l'amore tra Swann e Odette.
Nel 1984 Volker Schlöndorff ne trasse un film che accanto ad un grande Jeremy Irons nel ruolo del protagonista vide Ornella Muti che rese improbabile Odette de Crecy.

Ha scritto Giovanni Raboni :“Da un certo punto in poi, insensibilmente e fatalmente, la storia dell' amore di Swann si trasforma nella storia di una malattia, di un supplizio, di una profana via crucis. Più di una volta è tentato di rompere, di riacquistare la propria libertà e la propria dignità; ma qualcosa oscuramente lo avverte che questa vicenda dolorosa lo ha rivelato a se stesso, lo ha aiutato a maturare psicologicamente e moralmente, ha dato un senso alla sua vacua esistenza di esteta […] Come può finire questa storia struggente e infernale? In realtà, ci suggerisce Proust, non può finire. Nell’ultima pagina, Swann (che ha appena pagato all’amante e ai suoi amici una costosa crociera dalla quale lei lo ha tranquillamente escluso) decide - questa volta, sembra, per davvero - di lasciarla; e, con una battuta amaramente divertita che mi sembra giusto riportare alla lettera e per intero, così commenta fra sé e sé la storia di questo suo amore: E dire che ho sciupato anni della mia vita, ho desiderato di morire, ho avuto il mio più grande amore, per una donna che non mi piaceva, che non era il mio tipo!".

Pochi romanzi hanno una così strepitosa frase conclusiva.

Ancora Raboni: "Swann parla al passato, come di un’esperienza conclusa, di un capitolo chiuso: e forse è davvero così. Sta però di fatto che quando, proseguendo nel cammino della Recherche, torneremo ad imbatterci in Swann, lo troveremo sposato. Sposato con Odette".

Ora (proprio usando la traduzione di Raboni), dopo il successo del “Sogno di un mattino di primavera” di D'Annunzio, che risale al 2007, Federico Tiezzi (in foto) tornerà a dirigere Sandro Lombardi nel prossimo appuntamento al cortile del Bargello, portando alla ribalta Un amore di Swann.
Nell’ambientazione scenografica di Pier Paolo Bisleri, con le luci disegnate da Gianni Pollini, fra le immagini digitali di Antonio Giacomin, gli attori indosseranno costumi ideati da Giovanna Buzzi.
Sandro Lombardi interpreterà Swann, Elena Ghiaurov impersonerà Odette de Crecy, mentre Iaia Forte sarà Madame Verdurin.

Lo spettacolo è realizzato in collaborazione con Soprintendenza Speciale P.S.A.E per il Polo Museale della città di Firenze, Museo Nazionale del Bargello, Associazione “Amici del Bargello”, Firenze Musei, Fondazione Teatro della Pergola.

Ufficio Stampa: Simona Carlucci, info.carlucci@libero.it; tel. 0765 24182 e 335 - 5952789

Per gli amanti delle maioliche:“Fabulae Pictae”. Miti e storie nelle maioliche del Rinascimento. La mostra, al Museo Nazionale del Bargello, è visitabile gratuitamente prima e dopo lo spettacolo.

Un amore di Swann
di Marcel Proust
Regìa di Sandro Lombardi
Cortile del Museo Nazionale del Bargello
Via del Proconsolo 4, Firenze
info: 055 – 600 218; 055 – 60 94 50
info@lombarditiezzi.it
da mercoledì 23 maggio a domenica 3 giugno, ore 21:15


Maestri e no

Come sa chi generosamente segue queste mie note, leggo da molti anni sempre con gioia le opere di Sebastiano Vassalli (per un’essenziale sua biobliografia e foto QUI , per un’altra nota più articolata:CLIC) perché lo giudico uno dei nostri maggiori scrittori e perché è riuscito in un’impresa unica: tracciare un’archeologia del presente (citazione di un suo titolo) su plurali occasioni storiche del nostro paese facendone un itinerario che, pur riflettendo sulle peculiarità italiane, si legge come un universale, amaro ritratto dell’esistenza umana.
Accanto alla sua attività di narratore, la sua scrittura scorre anche su di un cursore di natura saggistica laddove fatti di costume o riflessioni su momenti e personaggi della vita letteraria sono vissuti in modo assolutamente non accademico, con forza sanguigna e guizzi sulfurei.
Ne è testimonianza anche la recentissima pubblicazione – mandata in libreria dalle Edizioni Interlinea – intitolata Maestri e no Dodici incontri fra vita e letteratura.
Si tratta di una serie di prefazioni commissionate da varie case editrici, dodici incontri con altrettanti autori che si traducono per noi lettori in dodici illuminazioni sull’Apostolo Paolo (Lettera ai Romani), Gustave Flaubert (Bouvard et Pécuchet), Giovanni Faldella (A Parigi), Ernesto Ragazzoni (Buchi nella sabbia e pagine invisibili), Dino Campana (Canti Orfici), Antonio Gramsci (Lettere dal carcere), Dino Garrone (Sorriso degli Etruschi), Louis-Ferdinand Céline (morte a credito), Renata Viganò (L’Agnese va a morire), Danilo Dolci (Racconti siciliani), Malcom X (Autobiografia), Lorenzo Milani (Lettera a una professoressa).
Dodici microsaggi (… arte difficile è quella di scrivere sul breve) che illuminano l’opera presentata assai spesso congiungendola con tratti interpretativi della vita dell’autore sicché le vite scavano le pagine e queste quelle.
In una breve introduzione Vassalli afferma: La letteratura è sempre bio-grafia: scrittura di vita. Anche quando non racconta nessuna storia, di nessuna persona. Perciò gli incontri che si fanno tra le pagine dei libri sono altrettanto importanti di quelli della vita. Spesso, anzi, sono più importanti. E non è detto che siano sempre prevedibili, o che siano sempre positivi.
Mi piace accostare questo incipit ad altre sue parole che si trovano in Un nulla pieno di storie: Io credo che la grande letteratura, nonostante tutto, continuerà a esistere. Anche se l’arte del racconto, in quest’epoca dominata dalla religione dei numeri, sembra essere diventata completamente inutile […] Ma ancora ogni tanto comparirà sulla scena un libro della razza di cui parlava Nietzsche. Un libro che “non è un uomo, ma è quasi un uomo'” e incomincerà a camminare da una generazione all’altra, da un’epoca all’altra. Io continuo a credere nella letteratura.

Sebastiano Vassalli
Maestri e no
Pagine 120, Euro 18.00
Interlinea Edizioni


Hans Hartung: opere scelte 1947 - 1988

Ecco un artista che ha vissuto una vita spericolata: esilio, Legione straniera, combattente antifascista, carcere, amputato di una gamba. E’ Hans Hartung, pittore tedesco naturalizzato francese, nato a Lipsia il 21 settembre 1904 e morto ad Antibes il 7 dicembre 1989.
Per una più precisata biografia: QUI .
A lui, nel 1971, è stato dedicato un cortometraggio, basato sulla sua vita avventurosa, girato da Christian Ferlet.

Ora è in corso alla galleria d'arte Repetto di Acqui Terme, la mostra Hans Hartung, opere scelte 1947 - 1988. Un'unica esposizione che, dopo essere stata presso la Galleria d'arte Frediano Farsetti di Firenze, successivamente sarà visibile dal 17 settembre al 28 ottobre alla Galleria Tega di Milano.
Schede tecniche e biografia a cura di Elisa Morello, Silvia Petrioli, Chiara Stefani.
Testi di Paolo Repetto e Chiara Stefani.
Catalogo hardcover, a colori, bilingue italiano - inglese: Lizea Arte Edizioni.

In foto un suo acrilico su tela del 1984.

In Galleria 41 lavori su tela, pastelli e chine su carta, dal 1947 al 1988, a testimoniare il grande amore che ebbe per la luce e la volta celeste.

Scrive Paolo Repetto: Fin da bambino, Hartung fu affascinato dal mistero del cielo, dai fuochi delle stelle, dalle imponderabili energie del cosmo. Accudito da una nonna terrorizzata dai temporali, quando aveva appena sei anni, egli ebbe la prima rivelazione della luce: la luce come fulmine, la luce come enigmatica scarica elettrica, la luce che esplode dal grembo delle tenebre, la luce come misteriosa e occulta energia cosmica. Attraverso il disegno e la pittura - come segno, gesto terapia, colore - egli ne riproduce e trasfigura il fascino, la forza, il mistero, la sovrana luce che spacca il suo guscio di tenebra .

E: Chiara Stefani: Le opere di Hans Hartung presenti in questa mostra offrono allo spettatore un'occasione per addentrarsi in una lunga parabola artistica, che attraversa tutta la seconda metà del secolo appena trascorso. Più di cinquant'anni di carriera vissuti da protagonista dell'arte astratta del secondo dopoguerra, che lo collocano accanto ai più gradi nomi della pittura internazionale, ma che allo stesso tempo sono contraddistinti da una cifra stilistica assolutamente originale e unica.

Ufficio Stampa: Studio Pozzi, Via Paolo Frisi 3 Milano
Alessandra Pozzi, Tel 02 - 76 00 39 12; 338 - 59 65 789
pozzicomunicazione@gmail.com

"Hans Hartung, opere scelte 1947 - 1988"
A cura di Leonardo Farsetti, Carlo Repetto, Giulio Tega.
Galleria Repetto
Via Amendola 23, Acqui Terme
Fino al 30 giugno 2012


Stephen J. Gould Legacy (1)


Si svolge a Venezia – organizzato dall'Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti in collaborazione con l’Università Ca' Foscari – un convegno internazionale su Stephen J. Gould .
Il meeting è intitolato: Stephen J. Gould Legacy Nature, History, Society ed è stato mosso e realizzato dall’epistemologa Maria Turchetto, docente a Ca' Foscari, che, come spiega nell’intervista nella seconda parte di questo servizio, ha raccolto segnali a lei pervenuti da studiose e studiosi dell’opera di Gould.

Quest’anno ricorrono i dieci anni dalla morte di questo scienziato (in foto) nato il 10 settembre 1941 a New York e morto a sessant’anni nella stessa città il 20 maggio 2002.
E’ stato il biologo evolutivo più influente del XX secolo, protagonista d’innovative teorie e all’origine di una grande quantità di dibattiti e polemiche costringendo a ripensare idee radicate su modelli da lui ritenuti superati; le sue illuminazioni, infatti, hanno avuto incredibili conferme sperimentali.
Morì di cancro, avendone sconfitto un altro vent’anni prima.
Cresciuto in una famiglia ebraica laica, Gould preferiva definirsi agnostico. Non a caso il bimestrale dell’Uaar (Unione degli Atei e Agnostici razionalisti), “L’ateo” nel gennaio di quest’anno gli ha dedicato uno ‘special’. In uno di quegli articoli, scriveva il genetista Marcello Buiatti: “Gould, come Charles Darwin, era un agnostico razionalista e sosteneva che scienza e religione possono convivere perché appartengono a due aree di pensiero totalmente diverse. Diceva Noi scienziati calcoliamo l’età delle rocce e la religione ha le rocce dell’età; noi studiamo dove vanno i cieli e loro come si fa ad andare in cielo. Queste due aree potrebbero restare pulite e nette se i due magisteri della scienza e della religione fossero separati da una vasta area vuota […] Questo non significa che non ci siano conflitti fra religione e scienza soprattutto se la religione è presa alla lettera e cioè viene considerata un credo per il quale ci sono veramente interventi miracolosi di Dio nella storia e che rifiuta di accettare gli incontestabili dati che confermano l’esistenza della evoluzione”.

Insomma è chiaro: Gould in Vaticano è amato poco. Poco poco. Anzi, per niente.
La sua popolarità fu tale che lo troviamo perfino raffigurato in puntate della serie tv “I Simpson” e la sua singolare visione del vivere ben si riflette pure nel loft che volle ristrutturato in una particolare maniera di cui qui ne troviamo una descrizione.

Il convegno si profila anche come un’occasione per quelli definiti “non addetti ai lavori” perché in una sessione si parlerà di temi e problemi concernenti l’informazione scientifica sui media; per gli specialisti, invece, si prospetta interessante una tavola rotonda sulla traduzione in italiano di “Ontogeny and Phylogeny” e la sua importanza nella ricerca scientifica.

Segue ora un incontro con Maria Turchetto.


Stephen J. Gould Legacy (2)


A Maria Turchetto (in foto) ho rivolto due domande.
Com’è nata l’idea di questo convegno? Quali le sue principali motivazioni?

Una premessa: Gould è un personaggio amatissimo. Amato dai biologi, perché ha riformulato la teoria dell’evoluzione facendola uscire dalle secche della cosiddetta Sintesi Moderna; dai filosofi, per la sua grande cultura e sensibilità ai problemi metodologici; dagli scienziati sociali, per il suo impegno civile contro gli usi ideologici della biologia; dai non addetti ai lavori, per le sue doti di scrittura e comunicazione che hanno permesso a tutti di comprendere le nuove strade imboccate dalla ricerca. Quando morì, il 20 maggio 2002, piansero in tanti… E poi qualcuno (Federica Turriziani Colonna, giovane studiosa oggi impegnata con altri giovani colleghi nella traduzione di “Ontogeny and Phylogeny”, opera di Gould non ancora pubblicata in Italia) si è ricordato che quest’anno ricorre il decennale della sua prematura scomparsa. Io ho solo il merito di aver preso la palla al balzo e per tempo, proponendo prima una piccola iniziativa a livello di Dipartimento e riuscendo poi a coinvolgere organizzazioni sempre più grosse – l’intero Ateneo di Ca’ Foscari, l’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti – e organizzatori sempre più bravi. Finché l’iniziativa è diventata davvero grossa, anzi enorme. Mi fa paura. Perché non sarà un evento, ma l’”evento” dedicato a Gould a livello mondiale.

Il sottotitolo di quest'incontro internazionale dedicato a Gould è “Natura, Storia, Società”. Come convivono nell’opera del paleontologo inglese i tre termini?

Il sottotitolo riflette il nucleo originario della mia proposta che, rivolta inizialmente a un Dipartimento di Filosofia, intendeva appunto valorizzare la grande sensibilità filosofica, storica e sociale di Gould: la sua visione della scienza come impresa razionale in divenire e immersa in contesti sociali, il suo interesse per gli intrecci tra cultura generale, ideologie e pratiche sociali nella formazione dei concetti biologici. Nel programma del convegno rimane una sezione dedicata a questi temi, mentre le altre riguarderanno soprattutto il lascito scientifico di Gould. Il che non mi dispiace affatto, perché si tratta di un’eredità preziosa e precorritrice che ha aperto nuove strade alla ricerca. Più che doveroso, dunque, valorizzarla al massimo.

Per una scheda (in italiano e inglese) sul convegno, per conoscere i nomi dei relatori e il dettaglio del programma: CLIC!

Stephen J. Gould Legacy
10 e 11 maggio: Istituto Veneto di Scienza, Lettere ed Arti
12 maggio: Università Ca’ Foscari
Venezia


Due punti mette il punto

Il Salone del Libro titola l’edizione di quest’anno “Primavera digitale” e vi partecipano editori spaventati dal libro elettronico, così come lo furono gli amanuensi quando arrivò Gutenberg; editori che, pur tentando di occultarlo, mostrano il loro clamoroso ritardo d’idee e di cultura d’impresa.
La Fiera torinese è diventata un’occasione sempre più mondana e dagli incerti effetti promozionali, a Francoforte lì almeno sul piano commerciale è una cosa seria. Il mercato non è il diavolo se di vero mercato si tratta. In Italia si blatera contro una cosa inesistente: l’industria culturale. Avercene! Da noi si arranca dietro l’improvvisazione, la protezione dei partiti, premi e festival da operetta promossi da assessori a caccia di voti.
L’industria culturale, nel bene e nel meglio come nel male e nel peggio, è cosa diversa.
Che al Salone del Libro siano presenti grandi e medie case editrici è comprensibile, meno lo è la presenza dei piccoli editori che (spesso dissanguandosi) corrono lì (dopo aver parlato male per un anno intero di quella manifestazione) credendo di trovarvi chissà quale luce mentre vengono da sempre puntualmente oscurati da feste, aperitivi e spettacolini offerti dalle grandi (nel senso di dimensioni aziendali) sigle editoriali.
Perciò mi piace la posizione presa dalla palermitana :duepunti dalla quale ho ricevuto un comunicato web che volentieri rilancio.

Anche quest’anno è arrivato maggio, e sempre più forte si fa la pressione sugli editori e sui loro uffici stampa: ci siete al Salone? ci vediamo al solito stand? cosa presentate di nuovo? chi portate? Domande che di questi tempi suonano un po’ come: (r)esistete ancora? siete ancora vivi? Ebbene: quest’anno NON CI SAREMO. Ma (R)ESISTIAMO ANCORA e SIAMO ANCORA VIVI.
Non rinunciamo a incontrare i nostri lettori, a confrontarci e a scambiare idee con colleghi, autori, traduttori, librai e curiosi, ma continuiamo a farlo attraverso altri canali, altre occasioni, con interlocutori più attenti e che sappiano mettersi in discussione senza rimanere in balia delle sirene (né di Ulisse, né della contraerea). In attesa di scorgervi un mutamento di direzione, un’idea, una visione sull’editoria che cambia, salutiamo il Salone e le sue cene esclusive. Stavolta facciamo a casa da noi, veniteci a trovare in redazione o in rete. Parleremo di libri, di lavoro culturale, e anche di politica.
Non ci ha convinto neppure l’iniziativa “Il maggio dei libri”, promossa dal Ministero per i beni e le attività culturali, il Centro per il libro e la lettura e l’Associazione italiana editori, con il suo slogan “Fuggiamo insieme. Cresciamo insieme. Con i libri e la lettura”. Non siamo fuggiaschi, come suggerisce il segnalibro annodato a richiamare il lenzuolo del carcerato. Ci pare che il problema della scarsa diffusione della lettura in Italia, in assenza di un chiaro disegno politico di sviluppo economico e culturale, non possa essere risolto con una campagna di sconti. Gli sconti fanno piacere, ma durano poco. Noi vogliamo cambiare le regole. Le giuste esigenze dei lettori devono essere affrontate con un’equa e trasparente determinazione dei prezzi. Dunque :duepunti non aderisce all’iniziativa prevista nelle librerie italiane dal 19 al 23 maggio e NON FUGGE
, :duepunti guarda con interesse e partecipazione al laboratorio del Quinto Stato, preziosa opportunità di confronto con persone e soggetti collettivi di cui condividiamo non solo problemi e preoccupazioni, ma anche valori e obiettivi.


L'universo è fatto di storie


“Un record Yoshitaka Fujii lo ha raggiunto” – così ha scritto di recente su Repubblica Elena Dusi – “Professore alla Toho University di Tokyo puntava a realizzare l'en plein di articoli scientifici pubblicati in una vita. E invece ha accumulato un numero senza precedenti di inchieste e di studi ritirati per frode. Sono 193 le sue ricerche pubblicate su 23 diverse riviste specializzate ritirate dalla biblioteca della scienza. Un record. Il precedente, secondo l'associazione "Retraction Watch" che effettua il monitoraggio delle frodi scientifiche, apparteneva al medico tedesco Joachim Boldt, colpevole di aver falsificato ‘appena’ 90 pubblicazioni”.
Fujii è stato licenziato dall'università di Toho. Ma quanti come lui circolano fra noi?
Una ricerca del “Journal of Medical Ethics” recentemente ha rivelato che negli studi di medicina e biologia le frodi si sono moltiplicate di sette volte tra il 2004 e il 2009.

Su questo problema Neri Pozza ha mandato in libreria un volume che di storie malandrine ne rivela parecchie e si legge a volte come un giallo.
Il titolo L’universo è fatto di storie non solo di atomi Breve storia delle truffe scientifiche, riecheggia quello di una poesia della statunitense Muriel Rukeyser (New York 1913 - 1980): ‘Il mondo è fatto di storie non solo di atomi’.
Ne è autore Stefano Ossicini, uomo di scienza che, non a caso, ha interessi umanistici come potete rilevare dalla nota biografica che segue.
E’ Ordinario di Fisica Sperimentale all'Università di Modena e Reggio Emilia, ricercatore all'Istituto nanoscienze del Cnr di Modena e dirige il Centro Interdipartimentale «EN&TECH» su risparmio energetico e energie rinnovabili.
È autore (con L. Pavesi e F. Priolo) del libro Light Emitting Silicon for Microphotonics, Springer Verlag, Berlin 2003 e (con V.N. Borisenko) del volume What is What in the Nanoworld, Wiley-VCH, Weinheim 2004 e 2008.
È autore anche della commedia Non ho nulla da rimproverarmi sulla figura di Marie Curie, rappresentata molte volte, fra l'altro al Festival della Scienza di Genova 2011. Il testo esce presso l'Editrice Scienza Express .
Sito scientifico in Rete: QUI.

A Stefano Ossicini ho rivolto alcune domande.
Quale la principale motivazione che l’ha spinto a questo lavoro?

E’ stata una vicenda risalente a circa dieci anni fa. Da tempo mi occupo come ricercatore di nanoscienze e nanotecnologie e circa dieci anni fa il mondo delle nanoscienze è stato sconvolto da un caso di frode scientifica che ha suscitato molto clamore non solo sulle riviste di fisica, ma anche sui diversi media. E’ stata forse la più grande frode della storia della fisica moderna. Essa ha coinvolto un ricercatore tedesco, Jan Hendrik Schön, che lavorava negli Stati Uniti, presso i Bell Laboratories, un centro di ricerca che è sempre stato una vera fucina di Nobel: ben sette negli ultimi 80 anni. Ho seguito la vicenda come spettatore e da lì è nato il mio interesse. E, siccome ero anche direttore di una scuola di dottorato, ho pensato che fosse una buona idea creare un corso sulla buona e sulla cattiva condotta scientifica, per insegnare agli studenti come comportarsi correttamente per non cadere in queste tentazioni. E’ dalle lezioni tenute in questo corso che è nato poi il libro, visto che mi è sembrato importante riflettere su questo tema.

La presenza nella ricerca scientifica (specie in campo biomedico) dell’industria privata è un incentivo ad alterare risultati per profitti di mercato?

Certamente il conflitto di interessi, e in particolare quello economico, possono, e hanno, spesso giocato un ruolo nella tentazione ad alterare i risultati. Ci sono casi in cui si ritrova una correlazione forte tra il committente della ricerca e i risultati trovati, è difficile trovare una ricerca sponsorizzata dalla industria X, che produca risultati negativi per i prodotti di quella industria. Un altro punto importante è la segretezza dei risultati che spesso i committenti privati impongono alle ricerche da loro finanziate. Se ne è avuta una conferma attraverso il processo che lo stato del Minnesota ha intentato negli anni 90 del secolo scorso ai grandi produttori di tabacco, mostrando come i risultati relativi ai rischi per la salute del fumo fossero stati tenuti nascosti per decenni.

L’ultima frase del suo libro è allarmante: “Dove sono finite tutte le frodi che non abbiamo scoperto?”. Come procedere per scoprire quelle frodi?

Anche per le frodi occorre fare una distinzione fra quelle realmente nocive al procedere della scienza e quelle che invece si risolvono solo in un disonesto vantaggio per i perpetratori. Le prime sono quelle più pericolose, ma in genere si scoprono più facilmente, le seconde sono le più insidiose, difficili da individuare, magari non hanno una forte valenza dal punto di vista scientifico, ma finiscono per far progredire in maniera disonesta la carriera o i vantaggi economici del colpevole. Negli ultimi anni molto si sta facendo sia a livello di centri di ricerca e università e governi nazionali mediante l’introduzione di codici etici e di agenzie dedicate all’indagine sui casi sospetti. Personalmente credo che un ruolo importante lo debba giocare l’educazione, l’adozione di corsi di etica scientifica a livello universitario sarebbe un primo passo importante.

Per una scheda sul libro: CLIC!

Stefano Ossicini
L’universo è fatto di storie non solo di atomi
Pagine 228, euro 18.00
Neri Pozza


Abbamondi a Parallax Art Fair


Da tempo Marco Abbamondi (in foto il suo logo) conduce un’attività che partendo dalle arti visive proietta la propria espressività anche in altri campi quali la scenografia, la costumistica, la pubblicità.
Sarà lui, infatti, a firmare la la comunicazione per “Londra Parallax Art Fair 2012 “.

In occasione dell'avvenimento internazionale di arte contemporanea “Parallax Art Fair 2012” che dal 16 al 18 maggio si terrà presso il londinese Chelsea Town Hall, lo storico dell'arte Chris Barlow e gli organizzatori della Mostra hanno scelto Abbamondi come portavoce della comunicazione per l'intero evento.
Per inviti, locandine, banner di oltre tre metri installati in giro per Londra è stata, infatti, utilizzata una sua opera, “Lands07 Klein”.
L'esposizione vedrà la partecipazione di circa 200 artisti internazionali provenienti da 31 paesi.
L'artista - napoletano, nato nel 1974 -, rappresenterà l'Italia presentando inoltre al pubblico inglese la sua nuova serie “Lands”.


Happening Manganelli


Happening è diventata parola desueta dopo che si affermò nei primi anni ’60 ad opera di Allan Kaprow inventore di quella forma d’arte, ma, sostanzialmente, anche se ha cambiato più nomi, sta a indicare un avvenimento non programmato nelle sue articolazioni, affidate all’improvvisazione, ma solo nello spunto iniziale che può essere un nome, un luogo, uno stato d'animo, una ricorrenza
Volutamente proprio “happening” è stato chiamato e realizzato un avvenimento dedicato a Giorgio Manganelli.
Perché se Milano, sua città natale trascura di ricordare la figura dello scrittore, sia con la Giunta Moratti sia con l’attuale di Pisapia, a Roma, invece, si è tenuto, al Centro Sociale Brancaleone (in collaborazione con “Voci nel deserto” e “Comfortzone”) un incontro animato in due giorni - stimolato dalla figlia di Giorgio, Lietta, con il contributo di Casa Letterature e il sostegno degli editori Adelphi e Aragno - sull’opera di questo grande autore .
A dieci anni di distanza dal primo Cantiere Manganelli (2002), e a due anni dal secondo Cantiere Manganelli (2010), entrambi organizzati a Roma, si è reso omaggio a questo scrittore esploratore di sogni; un omaggio fatto di una mostra video documentaria e da voci di artisti, critici, lettori, che, in modo assolutamente non accademico, hanno riproposto la visionarietà del Manga che affascina anche il pubblico più giovane. Non è il solito modo di dire. Per chi non lo sapesse il cruento birichino Giorgio ha ispirato anche gruppi rock. Scrive, infatti, Daniele Abbiati: Per esempio John De Leo (sì, quello dei Quintorigo), la sua voce orchestrante ha vestito, fra l’altro, Centuria, e gli Afterhours (sì, quelli di "Germi", datato 1995, e di "Padania", presentato, con invidiabile tempismo, pochi giorni fa...) si sono spesso ispirati alle evoluzioni di quella penna corrosiva. E infine la banda di Thecomfortzone con le loro peregrinazioni sui testi di Hilarotragedia.

A Lietta Manganelli, in foto col padre, ho chiesto: c'è stata in questo happening qualcosa che ti ha particolarmente sorpreso, che non ti aspettavi? Se sì, quale?

Non mi aspettavo davvero di trovare gente sopra gli ottanta e gente sotto i dieci ad un happening di manganelliani. Pensavo che un Centro sociale attirasse solo ragazzi, invece abbiamo spaziato tra l'utente più anziano, 88 anni, e quella più giovane di quasi 10, che hanno seguito e partecipato con attenzione ed entusiasmo.
Tanto meno mi aspettavo l'entusiasmo e la voglia di mettersi in gioco di ragazzi ma non solo. Mi spiego meglio: ho tentato un esperimento che risale ai miei ricordi giovanili, il reading all'impronta. Ho distribuito testi di Manganelli, pochissimo conosciuti, nell'occasione gli scritti per “Play Boy”, pochi minuti per prepararsi e poi buttati sul palco a declamarli. Mi aspettavo un fuggi fuggi generale, al contrario ragazzi entusiasti e seri signori di mezza età e oltre che chiedevano: “Posso partecipare anch'io?”
Bellissime sorprese che mi hanno convinto che l'idea era meno folle di quello che sembrava
.

Ancora una cosa: è di pochi giorni fa la pubblicazione della manganelliana Intervista con Dio in edizione e-book.


Cravero 1 e 2


"Sia per temperamento, sia perché influenzato da esperienze teatrali, i miei progetti fotografici prendono avvio da un canovaccio che si sviluppa in itinere, un percorso sempre aperto a scarti e deviazioni, determinati dal luogo o dall’incontro umano dell’occasione".
Sono parole di Claudio Cravero (in foto) da molti critici giustamente ritenuto una delle maggiori firme tra i fotografi italiani.
Non a caso lo invitai mesi fa nella sezione Nadir di questo sito dove troverete la biografia, una sua dichiarazione sulla scelta di stile praticato, e alcuni esempi del suo lavoro che ha plurali suggestioni tematiche e particolari aspetti tecnici: QUI.

Ora lo troviamo impegnato in due mostre che si svolgono nello stesso periodo.
I predatori della piccola ombra La fotografia sociale tra memoria e testimonianza.
L’ideazione e direzione artistica sono di Stefano Greco, la presentazione è affidata a un testo critico di Liborio Termine.
Dal comunicato stampa estraggo alcuni passaggi.
“Nel rinnovato spirito di adesione ai valori espressi dalla Resistenza in occasione del 67° anniversario della Liberazione, l’associazione “Arte Totale” di Settimo Torinese in collaborazione con “Il Terzo Occhio photography” di Torino presentano la quinta edizione della biennale di Arti Visive “Materiali Resistenti”.
La manifestazione si ripresenta al pubblico proponendo le opere di un gruppo di artisti accomunati da un elemento di identità comune, questa volta sarà caratterizzata da opere realizzate attraverso l’uso espressivo del mezzo fotografico.
Il titolo della mostra, “I predatori della piccola ombra”, allude al termine con il quale i nativi americani chiamavano i fotografi, artisti o semplici artigiani che contribuirono con le loro immagini a difendere dall’oblio e dall’arroganza della cultura dominante l’identità e la cultura di un popolo, vittima di uno dei più spaventosi genocidi di tutta la storia dell’umanità”.
Per i nomi di tutti i partecipanti: QUI.
Info: artetotale@libero.it - 347 8766596
Ufficio Stampa: ingenito.emilio@tiscali.it - 335 477532

Altra mostra che vede esposti lavori di Claudio Cravero è quella promossa dall’Associazione Culturale Necks e che ha per curatori Francesco Poli e Michele Bramante: Docks912 100 anni in evoluzione.
L’occasione dell’esposizione è data dal centesimo anniversario dell’area Docks Dora, inizialmente destinata, secondo un progetto avanguardistico per l’epoca in cui nacque, a fini industriali di deposito e movimento merci, centro nevralgico dello sviluppo economico e mercantile per la città di Torino nelle prime fasi della rivoluzione industriale italiana.
Dal progetto siglato da Ernesto Fantini, realizzato tra il 1912 e il 1914, nei locali dei Docks sono nate e si sono avvicendate attività commerciali, circoli privati, locali notturni, sale prova musicale, studi di artisti e musicisti.
Adesso l’area è divenuta sede di attività commerciali e, soprattutto, di fermento artistico underground intrecciandosi con i circuiti istituzionali dell’arte contemporanea.
Per più diffuse informazioni sulla mostra: CLIC!

Docks912: 100 anni in evoluzione
Via Valprato 68, Torino
Direttore: Paolo Facelli
Dal 4 maggio all’8 giugno 2012

I predatori della piccola ombra
Ecomuseo del Freidano
Via Ariosto 36, Settimo Torinese
Dal 5 maggio al 3 giugno 2012


L'Archivio Spatola

Uno dei personaggi che ha rinnovato lo scenario espressivo italiano sia come autore e sia come agitatore culturale è stato Adriano Spatola.
A lui (in foto) si deve, inoltre, alla fine degli anni ‘60, la scoperta di allora giovani autori che trovarono pubblicazione nelle edizioni Geiger fondate con il fratello Maurizio.
E proprio Maurizio Spatola è il protagonista oggi di un’assidua, attenta, partecipe (ben oltre il legame familiare) attenzione e storicizzazione dell’opera di Adriano.
Ne è testimonianza la fondazione di un prezioso Archivio con sezioni dedicate ai libri delle Edizioni Geiger, alla rivista Tam Tam e ai libri pubblicati come suoi supplementi, inoltre sono lì presenti documenti storici concernenti sempre la Neoavanguardia letteraria e artistica.

Ora, Maurizio Spatola informa sulle più recenti attività dell’Archivio con un comunicato stampa di cui di rilancio un estratto qui di seguito.

L’Archivio si è arricchito in questi ultimi tempi di ben dodici nuovi titoli, suddivisi nelle varie sezioni, dedicate allo sperimentalismo artistico e letterario del secondo dopoguerra: una di esse, la neonata Audiovideopoetry ospita da alcuni mesi brani di poesia sonora e in futuro si aprirà a brevi video di performances.
Fra le novità vorrei sottolineare l’importanza delle 26 lettere di Adriano Spatola al professor Luciano Anceschi, scritte fra il 1961 e il 1987: anche gli esempi d'altri lavori di Gian Paolo Roffi, Arrigo Lora Totino e dello stesso Adriano, meritano particolare attenzione, senza nulla togliere agli altri autori di cui sono riprodotte le opere, integralmente o parzialmente, all’interno di alcune rare riviste
.

Ecco un Centro culturale che andrebbe incoraggiato economicamente sia dalle autorità pubbliche sia da privati che abbiano a cuore la presenza di una preziosa memoria sulla storia della ricerca espressiva italiana e i suoi legami con importanti centri stranieri.

Per contatti con Maurizio Spatola: 333 – 39 20 501 e (39) 0185 – 43 5 83.
Via Usodimare 11/8, 16039 Sestri Levante (Genova)


Black carpet


Il mondo dello spettacolo è visto come uno sfavillante universo di successi, bellezze, e ricchezza. Non è sempre così, anzi i casi in cui tutto questo avviene appartiene ad una minoranza, e non sempre meritatamente.
In Italia, specie in questi ultimi anni, l’angosciosa Raiset, una parte di deprimente carta stampata e una serie di scriteriati festival tutti red carpet e lustrini (promossi colpevolmente anche da amministrazioni di Sinistra) hanno contribuito a formare questa falsa immagine.
La realtà è ben diversa e non pochi professionisti, pure di valore, se la passano male alla stessa maniera di tanti impegnati in altri lavori.

Il Nuovo Imaie, l’Istituto che tutela i diritti degli Artisti Interpreti o Esecutori, ha istituito il primo Fondo di solidarietà a sostegno degli artisti indigenti over 65.
“Nelle tue mani” – in foto il logo – è il nome scelto per questa’iniziativa, volta a offrire un aiuto concreto a chi ha speso una carriera in favore della cultura, contribuendo alla diffusione del nostro patrimonio artistico in teatro, al cinema, al doppiaggio, alla radio e in tv.

Questa iniziativa – spiega Andrea Miccichè, Presidente del Nuovo Imaie – è stata possibile grazie a un anno di gestione condotto all’insegna del risparmio e della ottimizzazione, che ci ha consentito di mettere a bilancio un avanzo di circa 300 mila euro. Questa somma è stata interamente destinata alla costituzione del Fondo di solidarietà “Nelle tue mani”: un’iniziativa finalizzata a dare un aiuto concreto a tutti quegli artisti over 65 in difficoltà economiche.
Anche a seguito di tutti i tagli che sono stati operati dai differenti Governi nei diversi settori di attività e produzione culturale, considerati non indispensabili, oggi migliaia di artisti si trovano a vivere in condizioni tali da non permettere loro di sorridere alla vita. Con grande soddisfazione, il Nuovo Imaie ha voluto rendere significativo il concetto di mutualità in favore degli Artisti, perché la cultura, che rappresenta la nostra memoria e la nostra identità, non è una parola vuota e altisonante, ma è una realtà fatta di persone, di immagini, di suoni e di valori irrinunciabili
.

A partire da oggi e fino a venerdì 15 giugno 2012, sarà possibile presentare domanda di richiesta di accesso al Fondo.
Per sapere come fare: CLIC, oppure recarsi presso gli uffici di Via Piave 66, Roma.

Per maggiori informazioni:

Ufficio Stampa
Elena Mastroieni, Tel 06 – 44 16 08 43 oppure 334 – 67 88 706
e-mail: e.mastroieni@inc-comunicazione.it

Ufficio Comunicazione Nuovo Imaie
Carla Nieri, e-mail: carla.nieri@nuovoimaie.it – comunicazione@nuovoimaie.it
Tel 06 – 46 20 81 58 .


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