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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Brutte, sporche e cattive (1)

Torna su queste pagine web un graditissimo ospite col quale, non vi sembri strano, tempo fa viaggiai nello Spazio sull’astronave Enterprise a bordo della quale ne gestisco l’enoteca. Come andò? Per saperlo: CLIC!
Ora la casa editrice Carocci ha pubblicato un libro colto e divertente intitolato Brutte, sporche e cattive Le parolacce della lingua italiana.
L’autore è proprio quell’ospite cui prima accennavo, un grande linguista: Pietro Trifone.
Insegna Storia della lingua italiana nell’Università di Roma “Tor Vergata”. Accademico della Crusca, è presidente dell’ASLI– Associazione per la storia della lingua italiana.
Ha curato insieme con Luca Serianni una “Storia della lingua italiana” in tre volumi (Einaudi, 1993-94) e scritto con Massimo Palermo “Grammatica italiana di base” (Zanichelli, 2020); per il Mulino: “Malalingua. L'italiano scorretto da Dante a oggi” .
Da Carocci: “Storia linguistica di Roma”; “Lingua e identità. Una storia sociale dell'italiano”;” L’italiano nel mondo”; “Città italiane, storie di lingue e culture”;

“Brutte, sporche e cattive”, scrivevo, è un libro colto e divertente, due termini spesso in disaccordo ma non quando si tratta di un saggio di Trifone che è capace, come pochissimi altri, di conciliare quell’antico dissidio.
Di solito mi astengo dal citare l’Indice contenuto nei libri, ma stavolta penso sia quanto mai opportuno invitarvi a leggerlo perché testimonia ampiezza e profondità del saggio di cui parliamo, basta un .
Prezioso pure l’ultimo capitolo che riporta i 365 lemmi etichettati come "volg.", cioè “volgare”, dal Grande dizionario dell'uso (Gradit) di Tullio De Mauro.
Sempre a proposito di parolacce, dal libro apprendiamo che va registrato un calo dell’uso bestemmiatorio. Cosa questa che dovrebbe allarmare il Vaticano perché forse sta a significare una crescente cifra laica della società: se non sono un credente perché mai dovrei oltraggiare chi non c’è? Dal canto mio, pur essendo ateo non riesco ad astenermi dal sacramentare quando ne avverto la necessità, così come accade a Valerio Magrelli che ha ammesso tale tipo di suo sfogo in un articolo su Repubblica… siamo in pochi?

Dalla presentazione editoriale

«Le parolacce sono i palliativi verbali delle molteplici miserie e angosce che segnano l’umano arrancare. Con vivacità e ironia, il volume racconta la storia del colorito frasario volgare e mostra che il linguaggio basso e sprezzante, per la sua straordinaria potenza emotiva, esiste da sempre. Negli ultimi decenni, però, il turpiloquio ha infranto le barriere che ne regolavano la circolazione: non è più “una cosa da uomini” né una risorsa espressiva di uso marginale, ma è sconfinato dal privato al pubblico, nella fluviale comunicazione social e perfino nel dibattito politico. Ecco perché la nostra è stata definita ‘l’epoca d’oro dell’ingiuria’».

Segue ora un incontro con Pietro Trifone.


Brutte, sporche e cattive (2)


A Pietro Trifone (in foto) ho rivolto alcune domande.

Che cosa l’ha principalmente spinto a scrivere “Brutte, sporche e cattive”?

Senza dubbio ha contribuito il mio particolare interesse per un tipo di linguaggio colorito e vivace, insieme con la consapevolezza della straordinaria potenza emotiva di questa risorsa verbale, alquanto trascurata dagli specialisti perché, come è stato detto, un concetto interdetto «rischia sempre di essere inadeguatamente espresso perché è fondamentalmente inadeguato parlarne». La frase appartiene alla linguista Nora Galli de' Paratesi, che nel 1969 ha scritto un libro originale dal titolo "Le brutte parole".

A che cosa servono le parolacce?

Nel risvolto di copertina le ho definite come "i palliativi verbali delle molteplici miserie e angosce che segnano l'umano arrancare". In realtà hanno numerose funzioni. Possono essere semplici intercalari, espressioni liberatorie, strumenti di trasgressione e di aggressione, ma anche fattori coesivi, come quando diciamo a un amico "che scemo che sei!", segnalando che il nostro rapporto non può essere messo in crisi da un insulto, anche molto peggiore di "scemo". In certi contesti la locuzione volgare "figlio di puttana" assume quasi un valore ammirativo, riferendosi a una persona molto abile e astuta.

Esiste una differenza di peso e significato fra la parolaccia scritta e quella pronunciata in voce?

Ovviamente sì, la parola ingiuriosa scritta su un articolo di giornale, per esempio, ha un valore offensivo più forte e più ampio di quella indirizzata a qualcuno dal finestrino di un automobile in corsa, e spesso causa una denuncia per diffamazione. Nel suo "Dizionario giuridico degli insulti" l’avvocato Giuseppe D’Alessandro sottolinea che il termine "stronzo" figura «al nono posto fra tutti gli insulti valutati dai giudici» e aggiunge che «per la sua volgarità la giurisprudenza lo ha quasi sempre ritenuto offensivo», anche a prescindere dall’effettiva volontà di insultare.

Il turpiloquio pur essendo da sempre esistito (ad esempio in Dante cospicui esempi) ha assunto oggi proporzioni maiuscole.
A che cosa si deve questo fenomeno
?

Con tutte le approssimazioni e le cautele del caso, è lecito stimare che oltre la metà dei peggiori esempi di parole volgari e triviali della lingua italiana si sono affermate nel periodo che va dal 1900 all'inizio del 2000. Stando ai dati disponibili, si tratterebbe precisamente di 190 unità, pari al 59% del totale, contro 133 unità di tutti i secoli precedenti, a riprova di quanto è stato spesso osservato sull'allentamento dei tradizionali vincoli moralistici e formalistici, con la conseguente progressiva acquisizione di comportamenti più disinvolti e spregiudicati in vari campi dell’esperienza sociale, incluso quello del linguaggio. Si noti peraltro che ancora negli anni Sessanta del Novecento il turpiloquio era un fenomeno tipicamente maschile, e le donne sostituivano "mestruazioni" o "ciclo" con eufemismi come "le mie cose" o "indisposizione".

Esiste un momento identificabile in cui è avvenuto lo sbarco del turpiloquio in politica, terreno una volta esente dai pressoché quotidiani, grevi scambi di oggi?

Il “celodurismo” di Bossi e il gesto delle corna di Berlusconi in un vertice europeo, per citare due esempi molto noti, anticipano il "V-Day" o "Vaffanculo-Day" o "Vaffa-Day" promosso da Grillo, anche perché riflettono il medesimo approccio trasgressivo alla comunicazione politica, che può apparire più autentico e popolare rispetto al formalismo e alle oscurità di un tempo, ma che a lungo andare finisce per rivelare la sua natura esteriore e semplificatoria. Il turpiloquio è la più immediata e appariscente proiezione simbolica del malessere sociale di cui si nutre il populismo di molta politica. La progressiva tendenza al ribasso del discorso pubblico risveglia o alimenta impulsi viscerali e istinti aggressivi che fanno regredire la coscienza critica degli elettori, con inevitabile danno per la formazione di un giudizio obiettivo.

Quale ruolo hanno i social media nella diffusione delle parole brutte, sporche e cattive?

Tutti gli studi confermano che i social media sono il luogo privilegiato in cui dare sfogo alle manifestazioni di violenza verbale. Il fenomeno ha una precisa motivazione. Nella rete il cosiddetto "flaming", cioè il messaggio "in fiamme", con l'assunzione di atteggiamenti arroganti, negativi, ostili nei confronti degli interlocutori, è favorito dalla conoscenza solo virtuale o indiretta tra gli antagonisti, che comporta il tendenziale azzeramento dei meccanismi di mitigazione e negoziazione caratteristici invece del dialogo dal vivo.

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Pietro Trifone
Brutte, sporche e cattive
Pagine 130, Euro 13.00
Carocci


Abat Book

No, non si tratta di un refuso.
È il nome dato ad alcuni originali oggetti in una mostra intitolata T’illumino d’immenso visitabile, ancora per pochi giorni, alla milanese Kasa dei Libri guidata da Andrea Kerbaker.

Dal comunicato stampa

«La mostra “T’illumino d’immenso” espone le creazioni nate dallo studio di design Art Frigò. Un’idea di Marta Bassotto e Piero Cortese, il duo di Art Frigò, che ha dato nuova vita alle copertine storiche di libri classici del passato, ricostruite digitalmente per essere utilizzate nella creazione di vere e proprie lampade.

Sono le Abat Book, questo il nome del progetto sviluppato con l’intenzione di restituire nuova luce a un patrimonio poco conosciuto: copertine spesso realizzate da artisti e grafici di straordinaria qualità appartenenti a edizioni passate scovate negli anni dagli stessi Marta e Piero in negozi di antiquariato, bancarelle di libri o pescate nella navigazione online. Ricerca e passione comune con la Kasa che non poteva che accogliere a braccia aperte il progetto.

Dietro al prodotto finito c’è un attento lavoro di scelta e di ricerca filologica per riconoscere i caratteri dei titoli e dei testi, cercare immagini e illustrazioni a sé stanti che compongono la copertina, scoprire nomi di illustratori e grafici o altre peculiarità che accompagnano il volume e la sua storia.

In esposizione una trentina di Abat Book, tra cui Dracula di Stoker, Il giocatore di Dostoevskij, I fiori del male di Baudelaire, ma anche Pinocchio di Collodi insieme con tanti altri intramontabili classici della letteratura.

I visitatori potranno apprezzarle anche grazie a un allestimento suggestivo con stanze in penombra ravvivate soltanto dalla luce delle Abat Book immerse nella collezione di 35 mila volumi al quarto piano della Kasa, che da sempre cerca di raccontare il mondo del libro sotto una nuova luce».

CLIC per informazioni e contatti


Come non scrivere


Diceva Rudyard Kipling: “Scrivendo non trattate male le parole altrimenti vi si rivolteranno contro”.
Abbiamo, purtroppo, cospicui esempi di ortografia, grammatica e sintassi maltrattate su pagine e in voce da chi scrive sui media o parla in tv oppure addirittura da donne e uomini della politica, personaggi dai quali è lecito aspettarsi più rispetto per la lingua italiana.
Ricordate il famoso “Sarò rapido e circonciso” del deputato pentastellato Davide Tripodi?
E Di Maio che scrive un tweet toppando sempre il congiuntivo: “C’è il sospetto che i soggetti spiano”, "C’è il sospetto che i soggetti spiassero”.
Già, ma allora un intero vocabolario dovrebbe inseguire con feroci, e giustificate, intenzioni Lorenzo Fontana attuale presidente della Camera dei deputati che scrive, tracciando a mano, per ben due volte nella sua biografia “inpiegato”?
La parola è la voce del cuore. Dice un proverbio. Gravi patologie cardiache affliggono molti.

Una buona terapia può essere leggere un prezioso libro pubblicato dalla casa editrice Utet: Come non scrivere Consigli ed esempi da seguire, trappole e scemenze da evitare quando si scrive in italiano.
L’autore è Claudio Giunta (Torino, 1971).
Insegna Letteratura italiana all’Università di Trento, ed è uno specialista di letteratura medievale. Oltre a molti studi scientifici nella sua disciplina, ha pubblicato una raccolta di saggi sull’Italia (Una sterminata domenica. Saggi sul paese che amo, Il Mulino 2013), un reportage sull’Islanda (Tutta la solitudine che meritate. Viaggio in Islanda, Quodlibet-Humboldt 2014), un libretto su Matteo Renzi (Essere #matteorenzi, Il Mulino 2015), un romanzo noir (Mar Bianco, Mondadori 2015) e un libro sulla scuola e l’università (E se non fosse la buona battaglia? Sul futuro dell’istruzione umanistica, Il Mulino 2017). Ha curato inoltre un manuale-antologia di letteratura per il triennio delle scuole superiori intitolato “Cuori intelligenti” (Garzanti Scuola 2016).
Collabora con “Il Sole 24 Ore” e “Internazionale”.
Condirige la “Nuova rivista di letteratura italiana”.

Giunta avverte chi legge in apertura del volume: “Questo libro non insegna a scrivere. Non s’impara a scrivere leggendo un libro sulla scrittura, così come non s’impara a sciare leggendo un libro sullo sci. Bisogna esercitarsi: cioè leggere tanto (romanzi, saggi, giornali decenti), parlare con gente più colta e intelligente di noi e naturalmente scrivere, se è possibile facendosi correggere da chi sa già scrivere".
Elogiamo la modestia e saggezza dell’autore, ma basta dare uno sguardo all’Indice per accorgersi dell’utilità di quelle pagine che guidano non solo a evitare strafalcioni ma anche a come conseguire chiarezza espositiva.
Questo mi ricorda un passaggio di Gadda nel suo prezioso, e gustoso, “Norme per la redazione di un testo radiofonico”: Ferale risulta la catena di litòti (…) Sarà bene vincere la seguente catena Non v’ha chi non creda che non riuscirebbe proposta inaccettabile a ogni persona che non fosse priva di discernimento, ammettere che si debba ricusare di respingere una sistemazione che non torna certo a disdoro della Magnifica Comunità di Ampezzo. Meglio dire e scrivere: Tutte le persone di buon senso vorranno ammettere che la sistemazione onorevole proposta dalla Magnifica Comunità di Ampezzo è senz’altro accettabile.

Com’è nato il libro di Claudio Giunta e a chi è principalmente diretto?
Risponde in questo video proprio l’autore.

Dalla presentazione editoriale di “Come non scrivere”

«Al lavoro: schede, memorandum, presentazioni. A scuola: temi, tesine, relazioni. Nel privato: post su Facebook, email personali, chat sul cellulare. Sarà anche l'epoca degli audiovisivi e della comunicazione in tempo reale, ma non abbiamo mai scritto tanto. E più dobbiamo scrivere, meno sembriamo capaci di farlo. Ma, mette subito in chiaro Claudio Giunta all'inizio del libro, «non s'impara a scrivere leggendo un libro sulla scrittura, così come non s'impara a sciare leggendo un libro sullo sci. Bisogna esercitarsi: cioè leggere tanto (romanzi, saggi, giornali decenti), parlare con gente più colta e intelligente di noi e naturalmente scrivere, se è possibile facendosi correggere da chi sa già scrivere meglio di noi». E quindi? Non potendo insegnare come si scrive, Claudio Giunta prova a spiegarci come non si scrive, passando in rassegna gli errori, i tic, i vezzi, le trombonerie e le scemenze che si trovano nei testi che ogni giorno ci passano sotto gli occhi: dall'antilingua delle circolari ministeriali alle frasi fatte dei giornalisti, dal gergo esoterico degli accademici e dei politici al giovanilismo cretino della pubblicità... Ma in questo slalom tra sciatterie e castronerie Giunta trova per fortuna il modo di contraddire la sua dichiarazione iniziale, perché insegnare Come non scrivere significa anche dare delle utili indicazioni su come si scrive: per ogni cattivo esempio se ne può trovare uno buono da opporgli, per ogni vicolo cieco argomentativo c'è una via di fuga creativa, e spesso basta un punto e virgola per risolvere una frase ingarbugliata. In questo anti-manuale spregiudicato, arguto e divertente, nella tradizione di Come si fa una tesi di laurea di Umberto Eco ma aggiornato all'era di Google, scopriamo che per scrivere bene bisogna ripartire da un po' di affetto per la nostra bistrattata lingua italiana, ma soprattutto bisogna tenere a mente poche regole di buon senso: se scriviamo lo facciamo perché qualcuno ci legga, capisca quel che vogliamo dire e, se possibile, non si annoi a morte. Sembra facile, no»?

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Claudio Giunta
Come non scrivere
Pagine 328, Euro 15.20
Formato Kindle 7.99
Utet


Esperienze del mondo: l'essere umano e l'animale

«Il mondo è mondo per noi tutti, per tutta l’umanità che si orienta intorno a noi a partire dal concetto di totalità. Ognuno possiede la facoltà di vivere mondanamente nel mondo e, al suo interno, comprende intenzionalmente le facoltà di tutti gli altri. Ma il mondo è per noi un mondo che include anche gli animali che ci stanno accanto e che, in una certa misura (che varia da specie a specie) convivono con noi».

Parole di Edmund Husserl (Proßnitz, 8 aprile 1859 – Friburgo in Brisgovia, 26 aprile 1938) di cui le Edizioni Mimesis hanno pubblicato due brevi saggi raccolti sotto il titolo Esperienze del mondo: l’essere umano e l’animale

Il volumetto è a cura di Gemmo Iocco.
Insegna Storia della fenomenologia e Storia della cultura e dei valori all’Università degli Studi di Parma. Si è occupato della questione della temporalità all'interno della fenomenologia di Husserl e del rapporto tra valore e valutazione nel dibattito austro-tedesco di fine Ottocento e inizio Novecento, prestando particolare attenzione alla funzione cognitiva delle esperienze affettive.

Iocco scrive nell’Introduzione: “… rilevante diventa per Husserl analizzare e comprendere il tipo di oggettività che l’animale assume per l’essere umano, giacché dalla possibilità di un’indagine così delineata dipende l’effettiva legittimità del metodo d’indagine da egli promosso”.

Dalla presentazione editoriale

«Le analisi elaborate da Edmund Husserl negli anni Trenta del Novecento sollevano una serie di interrogativi volti a chiarire il rapporto che intercorre tra esseri umani e animali. Poiché gli animali sono anch’essi esseri senzienti, quale tipologia d’esperienza hanno del mondo circostante ovvero del mondo-circostante che condividono con gli esseri umani? Che cosa effettivamente possiamo esperire degli animali? Tramite questo libro diventa possibile comprendere l’effettiva ampiezza del programma di ricerca husserliano il quale, nella sua declinazione trascendentale, non si esime dal chiarire e discutere il modo di fare esperienza del mondo non solo degli esseri umani, ma anche degli animali. Si tratta di questioni estremamente attuali alle quali il rigore metodlogico che contraddistingue la fenomenologia husserliana propone risposte degne della massima considerazione
enologia husserliana propone risposte degne della massima considerazione».

A questo grande filosofo non furono risparmiate frecciate.
Ecco un dardo scoccato dalla scrittrice Muriel Barbery: Esiste l'idealismo di Edmund Husserl, nome che ormai mi fa pensare a una marca di tonache per preti irretiti da un oscuro scisma della chiesa battista. (Renée, p. 53).

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Edmond Husserl
Esperienze del mondo: l’essere umano e l’animale
A cura di Gemmo Iocco
Pagine 80, Euro 10.00
Mimesis


La propaganda nell'abisso (1)


Sono stati scritti tanti libri sul nazismo che sembrava impossibile scovare in quel covo di serpenti qualche nuovo rettile da far venire alla luce e mostrarlo al mondo.
Eppure, c’è chi ci è riuscito: Giovanni Mari.
La casa editrice Lindau ha pubblicato un suo libro intitolato La propaganda nell’abisso Goebbels e il giornale nel bunker.
Libro singolare perché mai finora nessuno, non solo in Italia, si era occupato del caso Panzerbär, neppure nella stessa Germania esiste un testo sull’argomento.
Panzerbär, ideato da Goebbels, fu un giornale dalla vita breve, nacque e morì nell’aprile del 1945 nella Berlino ormai prossima alla caduta, ridotta com’era a un cumulo di rovine fumanti, con vie attraversate da un popolo allo stremo. Quello che lo rende degno d’attenzione è la montagna di bugie che impavidamente propala diventando così – specialmente per le condizioni in cui esce – un maiuscolo esempio dell’abisso in cui la propaganda totalitaria è capace di precipitare.

Mari è giornalista al «Secolo XIX» di Genova. Si è occupato a lungo dello scontro tra i partiti politici italiani, interessandosi in particolare al tema della propaganda politica.
Ha pubblicato il saggio “Genova, vent’anni dopo. Il G8 del 2011, storia di un fallimento” e il romanzo storico “Klausener Strasse. 1970: caccia al cadavere di Hitler, il diario segreto del KGB”.

Scrive Aberto Giordano nella Prefazione: “La lettrice/il lettore si ritrova tra le mani questo libro di Giovani Mari di bruciante attualità. Perché se è vero che in esso viene ricostruita per la prima volta e con raffinata accuratezza, la traiettoria del Panzerbär, la prospettiva che si propone si estende ben oltre l’orizzonte del «secolo breve» e dei totalitarismi che lo hanno infestato. Lo si può cogliere appieno prendendo in considerazione una delle definizioni più sofisticate di post-verità coniata dal filosofo americano Lee McIntyre “I fatti sono subordinati al nostro punto di vista politico” (…) Non a caso Trump rappresenta, a suo avviso, l’esempio perfetto ed eloquente di un simile approccio”.

Dalla presentazione editoriale.

«Fino a dove può spingersi la propaganda politica?
A quali manipolazioni e menzogne può ricorrere per tentare di travolgere l’opinione pubblica?
A quale tasso di dissociazione dalla realtà può arrivare la sua narrazione e fino a che punto può distorcere l’obiettivo finale?
Se ogni totalitarismo porta la propaganda all’estremo livello di tensione, il regime nazista ne fece un uso assoluto. Prima e dopo la conquista del potere, durante la guerra, e pure nelle sue tragiche battute finali. Nella Berlino in fiamme dell’aprile 1945, assediata dalle truppe dell’Armata Rossa, con il Terzo Reich ridotto a un nodo di strade, la macchina propagandistica di Joseph Goebbels, seppellito nel bunker sotto la Nuova Cancelleria, insiste con il suo canto di veleno. Lo fa attraverso l’ultimo giornale del regime, il «Panzerbär» («L’orso corazzato»), distribuito a mano e gratuitamente, quando ormai tutto è perduto e solo la paranoia di Hitler intravede un futuro diverso. Pubblicato dal 22 al 29 aprile 1945 nella voragine creata dalle granate e in mezzo al frastuono dei carri armati sovietici, racconta una realtà della guerra completamente falsificata, incitando i berlinesi a un’estrema e impossibile resistenza e condannandoli a un infimo e scontato sacrificio.
Mari ricostruisce e indaga l’intera vicenda di questo foglio propagandistico per valutarne il significato, il linguaggio, le caratteristiche meramente giornalistiche e il suo impatto sull’opinione pubblica, mettendo sistematicamente a confronto realtà e narrazione. Nel volume sono anche riprodotti per la prima volta tutti gli otto numeri del giornale – compreso il primo, quasi introvabile – e sono pubblicate le traduzioni dei principali articoli».

Segue ora un incontro con Giovanni Mari.


La propaganda nell'abisso (2)


A Giovanni Mari (in foto) ho rivolto alcune domande.

Quale lezione va tratta dal caso del giornale Panzerbär?


L'ultimo giornale dei nazisti ci dimostra come la propaganda politica possa spingersi fino all'abisso, travolgendo la verità e precipitando nella morte lo Stato e la popolazione. Goebbels sapeva che tutto era finito, eppure voleva ancora e fino all'ultimo piegare l’opinione pubblica ai suoi voleri, asservirla alle sue tragiche scelte, cantando - fino a cinque minuti dopo le dodici - le gesta di un corpo ideologico morente. Il potere diventa cieco e i suoi cantori ne esaltano le pulsioni criminali. Per questo gli uomini della comunicazione devono essere i primi e i più vigili nell'arginare la deriva del sistema politico.

Possiamo considerare Goebbels un insidioso anticipatore delle fake news dei nostri giorni?

Non un anticipatore, basti pensare a Mussolini, ma di certo il miglior interprete. Se noi confrontiamo la realtà storica e accertata degli ultimi giorni dell'aprile 1945 e la narrazione che Goebbels ne ha offerto sul Panzerbär possiamo toccare con mano la metarealtà che aveva costruito ad arte per ipnotizzare e tradire i berlinesi. Restando su un mero piano tecnico-teorico, il modello Goebbels si ripete in ogni epoca. Oggi hanno fatto lo stesso, certo su piani diversi, Johnson per convincere gli inglesi della bontà della Brexit e Trump per blindare la sua presidenza. Il sistema di reiterazione del messaggio, della meticolosa falsificazione della realtà, l'individuazione di un nemico sono gli ingredienti comuni a ogni grande campagna di propaganda mistificatoria.

La propaganda fascista, secondo alcuni (fra questi lo storico De Felice) pur aggressiva e massiccia era rozza, inferiore per qualità ed efficacia a quella nazista.
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Non la condivido. Mussolini aveva strumenti e apparati inferiori a quelli della propaganda nazista, ma la costruzione di un falso mondo di riferimento era sottile e studiata in modo certosino. La metarealtà fascista era falsa tanto quanto quella nazista e il fatto che la patina tedesca fosse migliore non significa nulla. Anzi: i tedeschi dopo la Guerra hanno cominciato un profondo esame di coscienza. Gli italiani invece sono rimasti intrisi della propaganda fascista e non hanno mai fatto i conti con i loro pesantissimi errori.

I nuovi mezzi tecnologici di veicolazione della comunicazione in che cosa hanno imposto, specie in politica, un cambiamento delle tecniche di persuasione?

La disintermediazione della comunicazione politica ha avuto effetti nefasti precipitando il dibattito nel populismo e nella superficialità, costruendo tribunali di massa e azzerando il ragionamento. Soprattutto hanno consentito a incredibili bufale di circolare e di sedimentare sulle coscienze della popolazione. Sorgesse oggi un'ideologia totalitaria e oppressiva, credo, avrebbe più facilità a espandersi rispetto a una trentina d'anni fa. Allo stesso tempo, però, l'orizzontalità della comunicazione può offrire un terreno di reazione dal basso a quelle forze che saranno in grado di accorgersi sul nascere di nuove irruzioni sul campo della libertà e dei diritti. Anche in questo caso, i giornalisti dovranno essere i primi a ribellarsi e devo dire che attualmente la categoria non si sta preparando all'eventualità.

La pubblicità odierna di prodotti commerciali deve qualcosa oppure no ai principii sostenuti da Goebbels pur nelle macroscopiche differenze di finalità?

Goebbels si rifaceva ai sistemi pubblicitari nati dall'industria del consenso americano. Quindi è logico che ne abbia migliorato alcuni meccanismi. Penso però che, certo su piani diversi, la pubblicità commerciale stia oggi ingaggiando una battaglia mortale con la verità e non mi riferisco certo agli spot sui dentifrici. La comunicazione aziendale, delle imprese e degli enti pubblici fa della falsificazione un dogma evidente. Questo non significa che sia una deriva nazista, sia chiaro.

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Giovanni Mari
La propaganda nell’abisso
Prefazione di Alberto Giordano
Pagine 296, Euro 24.00
Lindau


Paura della scienza (1)


Dobbiamo essere grati ad Eva che si lasciò tentare dal serpente, mordendo, e, secondo una nota cronaca, facendo mordere ad Adamo, il frutto dell’Albero della Conoscenza che Dio aveva proibito.
Ha scritto la grande Margherita Hack: “La colpa di Eva è stata quella di voler conoscere, sperimentare, indagare con le proprie forze le leggi che regolano l'universo, la terra, il proprio corpo, di rifiutare l'insegnamento calato dall'alto, in una parola Eva rappresenta la curiosità della scienza contro la passiva accettazione della fede”.

Molti arretrano di fronte al futuro come se ogni minuto del giorno già non lo contenesse. Temono il futuro che scienza e tecnologia propongono a ritmi sempre più accelerati, si rifugiano in un passato – immaginato, chissà perché, sempre migliore del presente – e vivono ignorando che tantissimi avvenimenti straordinari si sono già avverarti, che, ad esempio, tanto per dirne una soltanto, – già dal 13 settembre del 2013 la sonda americana della Nasa “Voyager 1”, primo oggetto creato dall'uomo a uscire dal Sistema solare, sta navigando nella nostra galassia e mentre leggete questa nota continua a trasmettere dati fino a ieri ignoti.
Eppure, quegli stessi che parlano male del progresso scientifico, sono ben felici che sia stata inventata l’anestesia quando siedono dal dentista.
Nonostante i lunghi passi in avanti, c’è tanto ancora da sapere, l’astrofisico Giovanni Bignami, affermò: “Quello che ci resta da capire nel futuro, da esplorare è il 96% dell’Universo”.
Ma come sarà quel futuro?
Kevin Warvick studia l'integrazione Uomo-Macchina innestando chips nel proprio corpo e pensa a nuove tappe del Cyborg Project dall'Università di Reading. Secondo alcuni filosofi transumanisti in un tempo meno lontano di quanto s'immagini impareremo codici capaci di svelare nuovi segreti della natura, passeremo la barriera dell'infinitamente piccolo, si dilaterà la concezione di Spazio, saremo capaci di percepire nuovi stati e livelli di esistenza, la nostra coscienza-mente-identità sarà più vasta e ne saremo consapevoli.

La casa editrice Treccani ha pubblicato un libro quanto mai attuale diretto a illuminare il terreno dove agiscono i molti, i tanti che avversano la Scienza e i traguardi che ogni giorno raggiunge.
Titolo: Paura della Scienza L’età della sfiducia dal creazionismo all’intelligenza artificiale.
L’autore è Enrico Pedemonte (Genova, 1950).
Ha lavorato al “Secolo XIX”, all’“Espresso” come caporedattore e corrispondente da New York, poi a “la Repubblica” come caporedattore.
È stato direttore di “Pagina99″.
Esperto di tecnologia, ha pubblicato: “Personal Media” (Bollati Boringhieri, 1998), “Morte e resurrezione dei giornali” (Garzanti, 2010) e il romanzo “La seconda vita” (Frassinelli 2018).
Considero, e non sono il solo, Enrico Pedemonte capace d’intrecciare scienza e filosofia, politica e società, con una scrittura semplice, diretta, veloce.
Anche questo suo recente saggio testimonia quelle qualità.

Dalla presentazione editoriale

«Perché negli anni del Covid-19, nonostante la rapidità con cui sono stati messi a punto i nuovi vaccini, molte persone nutrono diffidenza o ostilità nei loro confronti? Partendo da questa domanda, Enrico Pedemonte è risalito alle origini della sfiducia nella scienza dilagante ai nostri giorni. La prima parte del viaggio lo porta a indagare le ragioni che hanno spinto gli evangelici americani a costruire una scienza alternativa al darwinismo; l’industria (dal tabacco al petrolio) a fare colossali investimenti per contestare il consenso scientifico; gli ambientalisti a screditare il biotech; il movimento postmoderno ad attaccare le certezze della scienza. E mentre affiorano le radici storiche del negazionismo no-vax, l’autore dimostra come la ricerca abbia cambiato pelle diventando un mondo sempre più privatizzato, dove si moltiplicano le truffe. La tesi di fondo è che la sfiducia nella scienza sia solo una delle forme con cui i cittadini si oppongono al Potere. Nella seconda parte emerge il ruolo centrale che l’intelligenza artificiale sta assumendo nella rivoluzione tecnologica in corso. Destinata a cambiare il mondo con una rapidità mai vista prima, a diventare l’unica scienza, l’IA è alla base dei rapidi progressi in tutti i settori della ricerca e promette di risolvere molti drammatici problemi del pianeta. Ma c’è un’altra faccia della medaglia: questa tecnologia è controllata da un numero sempre più ristretto di società private, in prima fila le piattaforme tecnologiche, che detengono il monopolio delle sue applicazioni. Il controllo pubblico di questo immenso Potere diventa un obiettivo indispensabile per evitare lo scetticismo e la rabbia nei confronti (anche) della scienza».

Segue ora un approfondimento su questo volume.


Paura della scienza (2)

John Cage: "Non riesco a capire perché le persone siano spaventate dalle nuove idee. A me spaventano quelle vecchie".

“Paura della Scienza" di Enrico Pedemonte (in foto) parte dalla pandemia che ha fatto venire alla luce con più evidenza i tanti che avversano la Scienza e i suoi innegabili risultati, a cominciare, per restare sull’oggi, sui benefici effetti ottenuti dai vaccini.
Non sono sorpreso, come molti altri, dalle incaute misure del nuovo governo circa le plurali disposizioni emanate sul tema Covid a partire dalla riammissione di medici e infermieri no vax nei luoghi sanitari. Non mi ha sorpreso perché donne e uomini risultati vincitori delle elezioni politiche già in campagna elettorale hanno promosso (e partecipato), a cortei contro le vaccinazioni e, perfino in locali del Senato, conferenze contro l’uso delle mascherine.
E che dire del seminario voluto l’anno scorso da Roberto De Mattei - Vice Presidente del Cnr (il massimo istituto scientifico dello stato italiano - proprio all’interno di quel Cnr dall’eloquente titolo : “Evoluzionismo: tramonto di un’ipotesi”?
Pedemonte si occupa nel primo capitolo dei creazionisti che credono la Terra sia nata 6.000 ani fa e nel Medio Evo esistevano ancora i dinosauri. Costoro hanno largo seguito negli Stati Uniti e dispongono anche di un suggestivo museo.
Né sono trascurati, in un successivo capitolo, quegli industriali che per difendere il proprio profitto arrivano a smentire che il fumo faccia male e incoraggiano altri perniciosi consumi sconsigliati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Non sono da meno, come si legge in questo prezioso saggio, gli ambientalisti parte dei quali arrivano ad affermazioni talebane per un malinteso senso della Natura.
In questo fuoco incrociato contro la Scienza troviamo anche dei filosofi.
In Italia, ad esempio, Giorgio Agamben che “fino a ieri bandiera della sinistra nella difesa dei diritti civili” ha poi assunto “posizioni tipiche del populismo di estrema destra: quelle del presidente brasiliano Jair Bolsonaro o addirittura dei complottisti di Qanon, tanto per intenderci”.
Per non dire degli scienziati caduti in clamorosi errori o, addirittura, fabbricatori di falsi. Seguono nel libro nomi e circostanze.
Tra i meriti di questo saggio va annoverato quello di astenersi dall’esaltare il nuovo a tutti i costi. Infatti – specie nel capitolo conclusivo dedicato all’Intelligenza Artificiale e al potere delle piattaforme – l’autore illustra i pericoli che questi strumenti, pur prodigiosi, siano in mani private che possono essere un pericolo per la democrazia.
“La paura della Scienza è solo un capitolo della Grande Rabbia, che è il marchio di fabbrica dell’epoca che stiamo vivendo. Ma non è un capitolo marginale perché la Scienza, oltre ad essere uno strumento nelle mani del Potere, è ormai il tessuto della nostra società, lo strumento indispensabile su cui si basano le decisioni di chi ci governa, il mezzo più potente per osservare la realtà e cercare di interpretarla”.

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Enrico Pedemonte
Paura della Scienza
Pagine 284, Euro 21.00
Treccani


Essere ribelli

“È linguaggio dell’ambiguità il rock” – scrive il filosofo Franco Bolelli – “Linguaggio strabico, contraddittorio, biforcuto. Perché tra creatività e spettacolo il rock ha gettato un ponte sospeso instabile quanto basta per far precipitare chi, da sponde diverse, vi si avventuri con un bagaglio di certezze (…) il rock è due. C’è un rock istituzionale, nucleare, sistema chiuso di linguaggio che immobilizza la propria forma in formula. E c’è un rock visionario, imprevedibile, che si profonde a dilatare i contorni del linguaggio. Un rock musica d’ordine e un rock che muta l’ordine della musica. Un rock del qui e un rock dell’altrove”.

È a quest’ultimo tipo di rock che appartiene David Bowie pseudonimo di David Robert Jones (Londra, 8 gennaio 1947 – New York, 10 gennaio 2016), detto il Duca Bianco perché al pari di altri alter ego creati da Bowie (Ziggy Stardust, Aladdin Sane) The White Duke fu una sua idea: un aristocratico sobrio ed elegante che amava vestire di bianco. Bowie amava cambiare identità, ma non poteva cambiare – né se ne doleva – il diverso colore dei suoi occhi perché soffriva di anisocoria, ovvero una diversa ampiezza delle pupille. Un tocco alieno che tornò utile quando interpretò il protagonista del film “L’uomo che cadde sulla Terra”.
“Geniale e camaleontico” – scrive Giulio Pasquali – David Bowie ha segnato gli anni Settanta come pochi altri, riuscendo a giocare d’anticipo anche sugli ‘80 della videomusica (…) Pur muovendosi sempre al confine tra piani espressivi attigui ma diversi – teatro, cinema, pittura, videoarte, moda – la musica è sempre stata innanzitutto una fortissima ossessione senza contare il modo in cui non mancherà negli anni di “sponsorizzare” le band predilette come i Pixies o gli Arcade Fire, tutto questo e altro ci restituisce il ritratto di una rockstar che non dimenticava mai di essere un grandissimo appassionato, un vero e proprio rock-addicted”.
In questo video un profilo di Bowie di Carlo Massarini

Tra i più recenti riconoscimenti alla sua popolarità ci sono il documentario di Brett Morgen, “Moonage Daydream” e l’inagurazione di una statua di bronzo ad Aylesbury, in Inghilterra, opera di Andrew Sinclair. Viene detto che è la prima statua dedicata al cantante, ma Rockol smentisce ricordando che era già stato celebrato con una statua dal Comune italiano di Vagli di Sotto, piccolo centro in provincia di Lucca.
Tra i contributi alla figura di Bowie va segnalato il maiuscolo Essere ribelli pubblicato dalla casa editrice il Saggiatore che nel 2016 aveva già edito Sono l'uomo delle stelle.

Il libro si compone di estratti da scritti di Bowie che vanno dal lampo aforistico al breve ragionamento.
Il tutto in cinque capitoli dai quali ho tratto un flash per ognuna di quelle cinque sezioni.

David Bowie e se stesso

«Ho sempre vissuto sul filo del rasoio»

David Bowie e la musica

«La musica la disegno, disegno la forma che dovrebbe avere. Non riesco a spiegare le sensazioni, perciò le disegno. È un linguaggio che i musicisti che hanno lavorato con me hanno imparato, ed è un modo di fare musica al quale contribuiscono in molti».

David Bowie e la droga

«Le possibilità di riuscire ad affondare abbastanza per poi uscirne con qualcosa di positivo sono talmente scarse che non mi sentirei mai in diritto di consigliare a qualcuno di provarci. Questo è il problema – è come voler prendere una perla dall’interno di un’enorme ostrica, rischiando però di perdere un braccio. Come dovremmo comportarci?
Mi viene da dire che forse la cosa migliore è lasciar perdere».

David Bowie e i libri

«Sono sempre stato attratto dai libri con flussi di coscienza, sin da ragazzo. Sentivo maggiore familiarità, più empatia, con gente come Jack Kerouac, Ginsberg, Ferlinghetti, e poi naturalmente Burroughs alla fine degli anni sessanta.
C’è una risonanza in autori come Thomas Hardy, che apprezzo ma che trovo faticoso».

David Bowie e la rivoluzione

«Di norma sono un tipo piuttosto felice e spensierato… voglio solo che in Inghilterra scoppi una rivoluzione».

Dalla presentazione editoriale.

«Essere ribelli – raccolta di pensieri, visioni e confessioni – è uno spazio multiforme in cui David Bowie apre il suo universo, riscrive la leggenda che da sempre avvolge i suoi lavori, le sue personalità, e innesca un dialogo con chiunque abbia il coraggio di stare di fronte al suo sguardo.
Per Bowie, essere ribelli, vivere appassionatamente un continuo sentimento rivoluzionario, desiderare di sovvertire il proprio tempo, immaginarlo con nuove forme, nuovi suoni, si traduceva in un’unica esigenza: essere felici. Non gli importava il modo in cui l’avrebbe raggiunta, la felicità, se attraverso le droghe, la musica, il cinema, i libri, perché era sicuro che il suo viaggio sarebbe terminato solo quando la sua aspirazione sarebbe stata appagata. Anche solo per un giorno»

Quando nel 1968 uscì il film di Stanley Kubrick Odissea nello Spazio, Bowie ne fu profondamente impressionato e compose “Space Oddity” il suo primo successo pubblicato l’11 luglio del 1969.
Concludo questa nota proponendone qui il video.

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David Bowie
Essere ribelli
Traduzione di Cristian Caira
Pagine 64, Euro 9.00
Il Saggiatore


Maria Luigia d'Austria (1)

Questo il nome di una grande donna. Circa il suo nome l’ho fatta corta. Perché ad essere precisi, o pignoli fate voi, fu una che fin dal battesimo la prese sul lungo affaticando il prete chiamandosi Maria Luisa Leopoldina Francesca Teresa Giuseppa roba da lasciare col fiato corto perfino il suo primo marito Napoleone se voleva chiamarla da una stanza all’altra per non dire del disincanto a sussurrarne il nome per intero n un momento d’intimità.
Forse proprio per evitare imbarazzi ai familiari e agli storici fu, ed è, nota più semplicemente quale Maria Luisa o Maria Luigia.
Nacque a Vienna il 12 dicembre 1791 e morì a Parma all’età di 56 anni il 17 dicembre 1847. Creatura bella e d’intelligenza vispa, è stata imperatrice consorte dei francesi dal 1810 al 1814 in quanto, come già detto, moglie di Napoleone, e duchessa regnante di Parma, Piacenza e Guastalla dal 1814 al 1847 per decisione del congresso di Vienna.

Le sono stati dedicati alquanti volumi e dà nome anche a una locanda di campagna vicino a Modena dove il menu reca il segno del grandissimo chef Massimo Bottura.
Ai libri su di un ideale scaffale solo a lei dedicato va messo anche un nuovo gran bel saggio recentemente pubblicato dalla casa editrice Arkadia intitolato Maria Luigia d’Austria L'arciduchessa che fu imperatrice e sovrana.
L’autrice è Claudia Zani (Piacenza, 1973).
Specializzata in marketing/gestione delle risorse umane, ha lavorato quale ricercatrice per un rinomato back office bancario. La ricerca non è mai stata solo un lavoro ma una passione che l’ha spinta a estendere questa peculiarità anche nel campo della scrittura. Per anni ha contribuito allo sviluppo di giochi per piattaforme virtuali coniugando l’amore per la storia a quello per l’Action Drama. È, inoltre, contributor per la rivista digitale Thriller Life.
Attualmente è curatrice editoriale della collana Historica di Arkadia Editore.

Gran bel libro dicevo, con plurali meriti dei quali soprattutto due mi appaiono maiuscoli. Non abbandonarsi a romanzerie come, purtroppo, va di moda oggi nei saggi (cosiddetti) storici scritti con dialoghi inventati in scene pomodorocolor. E altro notevole pregio di Claudia Zani lo rilevo nella scrittura da lei praticata: veloce, ma non superficiale, appassionante ma rigorosamente fedele alla documentazione sugli avvenimenti descritti, come è possibile capire fin dalle prime pagine del saggio che potete scorrere qui con un CLIC.

Dalla presentazione editoriale

«All’alba di una Europa che sarà presto sconvolta da rivoluzioni e guerre, Maria Luisa d’Asburgo diverrà protagonista di un’epoca che tutto cambierà. Figlia dell’imperatore del Sacro Romano Impero, viene sacrificata sull’altare della Realpolitik e data in sposa al cerbero francese, Napoleone, del quale seguirà l’ascesa e la caduta rovinosa. Sovrana, poi, del Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, qui si ritaglierà una nuova epopea regalando un momento aureo al proprio piccolo Stato. Bistrattata dagli storici, sottovalutata, la figura di Maria Luisa riveste invece un’importanza fondamentale per capire le dinamiche della società della fine XVIII e inizio XIX secolo e le grandi tragedie che lo funestarono, accanto ai massimi rivolgimenti rivoluzionari che hanno concorso a creare il mondo che conosciamo oggi».

L’autrice informa che molta della corrispondenza di Maria Luigia, citata in questo saggio, è conservata al Museo Glauco Lombardi di Parma.

Segue ora un incontro con Claudia Zani.


Maria Luigia d'Austria (2)

A Claudia Zani (in foto) ho rivolto alcune domande.

Quale tratto di Maria Luigia d’Austria ti ha principalmente spinto a dedicarle il tuo libro?

Pensando alla risposta le labbra mi si sono increspate in un sorriso benevolo. La parola ‘tratto’ mi ha fatto pensare a qualcosa di geometrico, tangibile, basato su leggi matematiche precise. In questo caso stiamo parlando di una donna che ha vissuto di sfumature, diluendo la sua natura nella terra che ha calpestato. ‘La donna è mobile’, cantava il duca di Mantova. Maria Luigia d’Austria, morta poco prima del debutto del Rigoletto di Verdi incarna lo Zeitgeist dell’epoca pur rappresentandone la parte più benevola e forse beffarda. Perché ho menzionato Verdi? Perché è originario delle mie terre, essendo nato in una frazione di Busseto, collegato strettamente a quel Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla governato dall’ineffabile austriaca. Tutto in questa zona parla di lei: l’architettura, le ricette di cucina, persino l’atteggiamento delle donne parmigiane che ne incarnano lo spirito. Maria Luigia la si respira nell’aria. Che è l’aria di casa mia. I parmigiani e i piacentini hanno l’Opera nel cuore e di certo è anche merito suo, che ci ha insegnato a fondere la passione musicale con quella per la rivoluzione. Se proprio devo utilizzare dei tratti per descriverla preferisco che siano morbidi e sfuggenti come un ricciolo capriccioso della sua acconciatura o severi come la struttura neoclassica del Teatro Ducale. Perché lei incarna tutto questo. Ha raccolto una popolazione allo stremo delle forze, devastata dalle guerre e dall’avidità dei suoi dominatori trasformandola in un popolo dignitoso, dal buongusto indiscutibile. La si ama per questo e io sono una delle vittime di questo incantesimo. Nonostante tutto sono qui a chiederle scusa perché, a oggi, non ne so nulla di musica e sono stonata come una campana.

Nello scrivere il tuo saggio qual è la cosa che hai deciso di fare assolutamente per prima e quale quella per prima assolutamente da evitare?

La prima cosa che ho pensato? Davvero c’è bisogno dell’ennesimo libro su Maria Luigia d’Austria? C’è altro da raccontare, dopo che la sua vita pubblica e privata è stata sviscerata, esponendone anche le parti più intime e grottesche? Si, potevo ancora dire molto di lei. Ma, volendone dipingere il ritratto, ho deciso di partire dalla cornice non dal soggetto. Mi sono concentrata sui dettagli, sui contorni come si fa quando si inizia un puzzle, in una specie di canone inverso. Maria Luigia è figlia del suo tempo. Ma com’era quel ‘tempo’? Decine di avvenimenti si stavano intersecando attorno a lei, creando la tela sulla quale ho dipinto il suo ritratto.
La seconda cosa che ho pensato è stata: a chi interessa la vita di questa donna a parte i suoi fan sfegatati (ai quali mi associo) e a coloro che scrivono saggistica sapendo di essere letti solo da chi legge saggistica? E qui, ho capito cosa non avrei dovuto fare. Appiattire in un volume la sua esistenza tridimensionale. Volevo che le sue esperienze fossero comprese dalla mamma che accompagna i bambini a scuola parcheggiando in doppia fila, dall’artista incompreso, dall’uomo romantico o dal viaggiatore sognante. Volevo che i lettori si divertissero, ma allo stesso tempo riflettessero, perché la storia non è che un perpetuo loop che ogni tanto ci riserva qualche perla di saggezza.

Quali meriti e demeriti noti in Maria Luigia come donna di governo

Ha saputo fare le cose giuste per i motivi sbagliati. Si, lo so, sembra uno slogan di quelli scritti sulle t-shirt di poco prezzo, ma è così. Proprio per questo è molto difficile scindere i meriti dai demeriti. Ha fatto costruire ponti e strade. Egoisticamente, lo ha fatto per fuggire da Parma quando la mancanza del paese natio si faceva troppo pressante. Certo, ma ne abbiamo goduto tutti. Non è mai stata una fine stratega politica, compensando con una buona dose di compassione tipicamente femminile per i poveri e i malati. Un demerito? Essersi lasciata cullare dagli eventi nel momento in cui è stata Imperatrice consorte di Francia, ma la lezione l’ha imparata eccome, mettendone a frutto gli insegnamenti durante la gestione del Ducato. È stata una governante in grado di imparare dai propri errori, riuscendo allo stesso tempo a non commetterne troppi. Insomma, non ci riesco, anche se non mi è mai stata molto simpatica alla fine le perdono tutto.

Scrivi: “… Maria Luisa ha lasciato ai posteri un’impronta da femme fatale ante litteram…“. Ma fu vittima o dominatrice?

Quando ho utilizzato questa affermazione avevo in mente il prototipo letterario della Dark Lady. Bella, spietata ma attorniata da un’aura di fragilità. Il termine Femme Fatale, in genere, ha un’accezione negativa, donne di questa risma sono destinate a una tragica fine. In realtà di queste caratteristiche direi che determinazione e indipendenza sono quelle che la identificano al meglio. Nonostante i proclami da ‘protettrice del focolare domestico ‘, Maria Luigia è riuscita a soggiogare i tre uomini che le sono stati accanto durante la sua vita, in qualità di mariti. Napoleone, lo spauracchio d’Europa, ha capitolato per primo. Gli serviva un utero giovane e innocente per covare l’erede ma si è ritrovato a fare il ‘buffone’ per ammaliarla. Lei lo ha sedotto, illuso e abbandonato quando il terreno ha iniziato a scottare, senza voltarsi indietro. Tutto questo senza nemmeno rendersene conto. Ma non è tutto, con la sua smielata indolenza si è fatta beffe persino del padre ed è riuscita a far cadere nei suoi tranelli il mefistofelico Metternich, obbligato a sistemare le conseguenze dei suoi colpi di testa amorosi. Come è riuscita a fare questo? Professando la propria ubbidienza mentre continuava a dominare dal basso del proprio vittimismo.

In conclusione, chi è per te Maria Luigia donna in tutte le sue accezioni?

Il termine accezione deriva da prendere o da accettare. Far proprio un simbolo e trasformarlo in qualcosa di diverso dal suo scopo originario. Su Maria Luigia esistono due correnti di pensiero: una positiva e l’altra negativa. I politici hanno deciso per lei, in base ai propri interessi. Con questo saggio ho voluto andare oltre gli stereotipi che le sono stati costruiti attorno come ad esempio quello della figlia sfruttata o della moglie senza cuore. Ho preferito metterla a confronto con le esperienze di vita moderne, spesso con il nostro quotidiano, per darle respiro e concederle il lusso di essere semplicemente ciò che è stata: una donna.

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Claudia Zani
Maria Luigia d’Austria
Pagine 116, Euro 15.00
Edizioni Arkadia


Pasolini e i media


Pasolini fu il primo grande studioso dei media e, più in generale, delle comunicazioni di massa nonché dei loro effetti sociali sulla cultura italiana.
Michele Cometa, da “Studi culturali”.

La casa editrice FrancoAngeli ha pubblicato Pasolini e i media a cura di Vanni Codeluppi con testi di Gianfranco Marrone e Giulio Sapelli.

Codeluppi insegna Sociologia dei media all'Università IULM di Milano. Negli ultimi anni, per FrancoAngelii, ha pubblicato Dizionario dei media (2020); Umberto Eco e i media (2021), inoltre ha curato i volumi Fellini e la pubblicità (2020) e Chanel (2021).
Recentemente ha firmato anche Jean Baudrillard (2020), Leggere la pubblicità (2021) e Vetrinizzazione (2021).

Dalla Premessa.

«Il centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini ci ha offerto l’occasione di raccogliere e analizzare in questo volume alcune idee pasoliniane che hanno specificamente a che fare con il mondo dei media (…) La nostra intenzione non è di fornire al lettore un’analisi di tali idee che sia completa e dettagliata, operazione che peraltro sarebbe difficoltosa data l’enorme quantità di testi attualmente esistenti su Pasolini. Vogliamo soltanto presentare in maniera sintetica degli stimoli relativi ad un punto di vista particolarmente originale e che ancora oggi può essere utilizzato come guida per comprendere il funzionamento degli strumenti di comunicazione. Stimoli che riguardano due strumenti mediatici estremamente importanti: il cinema e la televisione. A ciascuno di tali strumenti verrà dedicato uno specifico capitolo nelle pagine che seguono».

Dal capitolo “Pasolini e il cinema” di Gianfranco Marrone.

«Il lavoro dell’autore cinematografico, secondo Pasolini, è duplice: deve innanzitutto ripescare dalla propria esperienza – individuale e collettiva – quelle icone che potranno essergli utili, inserendole in un proprio dizionario personale e dotandole di una qualche grammatica idiosincratica, solo successivamente costui può darsi all’invenzione stilistica e semantica. Insomma, mentre l’operazione dello scrittore è una invenzione estetica, quella dell’autore cinematografico è prima linguistica e poi estetica».

Dal capitolo “La tv e Babilonia” di Giulio Sapelli

«»Com’era l’esistenza dei protagonisti di Pasolini non ancora segnati dall’avvento della televisione? Erano ragazzi veri, quelli di ‘Ragazzi di vita’, romanzo ce sarà ricordato come un manuale etnografico: non esistono, infatti, altre testimonianze scientifiche sui ragazzi delle borgate romane (…) l’esistenza dei ragazzi di vita era, quindi, squallida e vuota. Oggi, invece, la società non offre al giovane lavoro, ma infiniti modi di dimenticare il presente e non pensare al futuro».

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Pasolini e i media
A cura di Vanni Codeluppi
Interventi di:
Gianfranco Marrone
Giulio Sapelli
Pagine 88, Euro 15.00
FrancoAngeli


Scorrettissimi


La casa editrice Laterza ha pubblicato un libro che si occupa di un tema di grande attualità: la Cancel Culture.
Titolo: Scorrettissimi La cancel culture nella cultura americana.
L’autrice è Costanza Rizzacasa d’Orsogna.
Laureata in Scrittura alla Columbia University di New York, ha vissuto per dodici anni negli Stati Uniti, dove ha lavorato quale giornalista per varie testate.
Da oltre dieci anni si occupa di cultura e letteratura americane per il “Corriere della Sera” e il supplemento culturale “la Lettura”. Ha curato il libro di Stefano Cagliari, “Storia di mio padre” (Longanesi 2018), sulle vicende dell’ex presidente ENI Gabriele Cagliari, e scritto le favole sulla diversità “Storia di Milo, il gatto che non sapeva saltare” (Guanda 2018) e “Storia di Milo, il gatto che andò al Polo Sud” (Guanda 2021), tradotte in varie lingue.
Il suo primo romanzo, “Non superare le dosi consigliate” (Guanda 2020), è diventato una pièce teatrale ora in tournée per l’Italia.

Scrive il Post: “Il meccanismo alla base della Cancel Culture, è diverso dai più tradizionali boicottaggi, perché si manifesta non tanto nella decisione collettiva di non comprare un libro o non pagare il biglietto di un film al cinema, quanto nell’esplicita richiesta e nelle successive pressioni affinché il libro o il film, per restare a questi esempi, vengano ritirati dal commercio o dalla circolazione e diventino quindi non fruibili per tutti”
Si calcola che negli Stati Uniti, ad esempio, non meno di 1800 volumi siano stati ritirati dalle biblioteche pubbliche.

Il volume di Rizzacasa d’Orsogna ha fra I suoi meriti – oltre ad una scrittura chiara e veloce – quello d’indagare le origini storiche di una barbarie culturale insieme con la cronaca esemplificata in molti episodi che talvolta sfiorano la comicità involontaria.
Esempi: il 27 dicembre 2020 un articolo sul Wall Street Journal riportava alcuni casi di grandi classici letterari avversati dal movimento “DisruptTexts”: fra questi l'Odissea di Omero e La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne.
Né è andata meglio a Voltaire del quale Nabila Ramdani ha invitato la Francia a smettere di “venerare” un “razzista anti-semita che ha ispirato Hitler” (sic!... ve lo immaginate il Führer mentre legge avidamente il “Trattato sulla tolleranza”?).
E che dire – come informa i lettori Rizzacasa d’Orsogna – di castronerie come quella degli studenti che volevano rimuovere dal cortile del campus le statue di Ottaviano Augusto e Marco Aurelio in quanto promotrici di supremazia bianca e genocidio?
Quello che particolarmente allarma è che la Cancel culture alligna sia a sinistra sia a destra, sia per malinteso progressismo sia per acida volontà censoria.
“Se c’è” -.ancora l’autrice – una verità in quel campo minato che è l’odierna guerra culturale americana, è che nessuno ha ragione. La retorica di sinistra che da anni infuria dentro e fuori I campus, eliminando tutto ciò che può apparire politicamente scorretto, alimenta il bigottismo di destra, in un circolo vizioso in cui perdono tutti”.

Fenomeno presente solo negli Stati Uniti? No, perché anche in Italia abbiamo avuto un caso clamoroso di Cancel Culture. Nel marzo di quest’anno, nei primi giorni dell’invasione russa dell’Ucraina, all’Università di Milano Bicocca fu cancellato un ciclo di lezioni gratuite tenute dallo scrittore Paolo Nori su Dostoevskij con la banale motivazione “per evitare ogni forma di polemica in un momento di forte tensione”.

Dalla presentazione editoriale.

«Mark Twain, Harper Lee, Patricia Highsmith. Cancelliamoli tutti. Cancelliamo Philip Roth, intollerabilmente misogino.
E quanto era razzista Flannery O’Connor? Ma dovrebbe importarci? Dobbiamo giudicare i capolavori della letteratura del passato alla luce delle sensibilità odierne? Dovremmo forse smettere di leggere Faulkner per non essere riuscito a fare i conti con il razzismo sistemico se cento anni dopo l’America stessa non riesce ancora a farli? E d’altronde, possiamo chiedere ai diritti di aspettare in nome di una presunta sacralità della letteratura? Cosa sta accadendo e come siamo arrivati qui?
Costanza Rizzacasa d’Orsogna ci porta al cuore del dibattito sulla cancel culture che infuria nella società non solo americana ma ormai anche europea. Parole come ‘appropriazione culturale’, ‘supremazia bianca’, ‘mascolinità tossica’, usate spesso a sproposito, popolano le conversazioni quotidiane. Sullo sfondo, negli Stati Uniti, una polarizzazione politica e del pensiero che per gli esperti ha raggiunto un punto di non ritorno, e il modello parentale ed educativo del safetyism: la sicurezza emotiva come valore sacro. Le guerre culturali dilaniano la scuola dell’obbligo, con il numero dei libri banditi o contestati che sfonda ogni mese nuovi record. Se mettere i libri al bando non è nulla di nuovo nelle scuole americane, diverse oggi sono le tattiche, e fortissima la politicizzazione. Da Mark Twain a Philip Roth, da Hemingway a Toni Morrison, da Salinger a Margaret Atwood, Scorrettissimi ci racconta questo terremoto culturale, ne ricostruisce la genesi e le ragioni all’interno del contesto storico e politico americano in cui è nato».

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Costanza Rizzacasa d’Orsogna
Scorrettissimi
Pagine 212, Euro 18.00
Laterza


Una scelta per la vita

È con molta gioia che Cosmotaxi ha letto la più recente pubblicazione del grande illustratore Gianni Carino.
Il libro è intitolato Una scelta per la vita La testimonianza di Liliana Segre in un fumetto di Gianni Carino ed è a disposizione dei lettori in tutte le sedi Anpi.

Carino, nato a Parigi da genitori napoletani, emiliano di adozione, è art-director, illustratore, umorista e disegnatore, autore di fumetti ispirati a episodi storici. Le sue illustrazioni sono state presenti nella trasmissione televisiva ‘Annozero’ condotta da Michele Santoro. Ha collaborato inoltre con Sergio Staino e Ro Marcenaro, Mario Rigoni Stern e Tonino Guerra, Dario Fo e Franca Rame.
Da pubblicitario, ha sempre coltivato la tecnica più precisamente per l’illustrazione.
Naturale quindi il suo sbocco nei fumetti sia realizzati in autonomia, sia con altri autori. Attualmente per la tv pubblica collabora su progetti specifici come per Chi l’ha visto e per Rai Storia.
Nel 2007, Gianni Carino ritrova Dario Fo e Franca Rame, conosciuti molti anni prima. Nel gennaio di quell’anno Guanda aveva pubblicato “L’amore e lo sghignazzo” un libro che raccoglie tre vicende d’amore, la storia di Manfreda dei Visconti, quella di Abelardo e Eloisa e quella di Qiu, che Dario e Franca stavano adattando per una piéce teatrale. Da quell'incontro nacque l’idea di realizzare una graphic novel di quest’ultima, La storia di Qiu detto il Randazzo, 103 tavole ispirate al testo originale della sesta stesura del copione di quella commedia, in seguito rappresentata nel 2014 al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano.

Nell’Introduzione a “Una scelta per la vita” così afferma Gianfranco Pagliarulo, Presidente dell’Anpi: "...se condividiamo che la memoria – intesa come ponte fra passato e presente – sia uno strumento utile per restituire alla vita la traccia di esistenze precedenti, cioè se condividiamo il “cosa”, dobbiamo preoccuparci anche del “come”. Non ci sono ricette precostituite, ma di sicuro è producente avere un atteggiamento di ascolto su come le nuove generazioni vivono le proprie esperienze, cioè partire dal loro vissuto, dai loro interessi, dai loro codici di comunicazione, di registrazione e di elaborazione.
In questa logica proponiamo nella collana I libri di Bulow, in forma di graphic novel, la narrazione della vicenda della senatrice a vita Liliana Segre, che ha voluto onorare questa pubblicazione con una sua lettera e che ringraziamo di cuore per la sua opera assidua di testimonianza. Inoltre, un grande ringraziamento va all’ANPI di Carpi, che ha reso possibile tutto questo (…) «Una scelta per la vita» ci propone, anche attraverso la mano competente e incisiva di Gianni Carino, una riflessione sui valori di libertà, democrazia, eguaglianza, solidarietà e pace”.

La Senatrice a vita Liliana Segre:
“Ringrazio Gianni Carino per essersi dedicato alla riduzione in forma di graphic novel dei contenuti di una mia testimonianza pubblica e l’Anpi che ha voluto pubblicare il lavoro. Una modalità quella del fumetto che indubbiamente può favorire la diffusione, soprattutto fra i più giovani di determinati contenuti di forte impatto, è importante che tali contenuti giungano alla più ampia platea di cittadini, in primo luogo appunto ragazze e ragazzi. Buona lettura a tutti”.

In Postfazione così scrive Gianni Carino.
“Ho illustrato il testo degli incontri che Liliana Segre ha fatto per anni con scolaresche di vario grado, perché il patrimonio della testimonianza di queste parole non vada ad affievolirsi e possa essere fruibile, con un altro
mezzo di comunicazione (graphic novel) da un pubblico vasto, di giovani e meno giovani.
La forza evocativa dell’illustrazione manuale invita il lettore a riflettere sul testo; un’immagine fotografica testimonia, anche crudelmente, la realtà; un’immagine disegnata, creata e inventata (nel rispetto dei dati storici) sviluppa nel lettore un percorso sulla verità (veridicità) di ciò che è rappresentato. Una foto ti schiaccia difronte alla verità, un disegno ti suggerisce un’indagine. Un racconto illustrato è dichiaratamente una finzione, quindi confezionato in modo da spingerti a ragionare; colpisce l’emotività, ma non travolge come un film, che spesso nel momento della fruizione si impone come reale. Il testo e l’immagine disegnata sospingono la fantasia del lettore e lo portano a riflettere.
Quest’ultimo incontro di Liliana Segre è importante perché è il risultato collaudato in tanti incontri. Una versione che è stata perfezionata nel tempo, quindi questo testo che è quello dell’ultima lezione pubblica, ben raccolta da Alessia Rastelli, assume una grande importanza.
La crudezza di alcune immagini è mediata dalla realizzazione a mano (acquerello) ed è, come ho già detto, dichiaratamente una ‘finzione’, quindi più sopportabile della realtà tragica narrata nel testo, tragica realtà che ancora oggi esiste in varie parti del mondo con diverse forme, e che riconduce sempre al perno centrale di questo testo: l’umanità si può condizionare e trasformare anche nei modi peggiori, ma la capacità di avere la forza, gli strumenti critici e l’obiettività può condurla anche verso mete nobili”.

L’Associazione Culturale Carpicomix ringrazia per la fattiva collaborazione Marco Cavallarin e Guido Zaccagnini.


Per sempre Giò


La casa editrice Lindau ha pubblicato un libro che nel ricordare un ragazzo che non c’è più affronta il tema dell’autismo.
Titolo: Per sempre Giò Un gol oltre l'autismo.
L’autrice è Viviana Locatelli, madre di Giò.

L’autismo è quel disturbo psichico che “comprende una vasta gamma di tratti che possono apparire in una varietà di combinazioni presentando una serie di ritardi cognitivi da lievi a gravi ma va ricordato che chi ne è colpito presenta non poche volte lo sviluppo di un'abilità particolare e sopra la norma in un settore specifico”.
Ecco alcuni fra i casi famosi.
E cliccando QUI ancora altri casi: personaggi di secoli fa e di oggi.
Nei due link che ho citato ricorre la dizione ‘Sindrome di Asperger’, per saperne di più CLIC.

Il cinema si è spesso interessato all’autismo, ecco, ad esempio alcuni titoli e trailer.

Stefano Belisari più noto come Elio delle Storie Tese – ha un figlio autistico – così scrive: “Un oceano di persone, qualche milione solo in Italia, bisognose di aiuto. Ma se pensiamo a tutte le famiglie la cui vita viene sconvolta dall’arrivo di un bambino autistico, questa cifra si triplica, si quadruplica. Viviamo circondati da persone autistiche, ma non ce ne accorgiamo. Sconvolta però non è il termine corretto, o quantomeno non è sufficiente a descrivere ciò che accade. Panico, preoccupazione, angoscia, paralisi. Ogni altra questione scompare, viene letteralmente inghiottita”

Dalla presentazione editoriale di “Per sempre Giò.

«Giorgio purtroppo non c'è più, se n'è andato il 9 novembre 2020, a soli 26 anni, in seguito alle complicazioni del Covid. La sua mamma, Vivana, ha deciso di raccontare la storia di quel ragazzo alto, grosso, forte e con un grande cuore che batteva soprattutto per l'Inter, la sua vera passione. Giorgio e la sua famiglia hanno dovuto fare i conti con una vita piena di difficoltà e ostacoli, rappresentati in particolare dagli stereotipi che affliggono le persone con autismo, come Giorgio.
Durante i cinque anni trascorsi a Los Angeles, Viviana, Giorgio e Gloria, sua sorella, scoprono come gli Stati Uniti siano all'avanguardia nel supporto alle persone autistiche e ai loro familiari. L'Italia, dove a un certo punto decidono di tornare, non mette invece a disposizione servizi paragonabili, e questo rende tutto molto complicato. Per fortuna Giorgio aveva l'amore dei parenti e dei tanti amici che ha conosciuto lungo il cammino, i viaggi che lo entusiasmavano e, soprattutto, la squadra del cuore».
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Cliccare QUI per leggere un estratto dal volume.

Questo libro è una testimonianza preziosa che non potrà non interessare chiunque voglia vivere in un paese più accogliente e civile.
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Viviana Locatelli
Per sempre Giò
Prefazione di Carmelo Abbate
Pagine 138, Euro 12.00
eBook Euro 7.99
Lindau


I grandi viaggi di Ulisse

“C'è sempre qualche vecchia signora che affronta i bambini facendo delle smorfie da far paura e dicendo delle stupidaggini con un linguaggio informale pieno di ciccì e di coccò e di piciupaciù. Di solito i bambini guardano con molta severità queste persone che sono invecchiate invano; i ragazzi non capiscono cosa vogliono e tornano ai loro giochi, giochi semplici e molto seri”.
Così Bruno Munari (1907 - 1998), grafico e designer italiano ha scritto in “Fantasia”.
Quella vecchia signora rassomiglia tanto a molta letteratura per ragazzi che - pur migliorata rispetto a quella di anni fa – spesso fallisce i suoi obiettivi di comunicazione.
I più ricorrenti difetti: sbagliare il target di età facendo libri troppo complessi per i più piccoli e troppo semplici per i più grandi; non aver compreso i segnali della nostra epoca che con l’animazione cinematografica, tv, i videogiochi, ha reso la percezione dei ragazzi diversa da quella di un tempo; usare una lingua che non riesce a coinvolgere i lettori cui è destinata. Per quest’ultimo difetto, mi piace ricordare una poesia di Gianni Rodari sul tema:

La mia analisi è un po' colta:
Sai che i giochi di una volta
Hanno, sì, qualcosa in più?
Indovini? La vocale U.
Ti par poco?
Per gioco si diceva giuoco
.

Livio Sossi, saggista, docente di Letteratura per l’infanzia all’Università di Udine, autore del saggio “Scrivere per i ragazzi” (Campanotto Editore), rispondendo a un’intervista di Mary B. Tolusso che gli chiede “Come scrivere per i ragazzi oggi? Quale linguaggio usare?” Così risponde: “I ragazzi si riconoscono in quello che leggono. Il problema dell’accostamento dei giovani alla lettura è determinato principalmente dalla necessità di riscoprire se stessi nella scrittura. Ecco perché in questo tipo di letteratura si presentino pure delle espressioni colorite, al limite anche le parolacce, o un linguaggio che deriva dai media, dalle formule degli sms. È necessario liberare la scrittura per l’infanzia dall’enfasi inutile, dall’eccessiva aggettivazione o dai “diminutivi”. Pare quasi che tutto il mondo del bimbo sia minuscolo, ridotto o riduttivo. Questo il bambino non lo accetta”.

Una casa editrice che tutto ciò lo ha capito da anni e lo pratica nelle sue pubblicazioni è Editoriale Scienza che si misura nel campo più difficile della letteratura per ragazzi: quello destinato all’illustrazione di temi scientifici.
Ne è una prova il recente volumetto I grandi viaggi di Ulisse, testo di Francesca Ferretti De Blonay illustrato da Oyemathias.
Libro verbovisivo che intriga lo sguardo. Qui, infatti, le pagine si svolgono in orizzontale costituendo visivamente una mappa che traccia le avventure di Ulisse e i suoi compagni di viaggio spiegando in appositi box che cosa accade loro durante la traversata.
Ulisse, reduce dalla vittoriosa trasferta a Troia, portatosi al vertice della classifica degli eroi mitologici, impiega 10 anni per tornare alla sua Itaca.
I maligni dicono che l’abbia presa troppo alla larga per concedersi una crociera, ma sta di fatto che quel viaggio si dimostrerà avventuroso assai anche per le avversità procurate da Poseidone che a Ulisse gliela ha proprio giurata.
Ne succedono di tutti i colori: l’incontro con la Maga Circe che trasforma poco gentilmente l’equipaggio ellenico in un branco di maiali, le Sirene che ammaliano cantando i marinai facendoli finire in bocca ai pesci, la fuga dal furioso Ciclope Polifemo e tante altre disgrazie alle quali sfugge l’astuto Ulisse prima di attraccare lo yacht a Itaca e riabbracciare la moglie Penelope. Solo dopo avere battuto (stavolta gioca in casa) i Proci che approfittando dell’assenza di Ulisse si sono installati ad Itaca e vogliono sposare proprio Penelope moglie di Ulisse.

Dalla presentazione editoriale

«Raccontata da Omero nell'Odissea, l'epopea di Ulisse ci trasporta nel meraviglioso mondo degli dèi dell'Olimpo e ci fa scoprire la vita dei Greci, abilissimi navigatori dell'antichità. Spostandosi sulla grande mappa, dall'isola dei Lotofagi a quella dei ciclopi, dallo stretto di Messina all'isola dei Feaci, anche il lettore vagherà nel mar Mediterraneo cercando di evitare le burrasche scatenate dall'ira di Zeus.
Età di lettura: da 8 anni».

…………………………………..

Francesca Ferretti De Blonay
Illustrazioni di Oyemathias
I grandi viaggi di Ulisse
Traduzione di Erica Mazzero
Pagine 12 (formato mappa)
Euro 9.90
Editoriale Scienza


Libro che ride e che danza


La casa editrice Exorma ha pubblicato / ri . don . dàn . ze/ di Paolo Morelli.
L’autore (1951) è nato e vive a Roma. Tra i suoi libri Vademecum per perdersi in montagna (nottetempo, 2003), Er Ciuanghezzù (nottetempo, 2004), Caccia al cristo (DeriveApprodi, 2010), Il trasloco (nottetempo, 2010), Racconto del fiume Sangro (Quodlibet, 2013), L’arte del fallimento (Sossella, 2014). È nell’antologia La terra della prosa (a cura di A. Cortellessa) e in 12 Apostati (Damiani, 2015). Da anni studia la lingua e la cultura cinese. Ha tradotto Pseudo-Omero, Zhuang Zi, Lao Zi, Poe, Rabelais (Predizioni pantagrueline per l’anno perpetuo, Edizioni di Passaggio, 2012). Come performer ha curato gli spettacoli Animali Parlanti, Jazzcéline, varie edizioni di Parentele Fantastiche, A passo di Walser nel senso di Robert (con il musicista Roberto Bellatalla) e nel 2015 la serie di Letture strampalate; Animali non addomesticabili (2019).

“/ ri . don . dàn . ze /” è lanciato dall’editore “come libro che ride e che danza… un testo che sarebbe piaciuto a Celati e a Manganelli”. Di sicuro è piaciuto ad alcuni critici, eccone qualche giudizio.
Andrea Cortellessa: “Morelli in effetti non fa che straparlare. E così strapensa. Stargli dietro (...) si rivela uno sport estremo: una sfida che non si può non raccogliere".
Daniele Giglioli: “Soprattutto non scrive un romanzo (e questa è già una prova di carattere e un'intuizione profonda sulla natura dei generi letterari), ma una mormorazione inestinguibile a metà tra romanesco e Thomas Bernhard"
Filippo La Porta: “… un humour irresistibile, di chi sa di essere libero dalla speranza e di giocare continuamente con il limite”

Dalla presentazione editoriale

«Nel rione romano di Testaccio resiste quell’attitudine a raccontare storie, per lo più comiche, capace di mettere in moto il cuore pulsante del pensiero umano: la fantasia. Considerata ormai come l’infanzia del pensiero, ne è invece l’originaria pienezza, il ponte, il primo tramite tra il noto e l’ignoto, tra quello che crediamo di sapere e l’enigmatico che non riusciamo a spiegarci. Con ogni evidenza, dice Morelli, la fantasia sta sparendo dalla faccia della terra, sostituita dall’immaginazione calcolata e meccanica.
Uno scrittore solitario si mette in ascolto per salvare, per trasmettere, raccontando a sua volta quello che ha ascoltato, in quella specie di conversazione universale che è la letteratura: un pittore in disgrazia, un genio a colazione, un tizio scorbutico e sfortunato, uno scrittore ecologista frustrato, per finire con le massime di Carmine il barbiere, che ragiona a modo suo e poi ti sbaglia le basette».

………….....………........

Paolo Morelli
/ ri . don . dàn . ze /
Pagine 190, Euro 17.00
Exòrma Edizioni


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