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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Nostalgia (1)


La casa editrice Marietti 1820 ha pubblicato un originale saggio che riflette su di una parola che usiamo assai spesso trascurandone però le plurali opalescenze esistenziali, filosofiche che contiene: nostalgia.
Nostalgia Antropologia di un sentimento del presente questo il titolo del libro di cui è autore Vito Teti.
Professore ordinario di Antropologia culturale all’Università della Calabria, dove dirige il Centro Demoantropologico “R. Lombardi Satriani”.
Tra le sue pubblicazioni: Maledetto Sud (Einaudi 2013); Pietre di pane. Un’antropologia del restare (Quodlibet 2014); Fine pasto. Il cibo che verrà (Einaudi 2015); Quel che resta. L’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni (Donzelli 2017); Il vampiro e la melanconia. Miti, storie, immaginazioni (Donzelli 2018); Il colore del cibo. Geografia, mito e realtà dell’alimentazione mediterranea (Meltemi 2019); Prevedere l’imprevedibile. Presente passato e futuro in tempo di coronavirus (Donzelli 2020).

Nostalgia. Parola compromessa da “nostalgico” nel senso che decenni d'uso hanno finito per indicare i neofascisti, ma che ha ben altri porti da dove salpa e ben altre spiagge su cui approda.
Come scrive Cesare Pavese, “La nostalgia serve a ricordarci che, per fortuna, siamo anche fragili”.
E anche tante altre cose che troviamo nelle pagine di Teti.
Basti pensare come è stata interpretata in tanti campi espressivi.
Solo alcuni esempi, lontanissimi dall’essere esaustivi.
Nel cinema la Nostalghia di Tarkowski.
Nella narrativa più recente – ma gli esempi sono tantissimi – la Nostalgia felice di Amelie Nothombe
Nella musica classica la grande Gestille Sehnsucht di Chopin.
In poesia Nostalgia di Giuseppe Ungaretti con parole “d’oscuro colore”.
Mentre, nella musica popolare “con un cuore di paglia” sono le parole per definire come ci si ritrova per via della nostalgia secondo una famosa coppia.

QUI un breve video di Sergio Carlacchiani con una dichiarazione dell'autore di "Nostalgia".

Segue ora un incontro con Vito Teti..


Nostalgia (2)

A Vito Teti (in foto) ho rivolto alcune domande.

Le propongo un esercizio crudele sullo schema di quelli che praticavano all’Oulipo nelle dichiarazioni sui titoli. Una sua definizione di “Nostalgia” in sole 9 parole tante quante sono le lettere che la compongono

Una “macchina del tempo” che porta avanti e indietro, altrove.
Alternativa A: Una macchina del tempo con cui scoprire possibili altrove.
Alternativa B: Una meravigliosa macchina del tempo per scoprire possibili altrove.

Complimenti per la conduzione dell’esercizio.
La principale motivazione all’origine della stesura di questo suo saggio

Ho pensato, dopo aver scritto moltissimo di nostalgia in diversi libri, dopo aver adoperato questo termine e questo concetto nelle mie ricerche sull’emigrazione, sull’antropologia dell’alimentazione, sul tema dello spopolamento e della rigenerazione dei luoghi, sulla “melanconia” del vampiro ecc., di dover dare un certo “ordine” a elaborazioni sparse e sperse, qui e là, anche in scritti, saggi, poco conosciuti. Non sarei sincero se non dicessi che questo libro ha anche forti motivazioni autobiografiche e nasce anche dal desiderio di capire cosa sta succedendo in un mondo e un tempo “nostalgici”, inquieti, irrisolti, spesso senza direzione, alla ricerca di un altrove indefinito, di memorie e di schegge con le quali affrontare il presente e immaginare il futuro. Nello scrivere di nostalgia ho sempre inteso conoscere la mia nostalgia, darle un senso, assumermela, accoglierla, trasformarla in energia.

Quando nasce il termine “nostalgia”?
Quali i suoi caratteri reazionari da cui tenersi lontani
?

Nostalgia è un termine che viene adoperato la prima volta nel 1686 per indicare la malattia, l’afflizione, la melanconia dei soldati svizzeri che si allontanavano dalla terra natìa. Nasce e viene trattata come una patologia, un “mal di essere”, le cui conseguenze potevano persino condurre alla morte chi ne era colpito. Questa accezione verrà adoperata con un’accezione negativa, a mio modo di vedere erronea, per i sentimenti e le emozioni degli emigrati, degli esuli, degli sradicati, di chi rimpiange un tempo perduto e mitizza il passato. È ciò che possiamo chiamare “retrotopia” e “idealismo utopistico del passato”, il rimpianto di un buon tempo antico mai esistito. Spesso questa nostalgia è retorica, inautentica, di rimessa e ad alimentarla è chi non ha alcun autentico legame col passato, non ha mai conosciuto il mondo che intende idealizzare. In realtà anche il “rimpianto” può essere legato a un bisogno di presenza, a una insoddisfazione per il mondo attuale. Questo significa però che la nostalgia del passato non deve avere necessariamente un carattere consolatorio o postulare come possibile un ritorno a un tempo mitico e idealizzato, non comporta necessariamente un atteggiamento conservativo e reazionario. La nostalgia di ciò che è stato e non è più, degli uomini e delle donne che ci hanno preceduto, l’arte di raccogliere memorie, schegge, frammenti di ciò che è stato cancellato, anche in maniera violenta, può ed ha in molti autori (scrittori, poeti, filosofi, psichiatri, antropologi ecc.) un valore “sovversivo”, di critica del presente così come è, senza per questo voler tornare al passato. La nostalgia allora ripensa il passato nelle sue potenzialità inespresse, si interroga sulle vie mai imboccate da una modernizzazione esasperata, diventa sentimento che, guardando al passato, cerca di affermare un diverso presente. Ha insomma un carattere rigenerativo, senza essere sterile e lacrimevole rimpianto di un passato che è morto e che non può tornare, aggiungerei anche per fortuna. Da Baudelaire a Roth, da Alvaro a Pasolini, da Pontalis a Borgna, potremmo individuare una linea che vede nella nostalgia un sentimento positivo, ineludibile, fatto di ricerca di senso, di altrove appunto.

La nostalgia è legata ad un’età della vita?

No, anzi. Si può essere nostalgici nell’infanzia. Da bambino io avevo nostalgia di mio padre che era in Canada, di Toronto che non avevo mai visto e dei compagni di scuola che partivano e mi scrivevano lettere accorate e piene di nostalgia; ma io stesso avevo nostalgia di loro, avevo desiderio di andare. La nostalgia è anche attesa, dolore di chi resta ad attendere chi è partito.
Rimasti e partiti, Ulisse e Penelope, sono figure della stessa esplosione di un mondo.

Possiamo considerare Ulisse un prototipo di “nostalgico”?

Ulisse, in un certo senso, è il prototipo del “nostalgico”, l’individuo che vuole tornare a Itaca, a Penelope. In realtà non può tornare al punto di partenza. Non si torna mai del tutto una volta che si è partiti. E se si torna non si è più la stessa persona. Tutto, mentre Ulisse (o chiunque altro) immagina di tornare, è cambiato. Penelope, Itaca, sé stesso. Alla figura di Ulisse possiamo accostare, per contrasto, quella di Abramo, che sa di compiere un viaggio che non prevede ritorno, un esodo che è rivoluzione. In qualche modo già nell’antichità viene eroso il mito dell’eterno ritorno, anche se la concezione di un tempo circolare, non lineare, permane a lungo nelle società tradizionali e, per molti aspetti, resiste ancora oggi, in un periodo in cui l’idea di tempi sempre migliori e le magnifiche sorti progressive hanno subito uno scacco. Come vede già Kant, la nostalgia non ha a che fare tanto con il luogo perduto, ma con il tempo passato ed ecco, allora, chi parte, ma anche chi torna e chi resta deve fare i conti con la propria nostalgia, con l’impossibilità del ritorno o anche con la nostalgia dell’altrove. Credo che la nostalgia sia la condizione del Sapiens, sia quando parte sia quando resta. La condizione di chi avverte il passare del tempo, di chi cerca un senso, un approdo, una meta, di chi si domanda “che ci faccio qui”.

Quali risorse possiamo aspettare ci provengano dal sentimento della nostalgia?

La nostalgia è un sentimento insopprimibile, una condizione ineludibile. Bisogna prenderne atto, riconoscerla, farci i conti. Certo la nostalgia può diventare una malattia, un malessere insopportabile, se restiamo ancorati a un passato che non passa, che ci blocca, non ci fa vivere il presente. Ma oggi, nel tempo in cui tutta l’umanità è “a mezza parete” (secondo un’immagine che ci arriva dalla psichiatria e dalla letteratura), come l’alpinista non sa se andare avanti o indietro, la nostalgia ci spinge a criticare questo modello di sviluppo, a non essere ingenuamente ottimisti e nemmeno estremamente apocalittici. La nostalgia diventa una risorsa se riesce ad individuare una strada nuova, che non preveda o non pretenda un ritorno al mondo di prima che ci sta conducendo sul baratro, quasi alla “fine del mondo”: è una risorsa se sa recuperare quel che resta, se riesce a farci capire che l’uomo è anche emozione, sentimento, desiderio ed ha bisogno di sentirsi non dominatore, ma parte del pianeta. Se sente il senso della terra, dell’acqua, dei defunti, degli animali, se si misura con le proprie fragilità e i propri limiti, se non si considera onnipotente. La nostalgia è una risorsa se collegata a pietas, pena, pietà, misericordia, tenerezza, amore. Possono sembrare slogan, dichiarazioni di buone intenzioni, ma cosa ci resta se non vivere la nostra condizione e cercare sempre un senso che probabilmente non troveremo mai e che certo non consiste nella distruzione che compiamo quotidianamente del pianeta, della vita, della speranza, ma che significa fare i conti anche col dolore e con la disperazione.
………….......…………….

Vito Teti
Nostalgia
Pagine 296, Euro 20.00
Marietti 1820


Giornata della Memoria


“Le epoche di fervorose certezze eccellono in imprese sanguinarie”, diceva Elias Canetti.
Un’ondata di cruente certezze fu tra le cause dell’Olocausto.
Oggi, invece di consegnare alla storia universale dell’infamia quei tragici avvenimenti, assistiamo da più parti all’avanzare di tenebrosi negazionismi unitamente a minacce alle comunità israelitiche.
Per esempio, questo 2021 si è aperto – come si è appreso il 9 gennaio – con una lettera d’insulti e intimidazioni al MEIS di Ferrara.

La data per la “Giornata della Memoria” fu scelta per ricordare il 27 gennaio 1945, quando le truppe dell'Armata Rossa, nel corso dell'offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Oświecim (nota con il nome tedesco di Auschwitz).
Lì scoprirono l’atroce campo di concentramento e liberarono i superstiti. La scoperta d’Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l'orrore del genocidio nazista, della Shoah. Shoah, in ebraico significa “annientamento”; indica lo sterminio di oltre sei milioni d’ebrei ed è preferisco questo termine a “olocausto” per eliminare qualunque idea di religiosità insita in quest’ultimo.
I nazisti non furono soli nel commettere quel crimine contro l’umanità, furono aiutati da molti governi collaborazionisti e, prima ancora, dal fascismo italiano che il 6 ottobre 1938 promulgando le leggi razziali determinò la perdita dei diritti civili per 58mila italiani, parte dei quali poi deportati in Germania e 8mila di loro morti nei lager.
Infamia che discendeva dal ‘Manifesto della Razza’, pubblicato il 14 luglio dello stesso anno, firmato da 10 scienziati italiani, sorretti da altre 329 firme; per sapere chi erano e come agirono consiglio la lettura di un volume che segnalai tempo fa in queste pagine:I Dieci. .
Del resto, perché meravigliarsene? Il nostro è un paese in cui l’ex presidente del Consiglio dei Ministri Berlusconi alla vigilia di una Giornata della Memoria raccontò barzellette sui lager e ha definito “luoghi di villeggiatura” i paesi in cui il fascismo confinò gli oppositori.
In questi giorni, poi, vanno moltiplicandosi, manifestazioni, spesso impunite, che inneggiano a passati regimi che si resero responsabili di quelle stragi. Si sente dire che è necessaria al proposito un’azione culturale che spieghi e illumini. Sì, è così, ma quell’azione ha tempi omeopatici ed è necessario accompagnarla anche con energiche misure repressive ripetutamente mancanti nonostante leggi esplicite al riguardo.

Ho ricevuto parecchi comunicati che segnalano spettacoli e mostre per ricordare quel 27 gennaio del 1945. Citare alcune di quelle occasioni potrebbe significare escluderne altre, allora scontento tutti e scelgo di pubblicare le immagini di un’opera - Yolocaust - pubblicata dall'ottimo webmag Exibart.
È dell'autore satirico tedesco-israeliano Shahak Shapira autore che ha agito sul tema della Shoah dimostrando con i suoi fotomontaggi quanto non esiste limite alla stupidità di tanti che si fotografano in selfie durante una visita al Memoriale dell’Olocausto di Berlino.


Divieti agli ebrei


In foto il campo di concentramento di Fossoli allestito dagli italiani nel 1942.
Passarono per quel campo 2844 ebrei, di questi 2802 furono deportati

………………………………

Dal 1938 e fino all’abolizione delle leggi razziali nel 1944, questi i divieti imposti agli ebrei.

Gli ebrei:

Non possono essere iscritti al Partito Nazionale Fascista.
Non possono far parte di associazioni culturali e sportive.
Non possono insegnare nelle scuole statali né in quelle parastatali.
Non possono studiare nelle scuole pubbliche.
Non possono insegnare né studiare in accademie e istituti di cultura.
Non possono lavorare come insegnante privato.
Non possono entrare nelle biblioteche.
Non possono avere una radio.
Non possono sposarsi con italiani “ariani”.
Non possono, da cittadini stranieri, rimanere in Italia, né ottenere o mantenere la cittadinanza italiana se concessa dopo il 1919.
Non possono lavorare come notaio, giornalista, avvocato, architetto, medico, farmacista, veterinario, ingegnere, ostetrica, procuratore, patrocinatore legale, ragioniere, ottico, chimico, saltimbanco girovago, agronomo, geometra, perito agrario, perito industriale.
Non possono avere la licenza per il taxi.
Non possono fare i piloti di aereo.
Non possono lavorare in nessun ufficio della Pubblica Amministrazione.
Non possono lavorare nelle società private di carattere pubblico, come banche e assicurazioni.
Non possono prestare servizio militare.
Non possono essere proprietari o gestori di aziende.
Non possono essere proprietari di terreni o di fabbricati.
Non possono farsi pubblicità.
Non possono essere tutori di minori.
Non possono scrivere testi curati o commentati da autori ebrei, anche se scritti con “ariani”, tali testi non verranno adottati nelle scuole.
Non possono assumere domestici “di razza ariana”.
Non possono lavorare come portieri di stabili abitati da ariani.
Non possono avere nomi ebraici strade, scuole e istituti
Non possono comparire sugli elenchi telefonici..
Non possono pubblicare necrologi.
Non possono essere autori nei programmi radiofonici e nelle stagioni dei teatri.
Non possono fare gli attori, i registi, gli scenografi, i musicisti, i direttori d’orchestra.
Non possono essere autori di opere di pittura e scultura.
Non possono fare i fotografi.
Non possono fare i tipografi.
Non possono vendere oggetti d’arte.
Non possono vendere oggetti sacri, soprattutto se cristiani.
Non possono avere una rivendita di tabacchi.
Non possono lavorare come commerciante ambulante.
Non possono gestire agenzie d’affari.
Non possono gestire agenzie di brevetti.
Non possono vendere gioielli.
Non possono essere mediatori, piazzisti, commissionari.
Non possono vendere oggetti usati.
Non possono vendere apparecchi radio.
Non possono vendere libri.
Non possono vendere penne, matite, quaderni.
Non possono vendere articoli per bambini. Non possono vendere carte da gioco.
Non possono fare gli affittacamere.
Non possono gestire scuole da ballo e scuole di taglio.
Non possono gestire agenzie di viaggio.
Non possono lavorare come guida turistica.
Non possono lavorare come interprete.
Non possono gareggiare nelle manifestazioni sportive, perché espulsi dal Coni
Non possono frequentare luoghi di villeggiatura in luoghi considerati di lusso,
Non possono vendere alcolici.
Non possono esportare frutta e verdura.
Non possono esportare la canapa.
Non possono gestire la raccolta di rifiuti.
Non possono raccogliere rottami di metallo.
Non possono raccogliere lana da materassi.
Non possono tenere depositi né possono vendere carburo di calcio.
Non possono raccogliere né vendere indumenti militari fuori uso.
Non possono avere il porto d’armi.
Non possono avere concessioni per le riserve di caccia.
Non possono avere permessi per fare ricerche minerarie.
Non possono esplicare attività doganali.
Non possono tenere cavalli.
Non possono allevare piccioni.


Ebrei a Roma (1)

“Le ricerche longitudinali compiute in varie parti del mondo, ma anche in Europa, sul potenziale di sviluppo che l’asilo rappresenta sui bambini nell’arco della vita non lasciano dubbi a proposito. I bambini che frequentano asili di qualità hanno maggiori possibilità di affermarsi nella vita sia dal punto di vista degli apprendimenti culturali e quindi scolastici, sia dal punto di vista del successo individuale”
Così Daniele Novara, valoroso pedagogista e dirigente del CPP (Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti), in un suo articolo.
A queste conclusioni arrivarono già nella prima metà del secolo scorso gli asili israelitici, i primi a praticare tecniche didattiche e di trattenimento d’avanguardia.
Fin quando le leggi razziali fasciste non interruppero quell’esperienza costringendo dirigenti scolastici e bambini dapprima a una semiclandestinità. Dopo fu peggio.
Le persecuzioni in Italia colpirono, non a caso, l’ambiente di formazione sociale e quella agli studi. Lo ricorda, anche un libro uscito in questi giorni di Ugo Foà.
Mentre, poco prima di lasciarci mesi fa, Roberto Finzi ha scritto preziose pagine con “Cosa hanno mai fatto gli ebrei? .Dialogo fra nonno e nipote sull'antisemitismo.

La casa editrice Fefè ha pubblicato un vigoroso saggio che si sofferma su storia e tessuto culturale degli asili israelitici intitolato Ebrei a Roma Asili infantili dall’Unità alle Leggi Razziali.
L’autrice è Giovanna Alatri laureata in pedagogia, già docente montessoriana. da anni è collaboratrice del museo Storico della didattica “Mauro Laeng” di Roma (Università Roma Tre) e dell’Opera Nazionale Montessori.
Ha promosso molte iniziative culturali e realizzato mostre didattico-documentarie curandone i relativi cataloghi. Ha scritto articoli e saggi su vari aspetti dell’educazione, sempre privilegiando i primi decenni del XX secolo.

Scrive nella prefazione Riccardo Di Segni: “Di tutta questa vicenda, ancora poco nota e esplorata, parla questo lavoro di Giovanna Alatri che ne mette in evidenza alcuni aspetti significativi. L'autrice di questa ricerca ha sposato un Alatri, pronipote di Samuele Alatri che fu presidente della comunità ebraica per decenni, a cavallo della liberazione dal ghetto, e che ebbe importanti incarichi economici e politici nel Comune di Roma e nel Parlamento (…). Questo lavoro apre un'ulteriore finestra su un periodo storico che malgrado contributi di studi importanti lascia ancora molto da scoprire, e ci si augura che sia uno stimolo a ulteriori ricerche”.
Paolo Mieli introducendo il libro afferma: “In un precedente lavoro – «Gli asili d’infanzia a Roma fra Otto e Novecento» – Giovanna Alatri aveva già messo in rilievo la figura di August Froebel (1782 – 1852), geniale pedagogista tedesco che inventò il Kindergarten. Un asilo in cui sarebbero state messe a frutto qualità e risorse del bambino portato all’apprendimento con le tecniche del gioco (…) Ci vorrà, però, del tempo, come fa intendere Giovanna Alatri affinché il contributo dato dagli Asili isaelitici alla riforma froebeliana sarà fondamentale".

Dalla presentazione editoriale

«L'arrivo del Regio Esercito Sabaudo a Roma, nel settembre del 1870, segnò, per gli ebrei di Roma, ultimi tra gli ebrei viventi in Italia, l'emancipazione da tempo desiderata. Per i circa quattromila ebrei che vivevano nel ghetto iniziò una nuova era che comportò cambi di ogni tipo, nella vita privata e in quella pubblica. Le forme organizzative comunitarie vennero ristrutturate mentre lo stesso storico quartiere dove erano stati rinchiusi per secoli venne demolito. Un problema fondamentale da gestire era, come sempre, quello assistenziale; la struttura sociale della comunità era di tipo piramidale con una larga base di indigenti e strati sempre più sottili di benestanti che dovevano sopperire alle loro necessità. In questa situazione il supporto all'infanzia rappresentava una componente essenziale. Durante il periodo del ghetto funzionavano due asili distinti, uno per i maschi e l'altro per le femmine. Dopo il 1870 fu avvertita la necessità di riordinare questo servizio, accorpando i due asili, dargli una organizzazione funzionante, una sede dignitosa e un indirizzo pedagogico efficiente. Fu un lavoro lento che durò decenni; la sede inizialmente si spostò da un locale all'altro nel vecchio e malsano ghetto in attesa di demolizione e solo nel 1913 fu possibile avere sul Lungotevere Sanzio una palazzina dedicata a questo scopo. I programmi furono sistematizzati e particolare attenzione fu dedicata ai metodi educativi, introducendo i concetti pedagogici froebeliani che per l'epoca erano una novità».

Segue ora un incontro con l’autrice.


Ebrei a Roma (2)

A Giovanna Alatri (in foto) ho rivolto alcune domande.

Quale la principale motivazione che l’ha spinta a scrivere questo saggio?

Avendo insegnato per alcuni anni nella scuola dell’infanzia, ho maturato un particolare interesse per la storia dell’educazione infantile del nostro paese; inoltre, motivi familiari mi hanno stimolata ad approfondire le vicende degli asili israelitici romani: mio marito e i miei figli appartengono alla stessa famiglia di Samuele e Giacomo Alatri di cui scrivo nel libro, protagonisti della vita culturale della Comunità ebraica romana a cavallo tra ’800 e ’900.

Come si apprende dalle sue pagine il contributo degli Asili israelitici fu determinante nell’affermazione del Kindergarten froebeliano. In che cosa il pensiero di quel grande pedagogista trovava particolare accoglienza presso la cultura della dirigenza degli Asili?

Ritengo che l’adozione del metodo froebeliano negli asili israelitici sia dovuto principalmente alla presenza nella istituzione di Vittore Ravà, quale responsabile della didattica; studioso, autorevole funzionario del Ministero dell’Istruzione e convinto sostenitore del pedagogista tedesco, della sua “visione” dell’uomo e dei suoi principi educativi, condivisi totalmente non solo da Giacomo Alatri ma anche dai suoi successori.

Che cosa ne fu dell’educazione scolastica dei ragazzi ebrei con le leggi fasciste del 1938?

Le leggi razziali del ’38 crearono profonde lacerazioni nella intera società e procurarono alle famiglie ebraiche dolorose ferite, non solo a bambini e ragazzi ma a tutti coloro che appartenevano al mondo della scuola, i quali tutti seppero tuttavia trovare rimedio a quelle profonde ingiustizie e, quando possibile, opportune soluzioni; quanto agli asili romani, grazie proprio alla loro nuova sede, riuscirono ad ospitare varie classi di alunni che erano stati privati del diritto di studiare nelle scuole pubbliche e costretti a separarsi da compagni, amici, insegnanti.

Viviamo anni in cui anche in Italia si ripresentano minacciose ondate razziste e pure dichiaratamente antiebraiche. Dal suo osservatorio di studiosa di storia, a chi e a che cosa fa risalire la responsabilità di quanto accade?

Tengo a precisare che non sono una storica ma piuttosto una persona interessata ai temi educativi riguardanti l’infanzia, cui mi sono dedicata per molti anni, nella pratica e nella teoria. Sono comunque convinta che gran parte di questa tendenza verso tante, troppe, forme di “razzismo”, sia dovuta al bassissimo livello culturale raggiunto in questi ultimi anni nel nostro paese. Gli Asili israelitici, rappresentano sicuramente un esempio storico di cosa andrebbe fatto anche ai giorni nostri: privilegiare – nell’azione di governo complessiva come anche nelle piccole pratiche quotidiane – lo stimolo (anche economico) a tutte le attività culturali, in particolare a quelle rivolte ai giovani, a partire dai loro primi anni di vita.

………………..….......…………

Giovanna Alatri
Ebrei a Roma
Prefazione di Riccardo Di Segni
Introduzione di Paolo Mieli
Pagine 130, Euro 12.00
Fefè Editore


Mezzogiorno di Scienza


La casa editrice Dedalo ha pubblicato un saggio singolare perché esplora un territorio storico pochissimo frequentato nella sua complessità politica e sociale.
Titolo: Mezzogiorno di scienza Ritratti d'autore di grandi scienziati del Sud.
Curatore del volume: Pietro Greco scomparso il 18 dicembre scorso.
Questa è una storia che pare uscita dalla penna di Borges.
Greco mentre scrive sui 14 scienziati che ricorderà nel libro non sa che a quei nomi va tragicamente associato un quindicesimo: il suo. Perché è lo storico che li rievoca.
“Con la morte di Pietro Greco” – dice la senatrice a vita Elena Cattaneo, biologa dell'Università Statale di Milano – "perdiamo un uomo gentile, un giornalista competente e rigoroso, di grande cultura scientifica, che riusciva a trasmettere a chiunque lo ascoltasse o leggesse. Ci lascia un grande professionista, un riferimento per la comunicazione scientifica, di cui sentiamo già la mancanza".

Così Greco scrive nella Prefazione di questo suo ultimo volume.
"Esiste una sterminata letteratura sulla storia del Mezzogiorno e sul suo essere perennemente in bilico tra modernità e arretratezza. Non è nello scopo di questo libro entrare nel merito della condizione generale del Meridione in rapporto al resto d’Italia e d’Europa. Il nostro obiettivo è più limitato, ma non meno importante. Osservare il Sud da un angolo particolare, solo in apparenza ristretto: quello della scienza e degli scienziati.
Vogliamo raccontarvi le storie di 14 donne e uomini nati nel Mezzogiorno tra Settecento e Novecento e che hanno svolto attività scientifica in maniera particolarmente brillante (…) Le storie che vogliamo raccontarvi dimostrano che gli scienziati del Mezzogiorno non solo fanno parte a pieno titolo della storia della scienza italiana – anzi, della storia universale della scienza – ma hanno partecipato in maniera intensa alla vita culturale, sociale e politica dell’Italia e dell’Europa (…) Gran parte dei problemi presenti prima e dopo l’Unità d’Italia li ritroviamo, in forme diverse ovviamente, ancora oggi. Il Mezzogiorno continua ad avere la capacità di dare i natali e di formare un insieme abbastanza vasto di “grandi intellettuali” (scienziati compresi) pur in un quadro di perdurante inadeguatezza delle strutture istituzionali. Le sue università continuano a lamentare carenze strutturali. I giovani laureati sono, oggi più che mai, costretti a migrare verso il Centro e il Nord del Paese, se non all’estero (dove mietono notevoli successi). Molti, troppi dei suoi giovani vanno a studiare lontano per laurearsi.
Il fenomeno è abbastanza generale. Riguarda tutto il panorama culturale. Perché allora interessarsi solo di scienza e scienziati del Mezzogiorno?
Per un semplice fatto: viviamo nella società della conoscenza. E, dunque, nell’economia fondata sulla conoscenza. Molti sostengono che siamo nel pieno della terza grande transizione nella storia dell’economia di Homo sapiens. Dopo quella di dieci millenni fa o giù di lì, dalla raccolta e dalla caccia all’agricoltura e all’allevamento, dopo quella di un paio di secoli fa, con l’avvento dell’economia industriale, eccoci a un nuovo passaggio, verso la società e l’economia fondate sulla conoscenza.
Questa nuova era che si affaccia cammina, come sottolinea il sociologo Luciano Gallino, su due gambe: la produzione senza fine di nuova conoscenza scientifica e la trasformazione incessante delle nuove conoscenze scientifiche in tecnologie.
La società democratica e l’economia solidale della conoscenza sono uno dei pochi – se non l’unico – strumento che ha oggi il Mezzogiorno d’Italia per uscire fuori dalle sue rinnovate difficoltà. Ma per fare questo, per fare in modo che quella della conoscenza diventi una società democratica, c’è bisogno di più scienza, non di meno scienza (…) A raccontare le storie di quelle 14 figure di scienziati, salvo una sola eccezione, sono comunicatori di scienza a loro volta meridionali. No, non è che intendiamo chiuderci nel nostro orticello, per quanto bello e ricco di storia esso sia. Al contrario vuole essere una testimonianza di come gli uomini di scienza nati nel Mezzogiorno hanno saputo legare strettamente le loro terre e la loro attività all’Italia, all’Europa e, sempre più, al resto del mondo".

Ecco i nomi dei quattordici scienziati ricordati da Pietro Greco in “Mezzogiorno di scienza”. Accanto ai loro nomi gli studiosi che ne hanno riferito nel volume.

Domenico Cirillo (1739 – 1799) di Francesco Paolo de Ceglia

Oronzo Gabriele Costa (1787 – 1867) di Rossella De Ceglie

Stanislao Cannizzaro (1826 – 1910) di Pietro Greco

Maria Bakunin (1873 – 1960 di Corinna Guerra

Mauro Picone (1885 – 1977) di Carla Petrocelli

Domenico Marotta (1886 – 1974 di Pierluigi Argoneto

Francesco Giordani (1896 – 1961) di Gaetano Prisciantelli

Renato Caccioppoli (1904 – 1959) di Barbara Brandolini e Guido Trombetti

Ettore Majorana (1906 – 1938) di Roberto Bellotti

Filomena Nitti Bovet (1909 – 1994) di Nicoletta Guaragnella

Renato Dulbecco (1914 – 2012) di Francesca Buoninconti

Felice Ippolito (1915- 1997) di Romualdo Gianoli

Eduardo Caianiello (1921- 1993) di Massimo TemporelliEnnio De Giorgi (1928 1996) di Sandra Lucente

………………………….………….

Mezzogiorno di scienza
A cura di Pietro Greco
Illustrazioni di Francesco Dabbicco
Pagine 256, Euro 17.00
Edizioni Dedalo


HA


Chi è Roberto Paci Dalò (in foto) e perché parlano così bene di lui?
Per cominciare, potete conoscere il suo profilo con un CLIC-

Introducetevi adesso nei suoi Giardini Pensili

Entrate ora in alcune sue opere.
Ad esempio: Ye Shanghai.

Oppure .De bello Gallico. Ma in Rete ne trovate altre ancora.

Consigliabile anche uno sguardo al libro d’artista .Ombre.

Così com’è da non trascurare la sua capacità di organizzare simposi specialistici sul suono radiofonico, un maiuscolo esempio lo trovate con LADA 95.

Circa interviste con lui, c’è in Rete l’imbarazzo della scelta. Provate QUI dove troverete quale intervistatore Lello Voce.

Non sorprende che tra i sodali di Paci Dalò si trovi Pinotto Fava, teorico dei nuovi media nonché protagonista europeo nell’ideazione di spazi radiofonici sperimentali. In Rai, ad esempio, ideò Audiobox (competentemente chiuso alcuni anni fa dalla dirigenza di Radio 3) che ha visto più volte impegnato Roberto il quale ha voluto Fava tra i suoi vicini nella creazione di Usmaradio.

Ora soffermiamoci su di un’opera che ha tenuto impegnato Paci Dalò per due anni e mezzo,
È stata presentata il 27 dicembre 2020 su Ö1 ORF Kunstradio (il primo canale della radio austriaca).
Titolo “HA”, un lavoro sulla voce di Hannah Arendt filosofa e storica tedesca (Hannover, 14 ottobre 1906 – New York, 4 dicembre 1975).
L’ascolto è possibile nel sito del programma Kunstradio che lo ha prodotto.
Questa l'area con tutte le informazioni sull'opera:
L’autore consiglia ascolto in cuffia.


Alfaville


No, non è uno dei miei errori, scandalosamente frequenti, scrivere quella parola senza ph al posto di effe.
Qui non si tratta del film di Jean-Luc Godard “Alphaville” del 1956, né dell’omonimo gruppo tedesco pop/rock che raggiunse il successo nel decennio 1980.
Si chiama, infatti, Alfaville una rivista che dal primo gennaio di quest’anno, e per tutto il 2021, il sito dell'associazione Alfabeta, ne organizza la programmazione intorno a un unico filo conduttore: l'evoluzione della città contemporanea.
L'obiettivo è sperimentare una forma diversa di rivista online riflettendo insieme su un argomento che, in un modo o nell'altro, ci riguarda tutti.
Per uno sguardo su Alfaville: CLIC!


Riassunto delle puntate precedenti.
Al momento della chiusura della rivista Alfabeta2, nel settembre 2019 i soci dell’Associazione Alfabeta, nata tre anni prima per sostenere la rivista, hanno deciso di mantenere attiva l’Associazione per dare vita a nuovi progetti che proseguano l’azione culturale di intervento critico alla base di Alfabeta2.
Alfaville è lo spazio virtuale dell’Associazione e si apre all’esterno come luogo di condivisione e di confronto.

Presidente dell’Associazione Alfabeta è Maria Teresa Carbone: giornalista, autrice e traduttrice, È stata responsabile della sezione Arti del settimanale pagina99, ha lavorato alle pagine culturali de il Manifesto, Monde Diplomatique e per diverse testate italiane e straniere.
Con Nanni Balestrini ha curato in tv il programma Millepiani (Cult) e il sito "Zoooom. Letture e visioni in Rete".

Vicepresidente è Andrea Cortellessa, critico letterario e storico della letteratura. Professore associato presso il corso di laurea in Comunicazione dell'Università degli Studi Roma Tre, dove insegna Letteratura italiana contemporanea. Altre notizie su Wikipedia.

Tesoriere Michele Rak: studioso e critico letterario. Ha ricostruito tradizioni, generi e teorie della cultura italiana del Sei-Settecento e ha studiato i processi di trasformazione e i linguaggi dell’arte nell’epoca dei media..

Alfaville: Maria Teresa Carbone (coordinamento), Maria Mattei (social media), Antonella Sbrilli (arte), Lucia Tozzi (città)

Per abbonarsi: 20 euro, intestati a Alfabeta Associazione
Iban: IT 02 J030 6903 2191 0000 0009 127


Un anno con Mozart

Cos’è una data? Autrice di “Memoria per le date, date per la memoria” (Guaraldi) nonché ideatrice dello splendido sito Dicono di oggi, ecco come vede la data Antonella Sbrilli: Composta da numeri o da numeri e dalla parola che indica il mese, la data partecipa di una natura pubblica e privata, amministrativa e identitaria, predispone una cornice alla dispersività e alla compresenza dei fatti accaduti e del loro collocarsi nel ricordo. Fra le numerose definizioni del calendario, vera miniera di metafore, risalta la riflessione di Walter Ong, il quale ha argomentato che è un modo di addomesticare il tempo, trattandolo come uno spazio.
Le date con la loro successione segnano le nostre vite forse conservando memoria di cose a noi stessi sfuggite, così come alcune restano indelebili per avvenimenti lieti o tristi che hanno marcato quel tal giorno.
Nella loro sembianza, innocente e terribile al tempo stesso, assumono forma di calendari, lapidi, diari, guide turistiche.

Il libro che presento oggi ha un carattere e un destino particolari perché pur strutturato per date non appartiene a nessuna delle quattro categorie citate due righe sopra.
Lo dobbiamo alla casa editrice Neri Pozza che lo ha edito con il titolo Un anno con Mozart.
Ne è autrice Clemency Burton-Hill .
Giornalista radiofonica della Bbc e di altri programmi musicali radiofonici, televisivi e online. Collabora con Observer, The Economist, 1843 Magazine, ft Weekend, The Guardian and the Telegraph. È anche editorialista di musica classica per BBC Culture e una pluripremiata violinista che ha suonato in tutto il mondo con la direzione di importanti direttori, tra cui Daniel Barenboim. Cofondatrice dell’Aurora Orchestra e patrona di organizzazioni benefiche per l’educazione artistica e musicale Vive a Londra.

Il titolo può far pensare a un volume dedicato esclusivamente a Mozart, però il sottotitolo in copertina chiarisce: Bach, Gershwin, Puccini e gli altri. Un brano musicale per ogni giorno dell’anno, ma nelle pagine anche musica leggera e rock.and roll.
Il volume è svolto su un cursore che attraversa brani famosi e meno famosi di ognuno dei quali, in una sola pagina, è illustrata l’epoca in cui nacque quella composizione, le linee principali dello stile del suo autore.
Ottimo libro per navigare nello sterminato scenario musicale, è un volume che pur procedendo per date che si susseguono giorno per giorno non è consegnato a un anno particolare, ma è valido per qualunque anno del nostro calendario. Perciò si presta anche ad essere un intelligente regalo sganciato da una precisata annata. Regalo sia per appassionati di musica sia per quelli che possono diventarlo. E questo perché la playlist selezionata da Clemency Burton-Hill in “Un anno con Mozart” può essere ascoltata e condivisa su Spotify.

Dalla presentazione editoriale

«Gli esseri umani producono musica – così è sempre stato e sempre sarà – e la capacità della musica di esplorare, esprimere e toccare la nostra umanità resta uno dei doni più grandi che possediamo. Ma la vita moderna è sempre più estenuante e frammentata, e in pochi riescono a ritagliarsi ogni giorno del tempo per ascoltare musica, benché diversi studi scientifici dimostrino che la musica può agire come un potente tonico mentale, migliorando le nostre giornate. La musica, infatti, ci abbaglia, ci commuove, ci riempie di energia o rasserena; ci fa piangere, pensare, ridere o ci toglie il fiato. Per vivere, per essere ascoltata e suscitare emozioni, la musica ha, tuttavia, bisogno di ascoltatori, pubblico, testimoni. È come un prezioso scrigno che necessita di essere aperto di tanto in tanto per mettere in mostra i suoi tesori. Un anno con Mozart vuole offrire uno sguardo su questi inestimabili tesori suggerendo un brano al giorno da ascoltare per un anno; raccontando, insieme, il contesto in cui il brano è nato e qualche illuminante aneddoto sul suo compositore. Attraverso mille anni di musica classica, 366 opere e 240 compositori, Un anno con Mozart inizia con un Bach liturgico il primo giorno di gennaio e termina con Strauss il 31 dicembre. Lungi dall’essere un’enciclopedia completa del canone classico o una guida in senso tecnico e musicologico, il libro, corredato dalle playlist, costituisce un invito a trascorrere ogni giorno qualche piacevole ora in compagnia di alcuni grandi brani di musica classica e dei loro compositori, un invito che permette, ad un tempo, di comprendere meglio il modo in cui le forme della musica classica si sono evolute nel periodo medioevale, rinascimentale, barocco, classico, romantico e moderno».

……………………………

Clemency Burton-Hill
Un anno con Mozart
Traduzione di Maddalena Togliani
Pagine 454, Euro 22.00
Neri Pozza


Art Consulting


Un anno fa mi occupai di un libro di Vera Canevazzi intitolato Professione Art Consultant con una premessa di .Ilaria Bignotti.

Ora quei due nomi sono uniti in un’impresa che vede Bignotti consulente curatoriale per il progetto: “Art Consulting Goes Digital”.
Si tratta di nuovi servizi digitali: – Augmented Reality Gallery, Augmented Reality Advisory, Augmented Reality Exhibition.
Opere di artisti emergenti o storici, mostre curatoriali, monografiche o collettive, saranno fruibili non in uno luogo fisico o virtuale ma nelle abitazioni di ciascun utente: una nuova frontiera dell’art consulting e dell’art advisory.


Dal comunicato stampa.

«Nel corso degli ultimi anni nell’ambito museale sono state sperimentate, attraverso l’utilizzo della tecnologia, diverse soluzioni volte a ottenere un maggior coinvolgimento del
pubblico, anche geograficamente distante, attraverso la creazione di percorsi virtuali, visitabili dal web, o l’utilizzo in loco di allestimenti interattivi oppure basati sulle dinamiche della gamification.
Nel 2020 a causa della pandemia l’utilizzo della tecnologia da parte del settore artistico ha
conosciuto una notevole velocizzazione, soprattutto nell’ambito del mercato dell’arte.
Gallerie private, fiere d’arte e case d’asta per ovviare all’impossibilità di mostrare fisicamente le opere ai collezionisti sono ricorse all’utilizzo di gallerie virtuali, in cui è possibile vedere le esposizioni in corso, e viewing room, sezioni accessibili tramite il loro sito web con approfondimenti dedicati ad alcune opere.
Questa accelerazione della fruizione digitale dell’arte ha avuto dei risultati notevoli, perché
ha avvicinato al settore nuovi collezionisti e appassionati, proprio grazie a una modalità che semplifica l’acquisto: i visitatori possono vedere le opere anche se si trovano dall’altra parte del mondo e possono accedere ad alcuni dati che prima erano tenuti riservati, come ad esempio i prezzi delle opere, ovviando così, sia pure parzialmente, a uno dei problemi del settore artistico: l’opacità delle informazioni.
Tuttavia, sebbene gli ottimi risultati raggiunti, le gallerie virtuali presentano un grande
limite invalicabile: gli spazi sono completamente fittizi, ridisegnati e renderizzati, per cui la
fruizione rimane nella sfera dell’immaginazione e si perdono così i reali rapporti materici tra l’arte, lo spazio e il visitatore. Si è persa la percezione della consistenza materica delle
opere, della loro fisicità, del loro essere parte integrante di un luogo; si è indebolito
l’intricato sistema relazionale che esiste tra l’opera, ciò che la circonda e chi la osserva.
Per superare alcuni di questi limiti dovuti alla fruizione virtuale dell’arte e anche per facilitare una visione sempre più allargata delle mostre, ecco la proposta di nuovi servizi collegati alla realtà aumentata e alla mixed reality: https://www.vera-artconsulting.com/featured_item/art-consulting-goes-digital/

Vera Canevazzi
Email: info@vera-artconsulting.com
Via Eleuterio Pagliano, 11 – 20148 Milano
(+39) 338 – 120 12 42


Pari&Dispari (1)


Devo la conoscenza dell’Archivio Pari&Dispari a Valerio Miroglio che me ne parlò per primo alla fine degli anni ’70 preconizzando un grande avvenire per quel Centro perché aveva grande stima della fondatrice Rosanna Chiessi (Latina 11 maggio 1934 - Reggio Emilia 7 marzo 2016).
Quella previsione di Miroglio si è rivelata esatta perché oggi l’Archivio Pari&Dispari grazie proprio all’intuito, alla creatività, all’entusiasmo unitamente a una sapiente esplorazione del nuovo di Rosanna Chiessi è diventato una realtà culturale internazionale.
Tra i suoi principali meriti c’è l’impegno profuso nel fare conoscere in Italia il Gruppo Fluxus e le sue pratiche che influenzarono (e ancora influenzano oggi in versioni elettroniche) le creazioni di artisti italiani che, non a caso, troviamo in larga parte proprio nell’Archivio di Reggio Emilia.

In foto: Ann Tardos Sunset Rosanna, Ritratto eseguito a New York nel 1990
Serigrafia su tela, 60x75 cm


Nel corso di questo special avremo modo di conoscere la storia dell’Archivio, le sue tappe, i nomi che ne fanno un importante punto di riferimento delle arti visive per artisti, critici, studiosi italiani e stranieri.
Per farlo, estraggo dalla Rete quest'intervista.

Dopo la sua scomparsa, la sua opera è stata ricordata (spero di non omettere citazioni) dalla Biblioteca Panizzi che ha costituito il fondo “Rosanna Chiessi, Archivio fotografico storico-artistico Pari&Dispari", composto da 54 album fotografici.
E ancora: nel 2018 il Museo MAMbo di Bologna le ha reso omaggio con l'esposizione “Rosanna Chiessi. Pari&Dispari”. Per l'occasione dall'editore Danilo Montanari è stato pubblicato l’omonimo volume con biografia, testi antologici, eventi ed attività.

Segue ora un incontro con Laura Montanari, figlia di Rosanna, oggi curatrice dell’Archivio.


Pari&Dispari (2)

A Laura Montanari, curatrice dell’Archivio Pari&Dispari ho rivolto alcune domande.

Chi è stata tua madre Rosanna Chiessi?

È stata un'editrice e gallerista, promotrice di avanguardie artistiche, scopritrice di talenti del secondo Novecento. In un arco temporale di oltre cinquanta anni ha lavorato con artisti di tutto il mondo, in particolare dell'area concettuale italiana, poeti visivi, Azionismo Viennese, Fluxus, arte performativa e movimento Gutai. Ha organizzato eventi, festival, esposizioni, installazioni, concerti, partecipato a fiere internazionali, anche in collaborazione con musei. La ricerca di una identità tra arte e vita ha guidato le sue scelte e passioni, individuandone la realizzazione nelle arti performative.
Cronologicamente l’attività editoriale è stata la prima cui si è dedicata.
Nel 1969, dopo aver avuto una vera e propria folgorazione a Basilea per Joseph Beuys, è a Roma dove inizia a produrre edizioni d’arte e conosce Emilio Villa, che definisce suo maestro. Nel 1972, a Reggio Emilia, inizia l’attività di Pari&Dispari…

…con il logo divenuto celebre

Sì, con il logo della doppia chiave realizzato da Giulio Bizzarri.
Le Carte da gioco 40+1+3 sono la sua prima prova: con una trovata felice Rosanna trasforma il gioco delle carte in un’operazione artistica.
Coinvolge così alcuni tra i maggiori nomi del panorama italiano: fu un bel successo.
All’inizio degli anni ’70 conosce il movimento Fluxus attraverso Joe Jones, incontro che qualificherà l’attività di Rosanna per gli anni a venire.
Ne saranno coinvolti Takako Saito, Philip Corner, Ben Patterson, Geoffrey Hendricks, Jackson Mac Low, Bob Watts, Dick Higgins, Alison Knowles, Emmett Williams, Charlotte Moorman, Eric Andersen, Nam June Paik, Coco Gordon, AY-O e molti altri.

Fra i quali parecchi italiani. Puoi fare dei nomi?

Franco Vaccari, Adriano Spatola, Corrado Costa, Valerio Miroglio, Franco Guerzoni, conobbe e lavorò anche con Giuseppe Desiato ed Hermann Nitsch. Negli anni ’70 e ’80 le case di mia madre a Reggio Emilia e Cavriago, divengono centro di produzione di opere, di performance, festival, mostre, laboratori, in un clima di grande apertura e creatività. Nella prima parte degli anni’90 opera a Capri a casa Malaparte, trasformata in una “residenza d’artista”, luogo di tanti incontri.
Dal 1997 all'inizio del nuovo Millennio Rosanna svolge principalmente l'attività di gallerista a Reggio Emilia e a Berlino, dove aprì la prima galleria italiana.

Agli anni del nuovo secolo, se non ricordo male, l’Archivio apre all’Oriente

Ricordi bene. Fu allora che iniziò la collaborazione con i giapponesi del Gutai – parola che significa "concreto", in opposizione ad "astratto" – che porta Rosanna a diventare uno dei maggiori promotori, a livello internazionale, dell’opera di Shozo Shimamoto. Dal 2007 poi, è attiva di nuovo anche a Capri dove organizza eventi non solo di artisti Gutai, ma anche spettacolari installazioni artistiche in via Krupp.

Dopo la scomparsa di tua madre qual è stata l’attività dell’Archivio Pari&Dispari?

Mi sono promessa di seguire una strada che storicizzasse il lavoro di Rosanna sulle avanguardie dagli anni ’60 in poi. E qui, come tu hai ricordato poco fa, si è avuto il Fondo con i 54 album fotografici che ho fatto avere alla Biblioteca Panizzi e l’esposizione al Museo MAMbo di Bologna.
Nell’anno appena trascorso, nonostante le difficoltà a causa della pandemia, è stata inaugurata una mostra dell’artista Gutai, Shozo Shimamoto nella galleria internazionale Cardi, nella sede di Milano.

Qual è il pubblico che frequenta l’Archivio?

Il clima di libertà e creatività che ha caratterizzato l’Archivio fin dai suoi primi anni ha incoraggiato da sempre un pubblico variegato. Ovviamente le persone più interessate sono quelle motivate dai materiali dell’Archivio storico Pari/&Dispari (opere, documentazione, fotografie, siti web, e altro ancora), quindi, sono in primo luogo Musei, Biblioteche, Fondazioni, Gallerie, poi collezionisti, artisti, e tanti studiosi (in particolare giovani universitari), non solo italiani.

Quale effetto ha avuto sull’Archivio l’emergenza sanitaria e quale futuro aspetta l’Archivio?

Jn grande aumento della frequentazione del sito in Rete. Da un’indagine statistica ho verificato che durante il periodo di lockdown il nostro website che offre informazioni e notizie ha registrato un numero di accessi in salita ed anche in questi ultimi giorni rileviamo un aumento dei contatti.
Per il futuro mi propongo di arricchire ulteriormente il materiale presente corredandolo con quanto su di esso viene scritto dagli studiosi e dai giornalisti specializzati senza far mancare attenzione a quanto viene prodotto dalle tv e dalla videoarte che si riferisce alle correnti cui Rosanna ha dedicato la sua vita.


Pai&Dispari (3)


Sono molte le testimonianze di stima e affetto verso l’Archivio.
Impossibile riportarle tutte.
Eccone un breve elenco. Mi scuso per i tanti nomi assenti.


° Valerio Dehò (critico d’arte)

Non etichettabile. Rosanna Chiessi è una personalità inconfondibile nel panorama dell’arte contemporanea non solo italiana. Fuori dagli schemi, sempre alla ricerca della qualità nella sperimentazione più avanzata.

° Franco Vaccari (artista)

Rosanna era un vulcano di idee e realizzava progetti che, negli anni Settanta, non erano affatto comuni… Rosanna Chiessi è stata un crogiuolo di iniziative non usuale vedere in Italia e in Emilia Romagna in particolare, perché ha avuto delle punte di avanguardia e delle anticipazioni notevoli.

° Ivanna Rossi (scrittrice)
Rosanna ci ha lasciato soprattutto il ricordo indelebile di una grande apertura, creatività e simpatia umana, e l’insegnamento che si può fare arte per divertimento e per stare bene insieme.

° Pierre Restany (critico d’arte)
Un frammento di ordine umano nel caos universale, 1995
Tutta l’esistenza di Rosanna Chiessi è stata dedicata a questo vivere l’arte nelle sue espressioni vitali…. l’arte della performance e degli interventi multimediali, l’arte che si avvicina al ritmo affettivo ed esistenziale della vita. In questo amore per la devianza espressiva, per “l’altra faccia dell’arte”, darà alla sua esistenza l’ordine e il rigore di una profonda logica interna...

° Franco Guerzoni (artista)

L’azione di Rosanna sul mio lavoro, fin dall’origine, è stata utile e nutritiva al punto di costituire una ricchezza anche nell’oggi, novembre 2011
Rosanna è stata, ed è, carburante prezioso per chi guarda l’arte contemporanea, donna sempre rivolta al futuro, che corteggia le forme dell’arte nel loro immaginato divenire.

° Eugenio Miccini (artista, poeta)
Sempre altrove dai grandi luoghi e dai grandi capitali, Rosanna fonda centri, laboratori, archivi, attività editoriali. Un fervore più o meno clandestino di artisti, poeti, musicisti, performer, che disertavano la cultura ufficiale, circolava come il sangue nuovo sotto una ferita, sempre con la sensazione di partecipare a una festa. Il tratto comune di queste reciproche seduzioni era ed è ovviamente un disegno culturale comune, una vivace disposizione sperimentale, un’ansia di ricerca e di creatività eccezionali.

° Corrado Costa e Fiorenza Sarzi Amadé (poeta e studiosa d’arte)

Pari&Dispari ha sempre rappresentato una nuova maniera di fare arte, ha voluto indicare una strada nuova, diversa di produrre arte, una strada possibile, non assoluta, comunque fuori dagli schemi convenzionali e da regole fisse, ha proposto tendenze artistiche di un’avanguardia oltranzista ancora sconosciuta in Italia……

° Renato Barilli (docente e critico d’arte)
Pari&Dispari 25 anni di Seduzione, 1995

… lo Spirito vivente dell’Arte le deve essere apparso sottraendola imperiosamente al destino di una brava signora di provincia, intenta a cure molto prosaiche e comuni, per dirottarla invece sui sentieri esaltanti ma difficili della ricerca più avanzata…..

° Fabiola Naldi (docente e critico d’arte), L’insostenibile leggerezza dell’arte”
catalogo mostra MAMbo Rosanna Chiessi/Pari&dispari, 2018

Rosanna Chiessi ha avuto l’istinto del vero critico militante pur non essendolo; ha saputo, pur guardando al procedere estetico contemporaneo con tutti i pregiudizi del proprio gusto, cogliere le testimonianze più “estreme” nel loro precedere vitale.

° Giordano Gasparini (direttore della Biblioteca Panizzi RE), catalogo mostra MAMbo Rosanna Chiessi/Pari&dispari, 2018

Rosanna, anche per la sua formazione e il suo impegno civico e politico, pensava e voleva davvero che il suo lavoro, pur consapevole delle difficoltà, potesse arrivare ed essere compreso da tutti, per questo amava spiegare, discutere, fare incontrare gli artisti con i cittadini, vivere i suoi progetti tra la gente.

° Valeria Ceregini (curatrice e critico d’arte) Juliet n°192, aprile maggio 2019

Scopritrice di talenti e di avanguardie, ha permesso all’Italia degli anni ’70 di conoscere il movimento Fluxus, l’Azionismo Viennese, la performance internazionale e il movimento Gutai… La funzione divulgativa dell’arte, l’idea di museo domestico fanno di Rosanna una donna coraggiosa in grado di sostenere l’arte e i suoi artisti, cosa rara ormai oggigiorno dove si verifica sempre di più un impoverimento e un isolamento culturale e sociale.

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Pari&DispariArchivio
e-mail: paridispariagency@libero.it
Via Sante Vincenzi 1
Reggio Emilia


Le macchine nubili (1)


La casa editrice Castelvecchi ha pubblicato un importante saggio d’originale forma di scrittura che pur scorrendo su di un cursore narrativo si tiene lontano da romanzerie. Un vertiginoso dialogo fra macchine esistite nella storia della tecnologia, del cinema, della letteratura.
Da Palomilla, robot fototropico inventato negli anni ’40 del secolo scorso da Robert Wiener a Erika, robot cinese del 2018 la prima tv anchor-woman, passando attraverso altre figure quali, ad esempio Faustine, 1914, che agisce in Locus Solus di Raymond Roussel a Sophia costruita nel 2015 da Hanson Robotics, primo robot che pensa e può essere incerta e tante altre poupees mecaniques di secoli fa oppure contemporanee.
Titolo:Le macchine nubili.
Ne è autrice Brunella Antomarini
Docente di Estetica e Filosofia contemporanea presso la John Cabot University di Roma, ha una formazione multi-disciplinare che va dall’estetica all’epistemologia contempora­nea, all’antropologia filosofica e al post-umanesimo.
È autrice, tra l’altro, di L'errore del maestro (2006); Pensare con l'errore (2007); La preistoria acustica della poesia (2013), The Maiden Machine. Philosophy in the Age of the Unborn Woman (2013).

Dalla presentazione editoriale

«Palomilla è una macchina in grado di reagire agli impulsi luminosi, inventata dal padre della cibernetica Norbert Wiener negli anni Quaranta.
Rachael è l’ignara replicante nel film Blade Runner di Ridley Scott.
Sophia è il più avanzato robot dalle sembianze umane, sviluppato nel 2015 dalla Hanson Robotics di Hong Kong.
Sono solo alcune delle “macchine nubili” protagoniste di questo straordinario «libro ibrido sugli ibridi», che Brunella Antomarini ambienta in un indeterminato futuro in cui le macchine hanno pacificamente assunto il controllo del pianeta, e l’umanità sopravvive solo in giardini, allevata e studiata come in laboratori di ricerca.
In un dialogo filosofico, le macchine discutono la loro origine e genealogia, alla ricerca del fine ultimo – telos – della propria esistenza. Il loro interrogarsi è lo specchio del nostro: Antomarini traccia una storia dell’umanità postulando il suo superamento, riproponendo l’inesausta domanda su cosa sia l’”umano”».

Segue ora un incontro con Brunella Antomarini.


Le macchine nubili (2)

A Brunella Antomarini (in foto) ho rivolto alcune domande.

Qual è stata la principale sollecitazione a scrivere questo libro?

Sono state molte, sovrapposte nel tempo. Ci ho lavorato per anni. Forse il primo impulso è stato quello di sfuggire allo stile accademico della scrittura filosofica, sempre meno comunicativo, ai manierismi intellettualistici che non sono all’altezza del compito intellettuale. Un’altra motivazione è stata che i filosofi hanno precluso al pensiero la possibilità di capire come funzionano le macchine, escludendo gli inventori dalla storia del pensiero, con conseguenze gravi: le cose tecniche non hanno linguaggio. E poiché anche le donne nella storia non hanno avuto un loro linguaggio, mi è sembrato che questo modo di esistere senza auto-rappresentazione fosse comune agli inventori, alle donne e alle macchine. Il pensiero manuale, dell’invenzione tecnica, ha sempre accompagnato e contribuito all’evoluzione di ogni specie animale, ma è stato disprezzato o criticato, da Platone fino a molti filosofi del XX secolo. Tra l’altro, dopo aver scritto un piccolo libro uscito negli Stati Uniti, con un correlativo oggettivo in forma di macchina, mi sono accorta che i costruttori di automi e di robot davano nomi di donna alle loro invenzioni tecniche…

…nomi di donna… e allora?

… e allora ho cominciato a fare ricerche e i nomi femminili dati a macchine – che ovviamente non sono né maschili né femminili – si sono moltiplicati, sono state tante, sia quelle veramente costruite, sia quelle letterarie. Così mentre scrivevo cresceva una comunità di macchine create dagli umani maschi e protagoniste di una storia che è la loro propria storia da ricostruire. Avevo anche bisogno di proiettare il mio lavoro nel futuro, perché siamo nel mezzo di una grande rivoluzione che può diventare o una trasformazione o un’estinzione della nostra specie.

C’è una maniera di pronosticarlo?

No. Non c’è modo di prevederlo – così come né i filosofi né gli scienziati hanno saputo prevedere quello che sta succedendo. Si può solo immaginarlo. Cioè usare un’altra forma di ragionamento che il filosofo Charles Sanders Peirce chiamava abduttivo e che usiamo per pensare scenari futuri e li anticipiamo per prevenirli, se sono minacciosi. È un modo di pensare più adatto ora, perché lo fa in assenza di premesse sicure. Insomma, avevo bisogno di concretezza. Infatti, dopo aver scritto un libro sul ruolo dell’errore nella conoscenza, ho pensato che mancasse ancora qualche passaggio che dimostrasse la necessità concreta dell’errore e l’ho trovato nella cibernetica, che incontravo grazie alle conversazioni con Valentino Zeichen e Domenico Parisi.

A chi ancora non ha letto il tuo libro puoi indicare l’origine del titolo e l’intenzione che gli hai dato?

Il titolo è il corrispettivo femminile delle “machines célibataires” di Marcel Duchamp. L’avevo già usato nel libro americano (‘The Maiden Machine’) e ha il senso di riprendere il paradosso di dare un gender all’automa che non ne ha, ma con una valenza femminile, raddoppiando il paradosso: perché si dà una connotazione maschile a un’opera d’arte? E perché invece alle macchine si sono dati nomi femminili? Le mie macchine si emancipano dai loro creatori, andando alla ricerca della loro origine e comincia così la loro auto-rappresentazione.

Nell’Introduzione scrivi “questo libro è un archivio e una scommessa”.
Che cosa custodisce? Su che cosa punta
?

Dal momento che le cose vanno per conto loro mentre gli umani parlano e parlano come se potessero modificarle come vogliono, ogni pensiero – filosofico o politico – arriva troppo tardi, viene subito archiviato. Le cose sono più veloci a cambiare di quanto lo siano i pensieri ad adeguarsi a loro, se tra l’altro, nella moltiplicazione delle fonti di informazione ed elaborazione che avviene nella rete, la perdita di rilevanza delle parole diventa pervasiva. Meglio parlare dal futuro, quando ci sarà già stata una selezione naturale delle parole: quali pensieri tra quelli custoditi digitalmente resisteranno alla loro archiviazione? La scommessa è che saranno quelli che le mie macchine rintracciano negli archivi…

Nello scrivere “Le macchine nubili” qual è la cosa che hai deciso di fare assolutamente per prima e quale per prima quella assolutamente da evitare?

Da fare: dare una struttura narrativa alla teoria e una struttura teorica alla narrazione.
Da evitare: la noia del lettore, ma non so se ci sono riuscita.

Fidati, hai pienamente raggiunto l’obiettivo fissato.
Le pagine delle Macchine Nubili sono ambientate in un indeterminato futuro.
Nello scenario post-umano come cambieranno i termini del confronto-conflitto Natura-Cultura
?

Stanno già cambiando. L’enfasi sulla cultura – il relativismo culturale che ha attraversato il XX secolo – è servito a liberare dall’universalismo, che nascondeva ideologie eurocentriche e antropocentriche, ma non ha previsto le contaminazioni inter-culturali dovute alla rete globale. Non ha considerato la flessibilità di ogni cultura, che si sviluppa al contatto con le altre. Ora che possiamo avere uno sguardo sovra-culturale, che abbiamo sostituito l’universale col globale, l’enfasi è proprio sulle relazioni trans-culturali e sul carattere naturale della cultura e della tecnica. Se l’universale è andato perduto, lo è anche il localismo. Cultura-natura o natura-tecnica, così come maschile-femminile, organico-artificiale, sono dualismi superati, come aveva detto Donna Haraway nel Cyborg Manifesto, già negli anni Ottanta.

John Cage disse: “Molti hanno paura del nuovo. A me spaventa il vecchio”.
Il tuo pensiero
?

A me fanno paura tutti e due. Il vecchio perché è una resistenza cieca ai cambiamenti in nome di vecchie ideologie e il nuovo perché può andare fuori controllo.

Puoi fare un esempio?

Amazon. Amazon è una forma di commercio che non va osteggiata, dà lavoro e sostiene piccole imprese. Ma va limitata, per i danni ambientali che provoca e regolamentata, per il rispetto che non ha dei lavoratori. Diciamo che il nuovo dannoso e il nuovo buono sono inestricabili: l’innovazione tecnologica procura accessibilità economica e culturale, se se ne limita il profitto, le multinazionali provocano la nascita di sindacati digitali che coordinano, danno potere a masse amorfe, e possono scardinare il libero gioco dello sfruttamento capitalistico. Le battaglie sociali ed economiche ora si giocano sulle opportunità della cultura digitale e non contro di essa. Si giocano cioè sulla simbiosi tra organismi e sistemi artificiali, sui modelli di swarm intelligence, che è l’intelligenza delle mie macchine.
Quanto al panico, è una questione mediatica, che riguarda noi, i manipolati dai media e strumenti del profitto: in tutte, proprio tutte, le nostre tasche c’è il coltan, il mix di materiali che fa funzionare i nostri cellulari e che estraggono nelle miniere del Congo uomini, donne e forse bambini, per pochi dollari al mese. Il panico non riguarda loro, né gli emigranti, né gli sfruttati e gli emarginati della terra, quelli che si vedono invadere il proprio territorio dalle multinazionali; non hanno certo questo problema e se la cavano per sopravvivere, con coraggio, non col panico. Quando si è dentro un dramma, si agisce, quando si ha il panico è per mancanza di azione. Il panico è la paura di perdere i propri privilegi, di chi vive sulla terra seduto, come in giardini protetti, e interiorizza informazioni (comprese quelle che ho appena espresso), senza poterne controllare il grado di fattualità o di impatto. Sui media ogni giorno ci dev’essere una notizia urlata, che suoni come uno scoop d’eccezione, con tanto di soundtrack e di suspense, che interrompa una routine e attiri l’attenzione di un’audience impotente, che si aggira disorientata tra una miriade di fonti. I media sono fatti da persone che difendono il posto di lavoro a colpi di esagerazioni, di informazioni circostanziali che passano per accertate stabilmente, a volte di fake news (che esistono da sempre). Le mie macchine nei loro archivi non trovano traccia del 90% delle informazioni quotidiane che ci invadono ora. Ma non c’è motivo di panico: gli umani o ce la faranno ad adattarsi ai cambiamenti che si sono procurati da soli – magari vivendo in giardini custoditi dalle macchine – o si estingueranno e, in questo caso, non ci sarà nessuno che ha paura.

……………………….

Brunella Antomarini
Le macchine nubili
Pagine 256, Euro 25.00
Castelvecchi


Dante


Da alcuni giorni siamo entrati nell’anno dantesco perché ricorrono 700 anni dalla morte del poeta (Firenze, 1265 – Ravenna, 1321).
L’ho ricordato alla riapertura di questo sito dopo la solita pausa di fine anno con il Danterandom di Mauro Pedretti e l’Acrostico più lungo del mondo di Vincenzo Mazzitelli: entrambi QUI.

Molte le manifestazioni previste per i prossimi mesi, molti annunciano turismo a tema (emergenza sanitaria permettendo): mete privilegiate la casa di Dante e la sua tomba a Ravenna. Perché i suoi resti là stanno. Difatti, condannato all'esilio; se fosse tornato a Firenze senza aver pagato la multa di 5000 fiorini, sarebbe stato condannato al rogo. Solo nel giugno del 2008, il Comune di Firenze ha approvato una mozione che annulla quella sentenza. Lo sappiamo la burocrazia tutto rallenta, ma stavolta ci ha messo quasi sette secoli, via, ha esagerato!
A proposito di cose da vedere, non tutti sanno che il più antico ritratto di Dante si trova in un ristorante di pesce vicino al Bargello il “Fishing Lab” lì c’è su una parete affrescato il volto del poeta, pare sia della seconda metà del Trecento.

Non solo manifestazioni e viaggi, anche molti libri sono annunciati.
Fra questi, pubblicato dalla casa editrice Laterza: Dante una splendida biografia. Ne è autore Alessandro Barbero.
Insegna Storia medievale presso l’Università del Piemonte Orientale, sede di Vercelli.
Con Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo ha vinto il Premio Strega 1996. Si sa, nessuno è perfetto.
Per la sua presenza in Laterza:CLIC!

Righe fa ho definite “splendida” questa biografia. Non sono solo in questo giudizio e ho anche particolari ragioni per dirlo.
Mi piacerebbe esistesse un Codice che punisse i reati commessi in Letteratura.
Fra i più gravi, dovrebbe figurare quello di scrivere biografie… romanzate!
Me ne arrivano tante recapitate da un’incolpevole postina: dialoghi inventati, personaggi addirittura mai esistiti che fanno capolino in quelle storie, episodi tinteggiati in pomodorocolor, e altre fandonie nere come l’inchiostro.
Sono un lettore che ama le biografie, ma quelle vere. Uno dei testi più difficili da scrivere, perché lì ogni virgola fuori posto è castigata. In quei volumi, infatti, chi legge vuole (e ne ha diritto) apprendere sui fatti illustrati esattezze di date, citazioni di documenti, particolari riferiti da testimoni e conoscerne attraverso l’autore la l’attendibilità, eccetera.
Ecco perché scrivere quella roba è faticoso: mica starsene occhi al cielo e penna in mano, a inventare panzane.
La biografia romanzata è un ibrido da perdonare, forse, giusto a Senofonte per la sua ‘Ciropedia’, e pure in quel caso ho i miei dubbi.
Schwob?... Borges? Non scherziamo, casi molto diversi. Lì si parte da una vertiginosa invenzione per interpretare un personaggio esistito e non raccontarlo con falsi episodi che nel migliore dei casi è come il copione di un malriuscito sceneggiato tv.
Del libro di Barbero qualcuno ha scritto che “si legge come un romanzo”. Userei quell’espressione solo se ne volessi parlare male. Con tantissimi romanzi ronfo già a pagina 3 e al risveglio mi fiondo su Dylan Dog. No, dopo gli avvincenti primi capitoli il libro di Barbero continua a tenerci ben svegli lontano da romanzerie con un serrato ritmo di scrittura, con una rappresentazione mozzafiato degli avvenimenti, come avviene, ad esempio e non è il solo, con le pagine dedicate alla battaglia di Campaldino. L’aggettivazione è sempre al servizio di un momento dei fatti esposti e mai come cosmesi della narrazione.
Ricco di episodi e scoperte quando Barbero si trova dinanzi ad anni in cui non esistono documenti, con felicissima onestà non esita ad avvertire il lettore: «Sono anni di cui sappiamo poco... non c'è quasi nessun documento» oppure «è inutile chiederselo, perché non lo sappiamo».
Conosciamo con questo volume un Dante non più da apologia scolastica, ma con non poche contraddizioni, un uomo che reclama il bene comune e finisce condannato per corruzione, un marito che conosce le noie di un matrimonio…
Concludendo: Barbero è riuscito a scrivere con la passione dello scrittore mai disgiunta dal rigore dello studioso.
Fatevi un regalo per l’anno dantesco acquistando questo libro.

QUI una bella intervista rilasciata da Barbero a Marco Cicala.

Dalla presentazione editoriale.

«Un uomo del Medioevo, immerso nel suo tempo. Questo il Dante che ci racconta un grande storico in pagine di vivida bellezza. Dante è l’uomo su cui, per la fama che lo accompagnava già in vita, sappiamo forse più cose che su qualunque altro uomo di quell’epoca, e che ci ha lasciato la sua testimonianza personale su cosa significava, allora, essere un giovane uomo innamorato o cosa si provava quando si saliva a cavallo per andare in battaglia.
Alessandro Barbero segue Dante nella sua adolescenza di figlio d’un usuraio che sogna di appartenere al mondo dei nobili e dei letterati; nei corridoi oscuri della politica, dove gli ideali si infrangono davanti alla realtà meschina degli odi di partito e della corruzione dilagante; nei vagabondaggi dell’esiliato che scopre l’incredibile varietà dell’Italia del Trecento, fra metropoli commerciali e corti cavalleresche. Il libro affronta anche le lacune e i silenzi che rendono incerta la ricostruzione di interi periodi della vita di Dante, presentando gli argomenti pro e contro le diverse ipotesi e permettendo a chi legge di farsi una propria idea, come quando il lettore di un romanzo giallo è invitato a gareggiare con il detective e arrivare per proprio conto a una conclusione».

………………………………………….

Alessandro Barbero
Dante
Pagine 368, Euro 20.00
Laterza


Lennon not Lenin

Edito da Lupetti, Lennon not Lenin I muri di Berlino erano due è questo titolo e sottotitolo di un libro firmato da Stefano Scialotti.
Di questo bel volume Cosmotaxi se ne occupò mesi fa.
Torno a scriverne oggi perché sono stati girati tre trailer su quelle pagine.
La voce che ne guida la narrazione è di Giovanna Mori.

Per vedere i filmati, clic sui titoli.

Il Muro

L'altro Muro

Il cimitero del Muro.


The Beginning The End

Alla Galleria Studio G7 è in corso da dicembre una mostra intitolata, implacabilmente in inglese, The Beginning The End. Ormai non si sfugge a quel tic da periferia dell’Impero. Mai usare la nostra lingua, forse è ritenuto poco elegante, boh, vattelappesca. Se la questione v’interessa, consiglio di affacciarvi su questo sito.
Sia come sia è una gran bella mostra che segue altre belle mostre dell’artista Daniela Comani (in foto) che, pur nota e apprezzata, meriterebbe un ancor maggiore rilievo nello scenario internazionale delle arti visive dei nostri anni,
Per note biografiche: CLIC.
QUI il suo sito Internet.
Mi piacque, e ne scrissi su questo sito, già in occasione di Un matrimonio felice che espose anni fa alla Galleria Morone.
Segnalo anche una felicissima nota sul suo lavoro dovuta ad Antonella Sbrilli in occasione della mostra in vetrina Commercial.
Ora se siete a Bologna o di lì passate non perdetevi questo Incipit Explicit di Daniela Comani, mostra accompagnata da due saggi di Veronica Santi e di Matteo Bergamini che potete leggere sul sito in Rete della Galleria Studio G7.

Dal comunicato stampa
«“Ero una vecchia che pescava da sola su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendevo un pesce.”
“Una mattina, destandomi da sogni inquieti, mi trovai mutata in un insetto mostruoso.”
Questi i nuovi incipit di “Il vecchio e il mare” di Hemingway e “La metamorfosi” di Kafka tratti dalla versione italiana inedita del lavoro “The Beginning The End” di Daniela Comani.

Realizzato nel 2020 con materiale catalogato dal 2014, The Beginning The End è un progetto che raccoglie una collezione di 424 citazioni tratte dalla narrativa classica, contemporanea e di genere.
Il lavoro si sviluppa attraverso la stesura di un libro diviso in due parti simmetriche, L’inizio e La fine, che si incontrano nell’esatta metà del volume stesso. Comani ha raccolto la prima e l’ultima frase di 212 romanzi: L’inizio segue la struttura di un collage e dà vita a una nuova storia data dagli incipit dei testi ordinati seguendo un senso logico di narrazione; La fine, invece, diventa una storia di coincidenze nata dalla sequenza di tutte le corrispettive ultime frasi. In alcuni casi, l’artista ha scelto di ricorrere a un artifizio, adattando cioè la citazione e portando la frase in prima persona, come atto di appropriazione.
“The Beginning The End” si inserisce nell’indagine sul genere attraverso i meccanismi di appropriazione e citazione che Daniela Comani porta avanti dagli inizi della sua ricerca, a cui appartengono opere quali, tra le altre, Novità Editoriali; My Film History; Coverversionen».

La mostra segna l’uscita del nuovo libro d'artista “The Beginning The End / L’inizio La fine”, edizione Monroe Books, Berlino, disponibile nella versione italiana.

Ricordo che Luciano Foà (aveva da poco fondato Adelphi) a me giovane disse un giorno che il valore di un libro si poteva anche capire leggendone il primo periodo e l’ultimo. Fatta eccezione, aggiungo oggi, per Ossa di sole che essendo composto di un'unica frase lunga 242 pagine finireste per leggere tutto il volume. La prima e l'ultima frase. Sperimentate questa tecnica, ne apprezzerete i risultati. Da decenni mi ha dato grandi epifanie.

……………………………………….

Ufficio Stampa: Sara Zolla –press@sarazolla.it ; 346 – 84 57 982

……………………………………….

Daniela Comani
The Beginning The End
Galleria Studio G7
info@galleriastudiog7.it
051 – 2960371 * 339 – 85 07 184
Via Val D'Aposa 4/A, Bologna
Dal Martedì al Sabato, ore 15:30 – 19:30.
Fino al 20 febbraio 2021


Voci dal mondo verde

Le piante e gli alberi non sono soltanto oggetti di studio in botanica.
Sono stati, sono e saranno anche inesauribili soggetti per un’infinità di trattamenti in tante arti: dal cinema al teatro, dalle arti visive alla musica. Letteratura? Quanta be volete. Di fiabe, ovviamente, ce ne sono tantissime. E poi anche quando là non sono protagonisti hanno sempre un ruolo perché popolano boschi, ospitano volatili parlanti, danno rifugio a bambini in pericolo e così via,
Il cinema? Dalle coloratissime animazioni ai neri film del terrore, dai tanti alberi dei famosi western agli altri dei fantasy medievali è tutto un attraversamento di boschi, tronchi e foreste.
Arti visive? Neanche a parlarne, senza affaticarci troppo con esempi, basta un CLIC.
La musica? Fra musica classica e canzoni gli esempi sono di numero elevatissimo, ma soffermiamoci invece su che cosa è riuscito a combinare un artista tedesco il quale riesce a far suonare gli alberi ponendo parti di loro su di uno speciale giradischi da lui costruito. Per ascoltare cliccate sul suo nome: Bartholomaus Traubeck

E torniamo da dove siamo partiti: gli alberi nel loro primo regno: la botanica.
La casa editrice Editoriale Scienza ha pubblicato un libro particolarmente adatto per ragazzi fra gli 8 e i 10 anni.
Titolo: Voci dal mondo verde Le piante si raccontano.
Autore del testo è Stefano Bordiglioni.
Si è laureato in pedagogia a Bologna e ha insegnato in una scuola elementare di Forlì.
Da più di venti anni scrive favole, racconti e storie, soprattutto per Einaudi Ragazzi, Einaudi Scuola, Edizioni EL, Emme Edizioni. Con le sue pubblicazioni ha vinto diversi premi letterari, fra cui quello intitolato a Gianni Rodari. Ha scritto libri per la scuola con Mondadori Education, programmi televisivi per la Rai destinati ai giovanissimi, canzoni e sigle musicali assieme a Marco Versari.
Al suo attivo più di cento libri per ragazzi e alcuni Cd musicali.

Efficacissime le illustrazioni del volume firmate da Irene Penazzi.

Dalla presentazione editoriale
«Possono essere alte come palazzi, avere tronchi così larghi da ospitare una stanza, fiori alti tre metri e foglie in grado di sostenere il peso di un bambino. Alcune possono vantare di aver incontrato i dinosauri, altre sfidano ambienti estremi. Se le piante potessero parlare, avrebbero storie meravigliose da raccontare!
Ci sono la sequoia gigante, che può raggiungere i 95 metri di altezza, e il baobab africano, che nel suo tronco rigonfio conserva grandi quantità di acqua per la stagione secca, l’eucalipto arcobaleno, con il tronco dai colori sgargianti, e la rosa di Gerico, che muore se disidratata e rinasce nella stagione delle piogge. Viene dal Giappone la cicade, una delle piante più antiche della Terra: si ritiene fosse già presente nell’era Mesozoica, tanto da essere definita un “fossile vivente”. Vive invece sugli altopiani dell’America Latina, tra i 4000 e i 4800 metri di altezza, la yareta, che cresce sulle rocce, mentre la cosiddetta “strega della foresta” (Rallesia arnoldii) si può ammirare in Indonesia: con il suo odore tremendo, attira gli insetti spazzini, li intrappola e poi, quando sono ben carichi di polline, li lascia andare. Tra fiori immensi, radici aeree e spostamenti inattesi, in ogni pianta per un intero mondo da esplorare e conoscere».

Stefano Bordiglioni
Voci dal mondo verde
ill. di Irene Penazzi
Pagine 96, Euro16.90
Editoriale Scienza


Ripartire dai territori

Tra le novità apportate da Franco Iseppi fin da quando assunse la presidenza del Touring Club Italiano c’è stata la pubblicazione all’inizio d’ogni anno di un librino, con temi legati al paesaggio, al viaggio e all’ambiente presenti nell’imponente archivio di scritti e foto di cui è fornito il Club.
Ad esempio, si sono avuti testi che vanno da Italo Calvino (“Castelli di delizie e castelli del terrore”) a Valentino Bompiani, (“Le cose assenti”); da Dino Buzzati (“Grandezza e miseria dei viaggi”) a Giulio Carlo Argan, (“Roma - le ragioni di una visita”); da Paolo Volponi (“ Attraverso l’Italia”) a Paola Sereno (“A proposito di paesaggio”) ad altri ancora.

Scrive Iseppi nella presentazione del testo di quest’anno tanto difficile che il Touring vuole ripartire dalla sua prima vocazione: i territori perché
… il Touring nasce territoriale e ripartire da lì comporta una diversa articolazione dell’Associazione che sorga dai 100 Club che esistono in Italia, la creazione di nuove relazioni con le altre associazioni e le Istituzioni, la formazione di una nuova classe dirigente.
Ai territori, infatti, fanno riferimento i diversi contributi del libretto Touring di quest’anno.
Così prosegue Iseppi: Sono due gli sguardi narrativi dedicati allo stesso territorio – il Molise – a cinquant’anni esatti di distanza: il primo (1970) del grande latinista Ettore Paratore. Il secondo (2020) di Antonio Pascale scrittore, giornalista e blogger (…) A chiusura l’intervento (2020) di Salvatore Veca Consigliere Touring e Presidente del Comitato Scientifico, che ci consegna una riflessione suggestiva, intelligente e augurale sulla rigenerazione dell’Associazione e più ancora del Paese

Ancora una cosa: QUI una Guida Touring per gli avvenimenti previsti in quest’anno dantesco.

Touring Club Italiano
Passione Italia
Pagine 32
s. i. p.


In Sardegna con Grazia Deledda (1)

Questo il titolo che la casa editrice Giulio Perrone, nella collana Passaggi di Dogana ha mandato nelle librerie
Un gran bel libro. Attraverso un viaggio in Sardegna le pagine scandiscono le emozioni suscitate da vari luoghi sulla scrittrice sarda determinandone conoscenza di terre, genti, tradizioni, suoni, che presero poi forma nella sua opera in una originale composizione verbale e stilistica.
L’autrice è Rossana Dedola.
Ricercatrice e docente della Scuola Normale di Pisa, analista didatta e supervisore dell’Istituto C. G. Jung e dell’International School of Analythical Psychology di Zurigo, ha pubblicato saggi su molti scrittori tra i quali Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Primo Levi, Giuseppe Pontiggia.
Ha curato con Mario Casari Pinocchio in volo tra immagini e letteratura (Bruno Mondadori 2008) e Incollare mondi, cucire parole (ETS, Pisa).

Questo sito ebbe il piacere di ospitarla tempo fa in occasione di un suo lavoro intitolato Pinocchio e Collodi.

Dalla presentazione editoriale.

«Partendo in pieno inverno dal monte da cui Grazia Deledda per la prima volta aveva visto il mare e da cui aveva sognato di raggiungere nuovi orizzonti, Rossana Dedola si inoltra nei paesaggi descritti nei suoi romanzi per seguire le ultime tracce che la Sardegna arcaica ha consegnato alla modernità. Durante questi percorsi si sale sul Monte Gonare, meta nei secoli di tanti pellegrinaggi, si visitano i santuari dove ancora oggi si svolgono antiche feste religiose, si entra in qualche pinnetta, piccole e perfette costruzioni in pietra che i pastori usavano come ricovero, si nuota in un mare dalle straordinarie sfumature di azzurro e turchese. E si raggiungono i paesi in cui Grazia ha ambientato romanzi più noti e romanzi minori».

Segue ora un incontro con Rossana Dedola.


In Sardegna con Grazia Deledda

A Rossana Dedola (in foto) ho rivolto alcune domande.

Da dove nasce il tuo interesse per questa scrittrice?

È nato negli anni in cui ero docente e analista dell’Istituto C. G. Jung e successivamente dell’International School of Analytical Psychology di Zurigo e facevo delle lezioni sull’antica religione del Mediterraneo. Mi colpì la reazione degli studenti che provenivano da diverse paesi del mondo e si mostravano molto interessati nei confronti di una isola poco conosciuta, ma che nascondeva misteri, innumerevoli torri preistoriche, tombe megalitiche dalle steli altissime e usanze che si perdevano nel tempo. Naturalmente cominciai a occuparmi anche di Grazia Deledda e mi accorsi dello stupore con cui gli studenti seguivano il racconto della sua vita, non solo il suo straordinario destino di donna, la seconda cui fu assegnato il premio Nobel, dopo la svedese Selma Lagerlöf, pur avendo frequentato solo la quarta elementare, ma anche il fatto che nei suoi racconti quella terra antichissima, i riti che vi si praticavano, legati al fuoco, all’acqua, alla rinascita della primavera, i riti funebri e lo strano rituale dell’Argia che metteva allo scoperto come i tarantolati sardi fossero soprattutto uomini e non donne, si riempivano di suoni, di odori, di sapori, di emozioni, di destini complessi pur in una dimensione di vita apparentemente semplice.

Chi era Grazia Deledda nei suoi rapporti con la scena letteraria del tempo?

Quando arrivò a 29 anni a Roma, cominciò a frequentare Giovanni Cena e Sibilla Aleramo che, con un gruppo di intellettuali e artisti, attraverso delle scuole mobili, si prodigavano nell’alfabetizzazione dei contadini poverissimi dell’Agro romano, il medico Angelo Celli e sua moglie, l’infermiera tedesca Anna Fraentzel che portavano avanti una campagna contro la malaria. Grazie a loro si scoprì che era causata dalla zanzara anofele. Erano gli anni in cui vennero fondate da Maria Montessori, che Grazia Deledda conosceva, le Scuole dei bambini, il cui nome fu trovato da Olga Ossani che aveva ispirato a D’Annunzio il personaggio di Elena nel Piacere. Grazia Deledda, che amava molto il mare, con i figli più volte fu sua ospite nella casa di Santa Marinella. Il romanzo Nel deserto conserva tracce di questi ambienti e di questi luoghi. Con la Aleramo si rivelò molto generosa in un periodo in cui Sibilla viveva in grande miseria: le fece recapitare, senza farle sapere che proveniva da lei, il compenso di una novella.

Altre frequentazioni…?

Sì, a Roma frequentò anche l’indologo, professore di sanscrito, ma antesignano dell’emancipazione femminile Angelo De Gubernatis, seguace di Bakunin, con cui da ragazzina aveva instaurato un fitto rapporto epistolare, non privo di risvolti sentimentali, che probabilmente la mise in contatto con intellettuali e scrittori stranieri, tra cui il direttore della più famosa rivista tedesca del tempo, la “Deutsche Rundschau”, Julius Rodenberg, e sua moglie Giustina. Da quel momento alcuni dei suoi romanzi comparvero prima in traduzione tedesca che in italiano. Nel Goethe e Schiller Archiv di Weimar ho trovato ben 80 tra lettere e cartoline postali indirizzate a Giustine. Ma era legata anche all’ambiente artistico di Roma, Duilio Gambellotti, lo scultore Prini, conosceva Balla, Boccioni. Nel periodo in cui scrisse Canne al vento, ci fu uno scambio intenso con Emilio Cecchi, che aveva paragonato un suo racconto a una miniatura persiana, e che ad un certo punto perse addirittura la testa per lei. E poi l’amicizia con Marino Moretti, Filippo De Pisis, la scoperta di altri luoghi e paesaggi, la bassa padana, il litorale romagnolo di Cervia, dove andò tutte le estati in vacanza proprio a partire dall’anno in cui vi nasceva Federico Fellini.

“Grazia Deledda continua il verismo, quando questi era ormai una esperienza archiviata e lontana dall’attualità letteraria, innestando nei superati moduli veristici problematiche e sensibilità nuove”. Oppure dalla Treccani: “La sua narrativa muove dal verismo a fondo regionale e folcloristico”.
Questi concetti li troviamo anche in vari testi scolastici. Dizioni che ti trovano d’accordo
?

No, non sono affatto d’accordo. Queste definizioni manualistiche ci depistano completamente. Intanto sembrano collocarla in un’epoca precedente alla sua, quando invece è coetanea di Svevo e di Pirandello, anzi ha dieci anni meno di Svevo e quattro meno di Pirandello. Parlare di regionalismo è del tutto riduttivo e fuorviante, la sua narrativa ha avuto il merito di portare alla ribalta del mondo la seconda isola del Mediterraneo che sembrava essere stata avvolta da una fitta nebbia, al contrario di Creta, Cipro, Malta, per non parlare della Sicilia. Facendoci attraversare quella cortina di nebbia, ci ha fatto intravedere un lembo del Mediterraneo che sino a tempi recenti aveva tramandato usanze e rituali molto antichi con evidenti tratti pagani e animistici, e aveva conservato una forte diversità rispetto a tutti gli altri. Nel mio libro, “In Sardegna con Grazia Deledda”, ho attraversato quei luoghi ed è stato emozionante vedere gli stessi paesaggi, percepirne la bellezza essenziale, attraversare una vasta solitudine. Mi sono soffermata anche su alcune figure di donne, vere e proprie pioniere come Grazia Deledda, la madre di Italo Calvino, Maria Lai e tante altre.

Alcuni – si pensi, ad esempio, a un nome famoso qual è Pirandello – hanno riserve sull’assegnazione del Nobel a Deledda considerandolo un riconoscimento fuori misura, in altre parole troppo ampio rispetto al valore letterario della scrittrice. Ritieni condivisibile quell’opinione oppure no?

No, non la ritengo condivisibile e, a dire il vero, non mi pare che sia andata proprio così. Era lei a suscitare invidia e gelosie. Intanto perché era la scrittrice che vendeva in assoluto più libri e aveva ottimi rapporti internazionali. E fu proprio lei ad opporsi al premio Nobel a Pirandello. C’era un motivo strettamente personale, Pirandello aveva scritto Suo marito proprio pensando a Palmiro Madesani, il marito di Grazia Deledda Lo riteneva un “capolavoro”, il marito di Grazia Deledda, che nella realtà aveva un rapporto paritario con la moglie e aveva costituito con lei una sorta di agenzia letteraria. Una collaborazione simile legava Virginia Woolf a suo marito, senza tuttavia suscitare alcuno scandalo. Con una buona dose di misoginismo che condivideva con Ugo Ojetti, cui dedicò il libro, Pirandello lo chiamava con disprezzo Grazio Deleddo Nemmeno Ojetti la stimava, tanto che le tolse la collaborazione col “Corriere della sera” che dirigeva, per sua sfortuna, proprio nei giorni in cui vinse il premio Nobel. Dovette fare una rapidissima marcia indietro. Lei reagì con grande diplomazia. E poi, se stiamo ai fatti, era proprio Pirandello ad avere gravissimi problemi con sua moglie.

C’è una grande fioritura di narratrici e narratori sardi in questi ultimi anni.
Rintracci in loro dei segni lasciati dalla Deledda
?

Qualche anno fa Michela Murgia ha scoperto che la Sardegna ha un’altissima densità di scrittori per metro quadrato, uno ogni 7.000 abitanti. Penso che nel frattempo siano aumentati ulteriormente. La prima scrittrice donna della Sardegna ha fatto da battistrada per molti. Contro tutti, a partire dai suoi concittadini nuoresi, Grazia Deledda ha creduto nel proprio talento di scrittrice e ha voluto a tutti i costi vivere del proprio lavoro letterario; col suo esempio ha convinto tanti altri scrittori sardi a tentare la stessa strada e a superare l’orizzonte dell’isola. Sulla sua scia, Salvatore Niffoi, Marcello Fois, Michela Murgia, Alberto Capitta, Giorgio Todde, Milena Agus, Giulio Angioni, Sergio Atzeni si sono lasciati ispirare dalla tradizione, hanno inventato audaci metafore, hanno dato vita a un poeta detective, hanno animato alberi e pietre e altre “creaturine”. Francesco Abate, Flavio Soriga e tanti altri si sono immersi nella Sardegna della modernità e hanno fatto affiorare intorno all’isola tante piccole isole. E c’è chi ne ha fatto oggetto di venerazione, come Antonella Anedda, scoprendo nel sardo, la lingua madre, la poesia “figlia”.

.....................................................

Rossana Dedola
In Sardegna con Grazia Deledda.
Pagine 144, Euro 15.00
Giulio Perrone Editore


Dante 1 e 2

La riapertura di Cosmotaxi – oggi, dopo le vacanze di fine anno – in questo 2021 di celebrazioni dantesche non poteva che essere dedicata al Divin Poeta.
Avviene in un modo che rispecchia lo stile di queste pagine che paludate non sono.
Il tutto in due parti. Le ho già presentate, ma separatamente, tempo fa.
La prima si chiama Danterandom. Ne è autore: Mauro Pedretti.
Sapeste che sagoma!... ha scritto su particolari labirinti di Creta e studiato pianoforte al Conservatorio… ha creato siti web per case editrici… tradotto la Germania di Tacito… è autore di un libro pubblicato da Stampa Alternativa che, nella famosa collana Millelire, ebbe, esattamente trent’anni fa (se ne annunciano festeggiamenti) uno strepitoso successo, titolo Parole in Ritirata sottotitolo: “Scritte raccolte nei cessi”… mi ha detto che non vorrebbe scriverne altri di libri ma non sa se ce la farà. Ecco tutt… ah, no!... dimenticavo… è laureato in Fisica… sì, cose così, come dire, che gli accadono.
Questo suo gioco è l’ideale per chi non vuole muoversi da casa qualunque sia il colore assegnato alla regione in cui vive preferendo giocare proprio al Danterandom….
Come giocare? Basta un CLIC!

La seconda parte di questa nota dedicata a Dante ha per titolo L’acrostico più lungo del mondo.
Ne è autore Vincenzo Mazzitelli che, purtroppo, non c’è più, se n’è andato, a 56 anni, alla fine di giugno del 2015.
Quell’acrostico usa Dante in una particolare maniera per tracciare un'autobiografia.
Per leggere: CLIC!


Addio 2020

Nybramedia fin dal 2000, suo anno di nascita, si concede vacanze invernali.
Dopo la nota che segue, le pubblicazioni riprenderanno giovedì 7 gennaio 2021


Buon anno a tutte le visitatrici e a tutti i visitatori di questo sito


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