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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Non avrai altro figlio all'infuori di me


Parte da Milano lunedì 4 aprile la tournée di un nuovo spettacolo di Claudio Lupi. Musicista e scrittore è nato nel capoluogo lombardo nel 1966. Fin da piccolo impara a suonare la chitarra, il pianoforte e a scrivere brani di musica leggera. In età adulta compone e incide musica strumentale di sonorizzazione per la Rai. Nel 2005 è autore e interprete di un recital sulla vita di Luigi Tenco seguito da altri su Giorgio Gaber e Lucio Dalla, spettacoli che sono stati ripresi anche di recente. Spesso è affiancato dal poliedrico “Policrome korhòs” di Fanny Fortunati. Nel 2017 collabora con la band di Enzo Jannacci in una fortunata serie di tributi, suonando con Marco Brioschi e Paolo Tomelleri
Questa sua nuova produzione è intitolata Non avrai altro figlio all'infuori di me e debutta presso il circolo Arci Bellezza di Milano nella leggendaria Palestra Visconti dove furono girate numerose scene del film “Rocco e i suoi fratelli”.

Il lavoro proposto ora ha la particolarità d’essere uno spettacolo/presentazione del libro "Non avrai altro figlio all'infuori di me" di cui Lupi è autore presso Bookabook Edizioni.
La presentazione in anteprima sarà in forma di concerto. Insieme con le parole del libro e attorno ad esso, l’autore costruirà uno spettacolo musicale con brani eseguiti al pianoforte e alla chitarra, che ripercorrono la traccia sonora di una storia in cui la musica e le canzoni ne fanno la sottotrama sonora. E che raccontano l’evoluzione di un rapporto ultradecennale tra un padre e un figlio.

“Non avrai altro figlio all’infuori di me” è un titolo volutamente assonante con il primo comandamento della Toràh e, analogamente, racchiude la sostanza delle relazioni tra padri e figli basate sull’amore e la gratitudine, oltre che sul dovere genitoriale. È la storia di un musicista e padre separato che decide di scrivere un diario multimediale quotidiano della sua storia con il figlio Pietro, volendo conservare la memoria che diverrà, perché lo è, la storia stessa di suo figlio. Una storia di una relazione tra un padre e un figlio lontano, scritta per non perdere i bei momenti vissuti e le intime riflessioni, ma anche gli sforzi e le fatiche di fronte agli accadimenti visti con uno sguardo etico e filosofico. È una storia dolorosa ma di grande speranza, comune a molti padri, ma soprattutto testimonianza di una “costruzione” passo dopo passo della propria paternità in un’epoca in cui i padri separati dalla partner sono spesso discriminati, perfino talvolta dalle leggi e sempre dalla burocrazia dei tribunali.

Per Lupi alla musica si affianca la passione per la scrittura. Circa questo suo recente libro ha dichiarato: Un famoso scrittore disse che “l’arte è completamente inutile”. Qualcun altro invece che è “l’unica traccia del nostro passaggio sulla terra”. Equidistante da queste due visioni estreme, ho scritto questo libro perché ritengo che una storia vera abbia il diritto di essere conosciuta e che sia importante dare un messaggio empatico a tutti, padri e figli, che vivono in una famiglia difficile o divisa.
In questo breve video Lupi presenta il libro e il percorso della pubblicazione.

Non avrai altro figlio all'infuori di me
di e con Claudio Lupi
Arci Bellezza
Via Bellezza 16/A, Milano
Info: 02 - 5831 9492
4 aprile ’22, ore 21.00
Poi in tournée


Sangue nell'ottagono


La casa editrice il Mulino ha pubblicato un saggio su di un fenomeno sportivo (aggettivo da alcuni non condiviso) che conosce livelli di successo impensabili fino a poco tempo fa: le Mixed Martial Art in acronimo MMA.
Titolo del volume: Sangue nell’ottagono Antropologia delle arti marziali miste .
Ne è autore un grande sociologo: Alessandro Dal Lago, purtroppo appena scomparso.
Ha insegnato Sociologia della cultura nelle Università di Milano, Bologna, Genova ed è stato visiting professor nella University of Pennsylvania e nella University of California.
Tra le più recenti pubblicazioni presso il Mulino Eroi e Mostri. Il fantasy come macchina mitologica (2017) e Viva la sinistra (2020).

“Oggi” – scrive Dal Lago – “ le MMA sono al terzo posto nella classifica degli sport ‘più popolari al mondo’, dopo il calcio e la pallacanestro, con circa 450 milioni di tifosi o follower, di cui più dell’85% al di fuori degli Stati Uniti in cui pure sono nate".
.Il libro scorre su tre cursori: archeologia delle gare di lotta, nascita e percorso commerciale delle MMA, indagine antropologica sui significati assunti da questo tipo di spettacolo sportivo dagli atleti praticanti (i quali pare che affrontandosi rischiano “la loro incolumità per portare alla luce la violenza latente nella cultura globale”) e dagli spettatori che troviamo sia negli schieramenti politici di Destra sia di Sinistra.
Questo sito nel 2013 ospitò un professore universitario praticante delle MMA e, forse, può essere interessante ascoltare alcune sue riflessioni che le si condividano oppure no come, per esempio, capita a me in alcuni passaggi.

“Sangue nell’ottagono” è un saggio intellettualmente ricchissimo che aderisce al terreno d’indagine in modo rigoroso lontano da sussiegosità accademiche volutamente producendosi in un linguaggio a tratti dal tono giornalistico. Da qui un mare di note biografiche di fighters famosi e meno famosi, esempi tratti da memorabili e cruenti incontri nelle gabbie di combattimento, presentazione di episodi e aneddoti tutti documentati in note con rimandi alle fonti web. Infine, il volume è corredato da diligenti e corposi apparati : bibliografia, filmografia, Indice dei nomi.

Dalla presentazione editoriale.
«Le arti marziali miste (Mixed Martial Arts – MMA) sono un tipo di combattimento sportivo che combina karate, pugilato, boxe thailandese o kick boxing, judo, jujitsu e altre tecniche ancora. Messe a punto nelle palestre brasiliane, sono state poi esportate in tutto il mondo a partire dagli Stati Uniti. È una pratica assai cruenta e comunque violenta, nella versione maschile come in quella femminile: calci, gomitate, pugni e strangolamenti a terra sono colpi e mosse abituali, che a volte potrebbero essere letali, se non intervenisse l’arbitro a interrompere l’incontro.
Il libro descrive e interpreta il mondo delle MMA raccontandone la genealogia e la storia recente sullo sfondo di un’analisi dello spettacolo della violenza nella società globalizzata».

Per leggere alcune pagine del libro: CLIC.

Segue ora una conversazione con Alessandro Dal Lago


Sangue nell'ottagono (2)

(L'intervista è stata rilasciata il 10 febbraio 2022)

A Alessandro Dal Lago (in foto) ho rivolto alcune domande.

Come e quando è nato il suo interesse di sociologo per le MMA?

Nel 2011 o 2012, durante la convalescenza da una polmonite, che mi impediva di lavorare normalmente. Come racconto nel libro, ho iniziato a vedere incontri di Mma in televisione e sul computer e ne sono rimasto affascinato. Da allora, ho visionato circa 500 incontri, li ho archiviati e schedati. Oggi, seguo anche la boxe a mani nude, maschile e femminile.

Nello scrivere questo saggio qual è la prima cosa che ha deciso era da fare per prima e quale per prima da evitare?

Da evitare era soprattutto lo scandalo, categoria che non mi appartiene. Da fare era soprattutto una discussione delle dinamiche culturali: simboli, rituali, regole ecc. Aggiungo che non sono un praticante, né un grande sportivo. Al liceo, in quanto alto 1,90, ero tenuto a giocare a basket e volley, ma non ho mai primeggiato. A me sono sempre piaciuti il gioco delle carte, il biliardo, le scommesse, i casinò, andare allo stadio…Sono sempre stato un pigro ragazzo di periferia. Di conseguenza, non posso vantare alcuna capacità pratica nel campo degli sport di combattimento. Aggiungo che, come ogni sociologo o antropologo dei fenomeni estremi, non amo i fenomeni estremi – così come uno studioso di pornografia non è necessariamente un pornografo.

Perché non la convince la teoria sostenuta da Norbert Elias che sostiene essersi la cultura occidentale liberata dagli aspetti più violenti e addirittura letali in nome di una “civilizzazione dei costumi” ?

Per il semplice motivo che il XX secolo è stato il tempo delle due guerre più letali della storia, con 80 milioni di morti circa, di cui la grande maggioranza civili. E non parlo degli innumerevoli conflitti, seguiti alla fine del bipolarismo, molti dei quali con partecipazione occidentale. Se Elias ha potuto raccontare la favola della crescente civilizzazione, è perché ha ignorato il tema della guerra, come gran parte dei sociologi contemporanei – si vedano i manuali di sociologia in cui magari si dice che esistono le razze, ma non si parla di guerra…

Può in sintesi tracciare che cosa lei intende per militarizzazione dei costumi nella società contemporanea? E che cosa ne consegue? Quali gli effetti oggi nel giudicare la violenza?

Con “militarizzazione” intendo l’osmosi di militare e civile nella vita sociale. Pensi solo alla guerra in Ucraina, in cui ogni abitante – compresi quelli dell’occidente – ha indossato l’elmetto… c’è una corsa alla cultura del combattimento che mi lascia senza parole. Paradossalmente sono gli abitanti dello stato aggressore – la Russia – a essere meno militaristi degli occidentali.

Putin, Trump e altri ancora sono sostenitori delle MMA, ma anche in altri campi politici ne troviamo di entusiasti. Come spiegare questo fenomeno tanto trasversale ?

Perché le Mma, con l’appello a una violenza regolata sono una sintesi perfetta della cultura militare. D’altra parte, le Olimpiadi erano una prosecuzione della passione greca per la battaglia oplitica. Che Putin sia appassionato di Mma non mi sorprende, ovviamente, vista la sua inclinazione alla violenza. Quanto a Trump, è lui che ha contribuito alla loro commercializzazione.

Se da una parte si può affermare che le MMA siano espressione di machismo, ma come spiegare che siano praticate pure dalle donne che tengono a ostentare caratteristiche simili, o addirittura uguali, a quelle maschili?

Niente di nuovo sotto il sole. Il ruolo delle donne nel combattimento sportivo è stato obliterato dal machismo dello sport professionale. Oggi, boxe femminile, a mani nude o con guantoni, Mma e singole pratiche quali judo, jujitsu ecc. sono tanto femminili quanto maschili (le prime, in termini di pratica, direi rappresentano il 20 % dei fighter). Un film come Million Dollar Baby di Clint Eastwood ha contribuito a rendere popolare il combattimento femminile.

Allo straripante successo ottenuto dalle MMA nelle riunioni dal vivo e nelle tv perché non corrisponde un altrettanto successo al cinema come accaduto al pugilato?

Per il motivo che le Mma sono relativamente recenti. Hanno meno di quarant’anni, se accettiamo che Ufc, l’organizzazione più importante ,è nata nel novembre 1993. Il pugilato, maschile e femminile, è invece sulla cresta dell’onda da più di due secoli. Ma, come indico nell’introduzione del mio saggio, il mondo dello spettacolo ne è affascinato. Penso a Brad Bitt, C. Theron, D. Mamet, Di Caprio e molti altri protagonisti dello show business

……………………………….

Alessandro Dal Lago
Sangue nell’ottagono
Pagine 190, Euro 18.00
e-book: Euro 12.99
il Mulino


Calci e sputi e colpi di testa (1)


Bene ha fatto la casa editrice Mimesis a ripubblicare Calci e sputi e colpi di testa che vide la luce nel 1976. Quelle pagine riportano la giovane freschezza di un tempo e l’accanito slancio sociale e politico di quegli anni.
Testo di piacevolissima lettura, è un prezioso documento sullo scenario di un’epoca.
L’autore è Paolo Sollier.
Piemontese (nato a Chiomonte, il 13 gennaio 1948), militante e compagno, Sollier negli anni Settanta passa dal calcio di periferia ai grandi palcoscenici della Serie A. Con il Perugia di Ilario Castagner, conquista una storica promozione nella massima divisione.

Colpisce la sincerità che Sollier pratica nel libro, sincerità verso tutti gli aspetti della sua vita da cittadino e da sportivo professionista (… a proposito, mai una vanteria verso il proprio valore di calciatore, anzi una forte quanto elegante attenuazione di quell profilo): dall’amicizia alla politica, dal denaro al sesso, sicché lo scritto trasmette un’immediatezza che pone il lettore quasi nella condizione di stare in un bar e fra un bicchiere e l’altro,ascoltare un amico che “attacca discorsi / e racconta i progetti di tutta la vita” come in una poesia di Cesare Pavese.

“È il tempo” – scrive Renzo Ulivieri in prefazione – in cui si gioca con un portiere ‘murato in porta’, un libero staccato di venti metri. Un calcio, come diceva Socrates, ‘che si concede il lusso di far vincere il peggiore: non c’è niente di più marxista o gramsciano del calcio’ (…) La lettura di questo libro è un ritornare indietro nel tempo e un rivivere le passioni di allora anche con un po’ di malinconia. Per i giovani di oggi che non hanno vissuto quel periodo la gioia di scoprire il ‘Sol dell’avvenire’ e il sogno. Il sogno di un mondo migliore. Per tutti”.

QUI Sollier intervistato in una storica trasmissione di una tv ancora in bianco e nero.

Dalla presentazione editoriale.
«C’è il calciatore disciplinato, che non si espone pubblicamente e risponde alle interviste con frasi di circostanza imparate in anni di carriera: luoghi comuni ripetuti come mantra nelle dichiarazioni domenicali del dopo partita. E poi c’è Paolo Sollier, il comunista. A Cossato i tifosi lo chiamano “Ho Chi Minh”. A Perugia “Mao”. Quando segna alza il pugno al cielo, simbolo distintivo delle sue idee e tratto identificatore delle sue origini proletarie.
Sollier diventa un riferimento per la moltitudine di studenti e lavoratori impegnati nelle contestazioni, decisi a “cambiare il mondo”. Invece dello Champagne, ai compagni regala libri: le poesie di Pavese, di Lee Masters, di Evtušenko, di Prévert, i romanzi di García Márquez, i fumetti di Corto Maltese. Diventa l’esempio di come certe istanze possano entrare nel mondo del calcio, che in Italia è per antonomasia lo sport più popolare, ma i cui protagonisti-idoli sono spesso molto lontani dal popolo.
Questa è la sua storia, dentro e fuori dal campo».

Un estratto dal libro.
… io, scheggiato a fare il calciatore. Finalmente saprò; tra le tante paure sono contento: basta col fare il calciatore di compromesso, né calciatore né studente, né militante né cane sciolto, basta con la serie C, tra le zanzare mentali di Vercelli e il treno di Torino. Saprò fino a che punto valgo qualcosa nel calcio e saprò anche, prima paura, se venderò il culo ai condizionamenti. A parte il calcio giocato, viaggi, allenamenti, questo calcio professionistico mi ingoierà anche la testa? O riuscirò a fare la mia vita senza rotaie obbligate, come la voglio?

Segue ora un incontro con Paolo Sollier.


Calci e sputi e colpi di testa (2)

A Paolo Sollier (in foto) ho rivolto alcune domande.

Quando uscì il libro, fosti deferito alla Commissione disciplinare della Lega nazionale calcio.
Come finì quella denuncia? E quale fu l’atteggiamento del mondo politico nei tuoi riguardi
?

Fui deferito perché allora il regolamento dei calciatori imponeva che non si potessero chiamare in causa, soprattutto in modo critico, i colleghi giocatori e l'intera organizzazione. Insomma, c'era una specie di invito a non creare polemiche. In realtà poi la denuncia, se non ricordo male, portò semplicemente a una leggera multa senza ulteriori conseguenze. La sinistra extraparlamentare appoggiò comunque sempre le mie posizioni anche se con una certa perplessità per l'assenza nel calcio professionistico di vere prese di posizione sulla situazione politica.

L’estrema destra da anni usa gli stadi quali megafoni delle loro idee.
Negli anni fine ’60 e il decennio dei ’70 la politica era ardente nelle strade, ma c’era già negli stadi, oppure no, l’annuncio di quanto succede sulle tribune ai nostri giorni
?

Gli stadi, in un modo o nell'altro, sono sempre stati usati come megafono politico. Devo riconoscere che i gruppi di destra in quel periodo sono stati sempre più efficaci rispetto alla sinistra che sembrava tenere una prudente distanza da interventi nel mondo dello sport. Questo spiega anche l'esagerato interesse, assai critico, nei miei confronti. Era qualcosa che non si era ancora visto e rigorosamente da confinare come indegna posizione personale, lontana dalla realtà e condivisa solo da un gruppo di giocatori che tentarono di organizzarsi, ma si accorsero presto di non riuscire a coinvolgere la maggior parte dei loro colleghi.

L’ambiente calcistico dei giocatori degli anni di cui scrivi nel libro era politicizzato o no?
Se sì, in quale direzione? Se no, perché
?

Erano politicizzati gruppi di tifosi, ma tra i calciatori non riuscì mai a partire una specie di associazione sindacale chiaramente di sinistra: nell'AIC (Associazione Italiana Calciatori) la nostra posizione, cioè l'invito ad aprire anche un versante politico nel sindacato calciatori, fu respinta immediatamente, ritenendo che il ruolo sindacale dovesse servire a migliorare i diritti dei giocatori, obiettivo sicuramente raggiunto, ma evitando di entrare in politica. Sul versante politico ci furono delle riunioni, su iniziativa di Enzo Belforte, giornalista di Tuttosport, a cui parteciparono, con varie posizioni, alcuni di noi. Ricordo Blangero, Montesi, Codogno, Ratti, Raffaeli, Pagliari, Mitri, Galasso e probabilmente ne dimentico qualcuno. Ci accorgemmo però subito di non avere la possibilità di aprire un nuovo percorso e con molta amarezza lasciammo perdere.

Non è un caso che proprio nel 1968 nasce l’AIC il sindacato dei giocatori. Fu allora uno strumento valido per la difesa dei diritti? Lo è oggi?

Come ho già detto, l'AIC ha avuto un ruolo decisivo nella conquista di una condizione molto più libera e aperta per tutti i tesserati, che prima erano quasi sottomessi alle decisioni delle società di appartenenza, mentre dopo furono in grado di decidere sulle loro carriere senza dover sottostare alle scelte di direttori sportivi e dirigenti.
Se lo sia oggi, confesso di non saperlo, per un distanziamento forse inevitabile dal mondo calcistico, dopo tanti anni da giocatore ed altri, più difficili, da allenatore, esperienza molto più complessa, che si è fermata alle serie minori.

Che cosa è rimasto del tempo e delle speranze di cui sei stato testimone e interprete?

Basta guardare quello che succede oggi nel mondo per capire che quasi tutti i sogni delle generazioni sessantottine e seguenti si sono dissolti, tanto da sembrare, oggi, dei miraggi collettivi di cui certo rimane traccia per la conquista di molti diritti, ma che si sono eclissati, dunque pagando una sconfitta brutale, dai progetti di cambiamento della società, che si è arresa a un capitalismo brutale e sempre più aggressivo, mentre i progetti di uguaglianza e confronto aperto si sono desertizzati.

Due domande in una.
Ora mi riferisco al calcio giocato in campo e ti chiedo qual è la principale differenza fra gli anni in cui giocavi tu ed oggi? E ancora: ti piace il calcio che si gioca adesso
?

La differenza credo stia nella velocità, dovuta a migliori allenamenti e a una fisicità portata al massimo. Ovviamente questo significa anche un evidente miglioramento tecnico, perché giocare con tutti che vanno ai cento all'ora richiede una padronanza di controllo del pallone e una rapidità di pensiero mai raggiunti prima.
Il calcio mi piacerà sempre, anche su altri pianeti di apprezzamento, perché fa parte della mia storia e del conseguente immaginario, ma confesso che oggi lo seguo e guardo poco.

……………….………..……..

Paolo Sollier
Calci e sputi e colpi di testa
Prefazione di Renzo Ulivieri
Pagine 118, Euro 12.00
Con inserto foto in b/n
Mimesis


L'Europa in camicia nera (1)

La casa editrice Meltemi ha pubblicato un saggio imperdibile per tutti quelli interessati a capire il fascismo dei nostri giorni oltre che da noi anche in Germania, Portogallo, Spagna e Grecia, cioè in quei Paesi che hanno conosciuto la dittatura, dalla fine della Guerra Fredda ad oggi.

Titolo: L’Europa in camicia nera L’estrema destra dagli anni Novanta a oggi
Ne è autore Elia Rosati.
Svolge attività didattica e di ricerca presso la Facoltà di Scienze Politiche e il Dipartimento di Studi Storici dell’Università di Milano. Da diversi anni si occupa di neofascismo italiano ed europeo-occidentale collaborando con giornali, riviste scientifiche e media indipendenti. Tra le sue recenti pubblicazioni: Storia di Ordine Nuovo (con A. Giannuli, 2017); CasaPound Italia (2018); Dopo le bombe (con A. Giannuli, D. Conti et al., 2019).

In questo video un suo lucidissimo intervento sulla prima caratteristica del fascismo.

Dalla presentazione editoriale di “L’Europa in camicia nera”

«Date le modifiche cui è andato incontro il concetto di destra nel mondo e nella storia, anche quello di estrema destra è cambiato più volte. Ne L’Europa in camicia nera lo storico Elia Rosati prova a delineare come si siano evolute, trasformate o riorganizzate le destre radicali europeo-occidentali dagli anni Novanta a oggi. E ciò ponendo in rilievo come le culture politiche neofasciste/neonaziste, identitarie, reazionarie e tradizionaliste cattoliche abbiano affrontato e cavalcato l’impatto dei fenomeni globali, della nascita dell’Unione Europea e delle crisi economico-finanziarie sulla società europea. Il risultato è uno studio storico estremamente accurato e stimolante che guida il lettore nelle pieghe più oscure delle nostre società per cercare le radici del “fascismo del terzo millennio”».

“Come la ‘nuova destra’ ha messo radici” è il titolo di una densa postfazione di Guido Caldiron che studia da molti anni le nuove destre e le sottoculture giovanili, temi cui ha dedicato inchieste e saggi.

Segue ora un incontro con Elia Rosati.


L'Europa in camicia nera (2)


A Elia Rosati (in foto) ho rivolto alcune domande.

Perché la scelta di centrare il saggio su quei quattro paesi europei?

Questo saggio è solo un primo volume di una serie di saggi che andranno, nei prossimi anni, a provare a ricostruire la storia delle destre radicali dell’Unione Europea (compreso l’Est) dagli anni della Globalizzazione ad oggi. Ho scelto quindi, in questa prima parte di prendere in esame la storia delle destre dei quattro contesti nazionali (oltre all’Italia) che hanno vissuto nel Novecento delle dittature fasciste o autoritarie. Parliamo ovviamente di: Germania, Spagna, Portogallo e Grecia.

Nello scrivere “L’Europa in camicia nera” qual è la cosa che hai deciso di fare assolutamente per prima e quale quella assolutamente per prima da evitare?

Ho provato a sottolineare come il tema non sia l’esistenza di un substrato fascista rimasto endemicamente e carsicamente presente nella società di queste nazioni, ma come invece sia importante capire che è l’impatto della Globalizzazione Neoliberista (e del lungo decennio di Crisi Finanziaria in Europa) che ha prodotto una ridefinizione e l’esplosione delle destre radicali di questi ultimi decenni.
Piuttosto che interrogarsi unicamente su quanto di fascista sia rimasto dal Novecento, sarebbe più utile, forse, analizzare la forza o la natura delle destre radicali e identitarie di oggi a partire da elementi strutturali come: la riorganizzazione del mercato del lavoro globale, l’aumento costante della finanziarizzazione dell’economia, l’impatto di massa della dimensione telematica nella comunicazione (e più recentemente nel piano socio-relazionale) o il carattere costante dei flussi migratori.
Se aggiungiamo a quanto già detto gli effetti, specie nell’UE, di un lacerante decennio di crisi economica globale (il declassamento dei sistemi formativi, la balcanizzazione/precarizzazione del ceto medio ad alta scolarizzazione, la sfaccettata crisi dello stato nazione e del sistema UE, la fine di una cultura socialdemocratica del welfare o la “rifeudalizzazione” della governance politica), la carta d’identità delle destre contemporanee è completa.

In Germania, Portogallo, Spagna e Grecia è accaduto (com’è successo in Italia) che uomini dei trascorsi regimi si trovino presenti in posti-chiave dei nuovi ordinamenti statali?

Certo. Ma questo è successo storicamente in tutte le strutture statali nate e/o riorganizzatesi dopo la scomparsa di regimi totalitari e/o autoritari. Soprattutto in paesi in cui (come la Spagna e la Grecia) le dittature si sono dissolte o sono crollate rapidissimamente o dove le epurazioni nella burocrazia o nelle forze armate (o nei gruppi finanziari o industriali) sono state minime (come in Germania e Portogallo).
È vero anche che i dispositivi europei della Guerra Fredda hanno consentito a personaggi chiave, movimenti e partiti politici più o meno apertamente neofascisti di esistere e organizzarsi senza troppi problemi, costruendo un ponte tra generazioni, quando non delle organizzazioni rimaste operative (con alterne vicende) fino ad oggi. Penso alla NPD tedesca ma anche al Front National francese o al Fpoe austriaco, per non parlare in Italia della storia del MSI (poi da metà anni Novanta trasformatosi in Alleanza Nazionale).

Esiste una Internazionale Nera così com’è descritta su quotidiani, periodici, tv?

Se facciamo riferimento agli esempi storici di “Internazionali Nere” sorte nella Guerra Fredda, no: intendendo cioè delle riunioni stabili e periodiche di coordinamento tra organizzazioni politiche omogenee di paesi diversi per costruire campagne e dare vita, in base a una unica strategia, ad azioni sinergiche (come, ad esempio, la tattica terroristica e disinformativa anticomunista della Strategia della Tensione Europea negli anni Sessanta e Settanta).
Esistono invece delle sinergie nel parlamento europeo e/o un dibattito ideologico comune ad alcuni partiti o movimenti giovanili che spesso trova dei momenti di scambio e dibattito a livello internazionale, andando a costruire un linguaggio comune di destra radicale (dal tema della “grande sostituzione etnica” al “complotto gender”, dalla discussione sull’identità europea e l’immigrazione, alla visione di un welfare per soli autoctoni). Teniamo presente però che il successo delle destre europee occidentali negli ultimi decenni è fortissimamente legato alle vicende e alle fratture socio-economiche dei vari contesti nazionali di riferimento e questo automaticamente depotenzia ogni possibilità di coordinamento internazionale che diventa solo tattico e temporaneo e mai strategico e stabile.

Termini molto usati: “Neofascisti” e “Postfascisti”
Già molti anni fa Marcello de Angelis (ex direttore del Secolo d'Italia, ed ex Terza Posizione) affermava che “Il Msi era una forza politica neofascista. Quelli venuti dopo sono postfascisti. Per i giovani degli anni 70-80 il neofascismo ‘era ieri’ il ventennio, il fascismo ‘l'altro ieri’ “.
Condividi questo distinguo nella forma che ho riportato? Se sì oppure no, perché
?

“Neofascisti”, “Postfascisti”, destra “radicale”-“estrema”-“populista”-“identitaria”- “tradizionalista”-“etnoregionalista”…
dagli anni Novanta la nominalistica è cresciuta a dismisura. Al di là del fondamentale dibattito accademico degli addetti ai lavori, io credo che serva sottolineare un aspetto: dobbiamo parlare di “destre” al “plurale” all’interno di una unica grande foto di famiglia ideologica, proprio perché la storia di questa parte politica ci ha abituato a organizzazioni/partiti che sono contenitori di varie tendenze identitarie, ma anche alla capacità di costruire una comunità politica multipla e sincretica che si ritrova il più delle volte, mi si perdoni la semplificazione, intorno a una fondamentale e radicale critica al concetto di “uguaglianza”.

Si usa dire “fascisti del terzo millennio”. Tra le anime della Destra radicale europea (ma anche negli Stati Uniti) è, però, forte la presenza più precisamente dell’ideologia nazista.
Sbaglio? Oppure se così è, per quali vie è avvenuto? Per molti giovani in Europa Hitler esercita su di loro più fascino (anche in Italia) di Mussolini
?

Nelle destre giovanili contemporanee occidentali (nonostante molti distinguo più d’immagine che non ideologici) è nettamente maggioritario il neonazismo o quantomeno una idea nazifascista. Nelle destre nazionalpopuliste (dal Front National alla Lega, da l’AfD al Fpoe, a Vox a Chega) prevalgono posizioni identitarie, xenofobe e scioviniste, ma sicuramente c’è un humus compatibile alla diffusione di messaggi fascistoidi.

Il tuo libro, come tieni a precisare, è stato scritto a cavallo del Covid 19, ma fermi volutamente la tua analisi in epoca pre-Covid perché la pandemia scrivi avrà rilevanza “nella natura stessa della Destra radicale”.
Con quali esiti? È possibile prevederli, o ipotizzarli, fin da oggi
?

Essendo state le destre radicali la compagine politica che meglio ha compreso e capitalizzato lo spaesamento, le paure e le trasformazioni socio-economiche dei nostri paesi, io credo che questo possa avvenire anche oggi. Sicuramente la Sindemia-Covid19 rappresenta un giro di boa storico importante e sta già cambiando ogni aspetto della nostra esistenza, mettendo anche in discussione alcuni elementi stratificati come ad esempio la totale egemonia neoliberista. Io credo che ci troveremo davanti progressivamente ad una offerta politica nuova e che destre sempre più patriottiche (più che nazionaliste) e con venature stataliste faranno sentire la loro presenza.

…………………………………
..
Elia Rosati
L’Europa in camicia nera
Postfazione di Guido Caldiron
Pagine 192, Euro 16.00
Meltemi


Sensual Musicology


Già altre volte ho scritto di Sergio Messina (in foto) su questo sito perché sono plurali le applicazioni della sua creatività.
Da anni, infatti, invade e pervade più aree espressive dalle arti visive alla radio dalla performance al sound design, dalla tv alla scrittura - su carta e sul web - attraverso diversi registri, sempre impegnandosi impagabilmente nelle aree più estreme dei linguaggi.
Il suo campo di partenza, e di molte felici soste, però è la musica dove può vantare anche un lusinghiero apprezzamento di Frank Zappa.
Dopo lunghe permanenze all’estero, da qualche anno vive in Val Tidone.
Una sua bio la trovate QUI.
Sensual Musicology è il titolo del suo più recente album, anzi recentissimo perché uscito il 18 marzo.
Non sono un critico musicale, perciò non scendo (o salgo) in analisi del lavoro stilistico dell’autore, dirò soltanto che l’ascolto mi ha coinvolto moltissimo e credo che coinvolgerà proprio tanti. Ascoltare per credere.

Dal comunicato stampa

Sensual Musicology
Sergio Messina & The Four Twenties

È uscito il 18 marzo per Hell Yeah Recordings il nuovo album di Sergio Messina, Sensual Musicology. 13 tracce segnano un nuovo tragitto musicale e sonoro che lega brani del passato e suggestioni moderne. Il disco si apre con una cover sognante di Goodbye Porkpie Hat (Charles Mingus) a cui segue una versione italo-dub di Amara Terra Mia, classico di Domenico Modugno - che compare campionato nel brano (campionamento naturalmente autorizzato dagli eredi). Sometimes Remember, definibile soul-jazz moderno, è magistralmente interpretata da Valeria Rossi.
The way you make me feel di Michael Jackson, completamente ripensata, nasce da un arrangiamento live dello stesso Jackson.
Chiudono la prima facciata due brani quasi-Jazz, Just because you're dead H Sono stufa di tutto [420s], nuova versione di una traccia di Messina del 1996 (reperibile su YouTube).
Il tributo a Jon Hassell (grande trombettista americano recentemente scomparso) ambientato in un beach bar, che apre la prima facciata, è seguito da Ouana di lambo, cover di Manu Dibango (altro gigante mancato di recente). Beniamino Placido è un piccolo sogno musicale boschivo dedicato al grande intellettuale italiano.
Anche Nowhere Special, dalle sonorità West Coast, ha una dedica: il titolo allude all'ultima battuta del film Blazing Saddles (Mezzogiorno e mezzo di fuoco).
L'album si chiude con una versione Crimsoniana e Zappesca del Bolero di Ravel (per l'esattezza il secondo tema del brano). La versione digitale, disponibile su Bandcamp e in streaming, contiene due bonus track: un Valzer olandese e una versione di In a Silent Way, capolavoro di Joe Zawinul nell'arrangiamento di Miles Davis, che vede la partecipazione di Tez/Maurizio Martinucci, musicista, sperimentatore a tutto tondo e membro attuale dei Clock DVA.
Dopo un passato musicale intenso negli anni '90 (due album e decine di partecipazioni, remix e produzioni tra cui l'album Curre curre guagliò dei
99 Posse nel 1993) e molte avventure sonore internazionali tra sperimentazione e radiofonia Messina torna alle origini della sua formazione musicale e culturale con un album inaspettato e colto ma scorrevole e a tratti danzante.
L'album è corredato da ampie note stampate nella copertina interna.

Sergio Messina & The Four Twenties
Sensual Musicology
Hell Yeah! Recordings (HYR7250)
Disponibile in vinile, su Bandcamp e in streaming sulle maggiori piattaforme.


Nannetti. La polvere delle parole (1)


La casa editrice Exorma
ha pubblicato un libro di estremo interesse su di un personaggio che ha trascorso gli ultimi 15 anni della sua vita nel manicomio di Volterra, dopo il passaggio in vari altri manicomi. Il suo nome: Nannetti Oreste Fernando (Roma, 31 dicembre 1927 - Volterra, 24 novembre 1994), più noto con l’acronimo NOF4 ispirato al numero di matricola che gli venne assegnato all’ingresso nel manicomio.
Il caso è clamoroso perché scolpì, usando fibbie del suo camicione, su di un muro dell’ospedale psichiatrico volterrano una storia lunga 180 metri in una narrazione, intercalata da disegni, dal significato a lui solo noto.
Il volume è intitolato: Nannetti La polvere delle parole.
Ne è autore Paolo Miorandi.
È nato e vive in Trentino, a Rovereto. Lavora come psicoterapeuta e dedica alla scrittura parte del suo tempo. Oltre a contributi in ambito specialistico, ha pubblicato: “In basso a sinistra. Un viaggio in Cile" (2003); "Ospiti" (2010); "Lessico di Hiroshima" (2015), portato in scena con le musiche originali composte da Roberto Conz.
Per Exòrma Edizioni sono usciti "Verso il bianco. Diario di viaggio sulle orme di Robert Walser" (2019) e "L’unica notte che abbiamo" (2020).
Nannetti è stato il personaggio protagonista del cortometraggio "Libro di sabbia", che ha realizzato con il regista Lucio Fiorentino.
All’inizio del millennio, Miorandi visita più volte i padiglioni abbandonati del manicomio, raccogliendo questa storia dalla voce dell’infermiere Aldo Trafeli. Nel 2021 tornerà a Volterra assieme con il fotografo Francesco Pernigo, andrà in cerca dei «resti», per farsi ancora una volta interprete del lavoro compiuto dal tempo sulle parole di Nannetti.
«Nannetti. La polvere delle parole» è il frutto di questo nuovo pellegrinaggio laico.
“Il mio passatempo” – dice Miorandi – “pare sia documentare sparizioni”.

Aldo Trafeli è un personaggio chiave di questa storia, è forse l’unico che riesce ad accedere ai pensieri di Nannetti, che “traduce” la sua opera. Trafeli copia e trascrive il graffito, mentre il muro a poco a poco si sbriciolerà e le parole torneranno ad essere polvere, pagine strappate da un quaderno di sabbia e calce.
Il libro di Paolo Miorandi è una partitura a tre voci: quella di Nannetti, quella di Trafeli e quella del narratore che si rincorrono e si fondono sulla pagina raccontando la vicenda di Nannetti e delle altre figure che si muovevano sullo sfondo della straziante banalità dell’istituzione manicomiale.

Francesco Pernigo vive tra il Trentino e la Sardegna. Dal 2003 lavora come fotografo free lance affiancando all’attività professionale progetti di ricerca legati al paesaggio e all’indagine della relazione tra gli oggetti e il loro contesto culturale.
Nel 2015 ha pubblicato con Michele Mari "Asterusher - Autobiografia per feticci".
“Nannetti. La polvere delle parole” ha le pagine scandite da foto in b/n da lui scattate oggi nel manicomio di Volterra.

Dalla presentazione editoriale

«Oreste Fernando Nannetti, dopo peregrinazioni in vari ospedali, approda al manicomio di Volterra nel padiglione Ferri, il reparto giudiziario. Aldo Trafeli, uno degli infermieri della sorveglianza, si accorge che Nannetti con la fibbia della sua “divisa da matto” sta trasformando il muro del padiglione in un immenso graffito considerato oggi, a livello internazionale, un esempio unico di Art Brut. Incide segni indecifrabili, parole e disegni. Ora dopo ora, giorno dopo giorno, chiuso in un totale mutismo, segnando l’intonaco scrive il libro della sua sopravvivenza».

Segue ora un incontro con Paolo Miorandi.


Nannetti. La polvere delle parole (2)

A Paolo Miorandi (in foto) ho rivolto alcune domande.

La più forte motivazione che ti ha spinto a scrivere questo libro

Da una parte c’è l’interesse per gli atteggiamenti degli umani nei confronti della follia e per come sono cambiati nel corso della storia, e per le pratiche, il più delle volte violente e in fin dei conti “magiche”, seppur camuffate sotto presunti criteri di scientificità, con le quali è stata trattata, oscurata, reclusa. Ho fatto l’università negli anni immediatamente seguenti all’entrata in vigore della legge Basaglia, al tempo in cui era ancora acceso il dibattito che aveva portato alla progressiva chiusura dei manicomi italiani, una scelta pressoché unica nel panorama mondiale. Ricordo le letture di allora, “La storia della follia nell’età classica” di Foucault, ma anche i libri di Goffman sulle istituzioni totali o quelli di psichiatri dissidenti come Laing e Cooper. In alcuni casi questo interesse ha incontrato quello per le scritture che avvengono in situazioni estreme, quando qualcosa di interno o esterno a noi fa andare in frantumi il mondo che abitiamo. Accade talvolta che proprio in tali situazioni emerga la necessità di scrivere, come se scrivendo si potesse operare un lavoro di ricucitura, si potesse rimettere insieme quel mondo che si è rotto legando le parole l’una all’altra.

Nel comporre questo lavoro qual è la cosa che hai deciso di fare assolutamente per prima e quale per prima assolutamente da evitare?

Direi che per iniziare mi è sembrato necessario leggere più volte, fino a impararli quasi a memoria, interi passi delle trascrizioni del graffito di Nannetti. E questo perché solo facendo depositare quelle parole dentro di me avrei potuto permettere alla mia scrittura di evocare, almeno in parte, il ritmo e la musicalità del delirio di Nannetti. Ho invece evitato di osservare troppo a lungo le fotografie del graffito e di basarmi piuttosto sulle impressioni ricevute nel corso delle mie ripetute visite al manicomio, delle ore trascorse di fronte al muro o seduto sulle panche di pietra nel cortile del padiglione. Di rispettare dunque anche la soggettività del ricordo e di preservarne l’intensità emotiva.

Quale episodio determinò l’arresto di NannettI?

Nannetti viene arrestato a Roma nel 1956 quando ha ventinove anni. Viene condannato per oltraggio a pubblico ufficiale, prosciolto per vizio di mente e internato al Santa Maria della Pietà, il manicomio romano. Non conosco altri particolari della vicenda e la ricostruzione che nel libro faccio di come potrebbe essere andata è frutto della mia immaginazione. Al tempo dell’arresto Nannetti abitava da solo in un’abitazione di un’unica stanza in un quartiere della periferia romana. Si racconta che i vicini lo considerassero un tipo solitario e stravagante.
È interessante notare che nei primi mesi dopo l’internamento Nannetti era particolarmente loquace, tanto da essere considerato un paziente disturbante. È facile supporre che siano stati gli effetti devastanti del manicomio a ridurlo al silenzio e a trasformare, dopo il trasferimento a Volterra, il suo soliloquio in scrittura.

Si conosce il suo grado di scolarizzazione?

Non ho trovato informazioni al proposito. Leggendo ciò che ha scritto sul muro e nelle cartoline si capisce però che Nannetti padroneggiava le regole grammaticali e sintattiche. Gli errori sono pochi e hanno a che fare soprattutto con la storpiatura di parole che probabilmente sentiva pronunciare in manicomio. La sua scrittura prende talvolta un andamento musicale, un ritmo e una melodia che si impongono sull’aspetto semantico, diventano concatenazioni di suoni, di parole vissute e forse gustate nella loro presenza materiale più che nel loro significato. Compaiono spesso elenchi, di parenti immaginari legati tra loro da comuni caratteristiche corporee - moro, spinaceo, naso a y ecc. - oppure di minerali, pianeti, Stati. È la logica creativa del delirio, in parte tenuto a freno dalle convenzioni linguistiche in parte lasciato scorrere libero.

Nannetti rifiuta denaro per la sua opera, si arrabbia nel vedere il suo lavoro riprodotto in un libro. Come interpretare questi comportamenti?

Sono solito andare piuttosto cauto con le interpretazioni che, se non avvengono dentro una relazione interpersonale, sono per lo più proiezioni. Almeno per quanto riguarda i disegni dell’ultimo periodo, si sa però che Nannetti li considerava “privati” e non voleva cederli, quasi facessero parte di un suo personale archivio. Si racconta anche che fosse rimasto indifferente quando gli avevano mostrato le fotografie del graffito. «Fanculo, questo è un falso, quello vero è lassù» sembra abbia detto quando le ha viste. Quel che posso dire io è che una riproduzione toglie l’opera di Nannetti dal luogo dove è nata, che è il solo che la può significare, oscurando la presenza incombente del manicomio e del suo carico di sofferenza e orrore, una presenza fatta di memorie depositate nei muri, nei corridoi, nelle camerate. Oltre a ciò, una fotografia, per quanto buona sia, non può restituire la faticosa ostinazione con la quale Nannetti doveva guadagnarsi ogni singola lettera che scriveva, passando e ripassando con la fibbia del panciotto sull’intonaco, rovinandosi le dita per lo sfregamento, incidendo profondamente la materia.

Hai conosciuto Aldo Trafeli l’infermiere amico – e confidente, e trascrittore – di Nannetti. Puoi tracciarne qui un ritratto?

Lo ricordo soprattutto come un uomo gentile ed estremamente disponibile. Si capiva che la storia di Nannetti lo appassionava e amava raccontarla a quanti gliela chiedevano. Lo ha fatto molte volte, senza fretta e con cura. Tornava nel cortile del Ferri per mostrare il graffito, per tradurne alcuni passi davanti al visitatore, per ripetere quanto gli aveva detto Nannetti a proposito di quello che scriveva. E questo anche se, come mi disse in un paio di occasioni, il padiglione abbandonato gli incuteva una sorta di timore, oltre al rammarico di vederlo cadere a pezzi assieme alle memorie che i muri ancora contenevano. Aldo aveva accolto il compito che in un altro mio libro (“L’unica notte che abbiamo”) mi ha fatto dire: «Mi chiedo se ogni essere umano non sia per caso chiamato a prendere in consegna la voce di almeno un altro essere umano, se ogni vita non debba offrire la propria voce, per quanto flebile essa sia, ad almeno un’altra vita; mi vengono in mente le catene di Sant’Antonio, quelle strane processioni di parole che un tempo si andavano formando; qualcuno, di solito uno sconosciuto, ti mandava una lettera - non ricordo cosa ci fosse scritto, ma sono sicuro che non avesse importanza - ingiungendoti di scriverne a tua volta alcune altre e di spedirle a persone a tua scelta, conosciute o sconosciute, un esercizio magico, una specie di atto di fede, che prometteva fortuna a chi non avrebbe interrotto la catena, disgrazia a chi invece l’avrebbe fatto». In questo senso Aldo ha compiuto un atto di redenzione, per dirla con Benjamin, ha salvato dall’oblio la voce di un senza-voce.

Perché nel libro hai ritenuto necessario ricordare protagonisti d’illustri storie psichiche: Adolf Wölfli, Robert Walser, Aby Warburg, Daniel Paul Schreber, Hachiya Michihiko?

Qualche anno fa nel corso di un soggiorno in Giappone mi sono trovato a scrivere: «Ogni qual volta il mondo cade in pezzi - e quel mattino il mondo venne ridotto a nulla più di una nuvola di polvere soffiata via dal vento - c’è qualcuno, magari anche uno solo, che, senza capirne bene il motivo, fruga con la mani tra la polvere e raccoglie parole - le poche rimaste, sporche e rotte, quasi irriconoscibili - e le distende sopra un tavolo di fortuna, come fa un archeologo con i frammenti dell’antico vaso che ha disseppellito. Quel giorno lo fece per noi Hachiya Michihiko, direttore dell’Ospedale delle Comunicazioni di Hiroshima. Il destino, come sempre a caso, scelse lui per celebrare la sopravvivenza, non dei corpi, e nemmeno delle anime, perché c’è un punto in cui anche le anime si rompono, ma di qualcosa che dell’anima è il principio generativo. Il 6 agosto del 1945 Hachiya Michihiko inizia a scrivere il suo diario e noi, dalla nostra lontananza, possiamo scorgere ancora la sua ombra chinarsi, come la sagoma controluce di un pescatore sull’orlo dell’abisso, e ricominciare a rammendare la rete che tiene insieme i pezzi del mondo e ad essi dà forma». Faccio un accenno alla storia di Hachiya Michihiko in questo libro, e assieme a lui convoco Adolf Wölfli, Robert Walser, Aby Warburg, Daniel Paul Schreber che, seppur diversissimi, sono per me accomunati dal fatto di aver provato a ricostruire attraverso le parole un mondo frantumato, dalle trincee della Grande Guerra per Warburg, dalla psicosi per il Presidente Schreber, dal manicomio per Wölfli. Anche un delirio, ricorda Freud, è un tentativo di rimettere insieme qualcosa che è andato in pezzi.

Faccio di un aforisma di Chesterton una domanda: “Il pazzo è uno che ha perduto tutto, tranne la ragione”?

Chiedersi se non siano proprio i pazzi a vedere le cose nella giusta maniera è una simpatica semplificazione. Quello che ci tengo a sottolineare è che pazzia e ragione sono costruzioni sociali che cambiano di significato al cambiare dei tempi e dei contesti e soprattutto degli occhi di chi guarda. Ricordo una cosa detta da Humberto Maturana nel corso di un seminario al quale ho avuto la fortuna di partecipare qualche decennio fa, suonava pressapoco così: «Ogni sistema vivente di per sé è perfetto, la patologia è lo stato di un sistema che non sta bene a un osservatore».


Nannetti. La polvere delle parole (3)

Ho conosciuto il caso NOF4 alla fine degli anni ’90 grazie allo scultore volterrano Mino Trafeli che mi guidò nell’esplorazione del famoso muro. Da allora la figura di Nannetti è tornata più volte nella mia vita fino a questa più recente occasione.

(In foto un angolo del manicomio visto dal fotografo Francesco Pernigo).

Nannetti nasce il 31 dicembre. Qui, a volere credere a certi segni, la data è perentoriamente conclusiva. Su quest’uomo che conclude se stesso incidendo un misterioso quanto affascinante viaggio psichico, Paolo Miorandi ha scritto un libro magnifico.
Del suo lavoro due meriti, fra gli altri, mi sembrano maiuscoli.
Avere riportato alla luce la storia di NOF senza cedere a nessuna romanzeria cogliendo il ritratto di Nannetti tutto compreso nella lettura tattile della sua opera, una sorta di Braille dell’anima.
E poi c’è il modo in cui è condotta la scrittura che fonde mirabilmente i tracciati vocali e mentali di Nannetti, di Aldo Trafeli e dell’autore in un corpo unico, quasi monologo interiore della scrittura stessa.
A questi due meriti ne segue un altro: far rivivere al lettore (anche con immagini fotografiche) i luoghi in cui si svolge la vita nel manicomio di Volterra. Luoghi attraversati da corpi alla deriva fra orari e corridoi, abitudini che diventano riti, silenzi nei quali sono rinchiuse intere vite oppure improvvisi scoppi di suoni dall’origine ignota e allarmante.
Ai tanti che stanno per acquistare ancora un inutile romanzo dico loro: “Fermatevi, diobon! Comprate questo libro e se siete creature giuste, mi ringrazierete”.


Nannetti. La polvere delle parole (4)


Passaggi dal libro.

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In foto un brano dell’incisione

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“Ognuno di noi è attraversato da voci che parlano, ricordano, indicano, consolano, spaventano, e che talvolta ridono di noi e dei nostri fallimenti. Non serve avere una mano-antenna come Nannetti per captarle né essere pazzi per accorgersene.
Sono le voci da cui è composta la nostra voce, le parole che abbiamo raccolto lungo la strada, il suono delle cose perdute, il sussurrare dei morti. È il respiro di ciò che non ci dimentica, i fiati che il tempo ha trattenuto e che tornano a smuovere l’aria, di notte o quando guardiamo soprappensiero un punto in fondo alla stanza.

[…]

Il nostro compito è ricordare, ha scritto Wilfred Bion, il grande psicoanalista inglese, dobbiamo ricordare quello che pensiamo di avere dimenticato, ma che non ci dimentica; solo così, un giorno, lo potremmo dimenticare.

[…]

... non hai sentito un tonfo? sembrava il rumore di un uccello caduto, una raffica di vento, hanno detto, qui va a finire sempre così, hanno detto, non bisogna meravigliarsi di niente, l’uccello ha chiuso le ali, ha nascosto la testolina dentro le ali e si è lasciato cadere, è caduto come un guanto gettato dal palco di un teatro, non c’è nulla che cadendo fa meno rumore di un uccello ferito a morte, non si sa nemmeno dove sia finito il corpo, come se la terra si fosse aperta al suo passare e subito si fosse di nuovo rinchiusa, se n’è andato in un attimo, succede sempre così, hanno detto, una creatura nuda, hanno detto, una stella cadente, non hai sentito un tonfo? sarà stato il vento.

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Paolo Miorandi
Nannetti. La polvere delle parole
Foto di Francesco Pernigo
Pagine: 168, Euro 16.00
Exòrma Edizioni


La nausea

Dopo il successo ottenuto con Non come loro torna in scena l’accoppiata Rossella OrMarco Solari con un nuovo spettacolo liberamente tratto da Rossella Or dal romanzo ‘La nausèe’, scritto da Jean-Paul Sartre nel ’33 a Berlino durante il suo dottorato, aveva allora 28 anni, e pubblicato in Francia solo nel ’38.
L’opera in origine aveva il titolo Melancholia, dall’omonima incisione di Albrecht Dürer. Fu l’editore Gallimard a chiedere all’autore di cambiare il titolo in “La nausée”.

Scrive Fabia Zanasi: “In una intervista rilasciata nel 1964, Jean Paul Sartre affermò che un romanzo come La nausea non conta nulla, se nel mondo esistono bambini che muoiono di fame. Tale affermazione non possedeva alcunché di retorico ed è sicuramente più comprensibile a distanza di tempo, in particolare alla luce delle memorie di Simone De Beauvoir dedicate al filosofo e compagno di vita. Quasi nell'esordio dell'opera Cerimonia degli addii, Simone rende infatti nota l'intransigenza di Sartre che per tutta l'esistenza non smise mai di porsi in discussione e di "pensare contro se stesso".

In “Ritorno a Jean-Paul Sartre” (Einaudi, 2021), Massimo Recalcati dice: “La nausea è stato per me un libro trauma che ha assunto le caratteristiche di un vero e proprio evento, prima della psicanalisi, a vent’anni quando io ero immerso negli studi filosofici”.

Dal comunicato stampa
«L’incontro tra due giovani intellettuali che si ritrovano d’improvviso, dopo una separazione, in una camera d’albergo per poi ripartire ciascuno per il proprio destino.
La storia è ambientata nel 1933 in una capitale europea, in un’Europa attraversata da inquietudini, soprattutto dall’inquietante ascesa e presa del potere del partito nazionalsocialista di Adolf Hitler. Senza ancora sapere tutto quello che in seguito sarebbe accaduto, i due si confessano i dubbi, le domande sul senso stesso dell’esistere, sul senso della vita, della passione, dell’impegno.
Hanno solo una strana leggera sensazione, l’aria di voler dire qualcosa e di esserne continuamente impediti. Mentre allo stesso tempo, simultaneamente, la coscienza di questo non riesce a far passare sotto silenzio il corpo. A sfuggirgli, o a servirsi di esso. La coscienza è lì anch’essa, e questo “essere lì” non è più riscattato nel suo essere di quello degli oggetti. Essi “sono di troppo”, essa “è di troppo”.

Informazioni e prenotazioni: tel. 06.7004932 · tordinonateatro1@gmail.com».

Teatro Tor di Nona
Via degli Acquasparta 16, Roma
Jean-Paul Sartre
La nausea
In scena:
Rossella Or – Marco Solari
Musiche a cura di Paolo Modugno
Disegno luci di Ettore Bianco
Dal 16 al 20 marzo
Tournée in programmazione


Insulti e gestacci

Quasi mezzo secolo fa fu pubblicato un aureo librino intitolato “Dizionario degli insulti: Come dire le parolacce in 5 lingue”. Evidentemente utile a un turista aggressivo o per replicare a uno sfrontato interlocutore straniero. Nell’introduzione, un anonimo redattore notava che indagare sull’l’insulto nasceva da “una strenua lotta contro l’eufemismo”.
Insomma, se vogliamo insultare in varie lingue, lo strumento c’è in quel testo.
Ma se per improvvisa afonia o altri acciacchi vocali fossimo privati della parola?
Don’t panic please!
Ecco in soccorso un prezioso link.
Esistono poi modi molto eleganti per insultare.
Un esempio lo fornisce Cyrano mentre duella con un visconte che gli dice “Mascalzone, facchino, ridicolo, marrano!”
E il nasuto spadaccino replica: “Ed io: Cyrano Ercole Savignan de Bergerac!”.

La casa editrice Einaudi dedica un gran bel saggio all’offendere e all’offesa approfondendo il tema perché gli insulti rappresentano il lato oscuro del linguaggio. Sono un fenomeno virale nelle conversazioni quotidiane, nel conflitto politico e nei social media. Studiare come e perché insultiamo può aiutarci a capire qualcosa di più della maniera in cui concepiamo il mondo e le persone che ci circondano.
Titolo del libro: Insultare gli altri.
Ne è autore
Insegna all'Università di Genova dove dirige il Laboratory of Language and Cognition.
Ha pubblicato numerosi articoli su riviste scientifiche internazionali e coordinato progetti di ricerca sul tema dei processi cognitivi coinvolti nella comprensione linguistica.
È autore di “Introduzione alla pragmatica” (Carocci 2014), “Presuppositions and Cognitive Processes” (Palgrave Macmillan 2016) e, insieme con Carlo Penco, di “Come non detto. Usi e abusi dei sottintesi” (Laterza 2016).

Dalla presentazione editoriale

«Il linguaggio verbale dispone di un vasto repertorio di espressioni deputate a svolgere una specifica funzione: insultare gli altri. Quasi tutte le lingue possiedono un arsenale di insulti che variano per quantità, contenuti e grado di volgarità. Illustrando i meccanismi psicologici e linguistici alla base della violenza verbale, questo libro analizza le ragioni che fanno dell’insulto e del linguaggio d’odio un fenomeno virale nelle conversazioni quotidiane, nel conflitto politico e, non in ultimo, nei social media. Gli insulti rappresentano il lato oscuro del linguaggio, un fenomeno deplorevole e maleodorante. La lingua parlata, tuttavia, merita attenzione in tutte le sue forme. Chi si occupa di linguaggio deve indagare tutte le possibilità espressive del linguaggio umano. Esaminare gli insulti può aiutarci a capire qualcosa di piú del modo in cui concepiamo il mondo e le persone che ci circondano».

In questo video l’autore presenta il suo libro con la collaborazione di Bianca Cepollaro.

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Fiiippo Domaneschi
Insultare gli altri
Pagine 176, Euro12.00
Einaudi



La nuova manomissione delle parole

Questo il titolo di una nuova edizione del libro di cui è autore Gianrico Carofiglio.

Dalla presentazione editoriale

«Rosa Luxemburg diceva che chiamare le cose con il loro nome è un gesto rivoluzionario. In un'epoca come la nostra, quando la democrazia vacilla e la sfera pubblica deve contenere i canali labirintici dei social, l'uso delle parole può produrre trasformazioni drastiche della realtà. Attraverso il linguaggio si esercita il potere della manipolazione e della mistificazione. Perciò le parole devono tornare a aderire alle cose. Manomissione, certo, significa danneggiamento. Ma nel diritto romano indicava la liberazione degli schiavi. Questo libro si misura con tale ambivalenza: del nostro linguaggio indica le deformazioni, ma anche la possibilità delle parole di ritrovare il loro significato autentico. E la condizione necessaria per un discorso pubblico che sia aperto e inclusivo. La manomissione delle parole era apparso nella sua prima edizione undici anni fa. Era un'altra epoca e, allo stesso tempo, era l'inizio di questa epoca. Il linguaggio era quello dell'ascesa di Berlusconi, che è divenuta la premessa di nuove manomissioni. Perciò il testo è stato storicizzato e aggiornato, con le nuove torsioni della lingua prodotte dall'avanzata populista. Sono sei i pilastri del lessico civile che questa guida anarchica e coraggiosa riscopre: vergogna, giustizia, ribellione, bellezza, scelta, popolo. A partire da queste parole chiave Gianrico Carofiglio costruisce un itinerario profondo e rivelatore attraverso i meandri della lingua e del suo uso pubblico. In un viaggio libero e rigoroso nella letteratura, nell'etica e nella politica, da Aristotele a Bob Marley, scopriamo gli strumenti per restituire alle parole il loro significato e la loro potenza originaria. Salvare le parole dalla loro manomissione, oggi, significa essere cittadini liberi. Le parole, nel loro uso pubblico e privato, sono spesso sfigurate, a volte in modo doloso, altre volte per inconsapevolezza. Un libro politico che segnala le ferite del nostro linguaggio, ma indica anche le strade possibili della sua liberazione».

Gianrico Carofiglio
La nuova manomissione delle parole
Con una nota di Margherita Losacco
Pagine 160, Euro 15.00
Feltrinelli


Consigli inutili

Dietro a ogni consiglio c’è un consigliere, motivo che impone di diffidare di quel professionista e di tutto quanto ci raccomanda. Il consigliere, infatti, è un tipo che in famiglia o in un’Amministrazione, pubblica o privata che sia, dispensa dietro il pagamento di ingenui affetti (nel primo caso) di grassi compensi (nel secondo) suoi pareri su condotte da tenere Lo fa, di solito, con aria severa. Suggerisce, esorta, raccomanda, indica, facendo sempre intendere che qualora non fossero seguiti i suoi avvertimenti ce ne verrà gran danno. Insomma, le sue parole sono flautate e minatorie al tempo stesso.
Io i consiglieri non li sopporto.
Ho conosciuto Luigi Malerba – di suoi lavori quali “Le galline pensierose” e “Pinocchio con gli stivali” ne ho fatto la regìa a Radiorai – e ora, ristampati dalla casa editrice Quodlibet, ecco questi sfolgoranti Consigli inutili seguiti da Biografie immaginarie di uomini mai nati ma di cui è ben storicizzata la loro paradossale vita.

Luigi Malerba, pseudonimo di Luigi Bonardi (Parma 1927 – Roma 2008), è uno dei migliori e più apprezzati autori italiani del secondo Novecento. Ha scritto libri memorabili che hanno lasciato il segno in chi li ha letti, influenzando la parte migliore della letteratura italiana contemporanea. Tra i tanti: Il serpente (1966), Salto mortale (1968), Il protagonista (1973), Le rose imperiali (1974), Dopo il pescecane (1979), Il pianeta azzurro (1986), Testa d’argento (1988), Fantasmi romani (2006). Nelle edizioni Quodlibet: Le galline pensierose (2014), Consigli inutili (2014), Il pataffio (2015), Storiette e Storiette tascabili (2016), Strategie del comico (2018), Mozziconi (2019). Ha lavorato per il cinema e per diversi giornali.

Nessuna mia meraviglia che abbia scritto su consigli inutili perché i consigli utili, riassumo a memoria quanto mi disse una volta nella sua casa romana di Tor Millina, oltre spesso a non essere tali impigriscono, quelli inutili aguzzano l’ingegno.
“I consigli inutili contenuti in questo libretto” – scrive Malerba nella prefazione – “sono un primo timido tentativo di sfuggire ai condizionamenti della necessità e di ritagliare una superficie dignitosa alla logica renitente dell’ottimismo totalmente ingiustificato che solo l’ideologia del superfluo ci può procurare”.

Dalla presentazione editoriale
«La miglior vena comico fantasiosa di Malerba. Dagli anni Novanta fino al 2008 Luigi Malerba ha coltivato questo genere che chiamava «consigli inutili». Sono brevi e molto divertenti storielle su come produrre il fango, su come riuscire a stare in piedi, su come perdere involontariamente una lettera sgradita, su come avere un’ombra, sulla difficile arte di non far niente, e così via. Si tratta di scritti inediti, tranne alcuni usciti in rivista. A seguire otto biografie di personaggi immaginari, mediamente strambe e paradossali, dall’antichità classica al Settecento. Le due raccolte sono state preparate e ordinate da Malerba nell’aprile 2008».

Volete un consiglio da Malerba?
Ne trovate, ad esempio, uno in quarta di copertina: “Se avete dei figli fategli mangiare fichi con formiche. Arricchirete in questo modo i loro ricordi d’infanzia”.

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Luigi Malerba
Consigli inutili
Pagine 156, Euro 14.00
Quodlibet


Diari di Cineclub e Pasolini


In occasione del centenario della nascita di Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 – Roma, 2 novembre 1975) tanti i libri, gli articoli, i convegni dedicati all’avvenimento.
Tra le mostre – molte sono quelle interessanti – ne ho scelto una perché ha l’intelligente caratteristica di crescere durante il periodo in cui è offerta al pubblico sul web diventando così una mostra delle mostre e delle documentazioni intorno all’opera di PPP.

Il 5 marzo, infatti, nel giorno del centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini nello spazio espositivo web di Diari di Cineclub, dretti da Angelo Tantaro, è stata inaugurata la Mostra online PPP100 - 2022 - DdC dedicata al poeta, scrittore e regista.

L’esposizione sarà costantemente aggiornata nel corso di tutto l’anno, grazie alla collaborazione volontaria di operatori culturali, tecnici, artisti e di tutte le Associazioni culturali nazionali ed internazionali con le quali Diari di Cineclub è in contatto.

Questi i principali percorsi che saranno sviluppati nel corso del 2022:

- Calendario Eventi e Mostre in Italia e nel mondo;

- Gli Orienti di Pasolini. Roberto Villa;

- Io sono una forza del passato. Valentina Restivo;

- Volumi pubblicati per il centenario;

- Pasolini 100 su DdC:

I podcast di Giorgia Bruni;

Le voci di Pasolini;

- Articoli pubblicati su Diari di Cineclub in occasione del centenario;

- Ritratti: la rappresentazione artistica di Pier Paolo Pasolini (aa.vv.);

- Raccolta di foto di Pasolini;

- Documentazione varia.

Per visitare lo spazio espositivo: CLIC!


Poesia tattile

È in corso, presso il Museo Omero (in foto il logo), l'esposizione "Poesia tattile". che nasce dall'attività di ricerca di Andrea Sòcrati (docente specializzato per il sostegno presso il Liceo Artistico “E. Mannucci” di Ancona), con la collaborazione di Emilio Isgrò uno dei protagonisti della scena artistica contemporanea.
La mostra è presentata da ‘Tactus’ in occasione della Giornata nazionale del Braille e della Giornata mondiale dell'identità linguistica
Il senso del tatto è ben presente nelle Neoavanguardie degli anni ’60 di cui Isgrò è uno dei protagonisti.
Oggetto di questa operazione estetica sono i valori tattili ed il codice Braille, un alfabeto dotato di un proprio valore plastico, la cui decodifica passa attraverso le mani. Da sempre le lettere degli alfabeti sono oggetto di elaborazioni estetiche in ambiti artistici diversi: dai "carmina figurata" latini ai poemi tipografici di Stéphane Mallarmé, dai Calligrammes di Guillaume Apollinaire alle "tavole parolibere" di Filippo Tommaso Marinetti.
In esposizione una poesia tattile dal titolo "l'albero" che si compone di quattordici "tavole-versi" con l'immagine di un albero realizzato a rilievo, usando i puntini del codice Braille. Un sonetto tipico, con rime tattili alternate definite dalle caratteristiche e dalle assonanze tattili dei diversi materiali su cui le tavole sono stampate. Saranno le mani a scoprire la forma dell'albero e a cogliere le variegate sensazioni tattili che i diversi materiali propongono. Anche l'udito viene stimolato dalle sensazioni sonore, costituite dal fruscìo prodotto dalle mani che toccano, contribuendo insieme al tatto a suscitare in ciascun fruitore pensieri, memorie, emozioni e coinvolgendolo in un'intima esperienza estetica. Esperienza che trae origine dalle modalità percettive e cognitive della realtà delle persone non vedenti che unisce tatto e cinestesia, ovvero quella percezione dinamica che Rudolf Arnheim considerava la base dell'esperienze estetica.

Per l'occasione, Emilio Isgrò ha realizzato la sua prima "cancellatura tattile", una sorta di calligramma dove le cancellature in rilievo danno forma ad un'immagine che può essere percepita anche attraverso il tatto. A sottolineare il protagonismo dei valori tattili nella sua opera, Isgrò vi inserisce una scritta in Braille, operazione non solo di tipo estetico-tipografico ma anche di contenuto, capace di rivelare e suggerire alle mani lettrici spunti di senso e di significato.

Museo Tattile Statale Omero
Ancona, Mole Vanvitelliana
Banchina Giovanni da Chio 28
info@museoomero.it
Prenotazione obbligatoria: tel e whatsapp: 335 56 96 985
Ingresso: 5 euro.
Fino al 3 aprile 2022


Dove gli ebrei non ci sono


A causa di un incidente che mi ha colpito, scrivo con ritardo sul previsto di un libro che ho ricevuto dall’Ufficio Stampa dell'ottima casa editrice Giuntina.
Un volume importante che fa luce su di un episodio storico che vede ancora una volta gli ebrei vittime in gran parte del totalitarismo comunista russo e in minima parte di una incredibile ingenuità degli ebrei stessi speranzosi in un buon futuro che si dimostrò, invece, crudelissimo.

Il saggio è intitolato Dove gli ebrei non ci sono La storia triste e assurda del Birobidžan, la Regione autonoma ebraica nella Russia di Stalin.
Ne è autrice Masha Gessen, nata a Mosca nel 1967.
Giornalista, traduttrice e attivista per i diritti delle persone LGBT, ha lasciato la Russia una prima volta nel 1981 per emigrare con la famiglia negli Stati Uniti. Rientrata a Mosca nel 1991, ha diretto Vokrug sveta, la più antica rivista di divulgazione scientifica in lingua russa. Dopo le politiche anti-LGBT promosse da Putin ha deciso di tornare di nuovo negli Stati Uniti, dove risiede stabilmente dal 2013.
Di Gessen, autrice di numerose pubblicazioni, sono già apparsi in Italia “Putin. L’uomo senza volto” (Bompiani, 2012) e “Il futuro è storia” (Sellerio, 2019).
Collabora con The New York Times, The New York Review of Books, The Washington Post, Vanity Fair e altre testate.

Ecco, condito da humour, un illuminante intervento su Dove gli ebrei non ci sono.

Dalla presentazione editoriale

«Nel 1929 il governo sovietico individuò un’area scarsamente popolata nell’Estremo Oriente dell’ex-impero russo. Questo luogo desolato e insalubre al confine con la Cina, flagellato da piogge torrenziali in estate e temperature rigide in inverno, fu considerato adatto per ospitare un pionieristico insediamento ebraico: la Regione autonoma del Birobidžan. Il progetto fu caldeggiato da alcuni intellettuali che speravano di creare un rifugio per gli ebrei e una casa per la cultura yiddish. Nei primi anni ’30, decine di migliaia di ebrei sovietici e circa un migliaio di ebrei stranieri risposero all’appello e si trasferirono nel Birobidžan, tra molte speranze e incalcolabili difficoltà. Dopo la Seconda guerra mondiale, altri ebrei raggiunsero la Regione autonoma ebraica: molti avevano perso le loro famiglie nella Shoah e ora, impoveriti e stremati dalla guerra, non avevano altro posto dove andare.
Masha Gessen, acuta analista della storia russa, ricostruisce le vicende di questo esperimento, a un tempo eroico e disperato, e dei suoi protagonisti, altrettanto eroici e disperati. “Dove gli ebrei non ci sono” è il suggestivo racconto di un sogno - ora lieto, ora angosciante - chiamato Birobidžan, un sogno andato in pezzi ai confini del mondo e i cui frammenti possono aiutarci a comprendere la storia degli ebrei nella Russia del Novecento, una storia inquieta che sogno non fu».

Masha Gessen
Dove gli ebrei non ci sono
Traduzione di Rosanella Volponi
Pagine 224, Euro 18.00
Giuntina


Nasce Neri Pozza Podcast


Neri Pozza Editore inaugura la sua collana di podcast con storie a puntate a partire dal mese di marzo: si inizierà con Caro Pier Paolo. Dacia Maraini racconta Pier Paolo Pasolini e con Maledetta Sarajevo. Viaggio nella guerra dei trent’anni.
I due podcast nascono e si sviluppano a partire dai testi Caro Pier Paolo di Dacia Maraini, che sarà in libreria in libreria da oggi 3 marzo, e Maledetta Sarajevo di Francesco Battistini e Marzio G. Mian, pubblicato a gennaio.

Caro Pier Paolo è la storia in tre puntate della profonda amicizia tra Dacia Maraini e Pier Paolo Pasolini, due scrittori che hanno segnato il nostro tempo.
Maledetta Sarajevo è un viaggio sonoro in quattro puntate di Francesco Battistini e Marzio Mian scritto a trent’anni dalla guerra di Bosnia.

Secondo Giuseppe Russo, direttore editoriale di Neri Pozza, Neri Pozza Podcast è una scelta naturale per una casa editrice che fa della comunicazione della propria identità un aspetto fondamentale del proprio lavoro. La nostra ambizione, infatti, è pubblicare non semplicemente libri, ma opere che lascino il segno nella battaglia delle idee e, in generale, nella cultura del nostro tempo. Da questo punto di vista, le due prime storie sono esemplari dell’indirizzo che Neri Pozza Podcast intende prendere. La pubblicazione di Caro Pier Paolo di Dacia Maraini diventa, nel podcast, l’occasione per ripercorrere il legame con la grande stagione letteraria del secondo Novecento, di cui Pier Paolo Pasolini è stato uno dei maggiori esponenti. Così come, nelle puntate del secondo podcast, Maledetta Sarajevo di Mian e Battistini offre lo spunto per mostrare una circostanza inaudita, divenuta ora di estrema attualità: che la guerra, brutale, feroce, nel cuore dell’Europa non è consegnata affatto all’armadio del Novecento.
Emanuele Trevi ha scritto una volta che non soltanto il fascino, ma l’essenza stessa della letteratura sta nel mistero della voce umana. Che i podcast, così come gli audiolibri siano oggi al centro dell’attenzione non stupisce affatto. Offrono la possibilità, irripetibile, di ascoltare e riascoltare, al di là del dilagante frastuono e della futilità delle immagini, voci che ci narrano storie, magnifiche o anche terribili, per comprendere il nostro tempo o per godere delle pagine migliori della nostra letteratura
.

Il progetto Neri Pozza Podcast si avvale della collaborazione del musicista e sound designer Simone Campa che ha composto le musiche originali della sigla e di ciascun podcast.
Simone Campa crea per Neri Pozza una alchimia acustica in cui musica e suoni diventano veri e propri strumenti narrativi al pari della voce: ora commento e didascalia, ora trasporto emotivo, ora suggestione immaginifica che con immediatezza ed efficacia accompagna l’ascoltatore in una sonosfera (ambientazione sonora, panorama sonoro, dimensione acustica) in cui il potenziale evocativo del racconto si esprime pienamente.
Simone Campa ha creato colonne sonore e musiche di scena per Silvio Orlando (La vita davanti a sé), John Turturro (Italian Folk Tales /Fiabe italiane), Alessio Boni (Lo Stesso Mare), Cesare Levi (Leonce und Lena).

La prima puntata del podcast "Caro Pier Paolo", in cui Dacia Maraini leggerà tre lettere tratte dal testo, sarà disponibile dal 9 marzo e come tutti gli altri podcast sarà scaricabile gratuitamente da Spreaker, Spotify, Apple podcast e sulle principali piattaforme di streaming.


Il gigante dormiente


Esiste un’opera di scultura che solo pochissimi possono (e potranno) vedere. È richiesta loro un’abilità: non soffrire di claustrofobia.
L’artista, in foto, Filippo Dombrilla (1968 – 2019) ha impiegato trent’anni, lavorando a 650 metri di profondità, per portare a termine l’opera “Il gigante dormiente” che riposa nelle viscere delle Alpi Apuane.

Questa maiuscola impresa è stata colta nei suoi eccezionali tratti artistici e umani dal regista Tommaso Landucci nel suo documentario “Caverman” (Festival di Venezia, Giornate degli Autori).


In questo video Landucci racconta avventure e rischi vissuti in questo suo lavoro.


QUI un’intervista con Dombrilla.


La musica è cambiata?!

Ha scritto Marcel Proust: “Le canzonette, la musica da ballo, servono a conservare la memoria del passato, più della musica colta, per quanto sia bella”.
Giusta riflessione che investe ragione e sentimenti. Poi, quando la cultura sarà analizzata “come complesso di fenomeni sociali di cui fan parte a pari titolo l’arte come lo sport” (Umberto Eco), si avrà una benvenuta posizione nettamente alternativa rispetto ai principî della filosofia idealistica. Si capirà che proprio attraverso momenti del nostro consumo quotidiano, prima considerati minori, c’è la possibilità di rintracciare segni, tic, tabù, percorsi, che veicolano la Storia, permettendoci di capire la società che ci circonda.
Fra quei segni: le canzoni. Che non sono solo canzonette.
La casa editrice Baldini+Castoldi ha pubblicato La musica è cambiata?! Dite la vostra che io ho detto la mia.
Ne è autrice Mimma Gaspari.
Com’è scritto nella presentazione editoriale Gaspari “analizza che cosa è cambiato negli ultimi dieci anni nel nostro panorama musicale e chi ha contribuito a questo cambiamento (da J-Ax a Fedez, da Fabri Fibra a Marracash, da Gué Pequeno a Blanco, da Achille Lauro a Salmo) confrontandosi con chi alla musica ha dedicato tanto - da Arbore a Baglioni, dalla Caselli a Cocciante, da Morandi a Renato Zero, da Paolo Conte a Mogol e molti altri - e l'ha resa grande come, forse, «non ritornerà mai più”.

Mimma Gaspari, verso la fine del '59, inizia la sua carriera come paroliera, chiamata da Teddy Reno. Un colpo di fortuna, ma anche un lavoro fortemente voluto, dentro al mondo della musica, che segnerà profondamente la sua vita portandola a ricoprire ruoli di grande e delicata sensibilità. Dalle Messaggerie Musicali, a Milano, fondate dal geniale imprenditore Ladislao Sugar, alla RCA Italiana di Ennio Melis a Roma, per circa un trentennio Mimma Gaspari si è occupata dei percorsi promozionali dei cantanti contribuendo alla nascita e al successo di quel fenomeno che furono i cantautori.
Moltissimi sono i nomi con cui ha lavorato, tra cui Patty Pravo, Nada, Renato Zero, Enzo Jannacci, Gabriella Ferri, Lucio Dalla, Gianni Morandi, Paolo Conte, conoscendo anche artisti stranieri come Frank e Nancy Sinatra, Sammy Davis, Gene Pitney, Maurice Chevalier e Connie Francis. Il mondo che ha raccontato in Penso che un «mondo» così non ritorni mai più (uscito nel 2009 per Baldini+Castoldi) è certamente sopravvissuto, e potrete rileggerlo in queste pagine. Ma la rivoluzione digitale, l'hip-hop e un'intera armata di nuovi eroi, agguerriti, creativi e irriverenti, si sono affacciati sulla scena musicale italiana, cambiandola. Si è voltato pagina. E come succede in questi casi, tutto quello che fino a ieri sembrava normale, contemporaneo, oggi suona improvvisamente antico.

A lei ho rivolto alcune domande.

La principale ragione che ha fatto nascere questo tuo libro?

Fare un confronto ragionato fra i due tipi di canzoni: quelle classiche e quelle rap, trap, indie.

Il titolo contiene due interpunzioni. di contrastante intonazione.
Nel libro sono riportati i tuoi tanti incontri con famosi personaggi. Hai notato una prevalenza di risposte all’incertezza dell’interrogativo oppure alla risolutezza dell’esclamativo
?

Direi che sono pari

In un momento pur molto caldo dell’atmosfera sociale, in Italia, le canzoni direttamente politiche (ad esempio penso agli anni ’70 e primi ’80) mi pare siano diminuite di molto per numero. Perché è accaduto?

Perché I cantanti di questa generazione sono più indifferenti alla politica e alla cultura. Hanno avuto forse una vita più difficile o hanno smesso di studiare molto presto. Un contesto familiare che non li avvicinava all’impegno politico ma solo alle difficoltà della vita quotidiana. Alle volte il Rap è stata una scappatoia promettente e risolutiva. Però De Gregori era colto e leggeva Celine.
Oltre alle ragioni che ho appena detto ricordiamo che il contesto politico era molto diverso: C’é stato il 68 e poi gli anni di piombo....Il Movimento studentesco era molto vivo...

Che cosa principalmente è stato determinato nella musica dalle nuove tecnologie sia nella composizione, sia nell’ascolto?

La tecnologia è entrata nella musica da molti anni (70/80), e con la morte del vecchio disco e la chiusura delle case discografiche quasi totale (le Major rimaste non fanno il lavoro capillare: produzione – selezione - crescita a lungo termine di un talento, arrangiamenti, orchestra, missaggi accuratissimi, promozione ecc.) oggi è tutto un "postare” il pezzo sulle varie piattaforme (Spotify in testa e poi video su Youtube ecc) Però ci sono anche produttori bravi come Salmo, che ha prodotto, prima di Sanremo, una bella canzone con Blanco (“La canzone nostra”). O Marrakash, detto, “The king of Rap”. Vedo però che vari Rapper, come Dargen D’Amico, Sangiovanni, quando sono andati a Sanremo, hanno portato canzoni che “ Si ballano e si cantano”. Non solo “fiumi di parole”: E perché come dice Mogol giustamente, gli italiani vogliono cantare.

Mimma Gaspari
La musica è cambiata?!
Pagine 592, Euro 25.00
Con inserti fotografici
Baldini+Castoldi


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