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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

La mia storia suona il rock (1)


Ha scritto Marcel Proust: “Le canzonette, la musica da ballo, servono a conservare la memoria del passato, più della musica colta, per quanto sia bella”.
Giusta riflessione che investe ragione e sentimenti. Poi, quando la cultura sarà analizzata “come complesso di fenomeni sociali di cui fan parte a pari titolo l’arte come lo sport” (Umberto Eco), si avrà una benvenuta posizione nettamente alternativa rispetto ai principî della filosofia idealistica. Si capirà che proprio attraverso momenti del nostro consumo quotidiano, prima considerati minori, c’è la possibilità di rintracciare segni, tic, tabù, percorsi, che veicolano la Storia, permettendoci di capire la società che ci circonda.
Fra quei segni: le canzoni. Che non sono solo canzonette.
Un magnifico libro che conferma quanto prima ho scritto è stato pubblicato dalla casa editrice Tempesta. S’intitola La mia storia suona il rock Da Elvis ai dj set: suoni, musiche e canzoni tra mode e movimenti.
Ne è autore Luca Pollini. Già altre volte gradito ospite di questo sito.
Giornalista e saggista, cresce e si forma nella Milano degli anni Settanta. È autore di reading teatrali e saggi di storia contemporanea.
Ha scritto: La musica è cambiata; Ordine compagni; Woodstock non è mai finito. Per Tempesta Editore ha pubblicato.Gianni Sassi il provocatore.

Dalla presentazione editoriale.

«Più di mezzo secolo di musica, dagli anni Sessanta a oggi, che s’intreccia inevitabilmente alla storia, che muta con il passare del tempo, delle mode, delle generazioni; ascoltata alla radio e su un giradischi, suonata durante un’occupazione, una manifestazione o all’interno di un palasport, copiata su una musicassetta o un cd-rom, duplicata su un file, vista sul monitor di uno smartphone. Oltre che un percorso storico, questo libro vuole essere anche un omaggio alla musica, linguaggio universale che tutti sono in grado di comprendere».

QUI l’attore Marco Paoli legge un importante passaggio del libro di Luca Pollini.

Ancora una cosa. Nell’ultima pagina l’editore fornisce la notizia che segue.
“La prima copia di questo libro è stata stampata il 3 aprile del 2021. In questo stesso giorno del 1973 Martin Cooper effettua la prima telefonata con un telefono cellulare portatile”,
Ecco un’idea che mi piacerebbe vedere imitata: agli altri editori in fondo non dovrebbe essere difficile perché qualcosa è successa, bella o brutta che sia, in ogni data nella storia di noi umani.

Segue ora un incontro con Luca Pollini.


La mia storia suona il rock (2)


A Luca Pollini (in foto) ho rivolto alcune domande.

Come ho ricordato prima, altri tuoi libri precedono questa pubblicazione. Che cosa ti ha portato proprio adesso a scrivere “La mia storia suona il rock”?

La musica leggera è lo specchio più immediato e reale di quello che è un momento storico, la forma d’arte che più di ogni altra rappresenta i sentimenti della gente. È dopo essermi occupato degli anni Sessanta e Settanta, volevo fare una sorta di riassunto degli ultimi cinquant’anni di Storia (con la S maiuscola). Non è un’autobiografia, è solo un percorso storico e sociologico, ovviamente anche musicale - soggettivo: il mio, quello dei miei anni. La colonna sonora della mia storia, fatta non solo di rock e buona musica italiana, perché nelle mie orecchie è entrato di tutto: dal rock sopraffino al tormentone estivo; dalla discomusic alla canzone politica. Ho sempre pensato che il rapporto tra musica e memoria sia molto stretto e che si svolga non solo sul piano personale, ma anche su quello collettivo così, seguendo questa traccia, ho preso in esame la cronaca e la mutazione dei costumi di cinquant’anni e l’evoluzione della musica.

La metà degli anni Settanta nei quali sei cresciuto e formato hanno visto l’esplosione di nuova espressività nelle arti visive, nel teatro, nella grafica, nel cinema underground. Perché proprio la musica è quella che più ha segnato il tuo, e non soltanto tuo, tracciato di esistenza e di memoria?

Per quelli della mia generazione la musica era tutto, spero lo sia anche per i millennial e per i giovani che verranno perché possiede un potere eccezionale: è in grado di raggiungere chiunque bypassando ogni barriera, sia essa fisica o culturale. Canzoni, suoni e musiche fanno parte del patrimonio culturale di generazioni e aiutano a ricordare - e forse a conoscere meglio - la Storia, mantenendo vivi quei sentimenti che hanno determinato la volontà di agire.

Giugno 1976. Che cosa significa il Parco Lambro nella scena musicale e politica di allora?

Negli anni Settanta il Festival di Re Nudo rappresenta uno degli appuntamenti fondamentali per la controcultura proponendo per i giovani di sinistra un’alternativa alla sclerotizzata Festa de L’Unità. È il periodo in cui anche i concerti rock iniziano ad acquistare importanza sociale, svolgono una funzione aggregativa e di rafforzamento degli ideali. L’edizione del Festival del 1976 non è più solo un appuntamento dei giovani di sinistra, perché all’interno del Parco Lambro di Milano circolano tutti, dagli indiani metropolitani agli spacciatori, dai semplici teppisti agli studenti, dagli autonomi e persino qualche fiancheggiatore della lotta armata. Le migliaia di polli surgelati, rubati dalle celle frigorifere degli stand e gettati in un fosso del Parco Lambro assieme alle immondizie, simboleggiano la drammatica fine della gioia e della condivisione. la fotografia di una generazione allo sbando. È il momento più negativo della controcultura, che segna l’inizio di un lungo periodo di stasi nella musica e che pochi anni più tardi sfocerà nella Milano da bere.

Il rock anni ’60, il punk anni ’70, l’house anni ’80, la techno anni ’90, che cosa ti dice questo percorso musicale dello scenario sociale che lo connota?

La musica non è solo ballo, spettacolo, e divertimento, ma esprime in una serie di azioni comunicative e culturali. E dagli anni Sessanta diventa simbolo d’identità e, grazie ai concerti, rito di aggregazione. Con lo scorrere dei decenni si trasforma in un linguaggio attraverso il quale le generazioni comunicano e si trasforma in strumento di protesta, lotta e denuncia sociale. Prima negli Stati Uniti, poi in Europa, i giovani scendono in piazza per ribellarsi a un sistema che gli va ormai stretto e lo fanno urlando e, soprattutto, suonando e cantando, trasformando così la musica in grande collante della contestazione. Libertà e affermazione sono il comune denominatore di quasi tutti i movimenti giovanili che si sono alternati nei vari decenni, dai Sessanta in poi. Nell’arco di cinquant’anni si è passati dal rock alla disco, dal punk alla techno, dai rave ai dj set, canzoni e suoni che nascondono tra le loro tracce proteste, emancipazioni, conquiste, messaggi e che raccontano avvenimenti, diffondono ideologie, pensieri, idee di rivolta, di ribellione di giovani che - attraverso le nuove “musiche” - si identificano e distinguono il “proprio” territorio con quello del nemico. Musica e canzoni si sono trasformate in un salvagente a cui aggrapparsi.

La musica negli anni Settanta e dintorni ha avuto un marcato segno politico. Perché oggi è raro, se non rarissimo, quel tipo di segno?

La canzone ha segnato la Storia, ha accompagnato guerre, momenti di gloria, di conquiste sociali. Non sono sempre state solo canzonette, anzi. «In qualsiasi società ben fatta – cito Mario Baroni, direttore del Dipartimento di Musica e Spettacolo dell’università di Bologna - se la musica serve a qualcosa deve servire a parlare agli uomini lì presenti. Le canzoni lo fanno, e per questo hanno una funzione fondamentale nella vita della nostra società». Ecco, lo stato attuale della nostra canzone – e non lo dico io che non sono un critico e nemmeno un giornalista musicale, ma artisti, addetti ai lavori, esperti in materia - versa ai minimi storici. I testi odierni - tranne rare eccezioni - non spiegano il mondo e la realtà, nella migliore delle ipotesi, è un elenco di luoghi comuni che vorrebbero fustigare la società, ma che sono poco più che didascalie. Viviamo un periodo di decadenza: morale, culturale ed economica. Sono convinto che rimarrà ben poco di quello che oggi viene prodotto in campo musicale e non solo. Non è colpa di nessuno: come negli anni Sessanta e Settanta la spinta ideologica e sociale ha enormemente contribuito alla creazione di grandi capolavori, l’odierna mancanza di ideali scaturisce purtroppo l’effetto contrario. Il momento storico predilige infatti l’approccio “usa e getta”, sia dal punto di vista della produzione, sia per quanto riguarda l’utilizzo del lavoro completato. E l’opera musicale non fa eccezione. Si è imposto un nuovo sistema di fruizione della musica legato più alle nuove tecnologie penalizzando il contatto - fondamentale per un artista: è necessario ritrovarsi in uno studio di registrazione o confrontarsi con il pubblico in un piccolo club.
Tutti sanno come stare su un palco, davanti a una telecamera, magari sono pure capaci di suonare - ci sono ragazzi preparati e virtuosi nello strumento musicale - non sono progredite invece le composizioni musicali. Mentre la tesi del critico musicale Michele Monina è molto più lapidaria: «La musica pop è lo specchio di una società e una società in crisi non può che avere una musica di merda».

Fra molte polemiche e contrapposizioni, ci sono alcuni che sostengono essere la musica trap la nuova carica d’opposizione radicale socio-musicale. Tu che ne pensi?

Mah, non sono molto d’accordo. La Trap House, che assume il significato di appartamenti abbandonati e richiama gli appartamenti in cui gli spacciatori di Atlanta erano soliti ritrovarsi. Nasce quindi con un preciso riferimento all’ambiente in cui si sviluppa e la conferma la si ha dai testi, i soggetti trattati riguardano prettamente tematiche quali droga, sesso, successo, fama e soldi. Tutti argomenti legati in qualche modo a contesti di degrado, criminalità e disagio. Mi sembra che tutto ciò non c’entra nulla con proteste politiche e opposizioni sociali.

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Luca Pollini
La mia storia suona il rock
Prefazione di Carlo Massarini
Pagine 340, Euro 22.00
Con inserto fotografico b/n
Tempesta Editore


L'uomo col cappello di feltro


Cent’anni fa nasceva un protagonista dell'arte del XX secolo: Joseph Beuys (Krefeld 12.5.1921 – Düsseldorf 23.1.1986).
Nel secondo conflitto mondiale, mitragliere della Luftwaffe, precipitò in una località dove, come racconta, lo salvò una tribù di Tartari cospargendolo di grasso e feltro, elementi che ritroveremo spesso nelle sue opere.
Su quella storia non pochi nutrono dubbi. Racconto vero? Falso? Chissà.
L’episodio dà lo spunto QUI all’impagabile Sergio Messina per una riflessione su Beuys e sull’arte.
Vicino al movimento “Fluxus” dal 1962, Beuys organizzò numerosi happenings, (tra i quali la memorabile II edizione del Festival “Festum Fluxorum Fluxus”, 1963) all’Accademia di Düsseldorf, dove insegnò dal 1962 al 1972 anno in cui fu espulso per aver sostenuto l’occupazione studentesca.
Sosteneva che in ogni uomo c’è un artista… mah!… qualora avesse incontrato, ad esempio, Calenda, Renzi, La Russa, l’avrei vista dura per lui.
Altra impresa artistica famosa la compì a “Documenta VII” dove effettuò un’azione di rimboschimento con settemila querce.
“Servirebbe molto spazio” – scrive Per Luigi Masini – “per descrivere Joseph Beuys, intellettuale raffinato e sensibile, amante del pensiero di Søren Kierkegaard e della musica di Richard Strauss ed Erik Satie (…) Artista e performer che nel 1974, a New York, si fece chiudere per tre giorni e tre notti in una gabbia con un coyote. Soli lui e l’animale che incarna il mito dei Nativi americani, lui e una coperta di feltro, un bastone da sciamano e molte copie del “Wall Street Journal” (non per leggerle); «Volevo isolarmi, non vedere nient’altro che il coyote». Troverà un modo di convivere con l’animale selvatico e quella gabbia sarà l’unica America che vedrà, insieme alla New York che gli scorrerà dal finestrino del taxi che l’aveva portato lì dall’aeroporto”.

In Italia il centenario della nascita è stato ricordato con un film trasmesso da Sky Arte, mentre una mostra di lunga durata è visitabile a Napoli presso casa Morra.
A Milano sono programmati una serie di indovinati appuntamenti al Teatro Out Off. Fra questi di particolare interesse una mostra a cura di Patrizio Peterlini con opere e documenti dalla Collezione Luigi Bonotto, mostra che con elogiabile intuito cita il famoso manifesto di Beuys del 1985: “Le cose iniziano ad andare male quando qualcuno va a comprare un telaio e una tela”.


Sapori della mente


“Ludolinguistica” è una voce che troviamo registrata per la prima volta sullo Zingarelli 1998 – che la definisce “branca della linguistica che si occupa di giochi di parole”, definizione giusta ma parecchio restrittiva perché a quell’area alcuni assegnano (forse discutibilmente) perfino quel capolavoro di Raymond Queneau Centomila miliardi di poesie.
Purtroppo, sono in molti a considerare il gioco una vacanza, una pausa nella vita vera, sono quelli che ci ammorbano l’esistenza. Perché il gioco lo spiegò bene Johan Huizinga in quel suo famoso libro del 1940 “Homo ludens” è la cosa sicuramente più vera che esista e scrisse: “Il gioco è innegabile. Si possono negare quasi tutte le astrazioni: la giustizia, la bellezza, la verità, la bontà, lo spirito, Dio. Si può negare la serietà. Ma non il gioco”.
Se poi il gioco è praticato sulle parole, cioè sul primo strumento di comunicazione fra gli umani, ecco che assume la dimensione di una vertigine fra disvelamenti ed epifanie, memoria e premonizioni.

Già altre volte su questo sito ho scritto sull’Oplepo vispo gemello bionico del sito Oulipo che storicizza, spiega e connota quel grande movimento che freme nell’acrobatica letteratura potenziale.
L’Oplepo oltre a organizzare convegni animati in più giornate, incontri con autori e mostre, pubblica deliziosi librini, ma pure corposi tomi che portano aria finalmente respirabile nella soporifera atmosfera delle lettere italiane.
Un volume che raccomando alla lettura è, per esempio, Sapori della mente Dizionario di Gastronomia Potenziale (in foto la copertina) pubblicato dalle edizioni in riga.
Autore di molti testi contenuti nel volume e curatore del libro tutto è Raffaele Aragona tra i fondatori dell’Oplepo e suo inesauribile carburante.
Così scrive concludendo la prefazione: Il volume, con un rapido accenno alla storia e alle tematiche della letteratura à contrainte, contiene testi di carattere gastronomico: i laboratori dell'Oulipo e dell'Oplepo, però, non producono nuovi prodotti gastronomici né diverse procedure culinarie, bensì assemblaggi, combinazioni il cui legame non è necessariamente quello del gusto e dei sapori ma un nesso d'altro tipo. Vengono così fuori storie gastronomiche e menu caratterizzati esclusivamente da una unicità cromatica, da riferimenti letterari o cinematografici, dal rispetto di regole che non hanno a che fare con la cucina ma con la retorica, non con i fornelli ma con la combinatoria, non con i tempi di cottura ma con la metrica, non grammi ma lipogrammi, non crostacei ma acrostici, non pasticci ma bisticci, non glasse ma glosse, non ossibuchi ma ossimòri. Del resto lo stesso "D'une théorie culinaire" di Noël Arnaud poneva l'attenzione su tutto quanto vi fosse di commestibile nell'universo incommestibile, esaltando una cucina di eccezioni. Non è detto, però, che le pietanze, esito di queste strane ricette o elencate nei sorprendenti menu potenziali, non siano immediatamente edibili né che non lo diventino col tempo; resterà in ogni caso il piacere di leggere nuove combinazioni di alimenti atti a suscitare la nostra fantasia e che, eventualmente, saranno anche da gustare.

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OPLEPO
Opificio di Letteratura Potenziale
Piazza dei Martiri 30, 80121 Napoli
info@oplepo.com
tel. +39 081 764.2888
fax +39 081 764.3760


Gli specialisti dell'odio (1)


La casa editrice Giuntina ha pubblicato un importante libro intitolato Gli specialisti dell’odio Delazioni, arresti, deportazioni di ebrei italiani.
Ne è autore un grande studioso: Amedeo Osti Guerrazzi collaboratore con la Fondazione Museo della Shoah.
Tra le sue pubblicazioni: “Caino a Roma. I complici romani della Shoah”, Cooper, Roma, 2006; “Gli italiani e le leggi razziali”, in Liana Novelli Glaab; “Ebraismo e antisemitismo nella società italiana. Una storia discontinua”, Frankfurt am Main, Biblioteca italiana, 2018; ”La persecuzione degli ebrei a Roma. Carnefici e vittime”, in Silvia Haia Antonucci, Claudio Procaccia (a cura di); “Dopo il 16 ottobre. Gli ebrei a Roma tra occupazione, resistenza, accoglienza e delazioni (1943-1944)”, Roma, Viella, 2017; “L’Historiographie de la Shoah en Italie. 1995-2015”, in “Revue d’histoire de la Shoah”, n° 206, Mémorial de la Shoah, 2017.

Dalla presentazione editoriale

«Durante l’occupazione nazista dell’Italia, tra il settembre 1943 e il maggio 1945, migliaia di ebrei italiani furono traditi, arrestati e deportati nei campi di sterminio. Chi furono i responsabili di questo crimine? Quali furono i rapporti tra nazisti e fascisti nella persecuzione degli ebrei? Quali procedure misero in atto questi “specialisti dell’odio”? Basandosi su materiale d’archivio in gran parte inedito e sulle acquisizioni della storiografia italiana e straniera più recenti, questo libro ricostruisce la prassi della persecuzione e le dinamiche di collaborazione che le forze d’occupazione tedesche instaurarono con gli apparati fascisti. Lo studio, prendendo in considerazione alcune zone specifiche – Roma, Milano, Torino, Genova, Firenze, Bologna, Trieste e le due province al confine di Como e Varese –, mette anche in luce il contributo che non pochi cittadini italiani comuni diedero, attraverso delazioni, tradimenti e violenze, al piano nazista di sterminio».

Segue ora un incontro con Amedeo Osti Guerrazzi


Gli specialisti dell'odio


Ad Amedeo Osti Guerrazzi, (in foto), ho rivolto alcune domande.

Fra ricerche in archivi, letture di testi, stesura del saggio, quanto tempo hai speso?

Sono circa venti anni che lavoro su questo argomento. Certo non tutti spesi solo su questa ricerca, ma ho cominciato all'inizio di questo secolo.

Nell’accingerti a scrivere questo libro qual è la cosa che hai deciso di praticare assolutamente per prima e quale quella per prima assolutamente da evitare?

Ho sempre cercato riscontri ai tanti miti e alle tante leggende sull'argomento. E quindi ho sempre cercato di evitare di farmi fuorviare dalle storie che avevo sentito raccontare a dalle tante immagini mentali che si accumulano in ognuno di noi

Quale fu la reazione di noi italiani alle leggi antisemite promulgate a partire dal 1938? Adesione? Indignazione? Indifferenza?

In gran parte indifferenza. Teniamo conto anche che gli ebrei in Italia erano, e sono, una minuscola minoranza, e pertanto per la stragrande maggioranza degli italiani erano dei perfetti sconosciuti. Ci furono anche molti che ne approfittarono, per la carriera, per eliminare dei concorrenti scomodi. Ad esempio molti commercianti.

Mussolini sapeva o non sapeva cosa stavano combinando i nazisti con gli ebrei ?

Mussolini sapeva tutto fin dal 1942. Sapeva degli stermini, sapeva della violenza. La sera del 15 ottobre 1943 diede udienza a Karl Wolff, il comandante delle SS in Italia, e al console Moellhausen, che era contrario alla razzia. Non esiste un protocollo di quella riunione, ma è praticamente certo che ne abbiano parlato

La RSI dichiarata Stato indipendente lo era? Oppure dipendeva da Hitler? Se sì in quale misura?

La RSI dipendeva in tutto e per tutto dai nazisti. Senza il loro apparato militare non sarebbe durata neanche un mese

La Resistenza si legge in una tua pagina “non ha fatto nulla per colpire i meccanismi della Shoah”. A che cosa attribuisci quel comportamento?

Sicuramente la Resistenza voleva risolvere il problema in maniera radicale, cioè cacciando i nazisti. Ma c'era anche tanta, troppa indifferenza pure nella Resistenza nei confronti degli ebrei.

I delatori che denunciavano ebrei e antifascisti alla polizia tedesca e italiana lo facevano per motivi ideologici o solo per denaro?

In gran parte lo facevano per denaro oppure per un guadagno personale. Ad esempio saccheggiandone le case. Furono molto pochi quelli che lo facevano perché convinti ideologicamente

Traccia un sintetico profilo di uno specialista dell’odio

Un uomo che è cresciuto in un clima antisemita, che è convinto che soltanto eliminando gli ebrei la sua nazione possa raggiungere quella compattezza razziale che porta, a sua volta, alla grandezza. Un fanatico e un criminale.

Quando su questo sito ospito uno storico, l’incontro si conclude sempre con la stessa domanda.

- Piero Gobetti: "La storia è sempre più complessa dei programmi".
“La Rivoluzione liberale”, 1924.

- Alain: "La storia è un grande presente, e mai solamente un passato".
“Le avventure del cuore”, 1945

- Elias Canetti: "Imparare dalla storia che da essa non c'è niente da imparare".
“La tortura delle mosche”, 1992.

E per Amedeo Osti Guerrazzi la Storia che cos'è
?

La storia, parafrasando Hosbawm, è ciò che i popoli vogliono dimenticare, e che lo storico deve far loro ricordare.

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Amedeo Osti Guerrazzi
Gli specialisti dell’odio
Pagine: 352, Euro 17.10
Giuntina


Al rogo!!Al rogo!


10 maggio 1933: nella piazza del Teatro dell'Opera di Berlino i nazisti in un grande rogo diedero alle fiamme i libri che contrastavano la loro ideologia.
Contemporaneamente anche in altre città si ebbero altre pire.
Il ministro della Propaganda del Terzo Reich, Joseph Goebbels alla radio pronunciò un violento discorso, dicendo: “Studenti, uomini e donne tedesche, l’era dell’esagerato intellettualismo ebraico è giunto alla fine. Il trionfo della rivoluzione tedesca ha chiarito quale sia la strada della Germania e il futuro uomo tedesco non sarà un uomo di libri, ma piuttosto un uomo di carattere ed è in tale prospettiva e con tale scopo che vogliamo educarvi. Vogliamo educare i giovani ad avere il coraggio di guardare direttamente gli occhi impietosi della vita. Vogliamo educare i giovani a ripudiare la paura della morte allo scopo di condurli a rispettare la morte. Questa è la missione del giovane e pertanto fate bene, in quest’ora solenne, a gettare nelle fiamme la spazzatura intellettuale del passato. È un’impresa forte, grande e simbolica, un’impresa che proverà al mondo intero che le basi intellettuali della repubblica di novembre si sono sgretolate, ma anche che dalle loro rovine sorgerà vittorioso il padrone di un nuovo spirito”.

Non era la prima volta nella storia di noi umani che dei libri venivano inceneriti.
QUI un parziale riassunto nei secoli di quell’infamia. Riassunto non esaustivo perché, per dirne una mica da poco, ho notato che non è ricordata la “Rivoluzione culturale” maoista durante la quale furono dati alle fiamme milioni di libri “borghesi e imperialisti”. I comunisti russi, anni prima, erano stati più efficaci colpendo fisicamente alcuni artisti e intellettuali e terrorizzando quanti non si allineavano alle direttive kominterniste fino ad arrivare anni dopo alle cosiddette purghe staliniste dove trovarono la morte tanti fra narratori, poeti, pittori, musicisti.
E ancora: in Polonia, pochi anni fa, preti cattolici hanno dato alle fiamme libri considerati blasfemi.
Insomma, i libri li bruciano tutti quelli che credono in un pensiero unico e quando in un paese si afferma un governo totalitario, di qualunque colore sia dipinto, i volumi ad esso contrario corrono gravi rischi e, subito dopo o subito prima, i loro autori.

Sul 10 maggio 1933 esiste una buona documentazione in Rete, ho scelto il filmato che segue perché mi è sembrata una trasmissione ben condotta, troverete giovani studiosi, un affermato saggista, foto e filmati d’epoca. CLIC!


Claretta l'hitleriana (1)

La casa editrice Longanesi ha pubblicato Claretta l’hitleriana Storia della donna che non morì per amore di Mussolini.
L’autrice è Mirella Serri.
Docente di Letteratura moderna e contemporanea, collabora al quotidiano La Stampa, TTL, Rai Storia e Rai Cultura. Presso Corbaccio ha pubblicato nel 2005 I redenti.
Con Longanesi, nel 2012, Sorvegliati speciali, seguiranno poi Un amore partigiano. Gianna e Neri, eroi scomodi della Resistenza, Gli invisibili, Bambini in fuga, Gli irriducibili.

Di un ritratto della Petacci proprio da Mirella Serri ne avevamo avuto già un felice anticipo nello splendido “Gianna e Neri. Un amore partigiano”,

Dalla presentazione editoriale di “Claretta l’hitleriana”.
«Di lei hanno detto di tutto: che era una ragazza semplice e un po’ folle; che fu il suo amore cieco per Mussolini (da cui la separava una differenza d’età di quasi trent’anni) a condurla alla morte; che era una fanatica esaltata; che era tanto bella quanto insidiosa. Ma si tratta di una Storia scritta dagli uomini. La nuova indagine di Mirella Serri offre un’immagine differente, restituendo a Claretta Petacci il vero ruolo politico da lei giocato sullo scenario degli eventi che condussero il leader del partito fascista dalla gloria indiscussa alla sconfitta. Non una sciocca, non soltanto una delle «mantenute di Stato» – le amanti del Duce che percepivano uno stipendio dal regime – ma un’abile e astuta calcolatrice. Pronta ad avvalersi delle informazioni riservate di cui era depositaria per gestire attività ad altissimo livello (antisemita convinta diede il suo apporto al traffico di certificati falsi da vendere alle famiglie ebree più facoltose; cercò di avviare accordi per l’estrazione di petrolio in Romania). Avveduta e intrigante, a Salò sposò la causa del Reich e tentò di porsi come diretta interlocutrice di Hitler.
Claretta Petacci, una delle protagoniste del Novecento, emblema femminile del volto buio e tragico del secolo passato, rivive in queste pagine con la sua avidità, i suoi errori, la sua sensualità e le sue astuzie, finalmente libera dagli stereotipi con cui è stata finora raccontata».

Segue ore un incontro con Mirella Serri.


Claretta l'hitleriana (2)


A Mirella Serri (in foto) ho rivolto alcune domande.

Qual è stata la prima cosa che ti sei proposta nel tracciare la figura di Claretta Petacci?

Claretta Petacci è diventata l’incarnazione molto nota anche a livello internazionale del connubio tra amore e morte. La sua fama nasce dall’identificazione della sua immagine con quella della vittima sacrificale, della donna che con grande generosità s’immola sull’altare del sentimento per un uomo. La sua eredità sembra essere nella frase pronunciata prima di morire: «No, ammazzate me al posto suo» (e` difficile, pero`, verificare se l’abbia realmente formulata), rivolta agli uomini della Resistenza in procinto di giustiziare il despota che per vent’anni aveva sottomesso e governato l’Italia. Studiando la vicenda di Claretta ho capito che esiste un pregiudizio maschile nei confronti di questo personaggio. E cioè che il valore di una donna si possa giudicare dal suo rapporto con un uomo. Che si possa giudicare proprio dal suo sacrificio per un uomo. Cosa che ha fatto di Claretta una vittima innocente, una quasi eroina che si è sacrificata sull’altare dell’amore: un gesto di valore il suo anche se questo uomo era un despota sanguinario (non dimentichiamo le leggi razziali, i delitti di Stato compiuti da Mussolini da Giacomo Matteotti a Piero Gobetti a Giovanni Amendola ai fratelli Rosselli ad Antonio Gramsci). Claretta invece va giudicata per quello che è stata. Una donna intelligente e astuta, capace di guidare tutta la famiglia verso posizioni di potere. Il punto di vista femminile in questa storia è stato fondamentale.

Hitleriana. Definizione che hai voluto già nel titolo. Fu più nazista che fascista?

Fu fascista convinta e nazista altrettanto convinta. Le due cose non sono per nulla in opposizione, al contrario cono complementari. Hitler ha sempre guardato con ammirazione e riconoscenza a Mussolini e lo chiamava il “Creatore” dell’Idea. Clara nella Rsi si dedica al mito di Hitler che sostituisce quello del Duce in declino. Consegna, per esempio, all’ambasciatore Rahn massima autorità della Rsi le fotografie delle lettere di Mussolini. Mette il suo amante e i suoi segreti nelle mani del suo peggior nemico. E il Duce per questo fu in procinto di farla arrestare. Di prove del suo filohitlerismo ve ne sono molti altri. Ma non vorrei raccontarli tutti…

Claretta riuscì ad ottenere per la sua famiglia benefici da Mussolini?

Claretta riuscì a ottenere riconoscimenti e guadagni per se´ e per la sua famiglia nella corsa degli anni Trenta ai privilegi di un’inedita «casta» – all’epoca venne usato questo termine poi tornato in voga – composta da gerarchi, funzionari di partito, podestà, federali, ministri, deputati. Il fratello Marcello supportato da Claretta si applicò con spietatezza e disumanità allo sfruttamento delle leggi razziali per ricattare e ricevere quattrini, favori e regali dalle vittime, i cittadini ebrei. La villa alla Camilluccia dei Petacci fu costruita grazie ai favori di Mussolini (terreno, prestiti bancari ecc). Clara riceveva uno stipendio mensile dal ministro dell’Interno. Quando fuggì da Milano portava con sé 8 milioni di lire circa. Che non venivano dal patrimonio personale di Mussolini ma dalle tasche degli italiani. Mussolini trovò impieghi a tutta la famiglia. Fece fare un brillante carriera al fratello e al padre….

Si può immaginare che Mussolini sia morto accanto a una donna che più non amava?

Le lettere che i due amanti si scambiarono nel periodo della Rsi testimoniano che erano ai ferri corti. Ma la situazione era molto difficile e non è detto che non si amassero più. Clara era convinta che all’estero Mussolini avrebbe lasciato la moglie e che lei sarebbe divenuta la moglie ufficiale. Era il suo sogno.

Com’è stato possibile che una fredda calcolatrice, alla quale siano andati male i calcoli, sia diventata in molta parte nell’immaginario popolare italiano una sorta di eroina morta per amore?

Anche a Mussolini sono andati male i calcoli. Pensava forse di essere catturato dai partigiani? Per nulla. E nemmeno Claretta lo pensava. Stavano fuggendo, è andata male poteva andargli bene. Nel libro racconto come l’immagine di Claretta dopo i terribili fatti di piazzale Loreto – io penso che sia lei che Mussolini avrebbero dovuto avere una loro Norimberga, un giusto processo – sia cambiata. I partigiani che hanno proceduto alla sua esecuzione erano a conoscenza dei suoi rapporti con i nazisti. Nel dopoguerra gli stessi partigiani preferirono sposare la versione di Claretta che con il suo corpo aveva difeso il Duce per non incorrere nei numerosi processi che costituivano in quegli anni un pesante attacco alla Resistenza.

Perché il Pci fin dall’immediato dopoguerra non si oppose alla trasformazione della Petacci nell’immagine di donna che si sacrifica per amore?

Come dicevo prima perché la Resistenza era sotto attacco e addebitarsi l’uccisione di una donna senza processo era molto pericoloso. E la reazione attaccava la lotta di Liberazione.
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Mirella Serri
Claretta l’hitleriana
Pagine 300; Euro 19.00
Longanesi


Ritratti di autoritratti


Una nuova rivista semestrale si affaccia sullo scenario editoriale italiano: Senza Titolo.
Nasce ideata dall’artista Piero Varroni che guida Eos Edizioni.
Così presenta la neonata creatura di cellulosa che nel primo numero è dedicata a "Ritratti di autoritratti.".

«"Ritratti di autoritratti" sono gli estremi di un racconto: da una parte gli autori ai quali si è chiesto di rappresentare se stessi, mediante immagini e testi in cui maggiormente si riconoscono, per descriversi come artisti poeti e scrittori; dall’altra la rapprersentazione-ritratto, concentrata in quattro pagine per ognuno, ottenuta con il materiale ricevuto, ricomponendo alcune tessere, a volte stravolgendo le priorità per crearne delle nuove, svelando lati ignoti all’autore stesso, lavorando sulle consonanze e sulle divergenze: una riscrittura con nuove prospettive di senso, provando a esplorare l’inesplorato, a togliere i vincoli dell’autoreferenzialità all’autoritratto e renderlo narrativo, conferendogli concettualmente le fattezze del ritratto.
Il florilegio è qui, affidato alla carta della rivista, sotto i vostri occhi».

In pratica, una raffinata operazione artistica condotta da Varroni sui materiali inviati dagli artisti invitati in questo primo numero della rivista: J. M. Calleja – Gea Casolaro – Klaus Peter Dencker – Elmerindo Fiore – Giovanni Fontana – Anna Guillot – Lamberto Pignotti – Franca Rovigatti – Carlo Sperduti – Sergio Zuccaro.

Studio Varroni
Via Saturnia 55, 00183 Roma
info@eosedizioni.it
06 – 881 22 98
348 – 73 47 243


L'eredità spirituale degli indiani d'America


Tra le più grandi mistificazioni operate sulla verità storica, poche possono essere paragonate a quelle che Hollywood ha praticato sui nativi americani, da noi, soprattutto anni fa, chiamati “pellerossa” o sbrigativamente “gli indiani”; pochi, infatti, aggiungevano “indiani d’America”.
Venivano presentati come cattivoni, torturatori, nemici implacabili dei bianchi, dei soldati, guidati da John Wayne, che dovevano difendersi da insidiosi agguati, da micidiali trappole che quei selvaggi tendevano loro.
Un rovesciamento della verità che portava le vittime (cioè gli indiani), a figurare da carnefici, e gli aggressori (cioè i bianchi) da innocenti visitatori, mancava poco che fossero quasi turisti per caso.
Quanti di quei film bugiardi ho visto da bambino e, vergognandomene ancora oggi, tifando per la cavalleria di John Ford, grandissimo regista, ma non proprio un progressista.
Bisognerà aspettare gli anni ’70 (non a caso anni della contestazione, dell’opposizione alla guerra in Vietnam) per vedere affacciarsi verità con film quali “Il piccolo grande uomo”, “Soldato blu” e qualche buona pellicola meno famosa.
La letteratura documentaristica è, invece, più attenta e onesta dinanzi a quel periodo storico della colonizzazione violenta operata specie dopo il 1870.
Mi piace qui segnalare una tesi di laurea italiana di qualche anno fa che è un lucido testo al proposito partendo dalla constatazione del primo errore che si fa immaginando “gli indiani” con arco, frecce e copricapo di piume mentre inseguono i bisonti "sedimentando uno stereotipo che annullava le diversità, considerandoli un’unica popolazione con caratteristiche culturali, usi, costumi, tradizioni e credenze uguali”.

La casa editrice Lindau ha pubblicato un libro che è uno straordinario documento antropologico. S’intitola L’eredità spirituale degli indiani d’America.
L’autore è Joseph Epes Brown (1920 – 2000).
Grande studioso delle tradizioni native e delle religioni americane , fu uno dei fondatori del primo programma universitario di studi sulle religioni dei popoli nativi, istituito presso l’Università dell’Indiana nel 1970. Tra i suoi libri editi in Italia ricordiamo “La sacra pipa” dedicato ad Alce Nero e ai rituali dei Sioux Oglala. Oggi è sua figlia Malika che continua l’attività di suo padre.
Fondamentale per lo studioso fu la lunga permanenza presso Alce Nero.
Importante esperienza perché in qualche modo atipica in quanto Alce Nero si convertì al cattolicesimo e permise a Brown d’esplorare i possibili nessi (sia pure non da altri antropologi condivisi) fra le religioni dei nativi e altre non solo di radici cristiane.
Questo libro oltre alla prefazione dei curatori Marina Brown - Weatherly, Elenita Brown – Michael Oren Fitzgerald e la prefazione di Åke Hultkrantz, contiene luna dettagliata biografia di Brown e le lettere che scrisse durante il periodo trascorso ospite di Alce Nero, una bibliografia completa dei suoi scritti, le fotografie di guide spirituali degli indiani d’America finora mai pubblicate prima.

Dalla presentazione editoriale.
«Pubblicato originariamente nel 1982, questo volume raccoglie alcuni degli scritti più significativi di Joseph Epes Brown, che dedicò gran parte della propria vita a studiare le tradizioni dei nativi americani, impegnandosi in prima persona a promuoverle e difenderle.
Attratto in particolar modo dalla figura di Alce Nero e di altre guide spirituali indiane, fin dal dopoguerra Brown trascorse lunghi periodi a stretto contatto con loro nelle riserve, raccogliendo testimonianze e ascoltando insegnamenti intesi a preservare un’antica civiltà, sempre più minacciata dalla società dei consumi.
Dalle concezioni religiose ai rituali, i canti e le danze, dalle spedizioni di caccia al patrimonio materiale: in questo volume, arricchito dalle lettere scritte durante la permanenza al fianco di Alce Nero e da alcune fotografie scattate in quel periodo, l’autore descrive un paesaggio culturale che, dalle foreste del Canada fino ai deserti del Sud-Ovest, passando per le Grandi Pianure, non smette di affascinare per la sua ricchezza e costituisce un esempio quanto mai attuale di vita in armonia con la natura».

Joseph Epes Brown
L’eredità spirituale degli indiani d’America
A cura di:
Marina Brown
Weatherly, Elenita Brown
Michael Oren Fitzgerald
Prefazione: Åke Hultkrantz
Traduzione: Carolina Sargian
Con inserto foto b/n
Pagine 234, Euro 24.00
Lindau


Affrontare il disturbo ossessivo compulsivo


Esistono acronimi composti dalle stesse lettere che, però, indicano cose assai diverse.
Ad esempio, Doc.
Può significare Denominazione di Origine Controllata, sigla utilizzata in enologia che certifica la zona di origine e delimitata della raccolta delle uve utilizzate per la produzione del prodotto sul quale è apposto il marchio.
Ma Doc sta pure in psichiatria per Disturbo Ossessivo Compulsivo caratterizzato da pensieri, immagini o impulsi ricorrenti. Questi innescano ansia e impongono a chi ne è affetto ad attuare veri e propri riti, materiali o mentali, ripetitivamente compiuti senza i quali si teme, ad esempio, possano accadere sciagure a se stessi o a persone care.
Chissà quanti che stanno leggendo questa pagina non siano vittime di quella coercizione e stiano proprio adesso compiendo azioni volte a tranquillizzarli: leggere daccapo questa nota una o più volte, contare quante parole contiene e poi ricontare ancora immaginando che un possible errore possa comportare conseguenze negative dagli esiti catastrofici, e via di seguito.
Va ricordato che il Doc non va confuso con il Disturbo ossessivo compulsivo della personalità.
Il Doc è stato trattato in campo artistico su più versanti: al cinema, nei fumetti, .in tv nella famosa serie di Alfred Hitchcock. Ricordo anche (scusate l’autocitazione) che nei primi anni ’90 fui regista a Radiorai di uno sceneggiato in più puntate, autore Giuseppe Lazzari, con il protagonista, interpretato da Fernando Caiati, il quale vedeva sconvolta la sua vita proprio perché affetto da Doc.
Per quanto riguarda la musica, invece, esistono vere e proprie ossessioni musicali testimoniate da.quest'articolo.
Il Doc è un disturb assolutamente da non sottovalutare perché ispessendosi nel tempo può rendere la vita un inferno.

La casa editrice FrancoAngeli ha pubblicato un libro che aiuta a chiarire in che cosa consiste quella sofferenza e quali siano gli strumenti terapeutici per liberarsene.
Il volume, intitolato Affrontare il disturbo ossessivo compulsivo è a cura di Paola Spera e Francesco Mancini.

QUI la biografia di Paola Spera.
QUI quella di Francesco Mancini

QUI un’illustrazione di quel disturbo che rende infelici tanti.

In questo video un illuminante intervento di Francesco Mancini

Dalla presentazione editoriale.

«Il DOC, o Disturbo Ossessivo Compulsivo, è un disturbo che nasconde molte insidie, tanto che può mettere in difficoltà sia i terapeuti alle prime armi sia quelli più esperti. E può capitare che chi soffre di questo disturbo non riceva un trattamento adeguato. Per questo motivo gli autori hanno pensato ad un quaderno di lavoro: uno strumento che possa accompagnare sia il terapeuta sia chi soffre del disturbo, supportando entrambi nel percorso. Il linguaggio usato, semplice e alla portata di tutti, rende infatti il quaderno di lavoro uno strumento facilmente utilizzabile anche da chi soffre di DOC, per capire e affrontare meglio il proprio disturbo anche se non ritiene ancora di dover, o di poter, affrontare una psicoterapia. I capitoli sono costituiti da una breve introduzione teorica e da schede di lavoro utilizzabili sia in seduta sia come homework.
La prima parte aiuterà a conoscere meglio il disturbo spiegandone il funzionamento e a capire come riconoscerlo e ricostruirne lo schema di funzionamento.
La seconda parte permetterà di affrontarlo direttamente, lavorando sulla riduzione della probabilità e della gravità dell'evento temuto e sull'accettazione della minaccia.
La terza parte allarga la prospettiva, indicando come ACT e mindfulness possono essere dei validi aiuti, o come riconoscere e gestire le ricadute.
Viene infine dedicato un capitolo anche ai familiari di chi soffre questo disturbo».

Il volume si avvale d’interventi di Barbara Brancaccia – Barbara Basile – Carlo Buonanno – Brunetto De Sanctis – Andrea Gragnani – Olga Ines Luppino – Francesca Mancini – Claudia Perdighe – Giuseppe Romano – Angelo Maria Saliani – Katia Tenore – Alice Turri.

………………………….…………..


A cura di
Paola Spera – Francesco Mancini
Il disturbo ossessivo compulsivo
Pagine 194, Euro 23.00
FrancoAngeli


Sette lezioni e mezza sul cervello


Il cervello umano ha un volume di 1100 – 1300 cm³ e rappresenta soltanto il 2% dell'intero organismo. Nonostante ciò, utilizza il 20% dell'ossigeno e il 20% di glucosio.
ll peso del cervello di noi umani può arrivare a un massimo di 1,5 kg. Gli uomini possiedono un cervello più pesante rispetto alle donne (1,35 kg contro 1,21 kg), ma ciò non basta a renderli più intelligenti. Il cervello femminile, infatti, contiene un maggior numero di cellule nervose e connettori il che lo rende più efficiente.
Il cervello dell'uomo di Neanderthal aveva un peso maggiore rispetto a quello dell'Homo sapiens sapiens; quello di Einstein pesava 1,23 kg (in linea con le medie del periodo),
Il cervello è composto per l'80% da acqua, per il 10% da lipidi e l'8% da proteine il che gli conferisce una consistenza gelatinosa. Per l'accentuata componente lipidica, è l'organo più grasso del corpo umano. La massa, però, non resta costante: dopo i trent'anni diminuisce di circa 0,25% l'anno.

Dopo aver riassunto da un’enciclopedia scientifica quelle righe di sopra, si può affermare (più o meno solennemente) che del cervello sappiamo… pochissimo, del corpo umano è il luogo di cui meno si sa.
Forse non è un caso che è l’unico organo studiato (o disputato, decidete voi) da ben quattro specialisti: il neurologo, lo psicanalista, lo psichiatra, lo psicologo; qui li ho elencati in ordine alfabetico per allontanare da me sospetti di preferenze scientifiche fra quelle professioni.

La La casa editrice il Saggiatore ha pubblicato un libro che del cervello illustra la storia evolutiva e le funzioni raggiunte, almeno quelle che ora conosciamo.
Titolo: 7 lezioni e 1⁄2 sul cervello .
L’autrice è Lisa Feldman Barrett (Toronto, 1963).
Professoressa di Psicologia presso la North-eastern University di Boston, dove dirige l’Interdisciplinary Affective Science Laboratory.
È autrice di “How Emotions Are Made” (2017) e di un gran numero di pubblicazioni su ‘Science e Nature’.
Perché il volume è intitolato 7 lezioni ½ e non 8? Perché il saggio d’apertura racconta come si sono evoluti i cervelli, un rapido sguardo a una vasta storia evolutiva e, quindi, la Feldman Barrett preferisce, per eleganza, indicarla come una mezza lezione, i concetti che introduce, però, sono fondamentali per il resto del libro.
Le lezioni che seguono sono strutturate come una serie di articoli apparentemente separati, ma sono tasselli che una volta riuniti rivelano l’unità di un mosaico.
Un mosaico costruito attraverso milioni di anni da quando, come scrive l’autrice, “la Terra era governata da creature senza cervello. Una di queste creature era l’anfiosso, un vermetto (…) popolava gli oceani circa cinquecentocinquanta milioni di anni, non aveva occhi e non poteva percepire i suoni. Il suo scarno sistema nervoso includeva un minuscolo ammasso di cellule che non costituiva un vero e proprio cervello. Un anfiosso, potremmo dire, era uno stomaco su un bastoncino”.
Intendiamoci, ce ne sono ancora molti di anfiossi in giro ma sfuggono all’osservazione di tanti perché, dicono certi maligni, che abbiano assunto un aspetto umano e alcuni di loro governano la Terra o almeno porzioni di essa.
Da quella lontanissima epoca, siamo arrivati oggi all’ipotesi post-umanista di un super cervello artificiale che in un lontano (secondo alcuni meno lontano di quanto possa sembrare) avrà capacità che un tempo erano immaginate soltanto nelle pagine dei romanzi di fantascienza, divenuti – se tutto questo si avvererà, com’è possibile – testi profetici.
Questo territorio avveniristico non è toccato dalla Feldman Barrett che preferisce fermarsi (fermarsi, si fa per dire) su quella che è molto più di un’ipotesi perché ha certificati scientifici della loro vertigine, cioè sul fatto che il cervello può creare, e ricreare, realtà.
Un libro “7 lezioni e 1⁄2 sul cervello” che rappresenta un viaggio dentro noi stessi passando da un colpo di scena a un altro. Tutto questo, però, detto sommessamente, con grande umiltà, perché i saggi non vi dicono che cosa pensare della natura umana, ma vi invitano a riflettere su quale tipo di umani siete o volete essere.

Dalla presentazione editoriale.
«È l’organo che più ci contraddistingue come specie, quello che abbiamo ipersviluppato e che – a torto o a ragione – ci fa sentire superiori agli altri esseri viventi, il fondamento della nostra civiltà e, per alcuni, la sede dell’anima; ma a che cosa serve davvero il nostro cervello, e come funziona?
In 7 lezioni e 1⁄2 sul cervello Lisa Feldman Barrett condensa le più importanti e recenti ricerche scientifiche e svela segreti, meccanismi e curiosità di questo nostro meraviglioso organo: al contrario di quanto si crede, non serve per pensare; è fatto come il cervello di tutti gli altri animali e funziona come una rete; durante la crescita è estremamente plasmabile; prevede (quasi) tutto quello che facciamo e collabora con i cervelli delle altre persone; dà origine a diversi tipi di mente ed è perfino in grado di creare e modificare la realtà in cui viviamo.
Il nostro cervello non è il più grande del regno animale e nemmeno il migliore in assoluto. Ma è straordinariamente flessibile e perfettamente adattato a ricevere e analizzare l’enorme quantità di informazioni che provengono da altri cervelli o dall’esterno per rispondere alle situazioni più diverse – che sia l’approssimarsi di una minaccia, l’emozione trasmessa dal volto di chi ci sta davanti, l’urgente necessità di cibo… o di una dose di caffeina. Rapide e illuminanti, le 7 lezioni e 1⁄2 sul cervello di Lisa Feldman Barrett demoliscono con ironia miti consolidati e dipingono un ritratto inaspettato di quella massa di poco più di un chilo che ci rende unici e umani».

Lisa Feldman Barrett
7 lezioni e 1⁄2 sul cervello
Traduzione di Elisa Faravelli
Pagine 149, Euro 17.00
Il Saggiatore


Muoio per te


Sono tanti gli orrori che insanguinarono l’Italia specie negli anni 1943 – 1945, ma la memoria storica ha talvolta vuoti inspiegabili sicché su certe stragi sono calate tenebre che a lungo ne hanno nascosto il ricordo.
Una di queste accadde a Cavriglia e dintorni in Toscana.
La casa editrice Longanesi ha dedicato a quell’eccidio una quanto mai opportuna pubblicazione: Muoio per te Cavriglia, 4 luglio 1944. Un massacro nazista che l’Italia ha dimenticato.

L’autore del volume è Filippo Boni (1980) laureato in Scienze Politiche all’Università di Firenze con una tesi sui massacri nazisti in Toscana.
Studioso del Novecento e degli anni di piombo, giornalista, ha pubblicato molti saggi sulla Resistenza e sull’età contemporanea.
Di lui Longanesi, oltre al presente libro, ha in catalogo “Gli eroi di via Fani” (2018, Premio Firenze-Europa) e L'ultimo sopravvissuto di Cefalonia(2019).
Questo sito lo ha già avuto gradito ospite proprio in occasione della pubblicazione di Gli eroi di Via Fani dedicato agli agenti caduti durante il rapimento di Aldo Moro.

Anche stavolta a Boni va riconosciuto l’alto profilo morale della sua pubblicazione che ha un merito di non poco momento: ricordare quanto da troppo tempo era nella nebbia di un lontano passato che molto, ancora oggi, ha da insegnarci.

Dalla presentazione editoriale.

«Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Fosse Ardeatine. Moltissimi conoscono i tre principali massacri nazifascisti avvenuti nel nostro paese durante la Seconda guerra mondiale. Nessuno o quasi ha mai sentito parlare del quarto: Cavriglia, nel cuore della Toscana, 192 innocenti massacrati e dimenticati.
Primavera 1996. Giuseppe Boni, settantadue anni, in procinto di morire vinto da un cancro, ha riempito con grande premura molte pagine che ricostruiscono la tragedia di cui è stato testimone. La sua memoria va all’estate del 1944, quando compaesani, amici e parenti vennero rastrellati nelle proprie case, mitragliati e bruciati dai reparti tedeschi della Divisione Hermann Göring. Senza nessuna spiegazione e giustizia. Giuseppe quel giorno si salvò nascondendosi in un bosco, ma suo padre, convinto che il figlio fosse morto, si consegnò ai tedeschi. Lo trovarono ricoperto di sangue, con in tasca la catena di un orologio a cipolla che Giuseppe avrebbe poi custodito per tutta la vita. Le maglie di quella catena gli ricordano ora le tappe che portarono all’eccidio: gli spostamenti dei partigiani, l’arrivo dei tedeschi nelle settimane precedenti il 4 luglio, la pianificazione del massacro e l’inferno di quella mattina. Ma gli ricordano anche le storie incredibili di chi non ebbe neppure il tempo di salutare, di chi offrì la propria vita in cambio di quella degli altri, di chi si salvò in modo rocambolesco e di chi morì tragicamente, per sbaglio, per un colpo di vento, per una finestra chiusa male, per la spiata di un traditore o per un eccesso di buona fede.
Perché il ricordo di tutto quel dolore non svanisse per sempre, Giuseppe ha trasmesso al nipote, l’autore di questo libro, un’accorata testimonianza che ha spinto quest’ultimo a compiere un attento lavoro di ricerca su un atroce massacro di cui pochissimi fino a oggi si sono occupati.».

Elogi agli apparati assai ben curati.

Per leggere le prime pagine:CLIC.

Filippo Boni
Muoio per te
Pagine 372, Euro 19.00
Longanesi


Metodo Effe


L’Associazione culturale Metodo Effe nasce nel 2007 promossa da un gruppo di donne di varia estrazione espressiva. Adesso propone un calendario d’incontri al femminile per creare occasioni di confronto interdisciplinare in sintonia col multicodice che oggi governa arte e ragionamenti.
Curatrice del progetto è l’artista Silvia Fiorentino.
In questo video, illustrata da Valerio Cuccaroni, una sua biografia seguita da una performance di lettura da un suo testo da lei stessa recitato.

Conversazioni Contemporanee - abitare il pensiero, vivere l’arte è il titolo del cartellone d’interventi che, partiti il 30 aprile, arriveranno fino alla fine di maggio.
Sono fruibili ogni venerdì alle 18:00 in diretta sulla rinnovata pagina Facebook e Instagram di “Metodo Effe”.

L’idea creativa e organizzativa di quest’incontri nasce dalla collaborazione tra Fiorentino e Laura Lanari (già coordinatrice dei Musei Civici di Ancona e attualmente docente in formazione), in dialogo con le altre socie fondatrici.
Ogni venerdì – dice Silvia Fiorentino (in foto) – faremo compagnia a coloro che si sintonizzeranno sul canale. “Conversazioni contemporanee”, è uno spazio da costruire insieme, con il pensiero filosofico, politico, estetico, psicanalitico, artistico. In questo momento risentiamo di tante problematicità che stanno attraversando la nostra cultura, una grande crisi del sistema non solo italiano che si esprime su diversi livelli coinvolgendo arte, sociologia, antropologa, economia. Perciò ci è sembrato necessario creare una piattaforma di dialogo per dare spunti, per riflettere, confrontarsi. Non pensiamo di essere esaustive vista la complessità della materia, ma puntiamo a sollevare domande, spunti, riflessioni rivolte a colmare il silenzio di molti.

CLIC per conoscere il calendario e le relatrici:

Avendo notato il nome dell’amica filosofa e scrittrice Brunella Antomarini (in foto in basso a destra) già intervenuta altre volte su questo sito anche in occasione di sue pubblicazioni (L'errore del maestro, Le macchine nubili) l’ho invitata per una corsa su Cosmotaxi e le ho rivolto la domanda che segue.

“Outsider Inside”, questo il titolo che darai al tuo intervento. Di che cosa si tratta?

«Il titolo della conversazione con Silvia Fiorentino letteralmente vuol dire ‘esclusa dentro’, un paradosso che parla del modo sottile, rilevabile solo per indizi e sintomi, di una condizione femminile di esclusione, che però avviene inside, cioè da dentro il sistema che la esclude. È un meccanismo che ogni donna riconosce immediatamente su di sé, ma che non ha modo di dirlo – e per questo c’è bisogno dell’arte – perché non avviene in modo esplicito, tanto più quando a livello istituzionale o giuridico le leggi non sono più discriminanti. È più una questione di consuetudine che accade inconsciamente. In condizioni di competizione professionale, una donna non viene presa in esame perché il conflitto è una guerra di branco, o ci si allea o ci si combatte e non esiste guerra fatta contro o con donne. Diventa anche una questione di percezione: l’immagine femminile si percepisce immediatamente come ‘femmina’, come ’vecchia’ come ‘attraente’ o ‘poco attraente’ e questo giudizio percettivo influisce sulla conversazione, sull’ascolto, sulla decisione. E di conseguenza diventa una forma di auto-percezione e di percezione che le donne hanno di altre donne. Ci si concentra sul proprio corpo e su come appare, forme di auto-riflessione che le impediscono di sentirsi dentro all’ambiente esterno. Restano ancora dentro la membrana della pelle e ci tornano sempre. Sono dei feedback loops che è molto difficile descrivere in particolare. Accadono nell’immediato della vita quotidiana e sono di carattere più profondo di quanto si possa descrivere. È una linea sottilissima che si tira come confine invalicabile o soffitto di vetro che allontana le donne da valutazioni che non siano connotate come ‘femminili’. Non è nemmeno una questione di convenienza – come nel caso degli stipendi più bassi alle donne. Anzi, escludere una donna non conviene a nessuno, ma il meccanismo non si sradica.
Per questo l’idea di Silvia Fiorentino di organizzare nuovi incontri con il suo storico Metodo Effe è molto importante in questo momento, soprattutto partendo dalle arti, che sono sempre in anticipo e trovano modi di espressione che appunto mancano nella comunicazione ordinaria».


La teoria della relatività

Il fisico Carlo Rovelli ha detto: Ci sono capolavori assoluti che ci emozionano intensamente, il Requiem di Mozart, l’Odissea, la Cappella Sistina, Re Lear... Coglierne lo splendore può richiedere un percorso di apprendistato. Ma il premio è la pura bellezza. E non solo: anche l’aprirsi ai nostri occhi di uno sguardo nuovo sul mondo. La Relatività Generale, il gioiello di Albert Einstein, è uno di questi.

Albert Einstein, considerato il più importante fisico del XX secolo, nacque nella città tedesca di Ulma, il 14 marzo 1879, morirà a Princeton, Stati Uniti, il 18 aprile 1955.
“Una sciocca fede nell’autorità” – scrisse nel 1901 a un amico – “è il peggiore nemico della verità”. Questa sua tendenza a contestare l’autorità e a far valere le proprie idee sulla scienza e sull’Universo non lo rese popolare tra gli insegnanti, ma lo portò alle sue più grandi scoperte. Prima fra tutte: la relatività.
La casa editrice Editoriale Scienza ha dedicato a quella vertiginosa scoperta una maxi-pubblicazione (formato cm: 28 x 37) destinata a ragazzi dagli 11 ai 13 anni. A dire il vero, sfogliando quelle pagine assai ben fatte mi viene voglia di dire che possono essere utili anche a noi adulti, ma non voglio che i miei coetanei si sentano offesi e, quindi, affermo che certamente quel libro può essere utile a me, però, ça va sans dire, in libreria sosterrò che è un acquisto fatto per i miei nipoti.
Titolo del volume La teoria della relatività.
Testo di David Wilgenbus, illustrazioni di James Weston Lewis.

Le ricadute della teoria della relatività nella vita di tutti i giorni sono tantissime: senza relatività non funzionerebbero bene i nostri orologi satellitari, il Gps, diversi strumenti di diagnostica medica, non potremmo fare osservazioni cosmologiche, non avremmo l'energia nucleare e altre centinaia di cose
Perfino quando lanciamo uno sguardo su temi che sfiorano la fantascienza ci sono utili le intuizioni di Einstein. Un esempio? Eccolo: i viaggi nel tempo. Infatti, la teoria della gravità generale prevede che grandi masse, quali possono essere i buchi neri, creino dei grandi avvallamenti nella struttura dello spazio-tempo. Questi potrebbero diventare così grandi da generare veri e propri tunnel spazio-temporali. che permetterebbero i viaggi nel tempo.

QUI un breve video per sfogliare pagine del libro.

Dalla presentazione editoriale.

«Albert Einstein spiegato ai ragazzi in un libro prezioso e di grande formato, per scoprire la teoria della relatività e il percorso che l’ha portato a elaborarla.
Einstein ha cambiato il mondo. Le sue idee hanno rivoluzionato la scienza e mutato il modo di concepire l’Universo. È stato una delle prime celebrità a livello globale, e la sua personalità insolita e ribelle ha segnato l’immaginario collettivo. Scopri il percorso che l’ha portato a scrivere la più famosa equazione della storia e a vincere il Premio Nobel. Un affascinante viaggio nella mente di Albert Einstein, in cui le sue teorie sono spiegate con chiarezza e rese accessibili agli scienziati di domani.
La teoria della relatività è spiegata ai ragazzi partendo dalle conoscenze note al tempo del grande scienziato, per capire tanto le basi da cui è partito quanto la forza dirompente delle sue scoperte».

La teoria della relatività
Testo di David Wilgenbus
Traduzione di Lucia Feoli
Illustrazioni di James Weston Lewis
Pagine 64, Euro 22.90
Editoriale Scienza


Per un museo Fo Rame

La coppia Dario Fo (Sangiano, 24 marzo 1926 – Milano, 13 ottobre 2016) - Franca Rame (Parabiago, 18 luglio 1929 – Milano, 29 maggio 2013) ha scritto uno dei più importanti capitoli della storia del teatro italiano e non solo di quello italiano.
La Fondazione che ha i loro nomi, presidente Mattea Fo, ha l’obiettivo con la campagna Un museo per Dario e Franca di trovare un luogo dove accogliere l'Archivio, dare forma al Museo, e realizzare tutto ciò che era stato promesso a Dario il 23 marzo 2016 con la firma della convenzione con il Ministero della Cultura.
Molto attivo in questo progetto, sul prossimo link giustamente polemico, troviamo anche Jacopo figlio di Dario e Franca.

Non si può chiudere una notizia che riguarda quei due senza riproporli in una delle tante loro irresistibili scene.

Per i redattori della carta stampata, delle radio-tv, del web:
Fondazione Fo Rame
info@fondazioneforame.org
Frazione Santa Cristina 14
06024 – Gubbio (Pg)


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