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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Il mutamento delle subculture (1)

Nella linguistica il prefisso latino “sub” applicato a termini italiani ha un valore attenuativo se non addirittura dispregiativo dell’elemento verbale che segue. L’eccezione è data, solo se l’uso ricorre in botanica o in zoologia oppure in geografia laddove assume il significato di “derivazione”.
Tutto semplice allora? Mica tanto. Perché la lingua evolvendosi entra in sintonia con elementi sociologici che comportano differenti valutazioni di un vocabolo. Fino a pochi decenni fa la parola “subnormale” era usata con disinvoltura, oggi le si riserva un uso decisamente prudente (superato solo da pensieri derivanti da, per esempio, un volume scritto da qualche temerario generale). Càpita anche come il caso di cui mi occupo oggi al termine “subcultura” scritto o detto non con l’intenzione di esprimere inferiorità ma indicazione di una particolare composizione sociale come illustra la Treccani.

Su questo tema la casa editrice Meltemi ha pubblicato Il mutamento delle subculture Dai teddy boy alla scena trap.
Ne è autore Francesco Caroli.
Laureato in Scienze politiche, relazioni internazionali e studi europei all’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, ha iniziato a scrivere di musica e cultura per blog e testate online nel 2017. Appassionato di musica e grande fruitore di rap, attualmente collabora quale project manager per l’etichetta discografica “DIGA Records” ed è autore stabile per le riviste musicali cartacee “L’Olifante” e “SMMAG!”.

“Il mutamento delle sottoculture è un libro dai plurali meriti, primo fra tutti scritto in modo colto e non culturale (copyright Angelo Guglielmi) e, inoltre, capace di fare simultaneamente storia e interpretazione dei molti gruppi sul filo sonoro che ne accompagna le storie perché, come scrive l’autore: Per raccontare l’hip-hop, la trap ed i movimenti giovanili ad essi legati è necessario mettere in atto un brevissimo ma utile excursus storico sul suono che ha influenzato l’emersione delle prime subculture e che ha accompagnato le generazioni dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta. In questa parentesi temporale si parlerà dei movimenti giovanili negli stessi termini in cui Dick Hebdige ed il Birmingham Centre for Contemporary Cultural Studies li hanno definiti a partire dagli anni Settanta: delle sottoculture verticali, cioè inglobate ma in costante rottura con il resto della società di massa, influenzate ideologicamente dal proletariato cui appartenevano gli avventori ed indissolubilmente legate alla pop music di quegli anni .

Dalla presentazione editoriale

«Dai teddy boy del Secondo dopoguerra ai punk della fine degli anni ’70, passando per rocker e modder, le sottoculture giovanili hanno affascinato generazioni di ragazzi e intimorito generazioni di adulti, quasi mai in grado di comprenderle e analizzarle fino in fondo. Questo fino alla loro scomparsa, complice la progressiva espansione della cultura hip-hop, partita dalla New York degli anni ’70 e culminata col fenomeno trap»

Segue ora un incontro con Francesco Caroli.


Il mutamento delle subculture (2)

A Francesco Caroli.(in foto) ho rivolto alcune domande.

Come è nato questo libro? Da quali esigenze?


L’esigenza principale è stata sicuramente quella di concludere la triennale, trattandosi di un’elaborazione della mia tesi di laurea. Scherzi a parte, l’idea di parlare delle sottoculture e delle loro evoluzioni più attuali deriva sicuramente dalla mia esperienza diretta: come racconto nelle conclusioni del libro, ho assistito al disgregamento di quella piccola enclave sottoculturale che frequentavo da adolescente; frequentavo questo gruppo, enorme, formato da avventori di diverse sottoculture: emo, punk, metallari… ad un certo punto quel gruppo si è sciolto e tutti, chi più chi meno, si sono spogliati dei loro segni distintivi, quelli che gli studiosi definiscono “geroglifici sociali”. Chi si è letteralmente abbassato la cresta tipica del punk, chi si è levato le borchie, chi si è spogliato degli abiti scuri. Io mi trovavo ancora in una fase di totale ammaliamento verso queste realtà, e la curiosità nasce proprio dalla domanda che mi sono fatto per anni: “perché?”.

Una tua definizione di “subcultura”

Non riuscirei a discernerla dalla definizione oggettiva che deriva dagli studi subculturali, dettata soprattutto da Dick Hebdige: delle strutture verticali rispetto alla società di massa, inglobate in essa ma spesso in rottura con i valori trasmessi da quest’ultima. O almeno, così è stato fino agli anni ’90, quando poi si è assistito pian piano al “mutamento” dal quale poi deriva il titolo del mio libro. Oggi è più difficile parlare di “sottoculture”, perché non esistono delle strutture verticali come le intendevamo in quegli anni: le “scene” di oggi, così come vengono definitive da Will Straw, sono delle forme di aggregazione sociale più fluide, liquide, meno manichee delle sottoculture e, in un certo senso, anche più “inclusive” verso gli avventori stessi. Non manca la critica alla già citata società di massa, ma si è sicuramente persa la struttura rigida che caratterizzava i nuclei sociali sottoculturali cui fa riferimento definizione d’origine.

Nello scrivere questo saggio qual è stata la cosa che hai deciso di fare assolutamente per prima e la cosa per prima assolutamente da evitare?

La prima cosa è stata sicuramente andare a ripescare i vecchi dischi che hanno segnato la mia adolescenza: è stato un modo per rielaborare il passato e cercare di concentrarmi sul perché, come da prima domanda di quest’intervista, volessi scrivere questo libro. Paradossalmente, però, ho cercato in tutti i modi di distaccarmi dall’idea che il “momento” vissuto in quella parentesi adolescenziale fosse stato uguale per tutti. Non volevo certo riportare un bias cognitivo per il quale la mia diretta esperienza doveva essere valevole per tutti: quello l’ho scoperto dopo, in realtà.

Le subculture nelle varie rappresentazioni assunte, dagli stili di vita all’abbigliamento, hanno sempre una sonorità che particolarmente fra loro li distingue, che ne connota l’esistenza. Perché a quella parte sociale è irrinunciabile riconoscersi attraverso un segno musicale?

La musica, con la sua estetica e, soprattutto, con la celebrità degli artisti di punta dei vari generi che si susseguono, diventa un catalizzatore attorno al quale i giovani rimettono il proprio immaginario estetico e sociale. Un modo per “sognare” un mondo diverso, ecco. Va detto, però, che non tutte le sottoculture di allora, così come non tutte le scene di adesso, sono segnate dalla musica. Esistono sottoculture legate allo sport, alle attività fisiche, ai movimenti sociali – penso, ad esempio, al femminismo di questi anni. Si fatica a definirle tali rispetto alla facilità con cui si distinguono quelle legate alla musica, ma condividono davvero tanti schemi.

Nel ricco e articolato percorso storico che fai nel tuo libro noti che con la consacrazione del rap “si iniziava a parlare di rap e non più di musica hip-hop, segnando un vero e proprio spartiacque tra ciò che era stato e quel che era adesso il settore trainante di quella cultura”.
Perché è tanto importante quel momento
?

Va fatta una premessa: quando parliamo di “hip-hop”, parliamo di un enorme contenitore culturale che comprende quattro arti: quella del rap (o mcing), quella del djing, quella della breakdance e quella dei graffiti. I DJ che si alternavano ai block party organizzati nel Bronx negli anni ’80 erano le vere star della cultura hip-hop, al punto che la musica stessa che si veniva a creare in quei contesti prese il nome di hip-hop. Quando poi il rap ebbe il sopravvento sulle altre arti, superando il confine di quel quartiere, segnò effettivamente lo spartiacque di cui parlo e che ci ha portato, oggi, ad avere rapper in tutte le classifiche mondiali.

Quale ruolo gioca la politica nelle subculture? É sempre presente oppure no?

Meno di quel che si possa pensare. Le sottoculture non sono dei partiti o delle sezioni giovanili di questi ultimi, non possono essere intese come fucine ideologiche, sebbene negli anni si sia provato più volte a dare connotazioni o “tendenze” politiche alle sottoculture, spesso più opera dei media che degli studiosi: c’è chi leggeva le spille naziste dei punk come una presa di posizione politica, quando il solo scopo di quell’oggetto era destare scandalo in chi lo guardava, in un’Europa ancora tremendamente vicina agli eventi della Seconda Guerra Mondiale

Perché alla Sinistra – non solo in Italia – è in larghissima parte sfuggita la cifra sociale e i temi portati avanti dalle “tribù metropolitane” ?

Sulla crisi della Sinistra di questi anni ci sarebbe da scrivere una collana intera di libri. Penso, però, che il problema principale sia generazionale: la politica vive il mondo e la società in maniera completamente diversa da come lo fanno i giovani e le loro tribù. Le istanze sono diverse, c’è poco interesse a venirsi incontro, forse anche perché si vede il giovane come un elemento di disturbo inaffidabile che, se assecondato, non garantirebbe neanche un ritorno in termini di partecipazione alle urne, figuriamoci di voto diretto. Pertanto non è lì che la politica, non solo la Sinistra, preferisce concentrarsi.

Troviamo presenti vari tipi di droghe nei gruppi di cui stiamo parlando.
È possibile riconoscere nel più diffuso consumo (dai primi spinelli di un tempo al vicino crack) una diversa filosofia di vita che attraversa nel tempo le generazioni
?

Non saprei dire se si tratta di una chiave di lettura realistica. C’è di vero che tutte le sottoculture vivono una fascinazione verso le innovazioni e che ad ogni sottocultura corrisponde l’utilizzo di una particolare sostanza: si è spesso trattato della “novità” sul mercato. Questo non esclude, comunque, che si possa fare uso di svariate sostanze senza distinzione, ma l’estetica di una sottocultura può effettivamente essere più affine agli effetti di una sostanza in particolare che viene eletta a droga rappresentativa.

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Francesco Caroli
Il mutamento delle subculture
Pagine 148 * Euro 10.00
Meltemi


La Roma che non sai (1)


Quanti, compresi quelli che vi abitano, conoscono Roma?
Sul loro numero sono pessimista. Come porvi riparo?
Certo, le guide sono utili, ma in gran parte segnalano solo le grandi attrattive, mentre la città riserva tanti tesori poco noti tutti da godere.
Ecco perché segnalo un libro imperdibile per chi vuole conoscere percorsi inediti.
Lo ha pubblicato la casa editrice il Mulino.
Titolo: La Roma che non sai Viaggio nei segreti della Città eterna.
Ne è autore il noto giornalista e scrittore Fabio Isman per molti anni inviato del «Messaggero».
Con il Mulino ha pubblicato «Andare per le città ideali» (2016), «L’Italia dell’arte venduta» (2017), «1938, l’Italia razzista» (2018), «Andare per l’Italia degli intrighi» (2020).
Più estese note biografiche .QUI
Per un un breve video con lui: CLIC.

La struttura del volume, in cinque parti, si articola attraverso il numero 7. Ognuna delle cinque parti presenta sette luoghi da visitare o episodi da ricordare. Non so se è un sotterraneo tiro birichino dell’autore perché nella numerologia occidentale, il numero sette è associato all'apprendimento, alla conoscenza, proprio quello che le pagine del libro invitano a fare.

Dalla presentazione

«”Roma, non basta una vita”», come si sa, ma proprio per questo offre ancora l’ebbrezza di scovare curiosità sconosciute. Per uscire dagli itinerari consueti e provare il gusto della scoperta, il piacere dell’insolito o dell’ignoto, l’autore ci svela tanti piccoli e reconditi angoli della città: percorsi inediti per passeggiate curiose che ci possiamo regalare in qualche giornata romana. Dall’ultima e mirabile fontana di Gian Lorenzo Bernini, ignorata da tutti, al chiusino stradale sull’Aventino, dove ci si può calare nell’abitazione privata dell’imperatore Traiano, ancora totalmente affrescata; da una chiesa di Borromini, rimasta incompiuta, che custodisce una copia della Sindone e ora è un albergo di lusso ai piedi del Gianicolo, al Grand hotel di via Veneto dove nella sala da ballo fanno capolino, dipinti in grandezza naturale, 78 personaggi del bel mondo degli anni Venti».

Segue un incontro con Fabio Isman.


La Roma che non sai (2)


A Fabio Isman (in foto) ho rivolto alcune domande

Perché Roma è detta “eterna”?

Già il Venerabile Beda nel 700, santo e dottore della Chiesa e tra i più eruditi dell’Alto Medioevo che peraltro non era mai stato a Roma, proclamava: "Finché esisterà il Colosseo, esisterà Roma; quando cadrà il Colosseo, cadrà anche Roma; ma quando cadrà Roma, anche il Mondo cadrà". Più Eterna di così, non è possibile.

Nello scrivere questo libro qual è stata la cosa che hai deciso di fare assolutamente per prima? E quale quella per prima assolutamente da evitare?

Ho cercato di evitare tutto quello che, di solito, si sa e si conosce già.
Tra quanto ho deciso subito di segnalare l’ultima e quasi ignota fontana di Bernini, la “Antamoro” in un cortile di via della Panetteria; e ancora: l’incredibile frase di Giulio II Della Rovere, nel giorno dell’incoronazione, che vuole “nuove stanze” (per fortuna saranno quelle di Raffaello) e afferma che il suo predecessore, papa Borgia, era “marrano, ebreo e anche circonciso”, esiste ancora il diario di un testimone e suo collaboratore che lo riferisce.
Sono legato anche alla memoria dell’”Eternale” di Mario Palanti, osannato da Mussolini appena lo conosce, che, per fortuna, la città si è evitata: doveva essere alto 330 metri, 4.500 stanze, e avrebbe sfigurato tutta l’area tra Montecitorio e il Tevere.

Ancora qualche flash da “Roma che non sai”

Assai pochi sanno del “Michelangelo americano” e del “Buonarroti dei morti”: il primo lavora a Roma fino a quasi 50 anni, poi è costretto a fuggire, va in America e fa fortuna, dipinge la volta del Pantheon, ma non quello romano, bensì quello di Washington; e l’altro ha lasciato infiniti monumenti funebri e, vicino al Verano, una sua curiosissima casa.
Non ho voluto dimenticare l’irruzione dei nazisti al Quirinale: cercavano i gioielli della Corona, e si sono dovuto accontentare di migliaia di bottiglie di vino e cognac; né gli straordinari affreschi di Guido Cadorin in un albergo di via Veneto, con tutto il bel mondo romano alla fine degli Anni Venti del Novecento, quelli che oggi sarebbero i VIP più importanti, rimasti nascosti per molti decenni e riscoperti solo dopo oltre quattro lustri: quanto li hanno visti?

Nell’osservare lo stato in cui versano angoli storici o paesaggistici di questa città, viene da chiedersi: ma aldilà di trionfali asserzioni i romani amano Roma?
O qual è il rapporto fra i cittadini e il grande contenitore di storia che abitano?
Puoi rispondere meglio di me, e di molti altri, a quelle domande


I romani, purtroppo, conoscono poco la propria città: quasi soltanto le evidenze più famose e celebrate. Però, guai a toccargliela: ne sono gelosissimi.
Per questo ho scelto 35 luoghi, piccoli o grandi capolavori, personaggi, vicende, e anche monumenti ormai non più esistenti, che credo siano inesplorati o misteriosi per tantissime persone. Per dirne una, l’ultima chiesa abbattuta, negli Anni 70 del secolo scorso, ha lasciato il posto al Teatro Sistina.

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Fabio Isman
La Roma che non sai
Pagine 200 * Euro 16.00
e-book Euro 11.99
Formato: ePub
Il Mulino


Circus Audienti

Conobbi e molto mi piacque il lavoro del musicista Fabio Cifariello Ciardi (in foto) in occasione della sua installazione "a BID match" a Firenze, a Palazzo Strozzi, nel 2010. In quell’occasione scambiai quattro chiacchiere con lui.
Tutti i suoi successivi lavori mi hanno sempre più convinto che si tratti di uno dei maggiori esponenti della scena musicale più avanzata avvalendosi di un’espressività intercodice.

Fabio Cifariello Ciardi, figlio d’arte (il padre Antonio, morto a 38 anni, fu un notissimo attore fra gli anni ’50 e ’60), allievo di Franco Donatoni e Tristan Murail, è interessato alla percezione, alla memoria e all’uso della tecnologia applicata a diversi fenomeni che raccontano il nostro presente.
Si dedica sia alla musica strumentale sia a quella elettroacustica; da qualche anno si occupa anche della trascrizione strumentale delle inflessioni e dei ritmi della voce parlata.

Ora figura nel cartellone del Festival Aperto Reggio Emilia “Algoritmo Popolare” che propone: concerti, performance, film, coreografie, installazioni, spettacoli multimediali.
Il lavoro di Cifariello Ciardi, in prima assoluta, s’intitola Circus Audienti ispirata ai 50 anni di Musica/Realtà, la rassegna di concerti e incontri fondata a Reggio Emilia da Claudio Abbado, Luigi Nono e Maurizio Pollini, il cui primo ciclo si concluse nel 1973.

Dal comunicato stampa

«“Circus Audienti” accosta il passato emblematico di quel laboratorio di partecipazione che fu Musica/Realtà, e più in generale il clima culturale di quel periodo e il presente della Reggio Emilia odierna in un parallelo che attraversa gli stessi temi: la musica, la realtà, le culture, la politica. Tutti i materiali disparati diventano personaggi, siano essi musicisti, la viva voce del narrante – insomma: persone. Oppure registrazioni video e audio (prodotti ad hoc o attinti a diversi archivi), il suono delle attività produttive, commenti estemporanei, grandi schermi, diffusori acustici – insomma: cose. Tutto teatralmente agisce costretto da un principio ordinatore che è insieme drammaturgia e montaggio, libretto e editing.
Il progetto è diviso in due momenti, venerdì 29 settembre: performances musicali itineranti durante la mattina in modalità flash mob (Circus Audienti I) e la parte serale, in cui i musicisti si uniscono in teatro per un concerto elettroacustico e multimediale (Circus Audienti II). L’intento della performance è di restituire, attraverso una pluralità di canali comunicativi – di cui la musica resta il veicolo drammaturgico principe – lo spirito della città tra passato e presente.
In scena (e itinerante per la città) l’Ensemble reggiana “Icarus vs Muzak”, guidata dal direttore d’orchestra Dario Garegnani».

Il Festival Aperto “Algoritmo Popolare” partito il 23 settembre è articolato in un cartellone che prevede avvenimenti fino al 19 novembre 2023.

Per i redattori della stampa, delle radio-tv, del web,
Ufficio Stampa: Veronica Carobbi, veronica.carobbi@iteatri.re.it

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Festival aperto
Algoritmo popolare
Circus Audienti
di Fabio Cifariello Ciardi
Teatro Cavallerizza
Reggio Emilia
Venerdì 29 settembre, ore 21.00


Scritture irrequiete

L’importanza di Gianfranco Bellora (Trecate 1930 - Milano 1999) è ben descritta da Giorgio Zanchetti. “Affascinante figura di gallerista intellettuale e compagno di strada degli artisti, negli anni settanta e ottanta Bellora ha saputo creare, attraverso l’attività dello Studio Santandrea e del Centro Culturale d’Arte Bellora, un proficuo contesto di scambio e di dibattito, presentando, a partire dal 1969, le esperienze italiane e internazionali del de-collage, della Mec-Art e del Nouveau Réalisme, ma anche mostre personali e collettive di alcuni protagonisti italiani dell’astrazione e della neoavanguardia post-informale. Poi, grazie alla fondamentale mediazione di Emilio Isgrò, Bellora cominciò a raccogliere ed esporre sistematicamente l’opera dei principali autori italiani e stranieri delle più recenti ricerche verbovisuali”.
Dopo la sua scomparsa, la moglie Anna Spagna ricordando le fatiche lietamente sostenute dal marito ha voluto valorizzarne il lavoro. Incarico che amorevolmente e tenacemente ha perseguito anche destinando alcuni nuclei della collezione Bellora al Mart di Rovereto, alla Casa della Memoria e delle Arti di Vizzini, al Museo del Novecento di Milano.

Ora una nuova donazione è in esposizione a Roma alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna intitolata Scritture irrequiete con nomi dei principali esponenti di opere verbovisive, da Stelio Maria Martini a Magdalo Mussio, da Lamberto Pignotti (in foto un suo lavoro: “Dipende dal punto vista”) a Adriano Spatola, ad altri nomi ancora.
La raccolta contiene lavori che si riferiscono al periodo che va dagli anni Sessanta al 2015 – con un particolare rilievo agli anni Settanta – e documentano l’operato di artisti che hanno indagato in quel tempo i valori visuali della scrittura e l’ibridazione fra parola e immagine attraverso le forme della poesia concreta, della poesia visiva, della poesia oggetto, spaziando dal panorama italiano a esemplificazioni di opere straniere.

La mostra è aperta al pubblico dal 28 settembre al 29 ottobre.
A conclusione dell’esposizione verrà presentato il catalogo con un testo di Daniela Vasta.


Anna Magnani. Racconto d'attrice

Domani 26 settembre ricorre l’anniversario della morte della straordinaria attrice Anna Magnani. che finì la sua vita a 65 anni, nel 1973, nella clinica Mater Dei di Roma,.
Le furono vicini il figlio Luca e Roberto Rossellini, al quale si era riavvicinata dopo un periodo di lontananza.
Aveva conquistato per cinque volte il Nastro d’Argento e nel 1956 fu la prima interprete italiana nella storia degli Academy Awards a vincere il Premio Oscar, quale migliore attrice protagonista per l'interpretazione di Serafina Delle Rose nel film “La rosa tatuata”.
Ora la raffinata casa editrice Graphe.it la ricorda a cinquant’anni dalla fine con un gran bel libro: Anna Magnani Racconto d’attrice.
L’autrice è Chiara Ricci.
Laureata al DAMS. Ha conseguito con lode la Laurea Magistrale in “Cinema, televisione e produzione multimediale” presso l’Università degli Studi “Roma Tre” che le ha conferito la nomina di “Cultore della materia Storia del cinema e di filmologia”.
Ha scritto monografie e saggi dedicati a grandi figure del cinema e del teatro italiano.
È Presidente dell’Associazione Culturale “Piazza Navona”, creatrice dell’omonima rubrica on line, ideatrice e organizzatrice del Premio Letterario EquiLibri.

Così scrive a proposito di questo suo libro: «”Anna Magnani. Racconto d’attrice” nasce dal mio desiderio di rendere omaggio al talento e alla forza di una donna che ha saputo fare della sua essenza e delle sue fragilità una pura energia vitale. Questo libro, forse più egoisticamente, vuole essere anche il coronamento di un sogno che mi accompagna sin da bambina: quello di “dedicare qualcosa di mio” a questa meravigliosa creatura divenuta attrice che, strano a dirsi, affianca la mia vita sin da quando ho memoria. Credo di poter definire il mio rapporto con Anna Magnani assai insolito».

Il volume si avvale di una Prefazione di Italo Moscati (autore di maiuscoli lavori sulla Magnani, ricordo, ad esempio, AnnaMagnani e Un urlo senza fine), di un’Introduzione del poeta e drammaturgo Franco D’Alessandro .

Moscati fa dire alla Magnani: Senza madre, senza padre, mi sono trasformata in formica. Ho recitato la parte dell’aggressiva, ma non lo ero. Di qui le mie collere. Ho recitato la parte della pavida quando invece ero un leone. Di qui le mie collere. Ho recitato la parte della coraggiosa quando invece ero un agnello. Di qui, ancora, le mie collere. Povera pazza! Se oggi dovessi morire, sappiate che muoio ricca perché ho capito tutto questo. Sappiate che le mie collere erano solo rivolte contro di me. Ho anche capito che non ero nata attrice. Avevo solo deciso di diventarlo nella culla, tra una lacrima di troppo e una carezza in meno. Per tutta la vita ho urlato con tutta me stessa per quella lacrima, ho implorato quella carezza… Sono così come la mia vita, le mie esperienze, le mie delusioni, le mie gioie e le mie infelicità mi hanno fatta.

Franco D'Alessandro scrive: Molti hanno descritto Anna Magnani come una forza della natura, paragonandola a un vulcano infuocato o a una pantera selvaggia. Definita una madre-terra, una diva appassionata e un premio Oscar; è stata soprannominata La Belva, Nannarella, La Lupa, La Tigre del Tevere, Mamma Roma. Per gli italiani era un simbolo della nuova Italia; per gli americani era una straniera esotica; per il suo pubblico era una di loro; per i suoi ammiratori era un’icona; e per molti scrittori era una musa. É stata tante ≪cose≫ per tante persone. E difficile per i non italiani capire quanto la Magnani sia stata unica, assolutamente singolare per la cultura italiana in generale e per quella romana in particolare.

Dalla presentazione editoriale.

«Più che una biografia, questo libro è un’analisi intuitiva, critica e psico-emotiva di Anna Magnani. L’autrice mette il proprio rigoroso approccio di ricerca al servizio di un racconto non convenzionale. Superfluo e improduttivo, infatti, sarebbe stato ripercorrere meccanicamente nomi, date, luoghi, titoli (che pure ci sono): si guarda qui alla storia dell’attrice attraverso una prospettiva inedita che permette uno sguardo diretto e nuovo. Il legame fra la Magnani e il teatro – la «migliore scuola» che le fece «spuntare le ali» – è intimo, più viscerale forse di quello con il cinema: è lì che la magnifica attrice riceve il suo primo vero applauso, il primo “brava”, l’inizio di un nutrimento tanto atteso per uno spirito così difficile da “sfamare”. Questa sarà la chiave di lettura dalla quale guardare a tutta la carriera dell’attrice romana. Uno sguardo diretto, nuovo e per certi versi inedito su Nannarella, come era affettuosamente chiamata: il legame tra Anna Magnani e il teatro è, infatti, la principale chiave di lettura dalla quale guardare tutta la sua brillante carriera».

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Chiara Ricci
Anna Magnani. Racconto d’attrice
Prefazione di Italo Moscati
Introduzione di Franco D’Alessandro
Pagine 146 * Euro 16.00
Graphe.it



Ripensare la scuola

Diceva Piero Calamandrei che trasformare i sudditi in cittadini è miracolo che solo la scuola può compiere. Ecco forse perché abbiamo più sudditi che cittadini.
La scuola, infatti, in Italia per plurali ragioni storiche ha seguito modelli che riflettevano, e riflettono, un rapporto autoritario fra il sapere e i discenti avendo sembrerebbe la finalità di creare un Enrico Bottini: (il mediocre bambino della sciagurata classe del libro Cuore), lui, alunno d’ordine, ieri alle prese con giocattoli di legno oggi con i videogames ma sempre invidioso perciò già da piccolo tendente alla scalata sociale.
Talvolta alla scuola non riesce, specie oggi, a piegare gli animi più turbolenti e questi diventano intrepidi teppisti.
Sulla scuola sono stati versati fiumi d’inchiostro, talvolta con gorghi insidiosi, nei quali sono annegati – non in quanti sarebbe sperabile – autori e concetti.
Un buon libro, invece, è stato pubblicato dalla casa editrice Fefè è intitolato Ripensare la scuola riflessioni, idee, proposte di un Direttore didattico
Ne è autore Rodolfo Apostoli.
Già dirigente scolastico, insegnante a Brescia e in provincia di Bergamo, esperto in problemi giovanili, di integrazione, d’organizzazione di comunità. Sperimentatore in àmbito scolastico – anche in collaborazione con l’Università Sapienza di Roma e CEMEA/Centri Esercitazione Metodi Educazione Attiva – di nuovi modelli organizzativi nelle comunità educative, nelle scuole dell'infanzia e primaria (classi aperte, tempo pieno, scuola senza classi, laboratori). Autore, inoltre, di saggi e articoli su giovani e tempo libero, giovani e gruppo, scuola dell’infanzia e dell’obbligo, modelli educativi.

Perché questo libro spicca per valore fra i tanti (buoni) volumi pubblicati?
Perché, come è stato notato, spesso si afferma che. è la scuola a doversi adeguare di volta in volta alla società; qui invece si chiede che sia la società ad adoperarsi per poter essere all’altezza della scuola.
Insomma, un radicale cambio d’osservazione.
Nel volume nulla si trascura circa i moduli più adatti per raggiungere quello scopo, perfino con una plurale esemplificazione d’immagini su come ristrutturare lo spazio degli ambienti scolastici per accogliere gli stimoli esterni.
Tanto c’è da lavorare per avere una nuova scuola.
I guai, infatti, partono da lontano. Voglio rilevarne uno (il ritardo dell’istruzione scientifica fin dalle prime classi) che investe a cascata tanti altri. Lo faccio riportando una riflessione di Lamberto Maffei che scrive: “Il pensiero idealista di Giovanni Gentile ministro della Pubblica Istruzione sotto il regime fascista e padre di una riforma della scuola italiana, ancora in piedi nelle sue linee culturali, ha causato danni disastrosi che si ripercuotono tutt’ora sulla cultura e sull’economia del nostro paese.
In più occasioni Croce ha sparato parole di fuoco contro la scienza e la matematica. Famoso e ben noto è il suo intervento al congresso della Società filosofica italiana, a Bologna (1911). Croce sostenne che la matematica e la scienza non sono vere forme di conoscenza e sono adatte solo agli «ingegni minuti» propri degli scienziati e dei tecnici e che «gli uomini di scienza (…) sono l’incarnazione della barbarie mentale, proveniente dalla sostituzione degli schemi ai concetti», da paragonare agli artigiani incapaci di avere o analizzare concetti profondi”.

Raffaele Mantegazza (lo troviamo nel catalogo Fefè autore di Elogio dell'ebraismo) scrive nella Prefazione che si è tentato di “scaricare sulle spalle della scuola competenze e responsabilità che non le sono proprie; “tanto c’è la scuola”, “mal che vada ci penserà la scuola”, come se la scuola fosse una specie di tappabuchi, come se fosse un’istituzione alla quale chiedere sempre di più e nella quale investire sempre di meno; educazione alimentare, educazione stradale, prevenzione alle dipendenze, tutto ciò che veniva in mente era appaltato alla scuola, ovviamente senza fornire risorse, anzi sottraendole (…) è agghiacciante che nel gergo ministeriale i “plessi” diventino “punti di erogazione del servizio”, come se fossero distributori di benzina). A questo drammatico andazzo il libro di Apostoli si contrappone non in modo ideologico, non rimanendo nel campo dell’astrazione, ma restituendo esperienze possibili; e soprattutto dimostrando che quando si parla di emozioni, di lavoro di gruppo, di condivisione dell’apprendimento, di educazione tra pari, ci sono argomenti scientifici e razionali per dimostrarne l’efficacia”.

Dalla presentazione editoriale

«L’idea di questo libro nasce dall’esperienza diretta sul campo stimolata ancora di più dalle difficoltà indotte dal Covid-19. La proposta ha radici antiche in Mario Lodi e don Milani, integrata con le più attuali pratiche che indichino modelli di scuola diversi. Al centro, in forma attiva, è sempre il bambino, ma diventano protagonisti lo sviluppo delle capacità relazionali, la didattica laboratoriale e un’organizzazione di gruppo».

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Rodolfo Apostoli
Ripensare la scuola
Prefazione di Raffaele Mantegazza
Pagine 146 * Euro 15.00
Editore Fefè



Poesia Sonora in audiolibro

Nell’antichità si leggeva ad alta voce. Sia in solitudine e sia per ascoltatori. Agostino d’Ippona, nelle sue Confessioni, esprime meraviglia nel vedere Ambrogio (il futuro santo) leggere "tacite".
Quando sia avvenuto il passaggio alla lettura silenziosa se nell’alto Medioevo o prima ancora è questione irrisolta dibattuta dagli storici e dai sociologi della letteratura, ma che all’origine la lettura avvenisse vocalmente vede tutti d’accordo.
La storia del libro – che ha inizio prima della carta, le sue origini le troviamo su legno, su papiro, su bambù – conosce varie epoche e fasi tecnologiche. Passando attraverso il determinante momento gutenberghiano si arriva fino ai supporti informatici ad oggi. Ai nostri anni appartiene anche l’audiolibro che inevitabilmente porta alla mente, in moderne forme, le origini della lettura e dell’ascolto.
Mentre in Italia va affermandosi, sia pure faticosamente, negli Stati Uniti il libro da ascoltare è un prodotto emerso già da tempo.

All’audio libro è stato riservato la lettura prevalentemente di classici, ecco perché ha una duplice importanza la pubblicazione di La Voce Della Poesia Vocoralità del Novecento che propone storiche esemplificazioni della poesia sonora veicolate da questo strumento tecnico

In foto i quattro dat registrati nel giugno del 2000 oggi audiolibro.

Protagonista di questa produzione è Enzo Minarelli> che da anni, sul piano internazionale, è autore presente nei maggiori festival e rassegne. Inoltre, è anche custode e promotore delle performances di altri artisti.
Ha detto di lui Renato Barilli: "La qualifica che più gli compete è quella di poeta, magari risalendo nell'occasione al significato etimologico della parola, per cui si tratterebbe di un "fabbricatore" col materiale più nobile a disposizione dell'uomo qual è la parola, nei suoi due volti, sonoro e grafico".

CLICper ulteriori informazioni su “La Voce della Poesia”.

La Voce Della Poesia, audiolibro, New York, Pogus, 2023.

Questo audiolibro è stato registrato presso lo studio dell’autore nel giugno del 2000, poi riadattato, riscritto e pubblicato in cartaceo presso Campanotto Editore, Udine nel 2008.


In principio era ChatGPT

La casa editrice Apogeo è tra le più attente a seguire gli sviluppi teorici e le applicazioni pratiche della cultura digitale. Lo dimostra, ad esempio, la recente pubblicazione di In principio era ChatGPT Intelligenze artificiali per testi, immagini, video e quel che verrà.
Gli autori: Mafe de Baggis e Alberto Puliafito.

De Baggis è pubblicitaria, scrittrice ed esperta di media digitali, da trent’anni studia il modo migliore per usarli senza lasciarsi sopraffare. Lavora come consulente di comunicazione per aziende piccole e grandi, per liberarne le energie e aiutarle a raccontarsi in modo più consapevole. Già autrice di #Luminol (Hoepli, 2018) e di Libera il futuro (Enrico Damiani Editore, 2020).

Puliafito è giornalista, regista, produttore, analista dei media, direttore di Slow News.
Con una formazione in ingegneria biomedica, oggi si occupa di comunicazione interculturale e lavora all'intersezione fra tecnologia, informazione e media digitali.
Ha scritto, insieme a Daniele Nalbone, Slow Journalism (Fandango Libri, 2019).

Il libro si apre con un saggio su che cos’è l’intelligenza di Nello Cristianini; di lui ho recensito su questo sito il suo più recente lavoro intitolato: La scorciatoia.

La più bella definizione dell’IA l’ho trovata finora scritta da Carola Barbero: “… ci aiuta e ci confonde, ci isola e ci connette, ci delude e ci stupisce, registrando tutto senza capire niente”.
Plagiando me stesso, ripeto quanto scrissi tempo fa. In quest’epoca delle ‘psicotecnologie’ (copyright Dennis De Kerchove), l’Intelligenza Artificiale è diventata protagonista sulla stampa quotidiana e periodica, alla radio, alla tv, sul web, impersonando al tempo stesso ogni Bene ed ogni Male.
Nello scenario contemporaneo la digitalizzazione ha avuto un impatto eccezionale con una serie di progressi tecnologici: l'Internet delle cose, la blockchain, l'automazione robotica dei processi, i veicoli autonomi, l'analisi dei big data, la sterminata memoria d’Internet.
L’IA è tutto questo più altro e proietta l’umanità in un mondo inimmaginabile appena pochi anni fa suscitando commenti che vanno dal catastrofico all’entusiastico.
In principio era ChatGPT aiuta a capire che cos’è l’Intelligenza Artificiale e le forme del suo possibile futuro.

Nell’Introduzione i due autori così scrivono: “Le intelligenze artificiali sono al nostro servizio da molto tempo, svolgendo silenziosamente compiti che permettono alla tecnologia – per come la conosciamo – di funzionare. Ce ne siamo accorti solo nell’estate del 2022 per un motivo molto semplice: hanno iniziato a fare qualcosa che sappiamo fare anche noi. Rispondere a una domanda. Disegnare. Scrivere. Impegnatissimi a cercare di capire se comprendano o meno, lasciamo sullo sfondo loro capacità intrinsecamente umane, ma decisamente poco praticate da troppi umani. L’apprendimento. La gentilezza. La facoltà di riconoscere i propri errori. La velocità nell’imparare dai propri errori. Le allucinazioni. Le contraddizioni (…) Noi umani in questo momento stiamo correndo il rischio di ricreare la stessa situazione di trent’anni fa, quando artisti, umanisti e ricercatori si sono sottratti alla conversazione in corso sui media digitali, considerati sciocchi, prosaici e indegni dei loro pensieri (…) Abbiamo la possibilità di educare le macchine e la rifiutiamo sdegnosamente, proteggendo il nostro orticello. Se la nostra ti sembra una posizione assurda, seguici in questo viaggio e poi parliamone”.

Dalla presentazione editoriale.

«Un mondo di intelligenze che possono fingersi umane. Centinaia di milioni di posti di lavoro a rischio nel mondo, una rivoluzione nel modo di informarsi, imparare, studiare e scrivere. L'impossibilità di distinguere tra vero e falso non solo nei testi ma anche nelle foto, nei video, nel suono. Se fosse un film di fantascienza sarebbe un horror, eppure la scelta, non solo per il lieto fine, sta a noi: possiamo allearci con le macchine oppure combatterle.
In questo saggio Mafe de Baggis e Alberto Puliafito scelgono di mostrare cosa succede a chi decide per la prima possibilità. Come useremo queste macchine? Elimineranno il lavoro o solo la fatica del lavoro? Come scegliere quali usare senza essere obsoleti il giorno dopo? Quale metodo ci deve guidare? E ancora: come devono essere regolate? Le scuole dovranno proibirle o usarle? Saranno uguali per tutti o personalizzabili?».

………………………………

Mafe de Baggis
Alberto Puliafito
In principio era ChatGPT
Prefazione di Stefano Gatti
160 Pagine * 19.00 Euro
eBook con DRM 6.49 Euro
Apogeo


Vera gioia è vestita di dolore (1)

Oggi, dopo la pausa estiva che si concede ogni anno, torna online Cosmotaxi presentando un libro della casa editrice Adelphi, un libro che alla qualità letterari accoppia una lucente documentazione sulla particolare epistolografia di una grande scrittrice italiana del secolo scorso.
Titolo: Vera gioia è vestita di dolore Lettere a Mattia. di Anna Maria Ortese.

Il volume è a cura di Monica Farnetti e si avvale di una nota di Stefano Pezzoli prezioso custode delle lettere a Mattia, tutte finora inedite, così come le fotografie riprodotte nel volume; materiali che appartengono all’archivio privato della famiglia Pezzoli di Bologna.

Dalla presentazione editoriale

«Nel maggio del 1940, Anna Maria Ortese incontra a Bologna Marta Maria Pezzoli, giovane studentessa universitaria che gli amici chiamano Mattia. Nasce fra loro un’intesa, un’intimità che, come precisa la Ortese, è tenerezza di sorelle: “Ti sono così grata di essermi vicina in questo tempo difficile – sola sorella”. Una tenerezza tanto più intensa in quanto fondata sulla dissimmetria. Mattia è malinconica, sollecita, assidua, percettiva, Anna Maria mutevole, tempestosa, non di rado silente, caparbiamente intenta a coltivare la sofferenza, sua “vera patria”, a trasformarla in conoscenza, a trasfonderla in un lavoro che pure reca con sé dubbio e tormento: “Non ho sete che di gioia, di luce, d’amore. E tutto questo non c’è, fra le carte. Scrivere, è uguale al canto raccolto e disperato del mare, nelle insenature segrete. È il rifugio triste, non è la vita. Vorrei essere dove voi tutti siete” – ma capace anche di trasmettere all’amica la sua irrequietezza visionaria, in lettere di fiammeggiante bellezza».

Alcune perle:
“Ho grande diffidenza delle creature ma so che a volte esse consolano”.

“Soprattutto nel dolore bisogna lavorare per farne dolcezza”.

“Io sono come un albero che vuole trovare in cielo le sue radici”.

Segue ora un incontro con Monica Farnetti.


Vera gioia è vestita di dolore (2)

A Monica Farnetti (in foto) – curatrice di questo volume Adelphi e autrice delle pagine “Poetiche della sorellanza in Anna Maria Ortese”, in “L’eredità di Antigone. Sorelle e sorellanza nelle letterature, nel teatro, nelle arti e nella politica”, con Giuliana Ortu, editore Cesati – ho rivolto alcune domande.

Chi era Mattia, Marta Maria Pezzoli?

Marta Maria Pezzoli, affettuosamente chiamata Mattia, è una delle prime amicizie femminili della Ortese di cui si sappia. Si conoscono nel 1940 (Anna Maria ha dunque ventisei anni, Mattia quattro di meno) e l'epistolario documenta la loro relazione fino al gennaio del 1944. Dopo di che, le due ragazze escono l'una dalla vita dell'altra, e su questo “finale” non abbiamo che ipotesi.
Mattia è bolognese, di buona famiglia, liceo classico prima e facoltà di Lettere poi (dove si laurea nel 1943 con una tesi in Letteratura italiana, relatore l'autorevole Carlo Calcaterra), e appare dotata di una sensibilità a tutto campo: per gli esseri umani, la natura, la lettura e la scrittura (è autrice di poesie, che tiene però nel cassetto e che vedranno la luce a cinquant'anni esatti di distanza dalla composizione del primo testo). Il nipote Stefano Pezzoli, che la racconta in una bella nota biografica pubblicata a corredo dell'epistolario, la descrive «incline a raffigurarsi come una donna sola, chiusa in se stessa e in guerra contro un mondo impenetrabile e ostile», che la condurrà fra l'altro all'appartata professione di bibliotecaria svolta interamente alla Biblioteca Universitaria di Bologna. Tuttavia le lettere che la Ortese le invia, amorosamente da Mattia conservate (e che a differenza delle sue proprie, che la Ortese ha perduto, costituiscono l'unica voce udibile di questo scambio), rivelano una disponibilità e una generosità affettive non indifferenti, favorite dall'affinità che ella evidentemente avverte fra il proprio modo di stare al mondo e quello dell'inquieta e già dotatissima “Toledana” (che è, come noto, uno dei nomi che la Ortese si dà nel romanzo autobiografico, relativo soprattutto ai suoi anni giovanili, Il porto di Toledo).
Secondo i miei calcoli (basati soprattutto, per quel che riguarda la biografia ortesiana, sui dati sempre vacillanti che la scrittrice dissemina nelle sue opere e interviste), l'amicizia con Mattia precede di poco quella con un'altra figura femminile importantissima nella vita della Toledana, Adriana Capocci Belmonte (nel romanzo, che rivela l'autentica passione della scrittrice per lei, chiamata Aurora Belman); mentre, come lo stesso epistolario certifica, la corrispondenza con Mattia corre parallela a quella, di più antica data e che registra in questi anni la sua fase più intensa, con un'altra amica geniale quale è la scrittrice Paola Masino.
Sono gli stessi anni in cui via via si sfalda e si disperde, per ragioni sempre drammatiche, il nucleo già compatto di sorelle e fratelli Ortese, garanzia di quell'infanzia strampalata e felicissima resa memorabile dal romanzo autobiografico. Ed è come se la Ortese provvedesse – così la vedo io – a colmare quel vuoto, peraltro immedicabile, con altri rapporti nei quali investire quanto ricevuto (e sperimentato, e appreso) dentro al nucleo familiare. Di lì a poco stringerà altre relazioni importanti, quali quelle con gli amici e le amiche del cosiddetto “Gruppo Sud” a Napoli (di cui anche nel celebre e famigerato Il mare non bagna Napoli) e del gruppo de «L'Unità» a Milano (coprotagonista dei romanzi per l'appunto “milanesi”, Poveri e semplici e Il cappello piumato). Ma le amiche degli anni della sua formazione restano, credo, esperienze fondamentali
.
Che cosa ci dice questo epistolario del carattere di Anna Maria Ortese?

Ci dice tante cose, naturalmente contraddittorie e, altrettanto naturalmente, sorprendenti. Ci parla per esempio dell'insicurezza con cui Anna Maria si muove, e anche in futuro si muoverà, sul terreno affettivo, rammaricandosi e scusandosi di continuo della propria inadeguatezza (tarda a rispondere, macchia il foglio, invia cartoline invece di lettere, non trova la penna e scrive a matita, è troppo sintetica, troppo egocentrica, troppo febbricitante, troppo sofferente...) e fa luce, come ho scritto nella postfazione, «su una giovane donna che si avventura negli spazi dell'alterità in cerca della misura e dei confini del proprio io, e va addestrandosi a negoziare il senso di sé alla luce dei valori di fedeltà, dolcezza, rigore, ammirazione e gratitudine connessi all'amicizia». Per contro, ci mostra “una giovane donna” già molto centrata sul desiderio e sul progetto di essere una scrittrice, e che in funzione di questo organizza gran parte del proprio quotidiano senza permettere che gli ostacoli, che certo non mancano (la salute malferma, la povertà, i lutti familiari, i continui traslochi, lo sfollamento, la guerra...), la distolgano da ciò.
Ancora, l'epistolario ci rivela la sua timidezza (che le rende difficile, per esempio, l'incontro e lo scambio con Alfonso Gatto, partner di una breve e movimentata liaison amorosa) e il suo coraggio (viaggia sola per l'Italia, affronta senza ambasce la giuria dei Littoriali, prende alloggio dove il suo budget, pressoché inesistente, glielo consente e soprattutto sottopone con fiducia i propri scritti alle riviste e agli editori più importanti dell'epoca), la sua fragilità (tanto fisica quanto emotiva) e la sua forza, la sua folgorante gioia di vivere e la sua profonda malinconia.
È insomma un autoritratto veritiero, senza idealizzazioni e senza infingimenti, quale spesso accade di riscontrare nelle scritture intime (lettere, diari, autobiografie), fatta la tara soltanto di quello che una persona crede – o desidera – di essere. Il che del resto reputo che appartenga, con buona pace dei teorici del “patto autobiografico” e delle “finzioni dell'io”, alla (o a una) sua verità. Ed è uno specchio già fedele di quella vera e propria pratica della contraddizione che contraddistingue la percezione, e il pensiero, della Ortese, consapevole della complessità del mondo e del fatto che ci sono esperienze che, per significarsi, hanno bisogno di contraddirsi (un «cupo splendore», un «furore tranquillo», «cacciatori dal carniere pieno di sangue e di cielo», «dolere felicemente» ecc.), senza che vi sia esclusione alcuna…

…. e che cosa ci dice della scrittrice?

Della scrittrice, della immensa scrittrice che la Ortese deve o dovrà “diventare”, questo epistolario ci dice molto e, allo stesso tempo, ancora poco. Molto perché, come è naturale, i suoi “doni” ci sono già tutti, sono ed erano già lì dall'inizio: il suo sguardo lungimirante, che senza sforzo si inoltra nelle profondità dell'invisibile; la sua scrittura sghemba e insieme piena di lampi (di genio), come quella del suo amato Edgar Poe il quale, come lei dice, «ha messo stelle dappertutto»; la sua capacità di morire di bellezza (per la natura, la musica, i poeti, le città); l'inebriante e motivante consapevolezza di essere al mondo, di essere qui, e di doverne rendere conto. Giacché, come scriverà nel tardo e testamentario Corpo celeste, «il fatto di essere qui, su questo pianeta […] è talmente al di sopra di ogni immaginazione... e il fatto di esistere, in se stesso – dico solo il fatto di esistere – è così straordinariamente […] al di sopra di ogni merito [...]! Insomma, comunque sia, questo vivere è cosa sovrumana».
Allo stesso tempo, reputo che questa Ortese, quella che l'epistolario ci restituisce, debba ancora trovare la sua intonazione, di voce e di pensiero, più alta e più giusta. Lo farà gradatamente, nel corso del tempo e delle opere – anche se, ripeto, per certi aspetti lei dispone fin dal suo esordio di tutti i suoi talenti, che nel tempo non farà che raffinare. Ma la sua grande lezione sull'umano e sull'universo, sullo splendore e il tremore di esserne parte, e sulla responsabilità che ne deriva («Sono lieta di aver speso la mia vita per questo. Sono lieta, in mezzo alle mie tristezze mediterranee, di […] dirvi com'è bello pensare strutture di luce, e gettarle come reti aeree sulla terra, perché essa non sia più quel luogo buio e perduto che a molti appare, o quel luogo di schiavi che a molti si dimostra», scriverà, in chiusura di carriera, in Corpo celeste, fra altre mirabili testimonianze del suo impegno come abitante della terra e cittadina del cosmo), la sua grande lezione, dicevo, è in corso d'opera. L'esperienza del dolore come principio di conoscenza e di “visione” è ancora troppo privata e troppo intensa, dominante e restrittiva della sua sensibilità, e tale da limitare ancora con forza quello che sarà il suo grandioso e peculiare colloquio con tutte le forme della creazione (l'umano compreso, ma certo non prioritario).

Quale la caratteristica o le caratteristiche che rendono la Ortese una figura importante nella letteratura italiana del Novecento?

Tali caratteristiche sono molteplici, eppure a mio vedere tutte coerentemente convergenti in un unico, grande e ben riconoscibile progetto, che fa di lei una pensatrice di prim'ordine alla quale, non a caso, questo nostro presente ripetutamente si rivolge. La Ortese infatti, fin dai primi racconti, ma soprattutto da L'Iguana (1965) in poi, è autrice di narrazioni ad alta densità meditativa, ovvero di un “pensare in figure” che ha “pre-figurato”, peraltro con stupefacente lungimiranza, quanto la filosofia e la scienza (e la fantascienza) odierne vanno con profitto ed emozione dibattendo: vale a dire la necessità, oramai improrogabile, di ridimensionare l'umano in ragione della biodiversità che imperiosamente lo interpella, nonché di tutte le promesse mancate dell’umanesimo e del disastro planetario cui il cosiddetto antropocene ha in definitiva fatto approdo
L’opera della Ortese, sorta di atlante sommamente “inclusivo” degli abitanti del pianeta, è per esempio lo spazio di innumerevoli «pratiche di compagnia» (quelle che, secondo donna haraway, consentono di «vivere e morire bene insieme su questa terra») fra specie differenti, ivi comprese quelle messe in atto dalle inedite e non catalogabili creature che hanno dato il titolo ai suoi testi più famosi – L'Iguana appunto, e poi Il cardillo addolorato e Alonso e i visionari -, oltre che a un gran numero di racconti brevi.
È un'opera marcata da cima a fondo, per fare un altro esempio, da quella distintiva «reverenza nei confronti della sacralità della vita», quel «rispetto profondamente radicato verso tutto il vivente» che anticipa la grande lezione di Vandana Shiva. E vi sono contenute in nuce altresì quella vocazione alla «geopietas», quella capacità di disegnare prospettive «antropoverdi», quella visione senz'altro «cosmopolitica» e quella ferma aspirazione a una «eco-giustizia multispecie», o a una «etica multispecie» senz'altro (oltre che le prove generali di una autentica «sim-poiesi» ovvero del con-crearsi, e del farsi reciprocamente esistere, di creature necessarie al divenire l'una dell'altra), di cui si discute oggi (fra autorità quali Paul Gilroy, Isabelle Stengers, Anna Tsing, Rosi Braidotti, Karen Barade, Lynn Margulis e molte altre), e di cui la Ortese testimonia fin dai suoi esordi pur dandone suprema prova negli anni della sua maturità.

……………………………………

Anna Maria Ortese
Vera gioia è vestita di dolore
a cura di Monica Farnetti
con una nota di Stefano Pezzoli
Pagine 160 * Euro 14.00
Adelphi



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