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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Mondi distorti


Alla Fondazione Modena Arti Visive è in corso una mostra dei lavori di Evan Roth (Okemos, Michigan, 1978) che espone installazioni, dipinti, video, sculture, in uno spazio immersivo e interconnesso.
Titolo: Mondi distorti.
Roth alla nascita di Internet fu tra quelli entusiasti della nuova tecnologia per poi progressivamente assumere una posizione critica rispetto al web notandone alcune sostanziali colpe: il ruolo di controllo sociale che andava assumendo, lo slittamento verso un mondo commerciale con conseguenze coercitive sul pubblico, il ragionato timore verso le fake news e la velocità della loro diffusione.

Dice la curatrice Chiara Dall'Olio: “Come altri artisti della sua generazione cresciuti negli anni Novanta, Roth inizia a utilizzare la rete come piattaforma per la libera circolazione delle informazioni e condivisione delle opere d’arte create in formato digitale, lavorando in particolare con sistemi open-source e riflettendo in maniera critica sull’applicazione al mondo web delle leggi relative alla proprietà intellettuale. A partire dallo scorso decennio, la coscienza su cosa sia la rete cambia in Roth come in altri artisti, si pensi a Eva e Franco Mattes o a Paolo Cirio per citare artisti esposti a FMAV negli ultimi anni. Internet non è più quello spazio utopico, immateriale, atemporale in cui scambiare liberamente contenuti, ma è diventato un luogo dove si esercita un potere accentrato e monetizzato, e che viene utilizzato anche per il controllo e la sorveglianza. Questa nuova consapevolezza porta Roth ad interrogarsi su cosa sia effettivamente la rete, come funzioni, che aspetto fisico abbia e come sia gestita”.

Estratto dal comunicato stampa.

«La mostra presenta opere realizzate tra il 2013 e il 2023 che riflettono sulla relazione tra internet e la società. Il percorso espositivo si apre con l’opera inedita “…”[dot dotdot] realizzata per l’occasione. Un prisma triangolare sospeso e rovesciato, formato da un intreccio di cavi ethernet che convergono verso la punta entro cui è collocato un router a cui i visitatori possono connettersi. L’immagine della piramide rimanda al logo di Kopimi ma anche all’antenna radio eretta a Poldhu in Cornovaglia, da Guglielmo Marconi nel 1901 come stazione di trasmissione per il telegrafo senza fili, da cui fu inviato il primo segnale radio transoceanico: tre punti nell’alfabeto Morse, che rappresentano la lettera S. (…) Il cavo che collega tra loro tutte le opere della mostra, dispiegandosi lungo le pareti e il pavimento, è reso visibile dalla serie di sculture Bent Networks (2020 – in corso), nella quarta e ultima sala del percorso espositivo. Distorcendo fisicamente il cavo Ethernet, l’artista ribadisce l’inattendibilità di quei sistemi da cui ci facciamo ciecamente guidare nella vita di tutti i giorni, rimanendo però all’oscuro delle scelte politiche, economiche e tecniche che si nascondono dietro di essi».

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Ufficio Stampa:
Santa Nastro, +39 320 11 22 513; s.nastro@fmav.org
Antonella Campobasso, a.campobasso@fmav.org

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Evan Roth
Mondi Distorti
Palazzo Santa Margherita
Corso Canalgrande 103
Modena
Info: +39 059 203 29 19
Fino all'11 febbraio 2024


L'occhio magico

Quante ne sono state dette sulla tv!
In tanti le attribuiscono le peggiori colpe. Per esempio, l’allontanamento dalla lettura. E un inasprimento dei rapporti sociali fino alla violenza. Beniamino Placido risponde: “Se non ci fosse la tv, tutti la sera a leggere ponderosi volumi? E tutti più buoni e bene educati? Qualche dubbio mi sfiora”.
Aggiungo che quando i nazisti cacciavano corpi nei forni non c’erano ancora in onda Mike Bongiorno o Amadeus.
Sulla televisione, agli strali scoccati da Karl Popper preferisco quanto dice Clive Barnes: “La tv è la prima cultura voluta per tutta la gente; la cosa più terrificante è ciò che la gente vuole dalla tv”. Ai tanti spettatori andrebbero riconosciute quote Siae, i loro nomi inseriti almeno nei, già ora interminabili, titoli di coda. L’innegabile abbassamento dei livelli di gusto e grazia viene fuori dai tanti sondaggi su ciò che il pubblico desidera, risultati astutamente interpretati e rappresentati. Ad esempio, da Berlusconi con programmi calcio, fica e forza Italia.
Intendiamoci, mai c’è stata un’epoca d’oro alla Rai (monopolista della scena italiana tv per decenni). Non dimentichiamo le severe censure dell’Amministratore Delegato Guala (fattosi poi frate trappista) oppure le cacciate dalla tv di Dario Fo, Franca Rame, di Volontè fatte da Bernabei. Però va detto anche che la tv – pur fra non pochi scivoloni, soprattutto di censura politica – fino all’avvento del berlusconismo aveva una sua personalità culturale e una sua dignità sociale andate poi perdute.
Conosco bene la Rai (avendoci lavorato dagli anni ’60 - ho funestato l’etere con la regìa di tanti sceneggiati radiofonici e servizi tv per i programmi “culturali”), conosco bene la Rai, dicevo, da sapere che un tempo anche i funzionari meno provveduti erano pur sempre di un'accettabile professionalità.
Ora la tv pubblica e le altre (La 7, al momento, esclusa) occupate manu militari delle truppe governative, più non sono lottizzate perché diventate monoteiste meloniane. Alla prepotenza politica (che non ha fatto difetto anche al centro-sinistra) si è accoppiata adesso un’incompetenza disastrosa Mala tempora currunt.

Forse mettendo uno sopra l’altro i libri scritti sulla televisione, l’Everest apparirebbe come una collina. Pagine tecniche e pagine sociologiche, raccolte di articoli e dizionari di personaggi… non basterebbero più lunghe vite per leggere tutto quel ben di Dio, ammesso che Dio considerasse un bene quel mare d’inchiostro.
La casa editrice Graphe.it ha pubblicato L’occhio magico Breve storia della televisione italiana
L’autore è Aldo Dalla Vecchia.
Nella nota biografica,l‘editore informa: che, “Nato a Vicenza nel 1968 è autore televisivo e giornalista da oltre trent'anni. Abita a Milano con le gatte Carmelina, Assuntina, Anicetta e la cagnolina Alma. Le sue passioni: le canzoni di Mina, giocare a burraco, Simenon, la filodiffusione, il gelato alla pera, le focaccine dell’Esselunga. Vorrebbe passare la vita a scrivere libri e basta, ma non è ancora possibile. In tivù ha firmato: Target, Verissimo, Il bivio, Cristina Parodi Live, The Chef, In Forma.
Ha collaborato tra gli altri con Corriere della Sera, Epoca, A e Mistero, di cui è il coordinatore editoriale da diversi anni.
Ha al suo attivo ventidue libri. Il primo è il romanzo Rosa Malcontenta (Sei Editrice, 2013), il più recente è Le Tre Parche (Pegasus, 2023)”.

Il libro ha una struttura con capitoli (accortamente corredati con diffuse note) che procedono per decenni a partire dalla data di domenica 3 gennaio 1954 quando alle 11 del mattino l’annunciatrice Fulvia Colombo presentò per la prima volta le trasmissioni della tv italiana.
Il volume si conclude con due ben studiate appendici: “La tivù prima della sua nascita” e “Brevissima storia della critica televisiva in Italia”.
Merito di non poco momento delle pagine di Dalla Vecchia è quello di essere riuscito, in omaggio alla “brevitas” latina, a dare in lettura una veloce, agevolissima, cronistoria di quello strumento dei media che ha formato sia nel bene sia nel male la società italiana. Non mi pare poco. Inoltre, è un volumetto utilissimo per chi lavora nelle redazioni di giornali, radio-tv, web, perché rapidamente è possibile rintracciare epoche e personaggi (ancora di più avrei gradito un Indice dei Nomi).

Dalla presentazione editoriale
«Quella della televisione è una storia, in effetti, breve in termini cronologici: appena settant’anni di attività. Eppure in questa linea del tempo relativamente esigua è radicato un cambiamento culturale di proporzioni enormi, all’interno del quale proprio la Tv di casa ha avuto grandissima parte, nel bene e nel male.
Attraverso il piccolo schermo transitano e insieme si costruiscono la politica, la prospettiva sociale ed economica, gli scandali giudiziari e i gusti musicali; in altre parole, i sogni (e gli incubi) degli italiani a cavallo del secolo.
La profonda competenza in materia di Aldo Dalla Vecchia (giornalista e autore in prima persona di molti famosi programmi televisivi degli ultimi trent’anni) si esprime in questo volume ricco di informazioni precise e interessanti per appassionati e studiosi dei media. Questi ultimi troveranno particolarmente comode le schede riassuntive Il decennio in pillole e le preziose appendici dedicate alla tivù prima della tivù e alla critica televisiva in Italia.
Dal Musichiere ad Amici, da Perry Mason a Sex & the City, da Il pranzo è servito a MasterChef il lettore potrà ripercorrere la propria storia di spettatore e ricostruire anche lo show a cui, per ragioni anagrafiche, forse non ha assistito: la nascita del concetto stesso di trasmissione televisiva, e dell’abitudine nazionale di sedersi sul divano davanti all’apparecchio»

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Aldo Dalla Vecchia
L’occhio magico
Prefazione di Massimo Scaglioni
124 pagine * 9.00 euro
Graphe.it


Bombino


Bombino… sì, lo so, è un vitigno a bacca bianca, uno dei vitigni più antichi e più diffusi nel centrosud, in particolare in Puglia... ma non è di quello che voglio parlare.
Voglio dire di un altro Bombino (nome che è una deliziosa storpiatura di “piccolo bambino”): musicista nato in Niger, nella città settentrionale di Agadez, Bombino è un membro della tribù dei Tuareg
Per conoscere la sua storia: CLIC.

È da tempo uno dei miei cantanti preferiti.
Sere fa mi è capitato di vederlo in Tv su La 7 nella indovinata trasmissione “Propaganda Live” e ha riproposto uno dei suoi successi: Ayes Sachen.
Buon ascolto e buona visione.


Amore, morte & Rock 'N' Roll


Nel catalogo della casa editrice Hoepli si trova un libro che illustra la cronaca e interpreta i motivi che hanno portato tante stelle del rock a spegnersi assai spesso in giovane età.
Titolo: Amore, morte & Rock ‘N’ Roll Le ultime ore di 50 rockstar. Retroscena e misteri.
L’autore è Ezio Guaitamacchi
L’editore così lo presenta: “Da alcuni definito "lo Sherlock Holmes del rock 'n' roll", torna sulla scena del crimine dopo gli apprezzamenti per il suo "rock thriller" PSYCHO KILLER, Omicidi in Fa Maggiore, un giallo ambientato nella Milano indie rock degli anni 2000 e il successo dei suoi DELITTI ROCK (libro, spettacolo teatrale, show radiofonico su RSI e programma tv su RAI 2 condotto da Massimo Ghini) che gli sono valsi premi e riconoscimenti. Decano del giornalismo musicale in Italia ha pubblicato e diretto riviste specializzate, scritto e condotto programmi radio-tv, ideato centinaia di spettacoli di parole & musica, inventato rassegne e festival, diretto Master e seminari.
Ha scritto più di venti saggi su rock e dintorni; dal 2014 cura la collana musicale di Hoepli. Gioca a tennis e tifa Milan”.

Dalla Prefazione di Enrico Ruggeri: “Il libro di Guaitamacchi è un meraviglioso campionario di gloria e perdizione, di trionfi pubblici e fallimenti private tra gli irripetibili momenti leggendari di una stagione che verrà ricordata per sempre, con una conclusione e una morale ben precisa: il grande artista è fragile per definizione, troppo sensibile per vivere una vita normale, sempre in bilico tra il trionfo e l’abisso".

Dall’Introduzione di Pamela Des Barres: “Negli anni Sessanta e Settanta non esistevano i rehab, la medicina e la psichiatria non erano ancora in grado di curare alcune patologie di cui hanno sofferto molte rockstar. Uno come Keith Moon, che ho conosciuto bene anche intimamente, oggi verrebbe diagnosticato come persona affetta da disturbo bipolare – e come tale assistito. Ma, anche per lui, vale lo stesso discorso fatto per Jimi Hendrix e altri.
Questi artisti – come illustra bene Guaitamacchi – hanno dato tanto perché hanno generosamente messo la loro arte a disposizione del mondo”

In questo video sarà proprio l’autore Ezio Guaitamacchi a guidarci lungo le pagine del libro.

Dalla presentazione editoriale.

«Piene di leggende e di eccessi, stravaganti, oltraggiose, sconsiderate e rischiose, le vite delle rockstar sono spesso andate oltre le più sfrenate fantasie da sceneggiatura hollywoodiana.
Purtroppo, anche le loro morti sono state a volte frutto di circostanze drammatiche, di coincidenze incredibili, di eventi imprevedibili. E, quasi sempre, sono rimaste circondate da un alone di mistero che ha dato vita a mille speculazioni. E come nella tradizione anglo-americana, delle "murder ballad" (love story che, per vari motivi, si sono concluse in modo tragico) anche le infauste fini delle rockstar sono rimaste inscindibilmente legate ai loro grandi e altrettanto impetuosi amori.
Questo libro raccoglie una serie di storie, raggruppate per tipologia di "crimine", che raccontano le ultime ore di 50 stelle del rock. Scritto come un "noir", in modo originale e appassionato, presenta retroscena, curiosità, aneddoti e tesi alternative pur documentando il tutto con puntualità e rigore giornalistici. Illustrato con immagini prese dalle scene del crimine, impreziosito da box, citazioni e "colonne sonore" suggerite, l'opera si rivolge al cultore del genere ma anche al curioso, al lettore di gialli o al rockettaro incallito riuscendo a soddisfare anche i palati più esigenti».

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Ezio Guaitamacchi
Amore, morte & Rock ‘N’ Roll
Prefazione di Enrico Ruggeri
Introduzione di Pamela Des Barres
XIV, 346 pagine * 32.90 euro
Hoepli


Ocean Terminal Teatro

Nei giorni scorsi, a Roma, Mina Welby ha presentato il libro Ocean Terminal Teatro, pubblicato da WriteUp, adattamento drammaturgico tratto dal romanzo (fu pubblicato postumo da Castelvecchi) di Piergiorgio Welby.
“Piergiorgio ci ha lasciati il 20 dicembre di 17 anni fa” – dice Mina Welby – “Grazie a lui troviamo ancora oggi il coraggio di batterci per la libertà di scelta, di pensiero e di coscienza in tutti i campi della nostra vita. L'uscita di ‘Ocean Terminal Teatro’ è l’occasione di ricordare ciò che lo spirito di Piergiorgio evoca attraverso il linguaggio artistico di Emanuele Vezzoli, attore che da anni porta in scena il romanzo di Piergiorgio”.

QUI una dichiarazione di Emanuele Vezzoli.

QUI un brano dello spettacolo.

Dalla presentazione editoriale

«Ocean Terminal, il monologo teatrale diretto e interpretato da Emanuele Vezzoli, è tratto dall’omonimo romanzo postumo di Piergiorgio Welby, pubblicato a cura di Francesco Lioce nel 2009. L’adattamento drammaturgico firmato da Vezzoli e Lioce restituisce il corpo e la parola di una performance attoriale di rara intensità, che ha contribuito a diffondere un’immagine di Welby più completa rispetto a quella proposta dal circuito mediatico. Una vita ricca di esperienze a volte forti, inaccettabili da parte della sterile morale contemporanea, tutta tesa a dividere il mondo in buoni e cattivi; una cultura vastissima e sempre densa di richiami; una ricerca spirituale forte e mai prona al destino: sono gli elementi che aiutano a comprendere l’avventura di un uomo fuori dal comune, quando alla sua porta bussa l’ineluttabile. Ciò che emerge forte è, sempre e ancora una volta, una mente lucida e appassionata che cerca di misurarsi con l’incomprensibile. Ocean Terminal teatro è un libro complessivo, che oltre al testo drammaturgico raccoglie le voci condivise con entusiasmo dalla compagnia, gli stralci attentamente selezionati di una ricca rassegna stampa e le testimonianze di quanti – creativi, studiosi, politici, medici e giornalisti – hanno assistito allo spettacolo portato sulla scena in Italia e all’estero dal maggio 2012 al febbraio 2020».

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Ocean Terminal Teatro
A cura di
Francesco Lioce
Emanuele Vezzoli
108 pagine * 16.00 euro
WriteUp Books


Gli inganni di Pandora

Le imponenti manifestazioni di sabato scorso in risposta all’appello di “Non una di meno” (brillavano per assenza tutti I boss del governo e del centrodestra) hanno riportato in primissimo piano la necessità e l’’importanza di istituire nei luoghi di lavoro, nelle forze armate, ovviamente nella scuola e nelle università, spazi in cui si discuta dei rapporti sociali nelle comunità. Così come avvengono riunioni per discutere dei diritti sindacali. Ben 107 vittime dal mese di gennaio a oggi impongono misure che solo in apparenza sono eccezionali, ma, purtroppo, eccezionali non lo sono.
I terribili giorni che stiamo attraversando in Italia mi spingono oggi a ricordare un libro che mi pare lettura illuminante sull’origine lontana di tanto sangue sparso.
È della casa editrice Feltrinelli http://www.feltrinellieditore.it un volume importante di Eva Cantarella, titolo: Gli inganni di Pandora L'origine delle discriminazioni di genere nella Grecia antica.
QUI note biografiche dell’autrice.

L’inferiorità di genere è un’idea antica.
Una storia che comincia in Grecia con il mito di Pandora e arriva fino a noi.
Siamo abituati a pensare ai greci come alla culla della nostra civiltà: a loro dobbiamo l'idea di democrazia, la storiografia, la filosofia, la scienza e il teatro. Eppure, di questa eredità fa parte anche il modo in cui consideriamo il rapporto tra i generi: un lascito che ha superato i secoli e i millenni con tracce che continuano a pesare sulle nostre vite come macigni. Nella nostra storia antica c'è stato un momento in cui la differenza tra il genere maschile e quello femminile si è trasformata nell'idea che le donne siano inferiori agli uomini e quindi in una serie di inevitabili, pesanti discriminazioni. Tutto comincia con un mito. Esiodo racconta la nascita della prima donna, mandata da Zeus sulla terra per punire gli umani della colpa commessa da Prometeo: rubare il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, riducendo così la distanza che li separava dagli immortali. Pandora è "un male così bello" da essere un "inganno al quale non si sfugge". Rappresenta un'alterità incomprensibile agli uomini, tanto misteriosa da essere paragonabile solo alla morte. Da lei, dice Esiodo, discende "il genere maledetto, la tribù delle donne".
Eva Cantarella illumina alcuni momenti di una vicenda lunghissima, che dal mito giunge ai medici e ai filosofi che hanno fondato il pensiero occidentale. Attraverso le voci di Parmenide, Ippocrate, Platone e Aristotele vediamo come la differenza di genere viene costruita e codificata, fino a diventare un pilastro dell'ordine sociale e della cultura giuridica greca. Scopriamo l'origine delle convenzioni sociali, delle teorie filosofiche e delle pratiche giuridiche che oggi ripropongono visioni 'essenzialiste' delle diverse identità personali. Conosciamo una parte molto antica di noi stessi e facciamo esperienza di un passato da cui finalmente possiamo prendere le distanze per realizzare il nostro futuro.

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Eva Cantarella
Gli inganni di Pandora
96 pagine * 9.50 euro
Feltrinelli


Come parlare con chi nega la scienza


Ha un’aria molto soddisfatta di sé, gli occhi accesi di luce biblica, le parole si rincorrono via via accelerandosi, il fervore spumeggia, la donna accanto a quel suo profetico compagno annuisce soddisfatta. Chi è quel tale? Via, l’avete capito. È un complottista. Odiatore della Scienza. Mi sta rivelando segreti di cui non sono degno d’esserne messo a parte visto che neanche un po’ m’emoziono.
L’11 settembre? Un inside job voluto dal governo degli Stati Uniti. Lo sbarco sulla Luna? Una finzione cinematografica. L’Aids? Un virus creato in laboratorio. Il riscaldamento globale? Una bufala. L’Olocausto ebraico? Un’esagerazione propagandistica. Il Covid? lo ha voluto Bill Gates alleato di Big Pharma. G5? Voluti, effetti devastanti sulla salute dell’uomo… Intelligenza Artificiale? Manco a parlarne!
Scrive Giorgio Vallortigara su Micromega: “La vita di ciascuno di noi è sempre più permeata dall’utilizzo di tecnologie avanzate, figlie delle straordinarie conoscenze che la scienza ci ha consentito di ottenere. Durante la pandemia da Covid-19 abbiamo anche assistito quasi in diretta al rapido sviluppo di vaccini che ci hanno permesso di superarla in tempi relativamente brevi. Eppure, mai come in questo periodo lo scetticismo nei confronti della scienza e degli scienziati galoppa. E quando la scienza non viene attaccata, si cerca di piegarla ai propri interessi politici e ideologici. Una delle cause di questo paradosso è una diffusa ignoranza sul metodo scientifico, ossia su quali siano le logiche e i criteri che la scienza impiega per indagare la realtà”.

Quando incontro un complottista è forte assai la voglia di sottoporlo a una dura punizione (ad esempio fargli ascoltare un intero discorso del ministro Lollobrigida o della ministra Roccella… sì, lo so, la tortura è vietata dall’articolo 4 della ‘Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea’), ma c’è chi, invece saggiamente scrive: «Come possiamo convincere i negatori della Scienza a cambiare idea in base ai fatti? Con calma. Nel settembre 2011, la rivista Nature Human Behaviour ha pubblicato uno studio fondamentale, fornendo la prima prova empirica che è possibile combattere i negazionisti della Scienza».
Chi è questo Santo? È Lee McIntyre.
Svolge attività di ricerca presso il Center for Philosophy and History of Science alla Boston University. Ha pubblicato con MIT Press: Dark Ages: The Case for a Science of Human Behavior (2009); The Scientific Attitude: Defending Science from Denial, Fraud and Pseudoscience (2020); Post-Truth (trad. it. Post-verità, Torino, Utet Università, 2019).
La casa editrice FrancoAngeli ha pubblicato un suo saggio intitolato Come parlare con chi nega la scienza Conversazioni con terrapiattisti, negazionisti del clima, del Covid e con chiunque sfidi la Ragione.

Se McIntyre ci riesce a convincere quelli lì… che dire?... santo subito.

Scrive Antonio D’Aloia nella Presentazione: "Un libro intrigante, schietto, quello di McIntyre. Una ricerca sul campo, dove i contenuti teorici vengono confrontati e messi alla prova con un’indagine “sociale”, in uno spazio attraversato da pesanti fratture culturali, religiose, politiche. Il nostro tempo è il tempo delle emergenze, una dopo l’altra, quasi una sorta di crisi permanente, al punto che l’incertezza e la paura diventano un filo conduttore della modernità. Tutte queste emergenze, questo è un po’ il tratto comune di questo fenomeno, presentano un alto tasso di scientificità. Sono emergenze scientifiche, in cui la scienza assume ruoli diversi, a volte portando sulle soglie del problema o contribuendo alla sua determinazione, altre volte segnalando i rischi, o indicando possibili soluzioni.
Ma questa ambiguità (in sé peraltro inevitabile, perché la scienza è uno dei motori fondamentali dello sviluppo e del consolidamento delle attività umane) crea disorientamento, diffidenza, talvolta reazioni conflittuali, narrazioni alternative a quelle offerte dalla scienza ufficiale: appunto il science denial di cui parla questo libro”.

Dalla presentazione editoriale.
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«"Il cambiamento climatico è una bufala, e lo è anche il Coronavirus". "I vaccini sono pericolosi per la nostra salute". Al giorno d'oggi, molte persone rifiutano le competenze scientifiche, preferendo le ideologie ai fatti. Non sono semplicemente disinformate ma assimilano cattiva informazione. E citano prove scelte ad arte, affidandosi a falsi esperti, confidando nelle teorie complottiste.
Come possiamo, allora, convincere i negazionisti della scienza? Come possiamo persuaderli a cambiare idea, ad accettare i fatti, quando ne rifiutano l'evidenza? Lee McIntyre dimostra che ognuno di noi può combattere il negazionismo e che è fondamentale farlo. Altrimenti ci porterebbe alla rovina.
Attingendo alla propria esperienza personale e alla letteratura scientifica, McIntyre rivela e delinea le strategie tipiche e comuni ai diversi negazionismi: dalle campagne di disinformazione delle multinazionali del tabacco negli anni '50, inventate per contrastare le evidenze scientifiche dell'azione cancerosa delle sigarette, ai no vax dei giorni nostri. Descrive i faticosi tentativi, dopo essersi "infiltrato" a una convention sulla Terra piatta, di convertire i ‘Flath Earthers’; le singolari discussioni con i minatori dei giacimenti di carbone; le conversazioni con l'amico scienziato sulla presenza di OGM negli alimenti. Offre, soprattutto, una serie di strumenti e tecniche per comunicare la verità e i valori della Scienza, sottolineando che il modo migliore per avvicinarsi ai negazionisti è quello di mettersi in gioco, avere il coraggio di incontrarli di persona e confrontarsi sempre con estrema calma e rispetto».

Ancora una cosa. Questo libro ha fatto dire allo storico della Scienza Michael Shermer: “Lee McIntyre è una delle voci più decise nella lotta contro la pseudoscienza, la superstizione, le fake news e gli ‘alternative facts’ che, negli ultimi anni, si sono diffusi in modo preoccupante. È ormai evidente che i fatti, da soli, non sono più sufficienti per convincere i negazionisti a cambiare idea. Che cosa fare, quindi? McIntyre passa in rassegna la letteratura scientifica e le nostre conoscenze sulla psicologia delle false credenze, ma anche le strategie più efficaci, raccontando le sue pittoresche conversazioni con i negazionisti. Destinato a diventare un classico".

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Lee McIntyre
Come parlare con chi nega la scienza
Prefazione e traduzione di Antonio Disi
Presentazione di Antonio D’Aloia
300 Pagine * 33.00 Euro
PdF con Drm 27.99 Euro
FrancoAngeli


Auguri Baruch!

Occorrerebbero quasi 400 candeline su di una torta per festeggiare gli anni raggiunti oggi dal filosofo olandese Baruch Spinoza particolarmente caro a Nybramedia e al suo conduttore, o tenutario se ritenete sia denominazione più acconcia.
Il 24 novembre del 1632 nasceva ad Amsterdam Baruch Spinoza.
Consultato il Calendario Perpetuo, si apprende che il 24.11.1632 era di mercoledì.
Ci berrei volentieri qualche bicchiere al bar con questo scomunicato dagli ebrei e detestato dai cattolici… gli islamici?... lui ha scritto che le religioni “… sono fatte per ingannare i popoli e per vincolare le menti degli uomini". Inoltre, afferma che l'Islam supera di gran lunga il Cattolicesimo in vincoli per gli uomini. Ne sappiamo qualcosa noi, oggi, con gli assassini di Hamas che vorrebbero un nuovo Gran Califfato a governare il mondo pfui!.

Per avere un ritratto del pensiero di Spinoza, mi sono rivolto a un’amica da molti anni di questo sito: Maria Turchetto.
Epistemologa, già docente all’Università di Venezia; ha diretto per 15 anni il bimestrale “L’Ateo”; curato la raccolta di saggi “Darwin fra Natura e Storia”; le è stato dedicato il volume Sconfinamenti. Scritti in onore di Maria Turchetto pubblicato da Mimesis.
Torna così su queste pagine web una voce che mi è cara.
Ecco il suo intervento da me richiesto.

«Nell’ambito della filosofia moderna, l’”Etica” di Spinoza rappresenta la più importante, rigorosa (more geometrico demonstrata), sistematica formulazione di un pensiero ateo, materialista ed edonista.
Ateo: Spinoza non nega esplicitamente Dio (scrive nel XV secolo, clamorosamente inaugurato dal rogo di Giordano Bruno, l’odore di bruciato era ancora nell’aria), ma riconducendo Dio alla natura (Deus sive Natura) ottiene l’effetto di toglierlo completamente di torno.
Materialista: fondamentale la sua negazione del dualismo mente/corpo (tanto caro a Cartesio e tuttora profondamente radicato nelle teste dei nostri contemporanei) che ne fa un antesignano delle attuali neuroscienze – a detta di Antonio Damasio (cfr. Alla ricerca di Spinoza) che in questo campo non è certo uno sprovveduto.
Edonista: la “sapienza” – secondo il mio compianto maestro Paolo Cristofolini, uno dei maggiori studiosi di Spinoza, la filosofia di Spinoza è “l’ultima manifestazione in Occidente di un ideale sapienziale, intendendo per sapienza […] l’ideale di sintesi tra la somma del sapere e il perseguimento di ciò che per noi è bene” ha come scopo la gioia (laetitia). Qui ed ora, non certo in un improbabile paradiso».

Per chi volesse approfondire, segnalo di Maria Turchetto “Spinoza edonista (e materialista). Una lettura incrociata”, in L’Ateo, n. 2/2013 scaricabile QUI.


Parigi secondo Julien Green

Lo scrittore e drammaturgo Julien Green (nome francesizzato di Julian Hartridge Green) nacque a Parigi da genitori americani nel settembre 1900 e in quella città morì nell’agosto 1998.
Fu uno dei pochi autori pubblicato nella collezione Pléiade mentre era in vita.
In Italia, nel 1985, ebbe il “Premio Comisso” nella sezione Biografie.
Ha scritto prevalentemente in francese, ma ha pubblicato alcuni libri in inglese perché era bilingue; ha anche tradotto alcune sue opere in inglese.
Altre notizie e considerazioni sulla sua opera QUI.

Parecchi critici hanno detto di lui che meriterebbe più spazio nella storia letteraria francese e si sorprendono che quello spazio non lo abbia ottenuto.
Convertitosi dal protestantesimo al cattolicesimo, nella sua opera si riflette la sua fede (senza risparmiare aspre critiche all’ipocrisia ecclesiastica) che non trovò contraddizione con la sua omosessualità. Uno studio su quest’aspetto della sua figura letteraria si trova in “L’indicible de l’homosexualité dans l’œuvre de Julien Green” di Carole Duval.

La casa editrice Adelphi ha pubblicato di Green Parigi.
Parigi… credo che insieme con Roma, New York e Londra sia la città sulla quale più si è scritto in prosa e in versi, per non dire di quante opere teatrali, cinematografiche, televisive ha fatto da scenografia. Aggiungo che solo nella mia biografia di regista conto finora la direzione di tre sceneggiati radiofonici alla Rai e molti altri esistono diretti da miei colleghi.

Parigi… qualche battuta dai tanti film

- “Che Parigi esista e qualcuno scelga di vivere in un altro posto nel mondo sarà sempre un mistero per me”!
(dal film Midnight in Paris)

- “Oh ma Parigi non è fatta per cambiare aerei.. è fatta per cambiare vita! Per spalancare la finestra e lasciare entrare la vie en rose”.
(dal film Sabrina)

- “Finché non ti hanno baciata in uno di quei piovosi pomeriggi a Parigi, non sei mai stata baciata”.
(dal film Mariti e Mogli)

Qualche rigo da tanta infinita letteratura

- “Parigi è come un oceano. Gettateci pure una sonda e mai ne conoscerete la profondità”.
(Honoré de Balzac)

- “La mia grande scoperta fu che a Parigi potevo essere giovane, mentre a New York, a ventun anni, ero un vecchio”.
(Henry Miller)

- “Strappatemi il cuore, ci vedrete Parigi!”.
(Louis Aragon)

E Julien Green?
Non ricordo chi ha sostenuto – e sono d’accordo con lei o lui che sia – che si può giudicare un libro leggendo di seguito le prime e le ultime righe. Longanesi sulla falsariga andò oltre dicendo che di un articolo bastava il titolo e la firma. Tornando alla lettura delle prime e ultime parole di “Parigi” ne trascrivo incipit ed explicit.
Leggete e giudicate voi.

“Ho sognato tante volte di scrivere un libro su Parigi che fosse come una lunga passeggiata senza meta, nel corso della quale non si trovano le cose che si cercano ma molte altre che non si stavano cercando. Anzi, è solo così che mi sento in grado di affrontare un argomento che mi scoraggia non meno di quanto mi attragga”.
(…)
“Parigi mi ha ossessionato a tal punto, nella vita, che molti personaggi dei miei romanzi hanno ereditato da me l’attrazione e il piacere che provo nelle passeggiate solitarie e avventurose attraverso la capitale. Ancora oggi mi basta seguire l’uno o l’altro di loro per ritrovare, per suo tramite e come intensi$cato dalle sue fantasticherie, il turbamento o l’incanto di un luogo in cui ritorno per caso”.

Dalla presentazione editoriale.

«Nato nel XVII arrondissement da genitori originari del Sud degli Stati Uniti, in bilico fra due lingue e due culture, Julien Green ha fatto di Parigi la sola vera patria, oggetto di una amorosa contemplazione e di una stupefatta tenerezza. Nessuno meglio di lui poteva dunque non già raccontarci le eclatanti meraviglie di cui vanno a caccia i turisti, ma svelarci un’anima che non si lascia cogliere facilmente, una città segreta e inaccessibile che “appartiene ai sognatori” disposti a girovagare senza problemi di tempo, e quella inesplicabile qualità che di fronte alla più umile delle immagini, come la ”fila di libri malconci nel cassone di un bouquiniste”, ci fa dire senza esitazione: “Questa è Parigi”
Una qualità che Julien Green, grazie al suo contagioso amour fou, riesce miracolosamente a trascrivere, a raffigurare con le parole, convincendoci che non vale la pena di «affrontare le turbolenze degli aeroporti e la noia delle crociere per andare a cercare dall’altra parte del mondo, in mezzo alle folle o nei pochi luoghi deserti che restano,» ciò che soltanto Parigi sa offrirci ogni giorno «con tanta generosità».

Per leggere le prime pagine: CLIC

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Julien Green
Parigi
Traduzione di Marina Karam
118 pagine * 12. Euro
Con 19 immagini
Adelphi


Joni Mitchell

Nei riguardi delle persone che amo sono vittima di un’approssimativa sorta di “effetto Dorian Gray”: ne fermo l’immagine nella mia memoria al momento del primo incontro e non riesco a vederne l’invecchiamento.
Ecco perché la foto di Joni Mitchell qui accanto la ritrae quando era giovane, così la ricordo, e non già adesso che il 7 novembre scorso ha compiuto 80 anni.
Ha ottant’anni? Non lo voglio sapere. Sennò ricordo anche i miei.

Joni Mitchell, all'anagrafe Roberta Joan Anderson, nata in Canada a Macleo, ha iniziato la sua carriera musicale a metà degli anni '60 come cantante folk.
Scrive Onda Rock: «Quello di Mitchell è un talento cristallino, emerso fin da bambina, quando già suonava il pianoforte, l'ukelele e la chitarra. Come la stessa cantautrice ha ricordato, fu solo il superamento della poliomelite, che la colpì violentemente a nove anni, a farle sviluppare una profonda sensibilità artistica. A definire meglio questa propensione, pensò un suo insegnante alla scuola media, Mr. Kratzman, che l'aiutò sia nella pittura che nella poesia. "Se puoi dipingere con un pennello, lo puoi fare anche con le parole", amava ripeterle. Ed è a lui che Mitchell dedicherà il suo album di debutto omonimo del 1968 (poi ristampato come "Song To A Seagull"): "To Mr Kratzman who taught me to love words". E' l'inizio di una carriera folgorante, che la porta in breve a diventare una "sensation" nel circuito dei folksinger prima in Canada (Toronto), poi negli Stati Uniti (New York prima, California dopo). I successivi album "Clouds" e "Ladies Of The Canyon" accrescono la sua fama. Ormai Mitchell è un star del folk, al punto che viene ingaggiata da Carole King per il suo epocale "Tapestry" e da James Taylor per il suo "Mud Slide Slim And The Blue Horizon".
Ma è con "Blue" (1971) che la cantautrice di Alberta mette a fuoco definitivamente la sua arte (…) Oltre alla grande abilità compositiva e alla poliedricità degli arrangiamenti, a far presa sull'ascoltatore è la tecnica vocale di Mitchell, giocata sul contrasto tra i toni alti da soprano (nella tradizione del canto medievale e dell'aria da opera), e quelli più profondi, resi rochi dal vizio del fumo. L'esito è una sorta di litania nevrotica, che fa da veicolo ideale alle sue tormentate autoanalisi».

Joni Mitchell ha attraversato non poche disgrazie: la poliomelite, un ictus, una drammatica maternità, dolorose separazioni nella vita sentimentale; un giorno ha detto: “Il dolore è facile da esprimere e così difficile da raccontare.”

Tra le tante sue canzoni che amo ho scelto Raised on Robbery.

Buon ascolto.


Il virtuale di Levy

In questi anni la parola “virtuale” è probabilmente tra le più ricorrenti in testi scritti e comunicazioni in voce. Affacciamoci su di un dizionario web.

Virtuale – in campo filosofico e scientifico, sinonimo di "potenziale", che può accadere
Virtuale – in informatica termine con il significato di simulato, non reale:
Realtà virtuale – simulazione di situazioni reali mediante l'utilizzo di computer e l'ausilio di interfacce appositamente sviluppate
Macchina virtuale – software che crea un ambiente virtuale che emula tipicamente il comportamento di una macchina fisica
Memoria virtuale – architettura di sistema capace di simulare uno spazio di memoria centrale maggiore di quello fisicamente presente o disponibile
Virtualizzazione – astrazione delle componenti hardware degli elaboratori al fine di renderle disponibili al software in forma di risorsa virtuale
.

Su questo termine si è sviluppato un intreccio di teorie sia inerenti al linguaggo sia all’influenza che la virtualità ha avuto nelle nostre vite.
Un testo epocale è il libro che presento oggi.
Lo ha pubblicato Meltemi: Il virtuale La rivoluzione digitale e l’umano.
L’autore è il famoso filosofo francese Pierre Levy.
Allievo di M. Serres e C. Castoriadis alla Sorbona, si occupa delle implicazioni culturali dell’informatizzazione, del mondo degli ipertesti e degli effetti della globalizzazione. Insegna all’Università di Parigi VIII Vincennes-Saint Denis.
Per più ampie notizie e bibliografia CLIC.

Nel presentare (5 maggio 2023) quest’edizione del suo lavoro, Pierre Levy tra l’altro scrive: “Quando questo libro è stato pubblicato per la prima volta, nel 1995, meno dell’un per cento della popolazione mondiale era connesso a Internet e il World Wide Web aveva da poco visto la luce. Le digital humanities, i social media, Wikipedia, GitHub, Google e ChatGPT ancora non esistevano. Il software libero era appena nato e l’intelligenza collettiva non era di moda.
Eppure, rileggendo ‘Il virtuale’ a trent’anni di distanza, non trovo nulla da togliere alle sue pagine. I germi di molte delle idee che ho sviluppato in seguito erano infatti già presenti in questo libro. Nulla di ciò che avevo previsto negli anni Novanta del XX secolo è stato contraddetto dai successivi sviluppi scientifici, tecnologici o economici, ai quali ho d’altronde prestato molta attenzione (…) Gli esseri umani senzienti e intelligenti hanno un’anima solo perché abitano un corpo vivente. Dall’altra parte dello specchio, i significanti turbinano alla cieca, i sassolini si scontrano sul grande abaco, una furia elettronica insensata si scatena nei centri dati. Da questa parte dello specchio, gli schermi ci mostrano il volto di un altro che parla, ma è una proiezione antropomorfa. Una biblioteca non ricorda più di quanto un algoritmo pensi: entrambi virtualizzano le funzioni cognitive attraverso l’esternalizzazione, la trasformazione, la messa in comune e la reinternalizzazione. I nuovi cervelli elettronici sintetizzano e implementano – virtualizzano e riattualizzano – l’enorme memoria digitale attraverso la quale ricordiamo, comunichiamo e pensiamo insieme.
Dietro la ‘macchina’ dobbiamo vedere l’intelligenza collettiva che essa reifica e mobilita”.

Andrea Colombo e Damiano Cantone in Prefazione scrivono: “Per Levy il virtuale non si oppone al reale, bensì all’attuale: in qualche modo il virtuale è reale (è l’insieme di tutti i divenire realmente possibili di una certa sostanza), solo che non è presente qui e ora. Tale contrapposizione tra virtuale-attuale e possibile-reale viene mutuata dalla filosofia di Gilles Deleuze, autore al quale Lévy si rifà esplicitamente. (…) Per Lévy non stiamo assistendo alla dissoluzione della realtà nel virtuale, e il processo che stiamo attraversando non va caratterizzato con il segno della perdita. Certamente anche per Lévy, la demarcazione tra ciò che è reale e ciò che è una finzione virtuale è sempre più difficile da tracciare, poiché le nostre esperienze si stanno spostando in un ambiente digitale. Tuttavia, questo processo che comporta la virtualizzazione del nostro corpo, della nostra identità e degli oggetti che ci circondano, è essenzialmente tecnologico e quindi umano. La tecnica, dalla prospettiva di Lévy, è qualcosa che appartiene alla nostra natura, al pari del pollice opponibile e all’andatura bipede, elementi con i quali è in ovvia relazione”.

Dalla presentazione editoriale

«ll saggio di Lévy è una presentazione chiara di quel che significa oggi rapportarsi alla realtà virtuale, ma soprattutto è il primo manuale di “filosofia del virtuale” che delinea i possibili universi in cui domani ci troveremo a vivere. Per Lévy, il virtuale è tutto fuorché un movimento contrario alla realtà: il mondo in cui viviamo ne è intessuto e composto. Virtuali, infatti, non sono soltanto le informazioni contenute nei nostri computer o aleggianti nella rete, ma le attività stesse con cui noi “apparecchiamo” (da secoli) il nostro rapporto con la realtà. È l’attività di cui l’uomo è capace che risulta intrinsecamente virtuale, portatrice di alternative possibili, di mondi ancora non conosciuti, di strade nuove e di ripensamenti, che fanno sì che l’Homo Sapiens non si arrenda mai a ciò che ha di fronte, ma sappia intraprendere viaggi sempre nuovi.
Lungi dall’essere una scoperta recente, il virtuale è una parte importante della nostra natura, che oggi si trova estrinsecata e messa a nudo nella sua radicalità. Il saggio di Lévy intende andare oltre la scelta binaria tra “demonizzare” la rivoluzione digitale e accettarla acriticamente: il virtuale ci appartiene da sempre e, come tale, la sua natura è neutra. È il modo in cui lo attualizziamo a dover essere discusso, e Lévy ci dona tutti gli strumenti per farlo».

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Pierre Levy
Il virtuale
A cura di
Andrea Colombo, Damiano Cantone
Traduzione di
Maria Colò, Maddalena Di Sopra
188 pagine * 16 euro
Meltemi


Elena Cattaneo su Query


Sono un ammiratore dell’ottima rivista scientifica Query - pubblicazione ufficiale del Cicap (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) – diretta da Lorenzo Montali.
Nel suo più recente numero ha intervistato la scienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo sul tormentato rapporto fra scienza e politica.

CLIC per leggere.


"Szymborska e:" (1)


«Dunque ci sei? Dritto dall’animo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore
».

Sono versi della poetessa polacca Wisława Szymborska alla quale, in occasione dei 100 anni dalla nascita, a Roma, è dedicato un convegno internazionale di tre giorni che si avvale della direzione scientifica di Luigi Marinelli e del coordinamento organizzativo di Serena Buti.
Titolo del convegno: Szymborska e:.
Si svolge all’Università la Sapienza e nel pomeriggio del 21 alla Casa delle Letterature diretta da Simona Cives. Ci saranno riflessioni e letture poetiche: Szymborska e le altre, ovvero 5+5+5= 16.
Al convegno è associata presso il Mlac – diretto da Ilaria Schiaffini – la mostra “Szymborska e il mondo-collage” della quale sono curatori Luigi Marinelli e Anna Jagiełło con la collaborazione scientifica e organizzativa di Gaia Fiorentino.

Wisława Szymborska, dalla Treccani.
Poetessa polacca (Kórnik 1923 - Cracovia 2012). Nel 1931 si è trasferita con la famiglia a Cracovia, città in cui si è diplomata nel 1941 sotto l'occupazione nazista e in cui ha studiato letteratura e sociologia nel dopoguerra. L’esordio poetico è segnato dal volume Dlatego żyjemy (1952, «Per questo viviamo»), ancora legato al realismo socialista, ma è con il terzo libro, Wołanie do Yeti (1957; trad. it. Appello allo Yeti, 2005) che avviene la sua vera affermazione in patria. Ha aderito al Partito comunista polacco, ma ancor prima di distaccarsene pubblicamente nel 1960 ha cominciato a frequentare i circoli intellettuali dissidenti. Dal 1953 al 1981 ha tenuto sul settimanale Życie Literackie («Vita letteraria») una rubrica di recensioni, poi raccolte progressivamente nei quattro volumi delle Lektury nadobowiązkowe (trad. it. Letture facoltative, 2005 e Ok? Nuove letture facoltative, 2007). Tradotta in inglese da C. Miłosz, ha ottenuto nel 1996 il premio Nobel per la letteratura. Da allora ha conosciuto un successo internazionale, in Italia testimoniato anche dalla traduzione di tutte le sue principali raccolte poetiche, come da ultimo Dwukropek (2005; trad. it. Due punti, 2006), ma anche dalle antologie Vista con granello di sabbia (1998) e Discorso all’ufficio oggetti smarriti (2005), dalla raccolta delle Opere (2008) e dal fortunato volume La gioia di scrivere. Tutte le poesie 1945-2009 (2009), che comprende anche l’ultima silloge, Tutaj (2009; trad.it Due punti/Qui, 2010).

CLIC per leggere il programma dei tre giorni del convegno.


"Szymborska e:" (2)


Pensieri di Wisława Szymborska tratti dall’Enciclopedia delle Donne.

֍ «Per un periodo sono stata molto credente. Adesso si sente dire che la perdita della fede ha aperto la strada al comunismo. Nel mio caso le due cose non hanno avuto niente in comune. La mia crisi religiosa non nasce dal sapere che il parroco va a letto con la perpetua. I miei dubbi sono di natura razionale. Non sono assolutamente d’accordo con l’opinione di Dostoevskij che se Dio non esistesse tutto sarebbe ammesso. E’ un pensiero ripugnante. Esiste un’etica laica, che è nata attraverso lunghi secoli e grandi sofferenze e che naturalmente deve molto al decalogo. La fede non dovrebbe essere concepita in modo dogmatico. Nessuno può dirsi completamente non credente».

֍ «Mi sono resa conto di quanto la mia vita sia priva di elementi drammatici. Come se avessi vissuto la vita di una farfalla, come se la vita mi avesse semplicemente accarezzato la testa. Questo è il mio ritratto. Ma sono veramente io? Effettivamente nella vita sono stata fortunata, anche se non sono mancati morti e numerose disillusioni. Ma dei fatti personali non voglio parlare. Allo stesso modo non amo che lo facciano altri. Dopo la mia morte sarà tutta un’altra cosa».


֍ «Ho sempre amato tanto la prosa. Sembra strano lo so, ma è così. Ho sempre letto più prosa e quando ho iniziato a voler scrivere, quando pensavo che avrei scritto, all’età di dodici, tredici anni, era per me inconcepibile la scrittura poetica. Dio ci scampi dalle poesie! – dicevo, scriverò enormi romanzi, in più volumi, grassi, voluminosi, intere biblioteche di romanzi!»

֍ «L’adesione al Partito Operaio Unificato Polacco, fu un “peccato di gioventù”.

֍ «Non mi sono iscritta a Solidarnosc perché non ho sentimenti collettivi. Non mi vedo in alcun raggruppamento. Forse a causa della lezione che avevo ricevuto, non potevo più appartenere ad alcun gruppo. Posso solo simpatizzare. L’appartenenza per uno scrittore è solo un problema. Lo scrittore deve avere delle sue convinzioni e vivere in modo coerente».

֍ «Il poeta odierno è scettico e diffidente anche – e soprattutto – nei confronti di se stesso. Malvolentieri dichiara in pubblico di essere poeta – quasi se ne vergognasse un po’. Ma nella nostra epoca chiassosa è molto più facile ammettere i propri difetti, se si presentano bene, e molto difficile le proprie qualità, perché sono più nascoste, e noi stessi non ne siamo convinti fino in fondo…».


"Szymborska e:" (3)

Licia Maglietta legge Szymborska


CLIC


Podcast (1)


Nello scenario dei media, quest’anno compie venti anni il Podcast.
Per chi non avesse ultimato la scuola dell’obbligo sfoglio la Treccani e gliene offro la definizione.
“Si tratta di un File audio digitale distribuito attraverso Internet e fruibile su un computer o su un lettore MP3. Il termine proviene da una libera fusione di iPod (➔ Apple) e broadcasting («radiodiffusione»)”.

Per un’essenziale storia di questo strumento: CLIC.

La casa editrice Apogeo ha pubblicato sull’argomento: Podcast Guida alla creazione, pubblicazione e promozione.
L’autore è Matteo Scandolin.
Meglio non poteva scegliere Apogeo tra gli illustratori e gli interpreti di questo medium.
Cosmotaxi fa di più: ve lo mostra in un breve video.
Ancora non vi basta? QUI vi sazierete.

La Guida è fatta molto bene, spiega sia aspetti tecnici sia questioni di linguaggio.

Dalla presentazione editoriale

«I podcast vivono una seconda giovinezza e sperimentano un successo dilagante. Il mercato è in espansione e sono sempre di più le realtà che utilizzano questo formato per scopi promozionali, divulgativi e commerciali. Questo libro viene in aiuto a chi vuole muovere i primi passi mostrando la cura che serve nella progettazione, nella produzione e nella promozione.
Si comincia con un'introduzione alla storia e alle varie tipologie di podcast, mostrandone punti di forza e debolezza. Si passa quindi alla realizzazione vera e propria, spiegando come dare forma, linguaggio, testi e sonorità a un'idea. Vengono poi introdotti gli strumenti, come microfoni e mixer, e i software necessari per la registrazione, l'editing, l'esportazione e la pubblicazione di contenuti, per arrivare infine a descrivere le possibilità di distribuzione, promozione e guadagno.
Un libro adatto agli appassionati e ai creatori di podcast, utile per scoprire cosa c'è dietro le quinte di questa forma narrativa sempre più diffusa e apprezzata».

Segue ora un incontro con Matteo Scandolin.


Podcast (2)

A Matteo Scandolin (in foto) ho rivolto alcune domande

La BBC ha stilato circa i podcast una tavola di regole dove al primo punto è detto: “Un podcast non è un programma radiofonico anche se un programma radiofonico viene ascoltato con un podcast”. Esiste una differenza di linguaggio fra radio e Podcast? Se sì, oppure no, a tuo avviso, in quale cosa lo ravvisi?

Come in molte cose umane, credo che il discrimine sia il tempo. Anni fa avevo sostenuto che
“il podcast" è come la radio, ma meglio della radio”, perché in un podcast normalmente non ci sono limiti di tempo o di palinsesto: se c’è bisogno di prendersi 17 minuti per affrontare un argomento, lo si può fare senza preoccuparsi delle pause pubblicitarie, dei lanci musicali, o di qualsiasi altro vincolo che un palinsesto radiofonico impone. E se anziché 17 minuti ne occorrono 23, ecco che possiamo prendercene 23.
Sia chiaro, i limiti aiutano lo sforzo creativo molto più della libertà senza confini, e nella storia della radio ci sono programmi meravigliosi e incredibili che hanno ottenuto risultati notevolissimi anche grazie a dei paletti ben precisi. Ciononostante, con i podcast possiamo prenderci tutto il tempo che vogliamo e non doverci giustificare.

Ancora sul linguaggio.
Esiste una cosa assolutamente per prima da non praticare in un podcast? E viceversa: una dalla quale assolutamente per prima da farsi guidare
?

Farsi guidare dai propri interessi e dalle proprie passioni è sempre la via più semplice per una carriera ad alto contenuto creativo. Se si fanno cose nelle quali non si crede, o se si seguono le mode del momento, normalmente la benzina finisce molto presto. E poi fare tanta pratica, tanta pratica, ancora più pratica, senza vergognarsi di far sentire i risultati, anche quando non sono pienamente soddisfacenti.

Fra il podcast condotto da un singolo privato e quello di un’impresa commerciale o industriale quale differenziazione pratichi fra i due modelli di comunicazione?

Non basterebbe un libro per rispondere a questa domanda! Credo che le aziende che si avvicinano al podcast e vogliono provare a percorrere questa strada dovrebbero prendere come modello i podcast amatoriali o comunque quelli che sono realizzati da persone appassionate. Un’azienda è fatta di persone, e come tale ha dei gusti, delle priorità e delle idiosincrasie: è inutile, nonché figlio di mentalità davvero superate, fare finta che un’azienda sia un monolite senza emozioni, imperturbabile. Anzi: più un’azienda riesce a comunicare sé stessa, maggiormente riuscirà a trovare successo anche nell’audio.

I podcast sono anche in Italia in gran numero. È da temere un esaurimento del mercato?

Siamo già arrivati a un primo momento di sovraffollamento, che aumenterà ancora. Ma non è che abbiamo smesso di leggere libri, nonostante se ne pubblichino migliaia ogni settimana, né guardare film nonostante adesso abbiamo (fortunatamente) accesso ai cataloghi di quasi tutto il mondo. Semmai i metodi di scoperta dei podcast tentennano un po’ nel proporci cose nuove, ma sono i cosiddetti dolori della crescita.

Che cosa ti fa venire la scarlattina (o altra patologia) quando ascolti un podcast?

Troppe cose, ma le prime che mi vengono in mente, in ordine sparso: il tappeto sonoro (che spesso nasconde un’insicurezza nei propri mezzi e nel proprio contenuto), l’uso di una lingua palesemente pensata per la scrittura e non l’oralità, il tentativo di scimmiottare il linguaggio radiofonico, i tentativi di rendere perfette le proprie puntate, quando l’imperfezione è ciò che ci rende umani. Sembra una frase piena di romanticismo, ma è la pura verità: non c’è niente che mi faccia più piacere di quando riesco a convincere un cliente a non tagliare i piccoli errori e i momenti d’inciampo, perché rendono loro e i loro contenuti più veri.

Prevedi che l’Intelligenza Artificiale avrà, oppure non avrà,un‘influenza sui podcast?
Se sì, in quale senso
?

In tantissimi sensi, come in tutti gli altri campi in cui i modelli linguistici che oggi chiamiamo “intelligenza artificiale” elimineranno molte ridondanze e tempi morti. Personalmente sono estremamente curioso di quei software (e me ne vengono in mente almeno un paio: Descript e Hindemburg) che prima eseguono una sbobinatura di un’audio (o di un video) e poi ti permettono di effettuare un primo editing a partire dal testo sbobinato: cancello una frase dalla trascrizione, la parte corrispondente viene eliminata anche dalla registrazione.
Per quelli come me che amano sporcarsi le mani e avere il controllo completo di quello che stanno facendo è solo un’aggiunta potenzialmente molto utile (penso a tutto il tempo che potrei risparmiare quando c’è da fare una passata di pulizia di una registrazione per togliere gli errori più grossi), ma per tutte le persone che legittimamente vogliono “solo” registrare e pubblicare, sarà uno strumento eccezionale, quando parlerà molto bene l’italiano (oggi funziona quasi perfettamente in inglese, per dire).

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Matteo Scandolin
Podcast
166 pagine * 22.90 euro
eBook con DRM 15.99 euro
Apogeo


19 novembre di tanti anni fa


Come sanno quei generosi che leggono queste mie pagine web, il sabato e la domenica Cosmotaxi non va on line.
Perciò anticipo una nota che più precisamente riguarda un avvenimento che accadde il 19 novembre che quest'anno ricorre di domenica sul calendario.
Voglio ricordare una data e una donna che appartengono alla storia letteraria, nomi legati fra loro da un comune destino: l’americana Sylvia Beach (1887 – 1962) in foto, e la celebre libreria da lei fondata Shakespeare and Company.
Lo farò riproducendo il quarto di copertina di un libro edito nel 2018 da Neri Pozza intitolato proprio "Shakespeare and Company" di cui è autrice Sylvia Beach.
È il libro che meglio di tutti gli altri titoli sullo stesso argomento documenta grandi storie e piccoli fatti sulla nascita di un centro propulsivo d’innovazione culturale che ha fatto storia.
Del resto, poca sorpresa: l’autrice è proprio la mitica Sylvia.

«Il 19 novembre del 1919 apre i battenti la libreria parigina più famosa al mondo: la Shakespeare and Company. Nelle vetrine fanno bella mostra di sé le opere di Chaucer, di T.S. Eliot e di Joyce mentre alle pareti sono appesi i disegni di Blake, ritratti di Whitman e Poe e due fotografie di Oscar Wilde in brache di velluto. A dare vita a tutto questo è l’americana Sylvia Beach, un uccellino di donna che fuma come un turco e che sognava di aprire una libreria francese a New York, prima che l’amicizia con Adrienne Monnier la spingesse a dare vita a una libreria inglese a Parigi. André Maurois è uno dei primi a fare gli auguri alla neonata libreria, portando una copia del suo piccolo capolavoro appena pubblicato: Les silences du Colonel Bramble. Ezra Pound, fuggito dall’Inghilterra con la moglie Dorothy, si offre di riparare una sedia e diventa un cliente abituale. E ovviamente non può mancare il punto di riferimento degli americani a Parigi, Gertrude Stein, con l’inseparabile Alice B. Toklas.
Shakespeare and Company diventa presto una tappa imprescindibile per tutti quei pellegrini degli anni Venti che attraversano l’oceano e si stabiliscono a Parigi, creando una colonia americana sulla Rive Gauche. Ma anche per coloro che, non potendo permettersi l’acquisto di volumi importati, si accontentano di prenderli in prestito. La tessera per abbonarsi vale, per gli scrittori dalle speranze in boccio, quanto un passaporto e, benché la regola dica che non si possono ritirare più di uno o due libri alla volta, Hemingway la infrange spesso portandosene via una mezza dozzina, e Joyce ne prende delle sporte intere, riportandoli dopo anni.
Ed è proprio a Joyce, e alla pubblicazione di Ulysses, che è legato uno dei capitoli più interessanti della Shakespeare and Company. Nell’estate del 1920, quando la libreria non conta ancora un anno di vita, in Inghilterra Harriet Weaver, pioniera joyciana e direttrice della rivista l’Egoist, ha già combattuto e perso la sua battaglia per l’Ulysses. Nessuno vuole assumersi il rischio di pubblicarlo, «Al solo sentire il nome di Joyce i tipografi inglesi scappavano come il diavolo davanti all’acqua santa», temendo conseguenze penali. Solo una persona, intuendo l’alto valore letterario di quello che è destinato a diventare uno dei capolavori indiscussi del Novecento, è disposta a rischiare il tutto e per tutto per darlo alle stampe: Sylvia Beach. Testimonianza di prima mano della libreria più famosa e culturalmente più importante del mondo, Shakespeare and Company è un libro brillante, pieno di aneddoti e di retroscena sulla vita di celebri scrittori della Parigi degli anni Venti e Trenta»


Gas


No, non si tratta di una nota sulle temute bollette in arrivo.
Gas, qui, sta per Giornata Anti Superstione.
Lodevolissima iniziativa che da anni è ideata, sostenuta e promossa dal Cicap.
Come si svolge? In quali città sono previsti oggi, venerdì 17, eventi in tema? Per saperlo: CLIC!


Teatro del Buratto

Il teatro per ragazzi è una delle arti sceniche più difficili.
Lo è da sempre, ma oggi è più difficile ancora perché la verde età è meno verde, resa più matura dai media, più smaliziata dai nuovi canali di comunicazione, quei ragazzi sono già dai primi anni di vita cittadini del villaggio globale, cittadini di Metropolis.
“Tra l’Ottocento e il Novecento i mutanti erano per lo più artisti e scienziati” – scrive Marco Baliani – “Nel nostro tempo, ora, i mutanti sono i bambini. È il bambino metropolitano che non necessariamente vive in una grande città. Metropolis è un luogo quasi immaginario dove si intrecciano stimoli elettronici, musiche, immagini, slogan, suoni, pubblicità, comportamenti, occhi fototelecinematografici. I ragazzi oggi posseggono, per una naturale-artificiale predisposizione, le chiavi per entrare ed essere pienamente cittadini di Metropolis”.

Quanti che fanno teatro per ragazzi si rivolgono ai giovanissimi cittadini di Metropolis? Pochi.
Tra questi mi piace citare il Teatro del Buratto.
Per saperne di più segue un’illustrazione del lavoro che anche quest’anno si accinge a svolgere.

Estratto dal comunicato stampa.

«Il Teatro del Buratto apre la stagione 2023-24 nelle sue due sedi a Milano, con una programmazione più ampia e articolata, ricca di nuove proposte e novità. La prima è la riapertura il 23 novembre dello storico Teatro Verdi che viene riservato al pubblico di giovani e adulti, mentre il Teatro Bruno Munari si conferma sempre più dedicato al mondo dell’infanzia e alle famiglie.

Il Buratto da quasi cinquanta anni è un centro di produzione e promozione teatrale per l’infanzia e i giovani. A partire dal "L'Histoire du Soldat" del 1975, con musiche di Igor Stravinskij realizzato per il circuito del Teatro alla Scala, fino ad oggi, ha realizzato 125 titoli, indirizzati a diverse fasce di età dalle scuole materne al pubblico adulto e rappresentati a Milano e in tournée su tutto il territorio nazionale e all'estero.
La compagnia ha da sempre orientato la sua intera attività – per l’infanzia ma anche per un pubblico adulto e serale - nella direzione di un teatro totale, dove alle consuete tecniche di teatro d'attore, che fanno uso di linguaggi verbali e gestuali tradizionali, si accompagna una profonda ricerca nel teatro d’immagine e di figura, e in particolare nel teatro d'animazione, con pupazzi, oggetti, ombre e forme che prendono vita grazie alle tecniche più diverse, tra cui il teatro su nero caratteristica propria della Compagnia .

Una delle grandi ricchezze della stagione del Buratto deriva dalla partecipazione di numerose compagnie teatrali provenienti da tutto il territorio nazionale, tra cui Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani, As.Li.Co, Teatro della Tosse, Teatro Gioco Vita, Principio Attivo Teatro, La Baracca/Testoni Ragazzi.
Ognuna di loro porta con sé un bagaglio unico di talento e creatività, arricchendo così la programmazione e offrendo una varietà di spettacoli e tematiche. Le proposte teatrali di questa stagione presentano un forte legame con la letteratura per l’infanzia e i giovani. Mettono in scena linguaggi diversi, che spaziano dal teatro d’attore alla narrazione, dal teatro di figura, fino alla magica tecnica del teatro su nero e offrono un grande viaggio alla scoperta di nuovi sguardi, nuove riflessioni e, ovviamente, di nuove storie ed esperienze con particolare attenzione al mondo delle emozioni».

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Ufficio stampa | Alessandra Pozzi Tel. +39 338.5965789, press@alessandrapozzi.com


Per Fumum

“Lo senti l'odore ?... napalm figliuolo, non c'è nient’altro al mondo che odori così… mi piace l’odore del napalm di mattina…”.
Il Colonnello Kilgor (Robert Duvall) al Capitano Willard (Martin Sheen).
Da “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola, 1979.

Per fortuna non tutti sono come il Colonnello Kilgor.
Vi presento oggi un colto e delizioso libro sugli odori a cura di Marco Mazzeo e Giuseppe Squillace titolo: Per Fumum Profumi e odori tra storia e letteratura pubblicato dalla casa editrice Quodlibet.

In ordine d’apparizione nelle pagine interventi di: Yorick Gomez Gane, Luciano Altomare, Adelaide Fongoni, Francesca Biondi, Marianna Spinelli, Cinzia Murolo, Alessandra Romeo, Laura Parisini, Attilio Vaccaro, Gioacchino Strano, Maria Cristina Figorilli, C. Bruna Mancini, Adriana Sabato, Danilo De Salazar.

Lontani i tempi in cui il tronfio assessore collegiale Kovalev di Gogol, s’accorge una mattina, specchiandosi, di aver perso il naso, ora il naso pur con le sue evoluzioni tecnologiche (come, ad esempio quello elettronico) sembra destinato soprattutto agli studi di chirurghi estetici che, però, aspettano invano l’arrivo dei pur bisognosi Cyrano e Pinocchio. Nei meandri degli odori s’aggira sospettoso Ceronetti, impareggiabile annusatore notturno di miasmi, forse mèmore di ciò che afferma Émile Cioran: “L'uomo emana un odore particolare: fra tutti gli animali soltanto lui sa di cadavere”.
Importante e necessario, quindi, questo studio sui profumi di Mazzeo e Squillace.
La caratteristica principale delle pagine è bene illustrata dai curatori di quest’eccellente libro: Il volume indaga i rapporti fra scrittura e sensazioni olfattive, intendendo queste ultime come indici significanti delle culture del mondo e delle diverse sensibilità con cui ciascuna ne esprime le sfumature. Per stile, contenuto e approccio al tema, i saggi che lo compongono presentano il caleidoscopico quadro di un universo olfattivo-letterario che si estende dall’antichità alla cultura rinascimentale, dal simbolismo e dal decadentismo della fin de siècle a fenomeni letterari postmoderni di grande risonanza mediatica.

Ho aperto questa nota con una citazione cinematografica su opinabili odori, la chiudo con una citazione letteraria su sgradevoli certezze: “Macchiffastapuzza”, si chiede un certo Gabriel uno dei personaggi di Raymond Queneau in “Zazie nel metro”.
La prima parola del libro, la lunga e preoccupante “Doukipudonktan” – tradotta in italiano da Fortini con "Macchiffastapuzza" – è una trascrizione fonetica della frase francese D'où qu'ils puent donc tant ? ("Da dove viene così tanta puzza?").
Si conforti Gabriel,: segua il mio consiglio, vada in libreria e si consoli acquistando il libro di cui qui si è detto. Mi ringrazierà a una voce con la sua incontenibile nipote Zazie.

Dalla presentazione editoriale

«Sulla scia di Socrate, Platone e Kant, il senso dell’olfatto è stato a lungo considerato primordiale e animale a vantaggio di vista e udito. Eppure profumi e aromi sono parte della storia e della letteratura e contribuiscono a chiarire società e contesti culturali assai distanti nel tempo. Muovendosi lungo una prospettiva multidisciplinare, il volume presenta un ventaglio di conoscenze ed esperienze olfattive rintracciandole nel mondo greco, romano, etrusco, bizantino e medioevale, ma anche in molti classici della letteratura italiana ed europea fioriti tra Cinquecento e Novecento. Un intreccio profondo tra storia e letteratura, dunque, volto sia all’individuazione e allo studio di profumi e aromi, sia alla riscoperta di un senso ancora enigmatico e dal fascino indiscusso».

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Per Fumum
A cura di
Marco Mazzeo e Giuseppe Squillace
256 Pagine:256 con illustrazioni
Euro 24.00
Quodlibet


E Il Topo

Scriveva anni fa Stefano Monti cose che ancora oggi sono attuali.
“Come può il giornalismo riuscire a comunicare e al contempo educare il lettore all’interpretazione dei fenomeni culturali moderni? Utilizzando linguaggi semplici e diretti - è la prima risposta che mi viene alla mente -, quei linguaggi che la maggior parte delle testate che si occupano d’arte oggi utilizzano con molta difficoltà.
La seconda risposta a questa domanda riguarda invece il confronto che si nutre di idee e relazioni intessute per disciplinare il mercato dell’arte contemporanea. In questo momento di grave crisi per l’economia nazionale, stupisce in particolar modo l’incapacità della politica di dare impulsi rigeneratori a settori che hanno rappresentato, almeno negli anni passati, il motore del nostro Paese (…) Da dove partire, quindi, non potendo in questo momento fare affidamento su politiche culturali incisive, a causa sia delle ridotte risorse economiche sia di un rallentamento dell’azione politica?
Dal giornalismo.
E così, chiudendo il cerchio, la mia domanda iniziale è diventata la risposta finale”.

Già. Ma da quale giornalismo?
Forse da un giornalismo che sia esso stesso un prodotto d’arte.
Per esempio da una rivista che ho sfogliato giorni fa e di cui sono illustrate origini, percorsi e approdi nel comunicato stampa che segue.

«E IL TOPO.
Storia di una rivista d'artista con un'insolita strategia editoriale, è il doppio volume edito da a+mbookstore.
Il progetto editoriale
E IL TOPO, che ricostruisce l’evoluzione e gli esiti dell’omonima rivista d’artista pubblicata dal 1992 al 1996 e dal 2012 ad oggi, è composto da un cofanetto contenente due volumi, oltre a otto poster d'artista allegati. Il primo tomo è costituito dalla riproduzione “esatta e fedele” dei 33 numeri della rivista in stampa anastatica e misura originale; il secondo tomo ricostruisce, attraverso i contributi critici di Anna Cuomo, Françoise Lonardoni e Giorgio Verzotti, la matrice concettuale da cui ha origine questo singolare esempio di editoria indipendente di matrice collettiva.

La rivista
E IL TOPO è stata fondata da Gabriele di Matteo e Franco Silvestro insieme con Armando della Vittoria, Piero Gatto e Vedovamazzei, a Napoli nel 1992 ma la sua redazione ha sempre avuto un carattere internazionale, transgenerazionale, orizzontale e antigerarchico. Il collettivo è stato composto negli anni da circa 20 membri con una configurazione fluida che ha riunito progetti specifici a cui hanno collaborato scambievolmente artisti e autori differenti, tra i quali: Stefano Arienti, Massimo Bartolini, Iain Baxter&, Vanessa Beecroft, Maurizio Cattelan, Mark Dion, Jimmie Durham, Dominique Gonzalez-Foerster, John Lurie, Eva Marisaldi, Miltos Manetas, Amedeo Martegani, Steve Piccolo, Gak Sato, Cesare Viel, Luca Vitone. L’insolita strategia editoriale risiede principalmente sul potere insito nella discontinuità di senso, nonchè sul gioco, l’ironia e sul détournement.

E IL TOPO.
È tutt’oggi un "movimento" internazionale che trasmette un'attitudine libertaria, il cui modus operandi non riconosce ruoli predefiniti ma è sempre aperto ad apporti multidisciplinari e multiautoriali. La presenza di “E il Topo” è contestuale, si adatta e si manifesta in molteplici forme, dove l'unica costante è l'omonima rivista invariabilmente stampata in nero (talvolta in rosso) su carta grigia riciclata».

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Ufficio stampa: Irene Guzman | mail: irenegzm@gmail.com | Tel. +39 349 .12 50 956


Siamo tutti galileiani


La casa editrice Einaudi ha pubblicato un importante saggio intitolato Siamo tutti galileiani.
In copertina si legge: Tutto comincia con Galileo. La sua fu una rivoluzione senza precedenti, con molti nemici: ieri come oggi. Un nuovo modo di vedere e di stare al mondo che ha ancora molto da insegnarci.

L’autore è Massimo Bucciantini
Ha insegnato Storia della scienza e Letteratura italiana contemporanea all'Università di Siena ed è stato visiting professor all'École normale supérieure di Parigi e al Politecnico di Zurigo. È membro del Comitato scientifico del Museo Galileo di Firenze. Tra i suoi libri: Pensare l'universo. Italo Calvino e la scienza (Donzelli 2007, 2023), In un altro mondo. Galileo Galilei, Vincent van Gogh, Primo Levi (il Saggiatore 2023). Per Einaudi ha pubblicato Galileo e Keplero (2003), Esperimento Auschwitz (2011, Premio Mario Di Nola dell'Accademia Nazionale dei Lincei), Il telescopio di Galileo. Una storia europea (con Michele Camerota e Franco Giudice, 2012), Campo dei Fiori. Storia di un monumento maledetto (2015, Premio Viareggio Rèpaci per la saggistica), Un Galileo a Milano (2017), Addio Lugano bella (2020, Premio Pozzale Luigi Russo).
QUI altri libri di Bucciantini nel catalogo Einaudi.

Il 31 ottobre 1992, dopo 360 anni, Galileo Galilei (1564 – 1642) fu riabilitato dalla Chiesa cattolica, con
la cancellazione definitiva della condanna inflittagli nel 1633 dal Sant’Uffizio. Ciò avvenne in seguito alla determinazione cui giunse una commissione pontificia, istituita per lo studio della controversia
tolemaico-copernicana, che ammise la non colpevolezza di Galileo.
In altre parole, al Vaticano sono serviti oltre tre secoli e mezzo per accorgersi che lo scienziato pisano non aveva tutti i torti a sostenere ch’era la Terra a girare intorno al Sole.
Da qui s’evince che chiunque fino al 30 ottobre 1992 avesse affermato la stessa idea di Galilei, era da giudicarsi eretico rispetto alla religione cattolica.
Questo capolavoro d’irresistibile comicità involontaria deve far concludere che qualunque affermazione in campo scientifico provenga d’oltre Tevere è, come minimo, da guardare con legittima diffidenza, specie poi se, come avviene in Italia, quelle affermazioni intendono perfino dettare leggi dello Stato.
Qualcuno potrà pensare: meglio tardi che mai, dopo 360 anni finalmente… no, le cose non stanno esattamente così.
Assolto Galileo (sia pure con un po’ di ritardo), Wojtyła affermò che, scontata la buona fede dei giudici d’allora, l’unico torto del Pisano fu quello di non avere presentato “come un’ipotesi il sistema copernicano”… un’ipotesi?!
Inoltre, un cardinale, nel 1990, sbeffeggiò in un suo discorso Galilei per ribadire che "il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto". Si dirà: vabbè, un matto c’è sempre. Già, ma quel cardinale, mi pare, che abbia avuto qualche impiego dirigenziale in Vaticano, si chiamava Ratzinger.

Galilei: un gigante del pensiero. Fisico, filosofo, matematico, astronomo, è il padre della scienza moderna non solo perché creò il metodo scientifico basato sull'osservazione oggettiva della realtà, ma pure perché fu – come Bucciantini ben illustra nel suo libro – un protagonista di quanto oggi è teorizzato e praticato nella cultura del nostro tempo: la complementaretà fra umanesimo scienza e tecnologia.
Conoscete l’epoca GalWill? No?
L’ha creata proprio l’autore di “Siamo tutti Galileiani". Dal suo testo.
Gal sta per Galileo e Will per Shakespeare. Ovvero un’epoca che è cominciata esattamente nell’anno 1564, quando cioè Galileo e Shakespeare hanno messo piede su questa terra (…) Galileo e Shakespeare. quei due giorni di nascita (il primo indubitabile, il secondo più incerto: potrebbe essere tra il 21 e il 23 aprile, ma è sicuro che Shakespeare venne battezzato nella chiesa della Holy Trinity di Stratford il 26 aprile) dovrebbero essere festeggiati insieme come meritano. Ma perché festeggiarli insieme? Shakespeare e Galileo, in fondo, non si sono mai conosciuti. E non risulta neppure che l’uno abbia letto gli scritti dell’altro (…) Ma allora se non si sono conosciuti, e forse mai letti, che cosa hanno in comune questi due grandi protagonisti della nostra modernità? Perché parlare dell’età di GalWill? (…) Con l’espressione «l’età di GalWill» si vuole mettere in risalto il groviglio, la coesistenza e l’incrocio di molteplici concezioni e pratiche del sapere. Le origini della modernità sono il frutto di questa epoca ibrida, ricca di contaminazioni, di rinascite e rivoluzioni, dove la nuova scienza – lo ha detto molti anni fa e nel modo migliore Eugenio Garin – «cerca di svincolarsi da una visione magica della realtà estremamente complessa». Di quella temperie culturale Gal e Will sono i progenitori, con tutte le differenze di pensiero che li contraddistinguono, ma anche con alcuni tratti che li accomunano, pronti, ciascuno a suo modo, a svincolarsi dai lacci della tradizione, pronti a smascherare i trucchi e le ambiguità della natura o del potere

“Siamo tutti galileiani”: libro da leggere e far leggere.

Dalla presentazione editoriale

«Far parte della vasta e multiforme comunità dei galileiani non dipende tanto dalla professione che si svolge quanto dal pensiero che si è scelto di adottare per guardare il mondo e per comprendere il rapporto che c’è tra le parole e le cose: un pensiero rigoroso e coerente, regolato dalla semplicità e dalla precisione e animato dalla curiosità, senza i vincoli frapposti da troppe barriere disciplinari. Ce lo ha insegnato Galileo. E, dopo di lui, galileiani come Primo Levi, Italo Calvino, Daniele Del Giudice. Perché la cultura umanistica non può prescindere dalla scienza e dalla tecnologia che permeano la nostra esistenza. Né la cultura scientifica può ridursi a mera produzione tecnologica. Dirsi galileiani oggi vuol dire costruire sempre nuovi camminamenti che incrocino saperi e inneschino «sensate esperienze». Con l’obiettivo di formare donne e uomini del tempo presente: più consapevoli, e quindi più liberi di pensare e di fare».

CLIC per un estratto dalle pagine.

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Massimo Bucciantini
Siamo tutti galileiani
120 pagine * 12.00 euro
Einaudi


Muro dei 100

Dalla grammatica italiana.
Ci sono dei nomi maschili che alcuni grammatici chiamano sovrabbondanti perché, invece del solito unico plurale, di plurali ne hanno due: uno regolare in -i, di genere maschile, e uno irregolare in -a, usato nel femminile; come frutto (i frutti, le frutta), lenzuolo (i lenzuoli, le lenzuola). muro (i muri, le mura).
Muro… quante cose evoca. Tanto da ricorrere in tanti modi di dire e proverbi.
A muro basso ognuno ci si appoggia, Essere scritto anche sui muri, Fare a testate nei muri (o: fare a craniate contro il muro), Fare muro, Muro di gomma, I muri hanno orecchie, I muri parlano, Mettere al muro, Muro del pianto, Parlare al muro, Duro con duro non fa buon muro, Chi ha buona lancia la provi al muro.
Eppure, ben due dizionari sulle locuzioni popolari che ho consultato non riportano modi di dire che si riferiscano al muro come elemento di divisione. Ai redattori di quei volumi, consiglio di rivolgersi al regista Stefano Scialotti che di muri odiosamente divisivi se ne intende, ci lavora da anni, ha girato sui muri-barriere vari documentari in molte parti del mondo, ne ha scritto un libro.
Qui il suo sito web.

C’è chi ai muri che dividono preferisce i muri che uniscono, per esempio mostrando su di un muro di bioresina foto a mosaico dei ritratti di 100 personalità – fotografate per l’occasione da Angelo Cricchi di Lost and Found Studio - che hanno fatto della sostenibilità ambientale la loro missione.

Estratto dal comunicato stampa.

«Nel cuore multiculturale della Capitale arriva il Muro dei 100.
Un appello al cambiamento attraverso i 100 volti della sostenibilità ambientale a Roma.
Capofila del progetto è Urban 2030, in collaborazione con Perimetro.
I concetti chiave sono quelli portati avanti dall’Agenda2030 delle Nazioni Unite: Persone, Prosperità, Pace, Partnership, Pianeta, per abbracciare ogni aspetto della società e cercare insieme di migliorarlo. È così che la divulgazione sostenibile che dal 2018 porta avanti Yourban 2030 ha incontrato l’attività artistica e fotografica di Perimetro e la sua Campagna dei 100, il progetto che da sempre guarda alla necessità di riconnessione con la città dell’individuo, mostrando i volti della comunità con l’obiettivo di riunirli.

“Abbiamo deciso di aderire a questa campagna e pensato di dargli una connotazione sostenibile, a 5 anni esatti di distanza dal nostro primo intervento su Roma: Hunting Pollution, il primo ecomurales d’Europa. A distanza di 5 anni da quell’ottobre 2018 quando abbiamo deciso di lanciare un appello alla città - e non solo -, il Muro dei 100 diventa l’occasione per fare una prima mappatura delle persone che contribuiscono a rendere il futuro delle nostre città più inclusivo e dargli voce e spazio in modo trasversale. Ma anche di creare tra di loro un network. Nel portare avanti questa campagna ci siamo accorte che sono molte di più le persone che si occupano di cambiamento sostenibile per questo ci auguriamo di continuare in questa mappatura, non solo a Roma ma in tutta Italia per lanciare un messaggio forte di cambiamento” afferma Veronica De Angelis.

Sebastiano Leddi editore di Perimetro - community magazine che racconta il territorio urbano - si esprime così a proposito del progetto del Muro dei 100: “Provare a definire cosa significhi la parola ‘sostenibilità’ è stata l’impresa più difficile. Abbiamo deciso di farlo attraverso il modo con cui siamo soliti comunicare: l’immagine, che meglio di qualsiasi altra forma di espressione può rappresentare un concetto per molti versi difficile da mettere a fuoco. Ci ha pensato per noi Angelo Cricchi, che ha creato la fotografia che veste il muro a Piazza Dante e che racconta tanti dei protagonisti che stanno dando il loro contributo per la città”».

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Ufficio stampa HF4 www.hf4.it
Marta Volterra marta.volterra@hf4.it
Valentina Pettinelli valentina.pettinelli@hf4.it 347.449.91.74
Matteo Glendening matteo.glendening@hf4.it 391.137.06.31

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Muro dei 100
Roma, Piazza Dante
(Rione Esquilino)
Novembre 2023 – Aprile 2024


Il Nichilismo

Esistono parole che sono usate spesso, ma talvolta incautamente perché applicate a fenomeni o persone alle quali quella definizione sta troppo stretta o troppo larga.
Una di quelle parole è “nichilismo”.
Ecco come in pochi tratti è spiegata dalla studiosa Chiara Colangelo: “Etimologicamente deriva dal latino nihil (che significa “nulla”). È una dottrina filosofica la quale nega che esistano dei valori, delle verità assolute. La vita si caratterizza come priva di senso, scopo, non c’è nessuna verità forte da ricercare, non ci sono obiettivi, certezze e valori oggettivi da raggiungere e su cui misurarsi. Il termine fu usato per la prima volta dal filosofo F. H. Jacobi nel 1799 ed ha poi caratterizzato il pensiero di nomi illustri. Per fare alcuni esempi: lo ritroviamo nello scrittore russo F. M. Dostoevskij, nella speculazione di A. Schopenhauer, sino ad arrivare alle teorizzazioni di alcuni filosofi esistenzialisti del ‘900 come M. Heidegger e J.-P. Sartre.
Tuttavia, un significato ampio, complesso e celebre della dottrina è stato offerto dal filosofo Friedrich Nietzsche (Röcken 1844 - Weimar 1900).

Su questo tema filosofico che ha incendiato il Novecento, la casa editrice Laterza ha pubblicato un saggio definito da Umbero Galimberti su “La Repubblica”: “Un'analisi storico-concettuale davvero magistrale”: Il Nichilismo.
L’autore è Franco Volpi (1952-2009).
Ha insegnato Storia della filosofia all’Università di Padova, alla Universität Witten/Herdecke e in altre università europee e americane. Tra le sue pubblicazioni, oltre alle fortunate edizioni adelphiane di Schopenhauer e Heidegger:Großes Werklexikon der Philosophie (2 volumi, Stoccarda 1999); Dizionario delle opere filosofiche (Milano 2000); Il Dio degli acidi. Conversazioni con Albert Hofmann (con A. Gnoli, Milano 2003); L’ultimo sciamano. Conversazioni su Heidegger ( con A. Gnoli, Milano 2006); I filosofi e la vita (con A. Gnoli, Milano 2010); La selvaggia chiarezza. Scritti su Heidegger (Milano 2011).
Per Laterza: “Guida a Heidegger” (nuova edizione 2005) e “Heidegger e Aristotele” (2010).

Scrive Franco Volpi: “Il Nichilismo nella seconda metà dell’Ottocento è emerso come problema, ma in tutta la sua virulenza e vastità s’è visto solo nel pensiero del Novecento. Quale espressione di tentativi artistici, letterari e filosofici volti a sperimentare la potenza del negativo e a viverne le conseguenze, esso ha portato alla superficie il malessere profondo che fende come una crepa l’autocomprensione del nostro tempo. Già Nietzsche lo apostrofava come «il più inquietante» fra tutti gli ospiti. Ma che cosa significa propriamente nichilismo?
Troviamo la risposta al nostro interrogativo in Nietzsche, il primo grande profeta e teorico del nichilismo. In un frammento vergato negli ultimi sprazzi di lucidità, nell’autunno del 1887, ponendosi egli stesso la domanda, Nietzsche risponde: che i valori supremi si svalutano. L’’uomo moderno osa una critica dei valori in generale; ne riconosce l’origine; conosce abbastanza per non credere più in nessun valore; ecco il pathos, il nuovo brivido... Quella che racconto è la storia dei prossimi due secoli.
Nel frattempo, la profezia di Nietzsche – questo Saulo rapito dalla demenza sulla via di Damasco – ha trovato conferma. Il fuoco da lui appiccato divampa oggi dappertutto. Chiunque può vedere che il nichilismo non è più soltanto il fosco esperimento di stravaganti avanguardie intellettuali, ma fa parte ormai dell’aria stessa che respiriamo. La sua presenza ubiqua e multiforme lo impone alla nostra considerazione con una evidenza che è pari solamente alla difficoltà di abbracciarlo in una definizione chiara e univoca.
Il nichilismo ha corroso le verità e indebolito le religioni; ma ha anche dissolto i dogmatismi e fatto cadere le ideologie, insegnandoci così a mantenere quella ragionevole prudenza del pensiero, quel paradigma di pensiero obliquo e prudente, che ci rende capaci di navigare a vista nella transizione da una cultura all’altra (…) Ancora non sappiamo quando potremmo dire di noi stessi quello che Nietzsche osava pensare di sé allorché affermava di essere «il primo perfetto nichilista d’Europa, che però ha già vissuto in sé fino in fondo il nichilismo stesso – che lo ha dietro di sé, sotto di sé, fuori di sé»

Una curiosità musicale.
Non è raro trovare in testi di sociologia definito quale nichilista il brano No Future del più grande gruppo punk di tutti i tempi, i Sex Pistols, divenuto il manifesto di un’intera generazione

Dalla presentazione editoriale

«Sulla diagnosi del nichilismo, sulla anamnesi delle patologie e del disagio culturale che rappresenta, gli animi si dividono. Crisi della ragione, perdita del centro, decadenza dei valori: il nichilismo si è presentato a volte con il proprio nome, a volte sotto altre sembianze. Ma che cos’è propriamente il nichilismo? Da dove viene quest’«ospite inquietante» – come Nietzsche lo definisce – che nessuno può mettere alla porta?
Franco Volpi, attraverso un’analisi storico-concettuale, risale alle radici del fenomeno, ne illustra il manifestarsi nel pensiero del Novecento in un libro divenuto ormai un classico».

Una curiosità musicale.
Non è raro trovare in testi di sociologia definito quale nichilista il brano "No Future" del celebre gruppo punk Sex Pistols, divenne un tempo il manifesto di un’intera generazione

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Franco Volpi
Il Nichilismo
224 pagine * 18.00 euro
Laterza


Editoriale Scienza

C'è sempre qualche vecchia signora che affronta i bambini facendo delle smorfie da far paura e dicendo delle stupidaggini con un linguaggio informale pieno di ciccì e di coccò e di piciupaciù. Di solito i bambini guardano con molta severità queste persone che sono invecchiate invano; i ragazzi non capiscono cosa vogliono e tornano ai loro giochi, giochi semplici e molto seri”.
Così Bruno Munari (1907 - 1998), grafico e designer italiano ha scritto in “Fantasia”.

Quella vecchia signora rassomiglia tanto a molta letteratura per ragazzi che - pur migliorata rispetto a quella di anni fa – spesso fallisce i suoi obiettivi di comunicazione.
I più ricorrenti difetti: sbagliare il target di età facendo libri troppo complessi per i più piccoli e troppo semplici per i più grandi; non aver compreso i segnali della nostra epoca che con l’animazione cinematografica, la tv, i videogiochi, ha reso la percezione dei ragazzi diversa da quella di un tempo.
Necessario, quindi, usare un linguaggio che riesca a coinvolgere i lettori cui sono destinati i libri.
Livio Sossi, saggista, docente di Letteratura per l’infanzia all’Università di Udine, autore del saggio “Scrivere per i ragazzi” (Campanotto Editore), rispondendo a un’intervista di Mary B. Tolusso che gli chiede “Come scrivere per i ragazzi oggi? Quale linguaggio usare?” Così risponde: “I ragazzi si riconoscono in quello che leggono. Il problema dell’accostamento dei giovani alla lettura è determinato principalmente dalla necessità di riscoprire se stessi nella scrittura. Ecco perché in questo tipo di letteratura si presentino pure delle espressioni colorite, al limite anche le parolacce, o un linguaggio che deriva dai media, dalle formule degli sms. È necessario liberare la scrittura per l’infanzia dall’enfasi inutile, dall’eccessiva aggettivazione. E dai diminutivi. Perché pare quasi che tutto il mondo del bimbo sia minuscolo, ridotto o riduttivo. Questo il bambino non lo accetta”.

Tutto ciò lo ha capito e lo pratica nelle sue pubblicazioni la casa editrice Editoriale Scienza che si misura nel campo più difficile della letteratura per ragazzi: quello destinato all’illustrazione di temi scientifici.
L’interattività è la caratteristica delle sue pagine che invitano i ragazzi a costruire oggetti fornendo loro gli strumenti cartacei oppure a dare risposte da inviare all’editrice. Inoltre, i suoi libri non sono oppositivi all’informatica ma collegano spesso il testo stampato a quiz o altri giochi che possono proseguire sul computer.
Fra qualche settimana scatta l’implacabile domanda (almeno fra i paesi che non hanno guerre in casa) di che cosa mettere sotto l’albero natalizio.
Ho scelto alcune recenti proposte di Editoriale Scienza che sono adatte in uno spazio di età che va dai 5 ai 10 anni.
Dateci un’occhiata.

● Steve Parker
Illustrazioni di Dynamo Limited
Il libro del clima e del tempo
186 pp., 22,90 €
Età: da 8 anni

Un volume per comprendere il funzionamento del tempo, degli eventi atmosferici (anche estremi) e delle zone climatiche.
Il tempo meteorologico influenza la nostra vita in un’infinità di modi, ma non basta alzare lo sguardo al cielo per capirne i processi e l’evoluzione. Le sei sezioni che articolano il volume consentono un viaggio tra metodi e strumenti di rilevazione, correnti oceaniche e uragani, deserti e foreste pluviali, tempeste di sabbia e di neve, fino a trattare gli eventi da record e le ragioni profonde del cambiamento climatico.

● Nancy Dickmann
Illustrazioni di Muti
Medioevo
48 pp., 24,90 €
Età: da 8 anni

Per scoprire i protagonisti, la società e la vita quotidiana nel Medioevo in modo semplice e creativo, con il materiale per costruire sei modellini in cartoncino capaci di rievocare gli aspetti più affascinanti dell’epoca.
In questo volume, interattivo e riccamente illustrato, vengono descritti gli aspetti principali dell’età di mezzo: il sistema feudale e la centralità della Chiesa, le guerre e le epidemie, il cibo e l’arte, i divertimenti e le superstizioni. Grazie a originali attività e agli approfondimenti proposti, i piccoli lettori potranno calarsi nella quotidianità di artigiani e mercanti, monaci e cavalieri, facendo un vero e proprio tuffo nel passato.

● Micol Doria
Illustrazioni di Jessica Martinello
Il mio libro dei perché
128 pp., 14,90 €
Età: da 4 anni

Uno strumento prezioso per rispondere alle prime domande che i bambini si fanno, e ci fanno, continuamente!
Oltre 100 domande e risposte, dalle più comuni alle più strampalate, capaci di divertire, incuriosire e fornire le giuste informazioni sulle principali tematiche che interessano i più piccoli. Un testo per tutta la famiglia, dal linguaggio semplice e preciso, in grado di offrire soluzioni a tutti quei quesiti, grandi e piccoli, che ci siamo posti almeno una volta nella vita!

● Claudia Martin
Illustrazioni di Mike Love
Costruisci il tuo museo dello spazio
30 pp., 21,90 €
Età: da 6 anni

Un cofanetto interattivo e creativo per scoprire i misteri dello Spazio, con cinque pop-up da montare!
Oltre a scoprire tante informazioni su pianeti, stelle, galassie, ma anche razzi e navicelle fondamentali per lo studio del Cosmo, una cassa piena di incredibili oggetti consentirà di allestire il museo con corpi celesti e mezzi di ogni tipo. Aprila, trova la sala giusta e costruisci cinque straordinari pop-up in cartoncino da esibire nella tua collezione spaziale.

● Nick Arnold
Illustrazioni di Sean Sims
La scienza dei circuiti. Esplora il sorprendente mondo dell’elettricità
48 pp., 24,90 €
Età: da 9 anni

Un libro-scatola per capire come funziona la corrente elettrica e costruire sei entusiasmanti progetti e circuiti elettrici.
Con questo innovativo cofanetto il mondo dell’energia elettrica non avrà più misteri, indagando ogni aspetto che riguarda l’elettricità con spiegazioni e illustrazioni chiare ed essenziali. Infine, per rendere l’esperienza ancora più “elettrizzante”, un portabatterie, due LED, nastro di alluminio e tredici sagome in cartoncino consentiranno di assemblare, in sicurezza e con spiegazioni precise, sei modellini elettrici.


Stragi nazifasciste


Anche in Italia si moltiplicano episodi d’intolleranza razziale sia antisemiti sia verso gli immigrati, gli estremisti di destra si sentono protetti da un’atmosfera di complicità anche se essa è negata nelle dichiarazioni istituzionali.
Il clima politico internazionale allarmante distrae da problemi a noi più vicini.
La Sinistra vive, com’è noto, un periodo assai difficile, soprattutto al suo interno, e questo rende ancora più necessario ricordare i pericoli già attraversati un tempo dal nostro Paese.
Lo fa, ad esempio, un libro pubblicato dalla casa editrice Jaca Book: Stragi nazifasciste Gli armadi della vergogna
L’autore è Daniele Bianchessi.
Altre volte su questo sito abbiamo parlato di lui in occasione di sue pubblicazioni: Un attimo quarant'anni e Il sogno e la ragione
Per la sua biografia: CLIC.

QUI un’intervista a Bianchessi sul libro.

Dalla presentazione editoriale di “Stragi nazifasciste”

«Siamo nella primavera 1994, il procuratore militare della Repubblica di Roma Antonino Intelisano è impegnato nell'indagine preliminare relativa alla strage delle Fosse Ardeatine. Il magistrato sta cercando in archivio una richiesta di autorizzazione a procedere che potrebbe essere contenuta negli atti del precedente processo contro Herbert Kappler. Dopo una lunga serie di ricerche affiora un pezzo di Storia italiana che riguarda gli eccidi nazifascisti avvenuti in centinaia di borghi italiani dal 1943 al 1945. Si tratta di incartamenti occultati attraverso un'archiviazione illegale, firmata il 14 gennaio 1960 dal generale Enrico Santacroce su ordine politico: si trovano in un locale adibito ad archivio nel Palazzo Cesi-Gaddi di Roma.
I fascicoli sono stipati in un armadio in legno marrone. Nessuno lo cerca, nessuno lo vuole trovare. Chi lo ha nascosto per ben trentaquattro anni? Vengono alla luce 695 fascicoli raccolti in faldoni, stipati uno sull'altro.
Biacchessi riapre i fascicoli, li confronta con le carte di vecchi e nuovi processi, incontra testimoni, familiari delle oltre 15mila vittime, magi-strati, avvocati, segue le tracce degli assassini rimasti di fatto impuniti, ricostruisce un mosaico composto da verità celate».

Nella prefazione Bruno Manfellotto scrive: “L' “ostinazione della memoria", insomma l'impegno costante e convinto a ricordare ciò che è stato, e ciò che noi siamo stati. Non solo perché, come ha appena ammonito papa Francesco, «un popolo che dimentica la storia e le sue radici è un "popolo secco", che non ha futuro», ma anche perché ancora oggi, a ottant'anni dalla fine del fascismo e dalla Liberazione, l'Italia ancora non è riuscita a fare i conti con quel passato.

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Daniele Bianchessi
Stragi nazifasciste
192 pagine * 19.00 euro
Jaca Book


399 meditazioni zen


La casa editrice Lindau ha pubblicato 399 meditazioni zen.
L’autore di questo libro bello e sapiente è Claudio Lamparelli.
Studioso di religioni asiatiche è autore di opere ispirate prevalentemente sulle filosofie orientali, sulla spiritualità e sulla meditazione. È anche traduttore e studioso di storia delle religioni. Conduce il blog Religione e Meditazione.

Già il titolo di questo libro è zen. Perché 399 e non 400?
“Perché no” risponderebbe Enzo Jannacci e senza volerlo darebbe, forse, una risposta zen.
Per chi non avesse completato la scuola dell’obbligo può informarsi sullo “Zen” QUI.
Scrive Lamparelli nell’Introduzione: “Ispirandoci alle antiche antologie, abbiamo raccolto una serie di aforismi, di koan, di pensieri, di citazioni, di brevi racconti, di aneddoti, di dialoghi (mondo), di sentenze e di apologhi che consentono di penetrare senza troppe mediazioni culturali nel mondo di questa antica «via spirituale» la cui meta è condurre alla «visione della propria essenza» (kensho) e infine al risveglio (satori). Il lettore viene messo di fronte alle parole degli antichi maestri e deve risolvere gli stessi paradossi che dovettero superare i loro discepoli.
Il «commento» che abbiamo aggiunto rientra nella tradizione dei libri zen e serve, più che a «spiegare», ad approfondire e a dilatare la meditazione. La «risposta » ai quesiti non va mai posta in termini concettuali – come in una qualsiasi filosofia –, ma deve riuscire a mettere tra parentesi la stessa mente pensante”.

Ecco un esempio.

«Un giorno il Buddha si presentò davanti all’assemblea dei monaci. Tutti si aspettavano che egli tenesse uno dei suoi abituali sermoni per illustrare la dottrina, il dharma. Ma il maestro, quella volta, non disse nulla. A un certo punto, sempre senza pronunciar parola, sollevò con una mano un fiore. I monaci restarono in attesa che dicesse qualcosa; egli però se ne stava immobile e silenzioso con quel fiore in mano, e osservava i loro volti.
All’improvviso il suo sguardo si fermò su Kasyapa.
Kasyapa sorrise.
Anche il Buddha sorrise».

Immagino che qualche occidentale leggendo quell’intesa fra i due possa formulare qualche maliziosa illazione. Sbaglia. La vera interpretazione la fornisce Lamparelli.

Commento

«Questo racconto descrive l’origine mitica dello Zen. Qui il silenzio del Buddha sta a indicare che l’insegnamento di fondo – la dottrina, la verità – non può essere espressa con le parole, le quali tutto limitano e tutto distorcono. Il linguaggio e i pensieri possono comunicare e comprendere tante cose, ma non possono cogliere la realtà, che non è riducibile a verbo».

Dalla presentazione editoriale.

«Ispirandosi alle antiche antologie dei detti dei maestri del buddhismo zen e dei paradossi che dovettero superare i loro discepoli, Claudio Lamparelli ha raccolto in quest’opera sulla pratica della meditazione zen 399 aforismi, detti (koan), pensieri, citazioni, racconti brevi, aneddoti, dialoghi (mondo), sentenze e apologhi che consentono di percorrere senza mediazioni culturali questa «via spirituale», la cui meta è condurre alla «visione della propria essenza» (kensho) e infine al risveglio (satori), all’illuminazione.
Sono insegnamenti e riflessioni attribuiti a maestri del passato, ma anche citazioni di artisti e intellettuali occidentali moderni – tra gli altri, William Blake, Marcel Proust, Tagore, Flaubert, Fromm e Isadora Duncan –, a testimonianza della universalità dei temi fondamentali dello zen.
I commenti di Lamparelli connettono la meditazione Zen alla nostra sensibilità e cultura nella quale peraltro – inconsapevolmente – già percorriamo la «via dello Zen» ogni volta che vogliamo riscoprire il senso della nostra presenza e della realtà.
Un libro per tutti coloro che sentono il bisogno di un’esperienza spirituale svincolata da ogni riferimento a una religione o a una filosofia, di una metodologia della coscienza che può essere adottata in qualsiasi tempo e luogo, per trovare sé stessi e il valore delle cose, per riscoprire, oltre la babele dei linguaggi e l’invadenza dei mass media, il silenzio interiore».

Chi scrive questa nota, ateo occidentale, la chiude con un “koan” che “koan” non è, ma sono parole celiniane in cui profondamente crede: “È il nascere che non ci voleva”.

……………………………...

Claudio Lamparelli
399 meditazioni zen
280 Pagine * 19.50 Euro
eBook con DRM euro 13.99
Lindau


All'aria sparsi

Se invece dei capelli sulla testa
ci spuntassero i fiori, sai che festa?
Si potrebbe capire a prima vista
chi ha il cuore buono, chi la mente trista.
Il tale ha in fronte un bel ciuffo di rose:
non può certo pensare a brutte cose.
Quest’altro, poveraccio, è d’umor nero:
gli crescono le viole del pensiero.
E quello con le ortiche spettinate?
Deve avere le idee disordinate,

Questi versi di Gianni Rodari li ho scelti perché ben introducono la presentazione di un libro su chiome e calvizie che mi è molto piaciuto. Lo ha pubblicato la casa editrice il Saggiatore.
Il titolo riecheggia il primo verso d’un sonetto petrarchesco (“Erano i capei d’oro a l’aura sparsi) e, infatti, così risuona: All’aria sparsi Storia culturale dei capelli.
L’autrice è Elena Martelli (Mantova, 1968).
Giornalista professionista. Si è sempre occupata di cinema, cultura e costume scrivendo per La Stampa e per Il Venerdì di Repubblica. Ora lavora alla trasmissione tv “La vita in diretta”.
“All’aria sparsi” è il suo primo libro.

La parola “Capello” trova nella Treccani un'ampia trattazione.
Le capigliature hanno avuto un ruolo protagonista nelle società di epoche trascorse, lo hanno nel presente e lo avranno nel futuro perché riflettono caratteri distintivi di noi umani.
Un esempio della loro importanza lo testimonia – oltre alla letteratura e alle arti visive – anche il cinema con titoli famosi noti a molti. Eccone una veloce carrellata.

Come nasce “All’aria sparsi”? Lo spiega così l’autrice Elena Martelli:
L’attenzione per la capigliatura si è imposta quando mi sono trovata nella condizione estrema, soprattutto per una donna, di perdere i capelli. A causa della mia malattia. Mi sono resa conto di quanto la chioma sia davvero il simbolo della femminilità. È stato prima brutale perderla, poi entusiasmante ritrovarla. Perché i capelli sono una componente del nostro corpo totalmente autonoma, enormemente vitale. Per questo ci consentono di comunicare chi siamo al mondo attraverso un linguaggio non verbale.

Da un lontano ieri fino ad oggi? Ancora l’autrice.
Dalla nascita dell’Homo sapiens fino alla costruzione dell’immaginario cyberpunk, le nostre chiome sono state il codice per leggere le più diverse identità, i mutamenti più complessi delle nostre società e della realtà tutta.

Dalla presentazione editoriale.

«Radi o folti, ricci o lisci, tinti o grigi: All’aria sparsi costruisce una storia artistica, letteraria, mitologica ed emozionale dei nostri capelli, del loro linguaggio e del loro immaginario. Attingendo a un’enorme quantità di documenti, con raffinata e vagabonda erudizione Elena Martelli ha dato vita a un racconto, privato e collettivo, delle rivoluzioni culturali che le nostre capigliature hanno segnato nei secoli.
Da Sansone e Dalila alla Laura petrarchesca, dalle acconciature della corte del Re Sole a quelle dei film di Hollywood, dalle parrucche dei giudici inglesi agli orridi toupet: queste pagine ci permettono di smarrirci fra le mode di ogni tempo, ma soprattutto di svelare i significati nascosti dietro a un taglio à la Titus o à la garçonne, oppure di esplorare l’atlante di pittori, scultori, poeti, esteti e antropologi che hanno raffigurato e descritto le chiome e le zazzere che ognuno di noi porta. Perché i capelli non sono solo tratti distintivi del nostro stile e della nostra personalità ma il segno di un intero universo culturale».

Ho cominciato questa nota con dei versi e li chiudo, amor di simmetria lo vuole, con altri di Pablo Neruda.
“Mi manca il tempo per celebrare i tuoi capelli.
Uno a uno devo contarli e lodarli:
altri amanti voglion vivere con certi occhi,
io voglio essere solo il tuo parrucchiere”.

………………………..

Elena Martelli
All’aria sparsi
240 pagine * 18.00 euro
Il Saggiatore


A fronte alta

Come sanno quei generosi che leggono queste pagine web, mi piace scrivere non solo su novità editoriali ma anche su libri di anni fa che rappresentino singolarità di contenuti e, a mio tirannico avviso, siano ancora oggi attuali per il loro profilo estetico, storico o morale.
È il caso di oggi perché propongo pagine pubblicate parecchi anni fa dalle preziose Edizioni Odradek… date un’occhiata al suo catalogo e vedrete molte cose che sono rare a trovarsi. Proprie rare. Specie in questi tristi giorni con un’Italia dove uno spensierato generale scrive un libro d’involontaria comicità scalando vertiginosamente le classifiche di vendita, in un’Italia in cui un Comune nega l’intitolazione di una strada a Pertini perché è stato partigiano (dietro l’ipocrita dichiarazione "L'amministrazione ha fissato una road map che contiene priorità differenti”), in un’Italia in cui si moltiplicano scritte e manifestazioni antisemite, in un Paese… pardon!... Nazione, in cui con scatto da centometristi in molti “corrono in soccorso dei vincitori” come diceva Flaiano, io che comunista non sono “non posso permettermelo” (copyright ancora Flaiano), considero le edizioni Odradek un esempio di schiena diritta senza supporti ortopedici.
Il libro di cui dicevo prima appartiene a un volumetto intitolato A fronte alta Il prof. Braccini, il comandante Verdi.
Ricorda un eroe della Resistenza nominato nel sottotitolo: Paolo Braccini.

L’autore è Claudio Del Bello, uomo che accoppia a grande cultura filosofica e storica un’eleganza di pensiero e di comportamenti che lo porta a non pubblicizzare il volumetto essendo egli il direttore editoriale di Odradek e il protagonista del libro un suo parente. Gente così? Avercene!

Le righe che seguono le ho tratte dal sito di Odradek.

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Di “A fronte alta”, apprestato in vista del 70° anniversario dell'eccidio del Martinetto - 5 aprile 1944 - 5 aprile 2014 - furono stampate 30 copie, 20 delle quali inviate all'Università di Torino. Una storia famigliare, tuttavia puntigliosamente basata su documenti.

Come era finito al Martinetto il professore Paolo Braccini, docente di Zootecnia nella Facoltà di Medicina Veterinaria, insieme con un generale (Giuseppe Perotti), con un capitano (Franco Balbis), con un operaio mosaicista (Quinto Bevilacqua), con un bibliotecario (Giulio Biglieri), con un impiegato (Errico Giachino), con un operaio meccanico (Eusebio Giambone), con uno studente (Massimo Montano)?
Dopo oltre settanta anni, venuta meno la retorica, rimangono alcuni fatti da trattenere e diversi problemi da affrontare. Questioni colpevolmente trascurate dalla storiografia: i rapporti col Partito d’Azione del centro, la cassa della IV armata, le circostanze della cattura (i nomi e l’appuntamento fatti sotto tortura da un disgraziato compagno), i rapporti con il CLNAI di Milano, i rapporti con le bande e la loro organizzazione, i modi e i termini del dibattito politico-militare.

«Dalla tragedia del Martinetto, episodio tra i tanti, ai tanti analoghi episodi della resistenza, su tutto, su tutta la Resistenza stessa, quante parole, quanta retorica, quanta vana accademia ha finito per sedimentare, sino a destare in noi un senso d’insofferenza, di ribellioneì verso tanta parte di questa società ipocrita, che, mentre eleva inni alla Resistenza, se ne dimostra in fatto così lontana, così sorda a quell’ansia di rinnovamento e di purificazione, che ne è stato uno degli elementi ispiratori essenziali...
Ma dove è questo mondo migliore? Dove cammina questa umanità travagliata e senza pace, dimentica di tante pene e sofferenze passate e presenti?»
Fausto Penati

Dalla quarta di copertina

Gianna, figlia mia adorata,
Vai sempre a fronte alta per la morte di tuo padre

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Di questo libro (82 pagine) esiste solo l’edizione e-book, per l’acquisto (Euro 4.99) rivolgersi ai seguenti indirizzi mail:

odradek@odradek.it
oppure
info@odradek.it


Giustizia per gli animali


Le cronache, non solo italiane, riferiscono assai spesso episodi crudeli a danni d’animali, e lo stesso ucciderli – e in quali modi!... anche nei macelli cosiddetti tecnologici – per mangiarli è un atto spietato.
La storia in occidente comincia da lontano. Ad esempio, Dio proprio vegano non è.
La Bibbia dice che gli uomini possono uccidere gli animali per procurarsi cibo. Infatti, si legge (Genesi 9:3): “Ogni animale che si muove ed è in vita vi serva di cibo”. Permette inoltre che gli esseri umani uccidano gli animali per ricavarne del vestiario (Esodo 21:28);
Naturalmente in altri punti la Bibbia mostra gran rispetto per gli animali dicendo il contrario di quanto prima affermato. Succede in tutti i testi sacri delle religioni: dire tutto e il contrario di tutto per catturare quanto più elettorato possibile.
Tutto deriva da una visione antropocentrica del mondo: «Dio disse loro: siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra» (Genesi 1,26-2,3).

Solo in epoca relativamente recente il termine “animalismo” ha il significato che oggi gli viene attribuito. Fino agli anni Ottanta del secolo scorso, nei vocabolari di lingua italiana, alla voce "animalista" si leggeva soltanto «chi dipinge e scolpisce soggetti animali», come ricorda Marina Baruffaldi in “Il manuale dell’animalista”.
Sono molti gli errori che l’animale uomo commette verso gli altri animali. Il primo è quello d’immaginare una propria superiorità naturale. Ed ecco perché la Chiesa detesta tanto Darwin che – come sostiene Daniel Kevles – ha osato ficcare il naso nella narrazione giudaico-cristiana dell'origine della vita detronizzando l'uomo dalla sua speciale posizione in cima alla scala biologica, sottraendolo all'autorità morale della religione.
Ma facciamo anche di peggio usando la vivisezione e, spesso, torturando e poi uccidendo senza ragione quelle creature.
Cose tutte che sono il doloroso risultato della dottrina sugli animali di Cartesio che ha determinato lo “specismo” (cioè, convinzione che le regole etiche si applichino solo all'uomo e non alle altre specie), parola ideata dallo psicologo Peter Singer in “Le sofferenze inflitte agli animali”.
Altro errore, diffusissimo, è considerare il nostro linguaggio comprensibile agli animali, da qui punizioni impartite perché non hanno compreso quanto da noi interdetto loro o perché hanno commesso atti da noi indesiderati.
Quest’anno, a Modena, al Festival di Filosofia è intervenuta Eva Meijer che ha detto: «Per molto tempo gli esseri umani hanno studiato il linguaggio animale come se gli animali non umani fossero capaci di parlare il linguaggio umano, ma questo non ha senso perché non è questo il linguaggio specifico della loro specie. Studiare quindi il linguaggio animale cercando di far loro imparare il linguaggio umano non ci porta molto lontano, ma ci fa considerare l’intelligenza animale in termini umani, portandoci a considerarli inferiori a noi.
Ci sono mosche, per esempio, che comunicano attraverso gli odori, o altri attraverso l’uso dei colori. Quindi non possiamo studiare il linguaggio animale attraverso le regole della grammatica o del linguaggio umano, quello umano è solo uno dei tanti».

Il nostro pianeta è dominato dagli esseri umani: sulla terra, nei mari e nell’aria.
Nessun animale non umano sfugge alla dominazione umana, che il più delle volte infligge agli animali un danno ingiusto: attraverso le barbare crudeltà dell’industria della carne, il bracconaggio e la caccia alla selvaggina, la distruzione degli habitat, l’inquinamento dell’aria e dei mari o l’abbandono degli animali domestici o da compagnia che le persone sostengono di amare. In un certo senso è un problema antico. Da circa due millenni le tradizioni filosofiche sia occidentali che non occidentali deplorano la crudeltà umana nei confronti degli animali.
L’imperatore indù Aśoka (304-232 a.C. circa), convertitosi al buddhismo, scrisse dei suoi sforzi per rinunciare alla carne e a tutte quelle pratiche che danneggiano gli animali. In Grecia i filosofi neoplatonici Plutarco (46-119 d.C.) e Porfirio (234-305 d.C.) composero minuziosi trattati nei quali condannavano la crudeltà umana verso gli animali – di cui illustrarono l’acuta intelligenza e la capacità di socializzazione – e invitavano gli umani a modificare dieta e stile di vita. Ma in generale queste voci caddero nel vuoto, anche nella sfera della filosofia cosiddetta morale, e la maggior parte degli esseri umani ha continuato a trattare gli animali – con qualche occasionale eccezione per quelli da compagnia – alla stregua di oggetti, ignorandone la sofferenza
.

Sono parole che traggo da un importante, e necessario, saggio pubblicato dalla casa editrice il Mulino: Giustizia per gli animali La nostra responsabilità collettiva.
L’autrice è Martha C. Nussbaum.
Insegna Law and Ethics nella University of Chicago Law School. Con il Mulino ha pubblicato: «Diventare persone» (2001), «Giustizia sociale e dignità umana» (2002), «Le nuove frontiere della giustizia» (2007), «Giustizia e aiuto materiale» (2008), «L’intelligenza delle emozioni» (2009), «Lo scontro dentro le civiltà» (2009), «Libertà di coscienza e religione» (2009), «La fragilità del bene» (2011), «Non per profitto» (2013), «Creare capacità» (2014), «Emozioni politiche» (2014), «La rabbia e il perdono» (2017), «Invecchiare con saggezza» (con S. Levmore, 2019) e «La monarchia della paura» (2020). Nel 2002 è stata insignita del Premio Balzan per la filosofia morale.

Dalla presentazione editoriale.

«Dagli allevamenti intensivi alla sperimentazione sugli animali, all’antropizzazione degli habitat e alla distruzione degli ambienti naturali, si solleva una questione etica che oggi dobbiamo affrontare.
Per Nussbaum considerare gli animali «automi senza una visione soggettiva del mondo», come si è ritenuto a lungo, è un vero e proprio peccato originale filosofico. Gli enormi progressi scientifici degli ultimi 30 anni ci rivelano infatti che tutti i vertebrati avvertono dolore, provano emozioni, hanno comportamenti non solo genetici ma anche appresi e forme di percezione che nemmeno gli umani hanno. Una volta riconosciuta la non facile demarcazione tra uomini e animali, difficilmente possiamo accettare di rimanere ancorati all’etica classica, che viene qui ripercorsa nei suoi vari sviluppi sino a giungere ad una proposta originale, basata sul capabilities approach, in grado anche di fornire diversi esempi pratici che la sua adozione comporta».

Ho citato prima Eva Meijer e il suo studio sui linguaggi animali, concludo con versi di Vivian Lamarque che sullo stesso tema riflettono.
Come nel film Uccellacci e uccellini che Davoli e Totò
non riescono a evangelizzare i passeretti, ma poi Ninetto
saltella su un piede nelle caselle del gioco Campana
e Totò capisce che sono i saltelli le parole dei passeri
.

………………………......

Martha C. Nussbaum
Giustizia per gli animali
432 Pagine * 36 Euro
eBook, formato ePub:
Euro 22.99
Il Mulino


Premio Var Digital Art

C’è chi dice che la nostra è l’epoca delle immagini, chi dice che invece è l’epoca del suono, chi inoltre attribuisce altre caratteristiche primarie ai nostri anni. Forse è vero tutto insieme, ma permettetemi di aggiungerne una: mi pare anche l’epoca delle sigle.
Acronimi, acronimi, e ancora acronimi senza fine. Con inevitabili equivoci.
Un esempio: Doc. Può significare in enologia “Denominazione d’Origine Controllata ma in Psichiatria: Disturbo Ossessivo Compulsivo. Non vi basta?... altro esempio: Mit significa Massachusetts Institute of Technology ma può essere anche Movimento Identità Trans, associazione di attivisti Lgbtq+.
Esistono poi sigle sonore e audiovisive. Da regista sono costretto a fare alla radio e in tv un numero terrificante di sigle. E anche di intersigle! Quelle che separano le rubriche all’interno dello stesso programma. Attenzione, però. Di sigla si muore.

Sto per scrivere la sigla Var… come?... nome elettronico della Regione Val d’Aosta? Sì giusto, vabbè, ma sta anche, acronimo inglese, per Value Added Reseller, ovvero Gruppo che fornisce servizi aggiuntivi alla vendita dei prodotti. I servizi aggiuntivi offerti da Var Group includono consulenza, implementazione, formazione-supporto tecnico, e know how d'impresa. Il Gruppo indaga gli scenari dell’innovazione tecnologica attraverso i linguaggi dell’arte, organizzando esposizioni, incontri, cicli di formazione mirando alla contaminazione tra discipline, saperi e professionalità differenti, per promuovere e sostenere la ricerca artistica in ambito digitale.
Da qui la nascita di un Premio Var ad un’opera, manco a dirlo, di arte digitale.

Estratto da un comunicato stampa.

«Var Group ragionando su stratificazioni multidimensionali, ipotizzate sperimentando differenti realtà concomitanti tra realtà fisica e digitale, ha visto quest’anno 4 opere finaliste che hanno restituito affascinanti commistioni tra passato e presente, nutrite da visioni futuribili, tra rimandi a Pompei e Dante, i Led Zeppelin e la Psichedelia degli anni ’70, una stele di Rosetta contemporanea e la fisica delle particelle. Accanto ad esse, piante velenose e performance danzate, che accostano un'intelligenza artificiale, seduttiva e manipolatoria, alla stregoneria e alle fiabe.
Var Digital Art by Var Group nasce dalla volontà di coniugare la forza del digitale all'estro e al talento degli artisti contemporanei affinché si crei una commistione proficua tra cultura d'impresa e arte – così dice Alessandro Tiezzi, Head of Var Digital Art by Var Group – Con VDA raccontiamo l'attualità attraverso l'arte digitale e VDA Award nasce proprio per premiare l'artista che meglio rappresenta la nostra contemporaneità con la sua creatività. Sono felice di aver consegnato a Luca Pozzi con “Rosetta Mission 2022” il primo VDA Award. Var Digital Art. Il Gruppo acquisterà l'opera, che entrerà a far parte della VDA Collection. L'artista inoltre collaborerà con la VDA Factory in previsione del prossimo VDA Award 2025».

Luca Pozzi. Chi è questo tecnonauta? Ancora dal comunicato stampa.

«Pozzi, classe 1983, è artista e mediatore interdisciplinare. Ispirato dai mondi dell'arte, della fisica, della cosmologia multi-messaggera e dell'informatica, dopo la Laurea in Pittura all'Accademia di Belle Arti di Brera di Milano e le specializzazioni in Computer Graphics e Sistemi, collabora con visionarie comunità scientifiche tra cui la Loop Quantum Gravity (PI), il Compact Muon Solenoid (CERN) e il Fermi Large Area Telescope (INFN, NASA). Studiando gravità quantistica, cosmologia e fisica delle particelle, la ricerca teorica è convertita in una serie di installazioni ibride caratterizzate da sculture magnetiche, oggetti in levitazione, esperienze VR / AR e un uso performativo della fotografia basata su una straniante sensazione di tempo sospeso e multi-dimensionalità».

Ora che conosciamo chi è, lascio a lui la parola.


D’accordo. Ma in che cosa è consistito il suo lavoro premiato dal Gruppo Var?
E quali traffici lo legano alla stele di Rosetta?
Per saperlo: CLIC!


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Ufficio Stampa HF4
www.hf4.it - press@hf4.it
Marta Volterra marta.volterra@hf4.it
Valentina Pettinelli valentina.pettinelli@hf4.it 347.449.91.74
Matteo Glendening matteo.glendening@hf4.it 391.137.06.31


Etologia del desiderio

Desiderio. Parola dal fascino anfibio perché può essere delizioso o tormentoso.
Secondo il vocabolario è “Sentimento di ricerca appassionata o di attesa del possesso, del conseguimento o dell'attuazione di quanto è sentito confacente alle proprie esigenze o ai propri gusti".
Sì, tutto giusto ma, diciamo la verità, la fa un po’ semplice perché distinguo e complicazioni non mancano. È bene, però, operare un’importante distinzione, quella che intercorre tra il bisogno e il desiderio, perché talvolta, vengono confusi. Anche di proposito. In un dizionario di psicologia si legge: “Nella relazione fondata sul bisogno l'altro è funzionale al soddisfacimento di una mancanza; in quella fondata sul desiderio, il rapporto è, invece, basato sulla forza del desiderio stesso che porta a costruire qualcosa insieme”.
Il desiderio è visto male da quasi tutte le religioni. Ad esempio, per il buddismo può essere fonte d’infelicità, nei 10 Comandamenti è vietato desiderare sia la roba d’altri sia la donna altrui… a proposito perché quell’avvertimento è rivolto solo ai maschi e non alle femmine? Cioè, le donne possono desiderare un uomo che appartiene a un’altra? Che gli costava a Mosè specificare meglio? Sempre restando in quelle famose dieci battute, alla nona che recita “non desiderare la donna d’altri” poteva inserire “o l’uomo d’altri” e così, inoltre, copriva pure l’ipotesi dell’omosessualità maschile e femminile, mah… valli a capire i profeti!

Sia come sia il desiderio è stato descritto e indagato da narratori, cineasti, drammaturghi, psicologi, ricevendone una variegata interpretazione.
La casa editrice Lindau ne propone una che investiga su quello stato dell’animo con originali strumenti.
Titolo: Etologia del desiderio

Per chi non avesse completato la scuola dell’obbligo chiariamo che cos’è l’etologia.
Facciamolo con le parole del fondatore di quella disciplina, Konrad Lorenz:
«L'etologia, o studio comparato del comportamento, è di facile definizione: consiste nell'applicare al comportamento degli animali e delle persone quei metodi divenuti d'uso corrente e naturale in tutti gli altri campi della biologia dopo Charles Darwin e di formulare gli interrogativi seguendo lo stesso criterio».

L’autore di “Etologia del desiderio” è Roberto Marchesini.
Filosofo e studioso della relazione tra l’essere umano e le altre specie ha firmato oltre un centinaio di pubblicazioni in campo filosofico, dell’etologia e della zooantropologia.
Tiene conferenze sulla prospettiva post-umanista. È direttore della rivista «Animal Studies» e della Scuola d’interazione uomo-animale.
Ha pubblicato, tra gli altri, La fabbrica delle chimere (Bollati Boringhieri, 1999), Post-Human (Bollati Boringhieri, 2002), Tecnosfera (Castelvecchi, 2017). I suoi lavori sono tradotti in numerose lingue. Nel 2018, la casa editrice Routledge ha pubblicato The Philosophical Ethology of Roberto Marchesini, una raccolta dei suoi lavori più significativi.

Dalla presentazione editoriale.

«Il desiderio sorge dai fondali più reconditi della nostra natura. Esso non dipende da una condizione di mancanza, ma dal bisogno di partecipare alla grande festa della vita. È un impulso irrefrenabile a esprimere le ragioni del cuore, che ci sollecita a entrare in un rapporto profondo con il mondo. Conoscere le radici profonde che lo alimentano è il modo migliore per spiccare il volo nel cielo dell’esistenza, facendo pace con sé stessi. Non tenerne conto, al contrario, significa imprigionarsi all’interno di un carcere di surrogati cui chiediamo invano un appagamento che non verrà. Non saranno mai gli oggetti che acquistiamo compulsivamente a darci soddisfazione. I desideri ci rendono liberi perché c’immergono in tutto ciò che ci circonda, fuori da ogni logica di appropriazione»

Concludo questa nota con versi tratti dalla poesia "Il desiderio" di Maria Luisa Spaziani.

“Il desiderio è scivolare in sé,
è un ombelico interno che concentra
ogni energia, la rapida che preme
sul pettine ruggente della diga.”

………………………………

Roberto Marchesini
Etologia del desiderio
432 pagine * 29.00 euro
Lindau


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