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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

"Guerra" di Louis-Ferdinand Céline

Imperdibile.
Guerra di Louis-Ferdinand Céline (Courbevoie, 27 maggio 1894 – Meudon, 1º luglio 1961), pubblicato da Adelphi, è opera incompiuta ma per niente minore. Contiene tutti i segni linguistici di questo gigante della letteratura. L’atrocità di una scrittura infuocata che nulla risparmia e si risparmia. Inoltre, la capacità di mantenere la stessa tensione nel descrivere tragedia e commedia. Si pensi qui, in “Guerra”, alle feroci pagine iniziali del ferimento che subisce il protagonista Ferdinand sul campo di battaglia e l’irresistibile comicità di un assurdo pranzo bandito per festeggiare la sua medaglia al valore.
L’acuto dolore fisico patito in un ospedale, la sfrenatezza sessuale che vive nelle stesse stanze provocata da una matura infermiera sadica e vogliosa, tutti momenti di vita scanditi dall’ascolto delle cannonate lontane che maciullano corpi, oppure dal sentire le schioppettate vicine delle fucilazioni di disertori o autolesionisti giustiziati in un cortile vicino. Un’altalena fra orrore e disperazione in queste pagine di “Guerra”.
Pagine splendidamente tradotte da Ottavio Fatica che già si misurò anni fa con Céline traducendo, insieme con Eva Czerkl, “Colloqui col professor Y”. QUI una sua riflessione su “Guerra”.

In questo molto breve video Céline dà una definizione di se stesso ricorrendo a un paragone che molto dice della sua avventura umana e artistica.

In copertina:
Otto Dix, Sentinella morta in trincea, dal ciclo La guerra (1924). Acquaforte e puntasecca. Museum of Modern Art, New York.

Dalla presentazione editoriale.

«Primo, folgorante scampolo degli inediti rubati nel 1944 dall’abitazione di Céline, e rocambolescamente ricomparsi quasi sessant’anni dopo la sua morte, “Guerra” narra episodi contemporanei alla prima parte di “Viaggio al termine della notte”, come se da esso fosse stato espulso e poi abbandonato in una stesura ancora grezza e incandescente. Dal momento in cui riprende conoscenza, seguiamo Ferdinand, vent’anni, ferito a un braccio e con una grave lesione all’orecchio dovuta a un’esplosione, mentre cerca di guadagnare le retrovie attraverso campi di battaglia disseminati di cadaveri, in una notte visitata da presenze ostili, fantasmi quanto mai reali. Lo ritroveremo in un ospedale, in mezzo a malati e farabutti d’ogni risma, affidato alle cure di un’infermiera sadica e vampiresca. Qui fa amicizia con il malavitoso parigino Bébert e con sua moglie Angèle, che al fronte batte il marciapiede per lui: spunto per nuovi episodi grotteschi, esilaranti e raccapriccianti al tempo stesso, dove Céline preme sul pedale di una sessualità oltraggiosa e sfrenata. Infine, l’inattesa partenza per Londra, un posto dove andare come sempre a perdersi.
Céline è scrittore da dimenticare, hanno detto, se vuoi vivere, anche se vuoi soltanto leggere, capace com’è di rendere illeggibili gli altri scrittori. «Mi sono beccato la guerra nella testa. Ce l’ho chiusa nella testa» dice Ferdinand all’inizio di queste pagine, come se l’esperienza bellica – divenuta esperienza acustica – fosse solo la propaggine di una guerra molto più estesa e devastante, interna alla materia cerebrale. Eppure, attraverso il suo delirio – il suo parlottio ipnotico, sbracato e ininterrotto, come il fischio del rimorchiatore sulla Senna, nella notte, che chiudeva il Viaggio –, ci si accorge che Céline è stato l’unico scrittore capace di nominarla.
Dalla parte dei Buoni nessuno ha trovato la parola».

Ancora due cose.
Per leggere le prime pagine del libro: CLIC!

Per ascoltare la voce di Celine cantare “Règlement” da lui composta: RICLIC!

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Louis-Ferdinand Céline
Guerra
Traduzione di Ottavio Fatica
A cura di Pascal Fouché
Con una Premessa di François Gibault
Pagine 156 * Euro 18.00
Adelphi


La memoria del mondo (1)

Lo Stadio Palatino, all’interno del Parco Archeologico del Colosseo, sarà ancora una volta scenario del Festival internazionale Letterature di Roma: con uno svolgimento in cinque serate.
Il Festival ha avuto un'anteprima: cinque appuntamenti con ospiti internazionali: Bernardine Evaristo, Ali Smith, Brenda Lozano, Anna Maria Gehnyei Karima, un incontro con la cinquina del Premio Strega di quest’anno.

Il titolo scelto per questa XXII edizione è La memoria del mondo.
L’immagine-logo del Festival è firmata dall’illustratrice Laura Riccioli che ha immaginato una giovane donna che spicca un volo dalle rovine del Palatino fino a toccare la Luna: levità e fantasia presenti nell’idea di mondo del Festival.

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Potremmo a ragione definirlo un Festival audioverbovisivo perché in cartellone le voci di tanti autori italiani e stranieri saranno intervallate da eventi di spettacolo.
Il maiuscolo programma è a cura di Simona Cives che dirige la Casa delle Letterature.
Risponderà fra poco ad alcune mie domande.
Nella stesura del programma si è avvalsa del contributo di un comitato composto da Paolo Di Paolo - Melania Mazzucco - Davide Orecchio - Igiaba Scego - Nadia Terranova.
La regia dei numerosi interventi scenici sono a cura di Fabrizio Arcuri.

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Miguel Gotor, Assessore alla Cultura di Roma, così dice del Festival.
Lo straordinario scenario del Palatino torna ad accogliere il Festival Letterature. La bellezza unica di Roma e la qualità degli autori protagonisti nell’edizione 2023 sono la formula vincente di questo Festival internazionale, di cui Roma è orgogliosamente promotrice. Saranno cinque serate di grande interesse, incardinate sul tema comune della ‘Memoria del mondo’ e con un omaggio all’opera di Italo Calvino, di cui quest’anno ricorre il centenario dalla nascita.
Un’edizione che ci farà riflettere sulla contemporaneità, sul rapporto tra presente e passato.
Voglio ringraziare, per il grande lavoro svolto, Simona Cives, lo staff della Casa delle Letterature e l’Istituzione Biblioteche di Roma oltre a tutti gli autori, editori e attori coinvolti".
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Segue ora un incontro con Simona Cives.


La memoria del mondo (2)


Fra i luoghi di Roma tra i più attivi nel proporre cultura ne spicca uno in particolare che ha per obiettivo l’avvicinamento del pubblico alla letteratura sia italiana sia straniera. Si tratta della “Casa delle Letterature” che da qualche tempo ha meritatamente conquistato l’attenzione di giovani, meno giovani e dei media ed è, quindi, non a caso, tra le protagoniste dell’Estate Romana ’23 con il Festival di cui queste note si stanno occupando.
Durante tutto l’anno, presenta autori che parlano dei propri libri, illustrano le tendenze cui appartengono, le ragioni stilistiche del loro scrivere, il loro rapporto con la società.
Tale attività è agita in modo dinamico, lontano dalla sussiegosa maniera in cui si svolgono tante iniziative consimili, in un modo da definire “colto e non culturale” (copyright Angelo Guglielmi) come il grande critico intendeva era da farsi la diffusione dei saperi. Proprio per queste modalità la Casa riscuote un grande successo come testimoniano le massicce presenze a quegli incontri con scrittrici e scrittori.
Responsabile della Casa delle Letterature, e curatrice del Festival Internazionale Letterature, è Simona Cives.
Si occupa, da diversi anni, di organizzazione d’attività letterarie presso l’Istituzione Biblioteche di Roma che hanno assunto con la sua direzione non solo il ruolo di un eccellente luogo di studi e progetti, ma anche quello di un attore teso a un’effervescente comunicazione con la città.

A lei (in foto) ho rivolto alcune domande.

Quali le finalità di questo Festival?

Letterature Festival ha l’obiettivo di far conoscere al grande pubblico il meglio della letteratura nazionale e internazionale attraverso una lettura “dal vivo” di testi inediti da parte degli autori presenti sul palco, senza intermediazioni. Il Festival, che giunge quest’anno alla sua ventiduesima edizione, è frequentato dai lettori appassionati, ma ha anche la finalità di far scoprire autori e mondi letterari diversi a chi non legge e a chi si affaccia con curiosità a una manifestazione che si colloca nell’ammaliante scenario dello Stadio Palatino.

Nello stendere il programma qual è stata la prima cosa che hai deciso di fare assolutamente per prima e quale quella assolutamente per prima da evitare?

Ogni anno il Festival pone un titolo e un tema che possano essere uno spazio di riflessione. L’edizione dell’anno scorso era intitolata “Tempo nostro”, con chiaro riferimento al periodo della pandemia e con la volontà di riprendere una serie di “sospesi” legati al momento trascorso. Per questa edizione ho voluto individuare, per prima cosa, un titolo che potesse essere innanzitutto uno spazio di riflessione sul ruolo della letteratura; la prima cosa che ho voluto invece evitare è inseguire le uscite, le novità editoriali, ma proporre libri e autori che valga la pena sempre e comunque di conoscere.

Il Festival reca il titolo “La memoria del mondo”. Da dove viene quel titolo?

“La memoria del mondo” è il titolo di un racconto e di un’opera di Italo Calvino, del quale ricorre quest’anno il centenario della nascita. Il libro raccoglie venti storie cosmicomiche nelle quali l’immaginazione è sollecitata da letture scientifiche. Quattro storie sulla Luna, quattro sulla Terra, quattro sul sole, le stelle, le galassie, quattro sull’evoluzione, quattro sul tempo e sullo spazio: come i miti per gli antichi, la scienza è la base per una narrazione contemporanea sulle origini del mondo. I personaggi dei racconti dialogano e immaginano scenari futuri in uno spazio in cui si muovono le ombre dei dinosauri, la Terra si è appena solidificata e la Luna esplode nel cielo. Una narrazione, dunque, sul passato lontanissimo, sull’origine del mondo e sulle sue prospettive - ma anche sulla possibile fine della vita sulla Terra, a cui nel racconto “La memoria del mondo”, che dà il titolo a tutta l'opera, consegue la domanda sulla trasmissione del sapere e della memoria: quale sarà il racconto di noi e della nostra storia?

Perché tra i tanti titoli di Calvino hai scelto proprio quello?

Mi piaceva innanzitutto fare un richiamo a una tra le opere meno note dell’autore. Il titolo, al di là dei contenuti presenti nel libro, è particolarmente suggestivo: lo Stadio Palatino è la memoria del mondo, e anche il racconto della letteratura è la memoria del mondo. Ma ancor più perché quest’opera è forse la più vicina, negli intenti dello stesso Calvino, a chi si occupa tutti i giorni, come noi, di promozione della lettura. “La memoria del mondo” fu pubblicato infatti nel 1968 non per la normale distribuzione libraria ma per il Club degli editori; poi, significativamente, nel 1975 fu riproposto nella Biblioteca Giovani Einaudi. Con questo libro Calvino non voleva rivolgersi ai lettori cosiddetti “forti”, ma a chi aveva poca pratica della lettura; il suo è stato in qualche modo un tentativo di allargare il campo dei lettori.

Quale criterio è stato usato nella scelta degli autori che sono in cartellone?

Il criterio principe utilizzato nella costruzione del programma è quello della qualità. Gli autori ospiti della manifestazione, in tutto sedici, provengono da paesi diversi e sono spesso pluripremiati, tutti comunque di alto profilo. Ne cito solo alcuni: Fernando Aramburu, Julie Otsuka, William Vollmann, Margaret Atwood, Nicola Lagioia, Jeanette Winterson. Nella selezione ho cercato di fotografare, come negli anni precedenti, la varietà della produzione editoriale, e di rappresentare piccoli, medi e grandi editori.

Viviamo in un’epoca in cui si fa sempre più fitta l’ibridazione dei generi.
Quale ruolo gioca la letteratura in questo scenario d’intercodice dei linguaggi
?

La nostra epoca si caratterizza spesso come un grande spazio di libertà, ma anche per la difficoltà di raccontare le cose con un unico linguaggio. Si tratta certamente di un portato di questo tempo in cui la lettura è sempre più ipertestuale e dove spesso non c’è spazio per la letteratura solo scritta e per una lettura lenta e profonda. La letteratura può però continuare a rivendicare la bellezza della parola, così come ci ha insegnato anche Calvino: scrivere è un’avventura, uno spazio di sperimentazione, un viaggio verso infiniti immaginari possibili.

In questo primo quarto del secolo come sono vissute, in prevalenza, le metropoli dagli autori che dal tuo osservatorio internazionale hai avuto la possibilità di conoscere? Hai un ricordo di qualcuna o qualcuno in particolare ?

Le metropoli raccontate dai nostri autori sono un grande caleidoscopio che riflette la varietà e la diversità delle storie delle persone. Mi viene in mente la grande Bernardine Evaristo, scrittrice britannica nata da madre inglese e padre nigeriano, vincitrice del Man Booker Prize, che ha aperto il ciclo delle anteprime del Festival. Nel suo romanzo “Ragazza, donna, altro” ci sono mille storie sentimentali, familiari, professionali diverse e il racconto di una molteplicità di vite, che formano un romanzo anticonvenzionale e che offrono una lettura inedita di una grande metropoli europea.
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Per conoscere il programma delle cinque serate: CLIC.
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Per i redattori della carta stampata, radio, tv, web:
Ufficio Stampa: Tandem
Francesca Comandini +39 340 3828160 - press. francescacomandini@gmail.com
Paola Turco +39 339 5886669 – press. paolaturco@gmail.com
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“La memoria del mondo”
Festival Internazionale Letterature
XXII edizione: 3, 5, 9, 11 e 13 luglio
Inizio delle serate ore 21.00
Accesso allo Stadio Palatino ore 20.30
Via di San Gregorio 30, Roma
Per informazioni: Tel. 06 06 08
Mail: casadelleletterature@bibliotechediroma.it
Ingresso gratuito fino a esaurimento dei posti


Ma perché siamo ancora fascisti?


Dopo il grande successo di “Mussolini ha fatto anche cose buone” di cui mi sono occupato QUI e Noi però gli abbiamo fatto le strade Francesco Filippi è giustamente riconosciuto quale una delle voci importanti nell’analisi storica del fascismo in Italia.

In libreria un suo nuovo, eccellente, libro: Ma perché siamo ancora fascisti?

Dalla presentazione editoriale

«Francesco Filippi avendo effettuato il suo meticoloso e definitivo lavoro di «debunking» sulle numerose e ostinate leggende relative al ventennio fascista e alla figura del duce, ancora così diffuse nel nostro paese, dirige ora la sua affilata analisi verso i motivi che hanno portato tanti nostri concittadini a cadere vittime, ancora oggi, di una propaganda iniziata oltre due generazioni fa. Com’è possibile – ci si chiede in molti – che dopo tutto quello che è successo – dopo una guerra disastrosa, milioni di morti, l’infamia delle leggi razziali, la vergogna dell’occupazione coloniale, una politica interna economicamente fallimentare, una politica estera aggressiva e criminale, un’attitudine culturale liberticida, una sanguinosa e lunga guerra civile… –, oggi ci guardiamo intorno, ben addentro al terzo millennio, e ci scopriamo ancora fascisti? Ma cos’altro avrebbe dovuto succedere per convincere gli italiani che il fascismo è stato una rovina?
Eppure, ancora si moltiplicano le svastiche sui muri delle città, cresce l’antisemitismo, un diffuso sentimento razzista permea tutti i settori della società e il passare del tempo sembra aver edulcorato il ricordo del periodo più oscuro e violento d’Italia: a quanto pare la storia non ci ha insegnato abbastanza, non ci ha resi immuni.
Per aiutarci a capire perché, Filippi in questo libro ci racconta molte cose: ci racconta com’è finita la guerra, cosa è stato fatto al termine del conflitto e cosa non è stato fatto, quali provvedimenti sono stati presi nei confronti dei responsabili, quali invece non sono stati presi, cosa hanno scritto gli intellettuali e gli storici e cosa non hanno scritto, che cosa è stato insegnato alle nuove generazioni e che cosa invece è stato omesso e perché. Soprattutto, ci mostra come noi italiani ci siamo raccontati e autoassolti nel nostro immaginario di cittadini democratici, senza mai fermarci a fare davvero i conti col passato. Che, infatti, non è passato».

Per sfogliare le prime pagine: CLIC.

QUI un video n cui Filippi, presentato da Michele Luzzatto, parla del suo libro.

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Francesco Filippi
Ma perché siamo ancora fascisti?
Pagine256 * Euro 12.00
Bollati Boringhieri


Il governo Goebbels (1)

Torna graditissimo ospite di questo sito Giovanni Mari con un nuovo libro pubblicato dalla casa editrice Lindau intitolato Il governo Goebbels. Trenta ore di morte e menzogne. Un originale documento su uno dei momenti meno conosciuti e studiati del Terzo Reich.

Mari è giornalista al «Secolo XIX» di Genova. Si è occupato a lungo dello scontro tra i partiti politici italiani, interessandosi in particolare al tema della propaganda politica.
Ha pubblicato il saggio Genova, vent’anni dopo. Il G8 del 2001, storia di un fallimento e il romanzo storico Klausener Strasse. 1970: caccia al cadavere di Hitler, il diario segreto del KGB. Più recente, sempre per Lindau, La propaganda nell'abisso.

Dalla presentazione editoriale.

«Adolf Hitler si uccide alle 15,30 del 30 aprile 1945. Contrariamente a quanto si crede, lo scettro del Terzo Reich non passa immediatamente nelle mani del grand’ammiraglio Dönitz, che poi metterà il sigillo sulla resa nazista. Il nuovo cancelliere è Joseph Goebbels, il cantore del regime: gestirà il suo debole e allucinato governo, circondato dai carri armati nemici, per sole trenta ore. Poi si ucciderà con la moglie, dopo aver ammazzato i sei figli.
In quell’attimo di storia, Goebbels non rinuncerà alla propaganda, infarcita di menzogne, e alla sua cultura di morte: cercherà di tagliare le gambe ai gerarchi in fuga e di manovrare Dönitz con messaggi contraddittori, tentando infine di trattare, senza successo, proprio con gli odiati bolscevichi.
Documenti alla mano, Giovanni Mari analizza le tardive nomine testamentarie di Hitler, illustra l’effettiva estensione del Reich al 1º maggio 1945, ricostruisce le ultime battaglie attorno al Reichstag e il tentativo di tregua con i sovietici, raccontando una vicenda che pochi conoscono davvero».

Segue un incontro con Giovanni Mari.


Il governo Goebbels (2)

A Giovanni Mari (in foto) ho rivolto alcune domande.

Questo lavoro a quali domande intende rispondere?

In parte è la stessa domanda che mi aveva spinto a scrivere “La propaganda nell’abisso”: fino a quale punto può spingersi il totalitarismo? Lavorando sul Panzerbär, l’ultimo giornale dei nazisti, mi ero soffermato sulla propaganda, capace di arrivare fino a istigare i cittadini al suicidio. Nel caso del “Governo Goebbels” estendo il discorso alla politica, al senso dello Stato, al concetto di partito e – ancora una volta – al rispetto della popolazione. Come si può chiaramente constatare, in entrambi i casi, il limite non esiste e il totalitarismo, in questo caso il nazismo, sprofonda nell’inferno, abolendo qualsiasi cognizione di coscienza, di legalità e di Storia.

Goebbels a capo del governo, Doenitz a capo dello Stato.
Goering e Himmler destituiti di ogni carica e indicati da Hitler per iscritto quali traditori.
Quali colpe venivano addossate loro dal Fürher?

Goering, che era considerato da tutto il nazismo come il naturale successore designato, e Himmler furono accusati di alto tradimento e processati in contumacia, senza legge né avvocati, nel bunker. Himmler addirittura condannato a morte. Le loro colpe erano quelle di aver tramato contro un Hitler che entrambi avevano dato, ed era la verità, per spacciato. Goering chiedeva i poteri per prendere in mano il Reich da fuori Berlino. Himmler trattò con gli inglesi per destituire Hitler, prendere il potere e trattare un armistizio.

Quale era la situazione politica e militare, in cui si mosse il governo Goebbels?

Anche se il Reich non si era estinto, come invece siamo soliti pensare, la Germania era già sconfitta. I sovietici erano a poche ore dalla completa conquista di Berlino e a Est della capitale ormai controllavano stabilmente tutti i territori, salvo fortezze isolate e a esclusione della Boemia. A Ovest gli angloamericani erano arrivati all’Elba e avevano messo in sicurezza quasi tutto il continente a esclusione dell’Austria. A Nord invece il Reich occupava ancora parte dei Paesi Bassi, la Danimarca e tutta la Norvegia. I tedeschi avevano ancora più di tre milioni di soldati sul campo ma sostanzialmente impossibilitati a combattere, a muoversi e a ricevere rifornimenti. In sostanza, il Reich sarebbe stato annientato in una manciata di giorni, come in effetti avvenne. Immediatamente dopo la morte di Goebbels cadde Berlino, all’alba del 2 maggio 1945.

Nel brevissimo tempo che Goebbels ebbe a disposizione riuscì se non a fare leggi a dettare almeno disposizioni?

Non fece leggi, ma tentò una trattativa di tregua con l’Armata Rossa dando una legittimità ai bolscevichi che fino a quel punto aveva considerato pubblicamente come non-umani. Inviò suoi parlamentari oltre le linee per stabilire una tregua al fine di trasferire il governo del Reich a Nord e poter trattare. La trattativa andò malissimo, ma consentì a Stalin di sapere per primo della morte di Hitler. Per il resto, Goebbels stabilì l’impossibilità di una capitolazione, con una direttiva che poi i generali violarono subito e diede ancora ordine di giustiziare i disertori o i traditori. Insomma, continuò fino all’ultimo istante la tragica follia nazista, idolatrando Hitler e vaneggiando di futuri verdetti storici.

Piero Gobetti: "La storia è sempre più complessa dei programmi". “La Rivoluzione liberale”, 1924.
Alain: "La storia è un grande presente, e mai solamente un passato". “Le avventure del cuore”, 1945.
Elias Canetti: "Imparare dalla storia che da essa non c'è niente da imparare". “La tortura delle mosche”, 1992.
E per Giovanni Mari la storia che cos'è
?

Non meriterò mai di essere accostato a questi giganti. Anche perché io la Storia devo ancora finire di studiarla. Per questo penso che sia una rotta da esplorare, ben sapendo che tale esplorazione non finità mai. So che molti pensano che la Storia non sia maestra di vita, ma per quanto mi riguarda, fino a oggi, credo che per me lo sia stata. Il problema è che non finisce mai di impartire la sua lezione e quindi conoscerla non basta per garantire all’umanità pace e giustizia.

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Giovanni Mari,
Il governo Goenbels
Pagine 226 * Euro 19.00
Edizioni Lindau


La scienza dell'incredibile

Chi è Massimo Polidoro?
Scrissi di lui tempo fa e non mi resta che plagiare me stesso.
Nato a Voghera nel 1969, è un giornalista, scrittore e divulgatore scientifico italiano, segretario nazionale del Cicap ("Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze").
A Voghera si sussurra su di un'affettuosa sua amicizia con una “casalinga di Voghera” mentre è in cattivi rapporti con il "pastore abruzzese" e il "bracciante lucano" gli altri due del noto terzetto letterario inventato da Arbasino anche lui nato a Voghera, come pure lì nacque Carolina Invernizio.
Se Dylan Dog è l’investigatore dell’Incubo, Polidoro lo è dell’Insolito e francamente il suo còmpito non è meno difficile di quello del detective londinese perché siamo accerchiati da tante bufale sui giornali, alla radio, alla tv, da strani convegni e libri bugiardi… Giuda balllerino!
E Polidoro che fa? Li smaschera inesorabilmente uno ad uno facendosi odiare dalle folte schiere di venditori di frottole ammantate mo’ di scientificità e mo’ di paranormalità… dite che non esiste quella parola? E io vi dico di sì perché l’ho inventata io.

Una delle sue più recenti imprese è la pubblicazione del libro La scienza dell’incredibile Come si formano credenze e convinzioni e perché le peggiori non muoiono mai.
“Questo libro” – ha scritto il filosofo della Scienza Telmo Pievani – “è prezioso proprio perché ci aiuta ad allenare la parte più difficile, ed esaltante, dell’imperfetta natura umana: saper dire di no alle scorciatoie mentali”.

Dalla presentazione editoriale.

«Attraverso la narrazione di alcune storie incredibili, il libro perlustra le radici biologiche e psicologiche che alimentano la necessità di credere e, ricorrendo alle ricerche più recenti, scopre le funzioni tuttora svolte dai sistemi di credenza.
Nel corso delle pagine, si acquisisce familiarità con gli strumenti dell’indagine scientifica e, imparando a valutare l’attendibilità e la veridicità delle credenze, ci abitueremo a ragionare come scienziati, diventeremo consapevoli dei nostri limiti ed errori, e a trattare con chi non vuol dare retta alla ragione. Ma, soprattutto, impareremo a coltivare l’unico vero antidoto contro il pregiudizio e la superstizione: una curiosità inesauribile.
Eccole in azione, le credenze: le troviamo in chi vede complotti ovunque o in chi compie atrocità, pensandosi nel giusto; le riconosciamo in chi cerca conforto negli extraterrestri, in medium o guru di varia origine e provenienza; le sentiamo radicate in chi crede in entità spirituali e cerca spiegazioni sovrannaturali. Perché?
Massimo Polidoro, il più celebre indagatore di misteri e smascheratore di inganni al servizio della scienza, ci conduce a esplorare uno dei bisogni più antichi dell’uomo: credere».

QUI un breve video in cui l’autore presenta il suo libro.

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Massimo Polidoro
La scienza dell’incredibile
Pagine 256 * Euro 17.00
Formato Kindle: Euro 9.99
Feltrinelli


CircoinFest

Se abitate a Roma o siete di passaggio fra il 24 giugno e il 23 luglio non perdete quanto propone il Teatro di Roma che apre l’estate negli spazi all’aperto del Teatro India e di Teatro Torlonia con l’inedito Festival dedicato al Nuovo Circo contemporaneo, CircoinFest, per la prima volta nella programmazione di un Teatro Nazionale, con un palinsesto di spettacoli in uno scambio multidisciplinare di tecniche, poetiche e pubblici.

Per un approfondimento sul rapporto fra teatro e circo, così scrivono Valentina Garavaglia e Serena Alessandro in “Circo e Teatro”: «Nel terzo millennio lo spettacolo circense è protagonista di un processo di rielaborazione e rivoluzione dei vari aspetti che lo compongono, dal punto di vista estetico, organizzativo, produttivo e ricettivo. Accanto alla conferma del suo forte potere seduttivo e di coinvolgimento ha, al contempo, mostrato una grande capacità di adattamento ai diversi pubblici e contesti: si è sviluppato in ambiti nuovi e secondo differenti declinazioni sociali che ne hanno messo in luce le potenzialità peculiari dal punto di vista dell’inclusione e della capacità di aggregazione. Alla luce di tali premesse, il circo, la sua storia e le sue declinazioni, unitamente al suo potenziale nel mercato dello show business, sono entrati a far parte delle materie affrontate nei Corsi di Studio accademici, nei progetti europei, nei corsi professionali di vario tipo».

Una proposta, quella del Teatro di Roma, che invita alla riflessione sul rapporto fra circo e teatro.
Ecco un video sulle origini del circo, video adatto alla visione sia di ragazzi sia di adulti.

Ancora una cosa di non poca importanza.
Gli spettacoli di "CircoinFest" sono rappresentazioni che avvengono senza animali così come per primi hanno proposto il famoso Cirque du soleil, il Millennium Circo e altre - non poche - Compasgnie circensi.

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Ufficio Stampa Teatro di Roma: Amelia Realino
tel. 06. 684 000 308 --- 345.4465117
e_mail: ufficiostampa@teatrodiroma.net

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QUI comunicato stampa e programma con orari spettacoli.


Quel brivido nella schiena (1)


La casa editrice il Mulino ha pubblicato un imponente saggio intitolato Quel brivido nella schiena I linguaggi della letteratura.
L’autrice è Carola Barbero.
Insegna Filosofia del linguaggio e Filosofia della letteratura all’Università di Torino.
Fra i suoi libri, usciti da Carocci, «Filosofia della letteratura» (2013) e «Significato» (con Stefano Caputo, 2018); «L’arte di nuotare. Meditazioni sul nuoto» (Il Melangolo, 2016); «La porta della fantasia» (Il Mulino, 2019).
Questo sito ha conosciuto due suoi piccoli (piccoli, solo per numero di pagine) capolavori: Addio. Piccola grammatica dei congedi amorosi, e Un burattino nella Rete. Tradurre Pinocchio in Internet.

Dalla presentazione editoriale di “Quel brivido nella schiena”.

«Che cos'è, in fondo, la letteratura? E come dobbiamo considerare il linguaggio di cui è composta? È questo l'interrogativo fondamentale da cui sono partiti i filosofi per affrontare questioni centrali quali la differenza tra il linguaggio delle opere letterarie e il linguaggio ordinario, il nesso tra verità e significato, forma e contenuto, stile e autore. Pur riconoscendo l'utilità degli strumenti d'analisi, l'autrice esorta a non dimenticare mai di leggere i testi letterari dalla prima all'ultima pagina, per provare a capire che cosa dicono, perché lo dicono e se ce ne importa ancora qualcosa. E a leggerli magari anche lasciando che la spina dorsale prenda il sopravvento. Del resto, come ricordava Nabokov nelle sue lezioni, la sede del piacere estetico è fra le scapole, e il cervello non è che il proseguimento della spina dorsale».

Seguono mie indiscrete domande sull’intimità delle pagine di Carola Barbero.


Quel brivido nella schiena (2)

A Carola Barbero (in foto) ho rivolto alcune domande.

Come nasce questo libro e con quali intenzioni?

Questo libro nasce da un conto in sospeso – che avevo con la filosofia analitica da un lato e con la letteratura dall’altro – e con un obiettivo specifico – non dimenticare con che spirito ci accostiamo alle opere letterarie quando proviamo a dismettere i panni del filosofo o quelli dello studioso, ci rilassiamo e lasciamo che la spina dorsale prenda il sopravvento. Sì, la spina dorsale, perché benché si legga con gli occhi e con la mente, la sede del piacere estetico, come ben ci insegna Vladimir Nabokov (commentando «Casa desolata» di Charles Dickens), è tra le scapole.
La filosofia analitica del linguaggio, a partire da Gottlob Frege e Bertrand Russell, ha considerato il linguaggio della letteratura come profondamente diverso da quello, cosiddetto, «serio» (i cui enunciati, dotati di valore di verità, possono portare ad un avanzamento delle nostre conoscenze). Su questa linea i filosofi si sono quindi domandati se «Sherlock Holmes abita al 221b di Baker Street» e «Sherlock Holmes è stato inventato da Conan Doyle» potessero essere considerati (in un certo senso) veri (rispettivamente dentro e fuori la finzione), e come invece si dovessero trattare enunciati quali «Sherlock Holmes è il detective più famoso del mondo» (inclusi i detective reali?), «Sherlock Holmes è più alto di Hercule Poirot», «La Londra di Holmes e quella di re Carlo III sono la stessa città». Tante sono state le considerazioni fatte al fine di risolvere problemi di logica, semantica, metafisica e ontologia.
Tuttavia, accostarsi alla letteratura facendo propri esclusivamente strumenti e obiettivi analitici di questo tipo significa chiedere davvero alle opere letterarie quello che queste possono offrire (per parafrasare un passo del «Second Common Reader» di Virginia Woolf)? Non è forse invece un modo di studiarle, quasi dissezionarle, per trovare risposte a domande centrali per la filosofia analitica e per testare la bontà di certe teorie? Forse sì. Il che non vuol dire che sia necessariamente un errore fare un uso strumentale della letteratura per chiarirsi le idee in filosofia analitica, però se pensiamo alle opere letterarie in cui ci siamo imbattuti e di cui abbiamo apprezzato lo stile, le proprietà estetiche e la struttura, sorge naturale il dubbio che così facendo corriamo il rischio di perderci qualcosa di importante riguardo alla letteratura e al tipo di esperienza che ne facciamo. Non è sufficiente analizzare le opere letterarie, occorre anche leggerle dall’alto in basso e dalla prima all’ultima pagina, provando a capire che cosa dicono, come lo dicono, perché lo dicono, se ce ne importa ancora qualcosa o se non ce ne importa più niente.

Nel comporre questo saggio qual è la cosa che hai deciso di fare assolutamente per prima e quale quella per prima assolutamente da evitare?

La prima cosa che ho deciso di fare è stato di mettere molta letteratura, sia per quanto riguarda gli esempi letterari (ce ne sono molti, da Dante a V. Woolf, da F. Maraini a R. Carver, S. Beckett e J. Joyce) sia per quanto riguarda quello che pensano gli scrittori riguardo alla loro attività. Quelli che ho cercato di evitare sono stati eccessivi tecnicismi talvolta presenti nei dibattiti e che possono essere respingenti per il lettore facendogli cogliere solo il lato complicato della questione e non quello intrigante e avvincente che invece è parimenti presente.

Un tema che non è solo giuridico, ma attraversa vari campi della società e della creazione: l’Intelligenza Artificiale. Al proposito scrivi: “Ci aiuta e ci confonde, ci isola e ci connette, ci delude e ci stupisce, registrando tutto senza capire niente”. In questo clima ‘psicotecnologico’ (copyright Dennis De Kerchove), chi è l’autore? Quale il rapporto con la sua opera?

Quella relativa al problema dell’autore quando è in questione una intelligenza artificiale è una domanda molto difficile, soprattutto quando si tratta di programmi così elaborati da produrre anche nuovi contenuti. Se le descrizioni, i toni, lo stile, i vocaboli usati, e tutto ciò è stato fatto per creare quell’opera e veicolare quei significati sono ciò che possiamo a ragione considerare come l’opera d’arte, allora «autore» sarà colui che non soltanto ha realizzato determinati atti creativi che si sono concretizzati nell’opera, ma che può anche dirsi al contempo responsabile dell’atto di creazione dall’inizio alla fine del processo. Applicando questa riflessione a opere realizzate da AI quali «Comes the Fiery Night» e «1 the Road», è possibile sostenere che D.H. Cope e R. Goodwin siano effettivamente gli autori, dal momento che hanno creato i programmi, facendo sì che funzionassero in un certo modo, in molti casi ritenendo anche di dover intervenire apportando modifiche ai contenuti generati dal software. Cope e Goodwin hanno poi lavorato affinché questi contenuti assumessero una forma particolare: stampa su carta, una raccolta, un certo formato, ecc. Infine, hanno dato un titolo alle loro opere e hanno deciso come presentarle, dove, a chi. Considerando tutti questi passaggi, sembra plausibile ritenere Cope e Goodwin, con le loro azioni creative, come i legittimi autori di quelle opere, mentre i programmi che di fatto le hanno prodotte possono essere visti come gli strumenti utilizzati nel processo di creazione.

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Carola Barbero
Quel brivido nella schiena
Pagine 280 * Euro 26.00
Il Mulino


Messaggi in bottiglia

In un’epoca come la nostra in cui le comunicazioni sono velocissime grazie a mail e WhatsApp c’è anche chi le affida a un mezzo non proprio fulmineo e neppure indirizzato a un preciso destinatario perché usa scrivere il proprio messaggio su di un cartiglio infilato in una bottiglia e affidato alle onde del mare.
Forse anche perché non teme, in quanto a velocità di recapito, di sfigurare troppo con le poste (e non solo quelle italiane) che ancora talvolta recapitano oggi lettere spedite da soldati che combattevano la Prima Guerra Mondiale.
I messaggi in bottiglia hanno ispirato pagine di letteratura, film, fumetti, brani musicali, ecco alcuni esempi.

Esiste in Italia un collezionista di messaggi in bottiglia?
Sì, abbiamo un nome maiuscolo (maiuscolo non solo in Italia) è quello di Roberto Regnoli.
È. stato medico ortopedico, primario a Termoli, in Molise.
Da anni cerca, e trova, messaggi in bottiglia.
Per entrare nel suo sito web, bussate con un CLIC!

Molte le interviste che gli hanno fatto, ne presento una fra le tante.

Parte dei messaggi raccolti sono presenti nel libro Amore dal mare di cui Regnoli è autore insieme con altri titoli.

A lui (in foto) ho rivolto alcune domande.

Con la tua larga esperienza di lettura di quei messaggi quale idea ti sei fatta di quei singolari scrittori?

Esistono diversi messaggi in bottiglia. Molti sono bambini che vogliono sapere dove è arrivato il loro messaggio. Altri sono scherzi, disegni o persone annoiate durante una lunga traversata in barca. Ma i messaggi più belli sono quelli d'amore. Chi si è innamorata di una donna (uomo ) e vuole affidare la sua gioia al mare. Oppure un amore finito e affidano il loro dolore al mare. Ci sono anche messaggi a persone morte in mare. Uno degli ultimi è un ragazzino sottoposto a "bullisno" che affida la sua disperazione alle onde del mare. Il mare è come un confidente ascolta tutti e non critica mai.

È possibile che esistano messaggi in bottiglia vecchi di secoli? Ne hai mai trovato uno?

La "moda" dei messaggi in bottiglia è antichissima. Sembra che lo studio delle correnti marine d'atlantico sia stata fatta dagli inglesi, che gettarono in acqua migliaia di bottiglie con dentro un foglio di carta per rispondere, una sterlina e un sigaro. I messaggi più vecchi che ho trovato datavano da sei mesi al massimo di un anno. Dopo la sabbia li copre.

A chi volesse scrivere un messaggio in bottiglia oggi quali consigli daresti per assicurare lunga vita a quei cartigli: bottiglia di vetro o plastica? Scrivere con quale inchiostro? Quale tappo usare?

Per scrivere un messaggio, duri nel tempo e che non venga cancellato dal sole o dall'acqua del mare, bisogna seguire determinate regole. La bottiglia deve essere di vetro e non di plastica. Il vetro non è inquinate e non degenera sotto il sole. La bottiglia deve essere chiusa con un tappo di sughero e sigillata con la cera lacca. Il messaggio deve essere scritto con la matita. La grafite è un minerale e non si cancella sotto i raggi del sole. La scrittura, possibilmente in stampatello, deve essere avvolta all'interno del messaggio.

Una domanda forse indiscreta. Hai mai lanciato un messaggio in bottiglia?

Rispondo alla tua domanda con un SI’.
Ho mandato due messaggi; uno si è perso, l'altro è stato trovato dopo Bari e mi hanno scritto. Inoltre, tutte le volte che trovo dentro una bottiglia un indirizzo, io scrivo e il più delle volte mi rispondono.

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Ancora una cosa ho da aggiungere.
Come in altri anni, anche in questo 2023 i messaggi in bottiglia saranno esposti in mostra.
A Termoli (Castello Svevo) nei giorni 11,12,13 Agosto dalle 20 alle 24.

Concludo questa nota con un invito all’ascolto di un brano in tema. i Police in Message In A Bottle.


Editoriale Scienza per l'estate


Ho appreso con molto piacere che la casa Editoriale Scienza nell'àmbito del Premio nazionale di divulgazione scientifica promosso dall’Associazione Italiana del Libro, ha ricevuto un riconoscimento speciale per essersi distinta “nell’efficacia della comunicazione scientifica rivolta a un target giovanile”.
Da anni, infatti, segnalo l’impegno di quest’Editrice sia per lo specifico obiettivo di pubblicazione che si è dato, la Scienza spiegata ai ragazzi, sia per l’originale forma grafica con la quale veicola i contenuti dei libri che edita interpretando la lettura dei più giovani in maniera interattiva.
Editoriale Scienza è una presenza culturale quanto mai necessaria specialmente in questi tempi funestati da negatori delle scienze, da no vax, da ciarlatani che osano senza vergogna discettare di terra piatta, Disegno Intelligente (sic!), e altre amenità propalando fake news che avvelenano società e politica.
Nel gruppo che a Editoriale Scienza lavora c’è non soltanto moderna competenza ma pure amore per ciò che là si produce.
La casa, fondata da Helene Stravo, oggi è condotta da sua sorella Sabina
In redazione Federica Friedrich, Giacomo Spallacci, Micol Doria; l’ufficio stampa è affidato a Marilisa Cons e Anna Girardi.

Alla vigilia delle vacanze estive spesso ci s’interroga su quali libri regalare ai ragazzi.
Fra le proposte di Editoriale Scienza segnalo due titoli per due differenti fasce di età
Dagli 11 anni in su: Ragazze in capo al mondo di Laura Ogna con illustrazioni di Giulia Sagramola.

Dalla presentazione editoriale

«È un volume pieno di coraggio e audacia questo che racconta la vita di dieci donne che, tra XIX e XX secolo, si sono ribellate alle consuetudini, hanno rotto schemi consolidati, mettendo spesso a repentaglio la loro incolumità per raggiungere angoli di mondo ignoti.
Le viaggiatrici ed esploratrici narrate nel libro sono: Gertrude Bell, Ida Pfeiffer, Nellie Bly, Carla Serena, Alexandra David-Néel, Monica Kristensen, Vivienne de Watteville, Annie Smith Peck, Freya Stark, Isabella Bird».

Aggiungo io: dieci storie, dieci vite, dieci esempi di donne coraggiose che rivelano quanto torto abbia un Dottore della Chiesa, qual è San Tommaso d’Aquino, che così scrive “La donna è fisicamente e spiritualmente inferiore (…) Essa è addirittura un errore di natura, una sorta di maschio mutilato, sbagliato, mal riuscito”.
Ovviamente, ben diversamente la pensa Rita Levi Montalcini: "Geneticamente uomo e donna sono identici. Non lo sono dal punto di vista epigenetico, di formazione cioè, perché lo sviluppo della donna è stato volontariamente bloccato".
Ha scritto Norberto Bobbio “Sono convinto da tempo che l’unica rivoluzione che potrà cambiare il mondo è quella femminile”.
Quelle dieci donne ne sono un’eloquente testimonianza.

Altra proposta per un’età sui 7 anni: Enigmistica per cervelli curiosi.
Testi di Giulia Tedesco illustrazioni di Nina Cuneo.

Dalla presentazione editoriale.

«Schemi logici, cruciverba illustrati, sudoku, codici da decifrare, labirinti, disegni da completare e colorare, differenze da trovare, operazioni da calcolare…
Tante pagine illustrate ricche di giochi e attività su matematica, geometria e logica, per trascorrere ore di divertimento assicurato.
Vere e proprie sfide per mettere in moto il cervello».

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Laura Ogna
Ragazze in capo al mondo
illl. di Giulia Sagramola
Pagine 142 * Euro 18.90

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Giulia Tedesco
Enigmistica
Pagine 44 * Euro 7.90

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Editoriale Scienza


Un uomo di poche parole


Nella vita di personaggi assai noti esistono persone che hanno avuto un ruolo determinante in quell’esistenze ma di loro, spesso, si sa poco o addirittura sono sconosciute.
È il caso di Lorenzo Perrone al quale Primo Levi gli deve molto e, come lo stesso scrittore dice, forse anche la vita.
Lo conobbe nel famigerato lager di Auschwitz e fu la sola luce in quel luogo di tenebre.
A Perrone, noto a pochi, ha dedicato un’ampia documentata biografia il giovane già autorevole storico: Carlo Greppi.
Libro partecipato dall’autore, appassionante per il lettore.
Il volume pubblicato dalla casa editrice Laterza ha per titolo: Un uomo di poche parole storia di Lorenzo, che salvò Primo.

Greppi ha pubblicato numerosi saggi sulla storia del Novecento.
Per Laterza cura la serie Fact Checking inaugurata dal suo “L’antifascismo non serve più a niente” (2020), titolo che riprende una delle frasi più usate dai qualunquisti e perfino da altri politicamente ipovedenti.
Altri suoi titoli: “25 aprile 1945” (2018); “Il buon Tedesco” (2021, Premio FiuggiStoria 2021 e Premio Giacomo Matteotti 2022).
Su questo sito c’è una conversaziione che ebbi con lui: QUI.

Ecco parole di Primo Levi e di Carlo Greppi su Lorenzo Perrone in questo video.

Greppi qui impegnato in una presentazione pubblica del libro in quest'altro video.

“Un uomo di poche parole” ha fatto dire a Ian Thomson: “Questo libro è splendido: una ricerca storica scrupolosa, scritta magnificamente”.

Dalla presentazione editoriale.

«In “Se questo è un uomo” Primo Levi ha scritto: «credo che proprio a Lorenzo debbo di essere vivo oggi». Ma chi era Lorenzo? Lorenzo Perrone, questo il suo nome, era un muratore piemontese che viveva fuori dal reticolato di Auschwitz III-Monowitz. Un uomo povero, burrascoso e quasi analfabeta che tutti i giorni, per sei mesi, portò a Levi una gavetta di zuppa che lo aiutò a compensare la malnutrizione del Lager. E non si limitò ad assisterlo nei suoi bisogni più concreti: andò ben oltre, rischiando la vita anche per permettergli di comunicare con la famiglia. Si occupò del suo giovane amico come solo un padre avrebbe potuto fare. La loro fu un’amicizia straordinaria che, nata all’inferno, sopravvisse alla guerra e proseguì in Italia fino alla morte struggente di Lorenzo nel 1952, piegato dall’alcol e dalla tubercolosi. Primo non lo dimenticò mai: parlò spesso di lui e chiamò i suoi figli Lisa Lorenza e Renzo, in onore del suo amico. Questo libro è la biografia di una ‘pietra di scarto’ della storia, di una di quelle persone che vivono senza lasciare, apparentemente, traccia e ricordo di sé. Ma che, a ben guardare, sono la vera ‘testata d’angolo’ dell’umanità».

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Carlo Greppi
Un uomo di poche parole
Pagine 320, Euro 19.00
Laterza


La natura delle cose


A Città Sant'Angelo nel MuseoLaboratorio – ex Manifattura Tabacchi si apre una mostra a cura di Enzo De Leonibus intitolata La natura delle cose. Protagonista dell’esposizione è Giuseppe Stampone per notizie biografiche: CLIC.
Sito personale in Rete QUI.

Il titolo della mostra fa riferimento al poema filosofico De rerum Natura di Lucrezio, scrittore latino nato nel 96 o 94 a. C. e morto suicida a 44 anni in una data incerta fra il 53 e il 51 a. C.
In questo video Daniele Coluzzi ci guida nell’esplorazione di questa grande figura letteraria avvolta nel mistero
Stampone è partito da quest’opera per realizzare il progetto La natura delle cose: una sessantina di opere – tra fotografie, disegni e una installazione video – pensate per stimolare una riflessione sul paesaggio e sul “posto” che l’uomo occupa rispetto al pianeta in cui vive.

Estratto dal comunicato stampa.

«Giuseppe Stampone è tornato a frequentare due luoghi a lui molto cari, il Gran Sasso e la Maiella, in Abruzzo. Durante lunghe passeggiate, ha scattato una serie di fotografie delle montagne per poi realizzarne dei disegni a grafite. L’intento del processo è stato quello di creare un archivio di immagini per le future generazioni, che a causa della scarsa attenzione dell’uomo nei confronti del pianeta, rischiano di vedere modificato per sempre l’habitat in cui vivono. È oramai scientificamente provato che il consumo di suolo, l’inquinamento e lo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali stanno producendo effetti tragici e quasi irreversibili sui fragilissimi ecosistemi.
Discostandosi dalle principali modalità operative dei lavori degli ultimi anni (l’artista ha spesso prelevato immagini da Internet per realizzare le sue opere), in questo nuovo progetto Stampone ha scelto usare personalmente la macchina fotografica con l’intento di riscoprire il valore affettivo dei soggetti ritratti, la sua identità e le sue origini. Dopo avere disegnato le montagne riprodotte in foto, l’artista ha inserito le immagini originali in Photoshop per ottenere i riferimenti numerici dei colori Pantone delle istantanee, mettendo così a confronto la grafite dei disegni (il naturale) con i colori chimici usati per realizzare le stampe; in quanto colori industriali, creati per imitare la natura, le tonalità sono poi state accostate alle immagini della natura per confondere i confini tra elementi naturali e artificiali.
L’intero processo è stato documentato nel video esposto in mostra che racconta il progetto fase per fase: dalle escursioni in alta quota dell’artista, alla realizzazione degli scatti fotografici, alla produzione dei disegni fino alla scelta dei Pantoni. Il video, intitolato Gran Sassa, è stato realizzato in collaborazione con l’artista Maria Crispal, compagna di vita e di lavoro dell’artista.
Questo interesse per i processi industriali si può leggere come un desiderio dell’uomo/artista di imitare la natura, ma anche come un tentativo di padroneggiarla che annulla il nostro senso di precarietà e di limite. La grafite è invece un materiale che implica un rapporto preciso – non ingannevole – con il tempo, e una scelta dell’autore; disegnare è un processo che alimenta la riflessione e aiuta a riformulare il nostro rapporto con il tempo; lavorare con la matita non permette di accelerare il processo di realizzazione di un disegno; usare la grafite è quindi il modo in cui Stampone ha scelto per opporsi ai ritmi accelerati della vita di oggi».

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Ufficio stampa: Sara Zolla
346 8457982 – press@sarazolla.com

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Giuseppe Stampone
La natura delle cose
a cura di
Enzo De Leonibus
Museolaboratorio
Ex manifattura Tabacchi
Vico Lupinato 1
Città Sant’Angelo (Pe)
Dal 17 giugno al 6 agosto 2023


L'ebraismo vien mangiando (1)


La casa editrice Giuntina ha pubblicato un libro che è ricco d’informazioni e, al tempo stesso, divertente: L’ebraismo vien mangiando
L’autrice è Sandra Di Segni,
Romana da almeno sette generazioni, laureata in Filosofia e con un Master in Estetica, lavora da tredici anni in un‘azienda informatica. Nel tempo libero scrive racconti, favole e testi teatrali per bambini. Nel 1998 ha vinto il "Premio Internazionale di Poesia e Letteratura", indetto dall'Istituto Italiano di Cultura di Napoli, con la raccolta di racconti brevi In cammino (in corso una nuova edizione).
“L’ebraismo vien mangiando” si avvale delle illustrazioni di Monica Incisa.

Con un CLIC è possibile vedere un semplice e breve video che illustra le principali informazioni riguardanti il cibo in relazione alle tre principali religioni monoteiste.

“L’ebraismo vien mangiando” nella presentazione editoriale.

«L'ebraismo è una cosa che si mangia? Sembrerebbe di sì, a giudicare da queste esilaranti storielle di cucina e tradizioni giudaico-romanesche. Dai carciofi alla giudìa alle pizzarelle col miele, emerge una serie di divertenti quanto credibili bozzetti di riunioni familiari che ruotano attorno alla tavola, di tradizioni che si trasmettono (o si perdono) in cucina di madre in figlia, culminando in un "Glossario" che si candida a diventare un sarcastico Tommaseo della riunione di famiglia. Questo libro ci offre la risposta made in Italy al mito della Yiddishe Mame, completato dalle illustrazioni di Monica Incisa che interpretano egregiamente lo spirito pungente del testo».

Segue ora un incontro con Sandra Di Segni.


L'ebraismo vien mangiando (2)

A Sandra Di Segni (in foto) ho rivolto alcune domande.

Da quali esigenze nasce questo libro? Quale la sua finalità?

Più che di finalità del libro, parlerei di una mia esigenza di esprimere qualcosa di molto personale: il mio rapporto con le tradizioni ebraiche, la cui trasmissione tra le generazioni passa spesso attraverso il cibo.

C’è un pubblico al quale vuoi particolarmente rivolgerti?

Assolutamente no! Mi piacerebbe che il libro uscisse dalla cerchia delle comunità ebraiche, perché sono convinta che il cibo è centrale per tutte le comunità, siano esse legate ad un luogo o ad una cultura, soprattutto quando siano rimaste isolate a lungo.

Quando ti sei accinta a scrivere questo libro quale cosa hai deciso di fare assolutamente per prima e quale per prima assolutamente da evitare?

Ho voluto far capire che il cibo è un potente mezzo di trasmissione e coesione culturale. Volevo evitare che fosse recepito come un libro di ricette (che in effetti sono solo accennate). Sono passati circa 20 anni dalla prima uscita del libro e il rapporto con il cibo è molto cambiato nel frattempo: oggi c’è molta più consapevolezza verso ciò che si mangia, ma a me interessava molto ciò che il cibo rappresenta dal punto di vista culturale e sociale. Non per nulla sono tornata sull’argomento con un altro libro (“E’ tutto un fritto misto” , Bonanno ed. 2019), nel quale affronto il tema di come anche l’incontro di culture diverse passi attraverso una commistione delle varie tradizioni culinarie.

Qual è la caratteristica che più distingue la cucina ebraica nello scenario della gastronomia internazionale?

Quella a cui io mi riferisco è la cucina ebraica romana. In Italia ovunque fosse presente una comunità ebraica si è sviluppata una cucina tipica, in parte legata alle tradizioni culinarie locali, in parte rivista e corretta: nei ghetti spesso la popolazione era povera e di conseguenza ci si ingegnava a rendere buono quel poco che era disponibile, anche quando si trattava di scarti delle cucine più ricche. Ad esempio, a Roma un editto papale proibiva il consumo di pesce pregiato, lasciando disponibili solo le alici: così è nato il prelibato tortino di acciughe e indivia!

Leggo che esiste una profonda differenza fra la cucina ebraica e quella israeliana? In che cosa consiste?

La cucina israeliana risente principalmente della tradizione medio-orientale. Inoltre, Israele è una società multietnica in cui la popolazione ebraica proviene da diverse culture: la Yiiddish di provenienza dell’Europa orientale e oggi americana, la Sefardita proveniente dai paesi del Magreb (e più anticamente dalla Spagna). La cucina ebraica non è unica, ma è fortemente legata al territorio della comunità in cui si è sviluppata. Tutte queste componenti sono oggi presenti in Israele.

Perché i forni e gli elettrodomestici nella cucina Kosher devono essere due?

Una delle prescrizioni della Kasherut richiede di non mischiare la carne con il latte. Per questo chi è molto ortodosso tiene separati il latte e i derivati da tutti i tipi di carne. Ma le vie della Kasherut sono infinite: io personalmente non conosco nessuno che abbia due forni separati!

L’alcol per accompagnare i cibi ebraici a quale obbligo deve rispondere?

In generale per essere consumato da ebrei ortodossi dovrebbero essere Kasher, ossia accompagnati lungo tutto il processo di produzione da rigidi controlli rabbinici che il vino non venga a contatto con sostanze non ammesse. Va però notato che non tutti gli ebrei sono rigidamente osservanti della kasheruth. Però il vino è sicuramente un ingrediente importante dei pasti ebraici e ha un suo ruolo particolare nel pasto dello Shabbat.

In Israele si produce anche vino non Kosher?

Non sono una grande esperta di vita Israeliana, però vorrei far notare che Israele è anche considerata Terra Santa dai Cristiani, che hanno qui i loro luoghi più sacri, non ultima la Chiesa del santo Sepolcro, dove dubito sinceramente che venga celebrata la messa con vino Kasher!
Inoltre, molta popolazione israeliana non è osservante, ma molto laica e il vino Kasher necessariamente ha un costo molto più elevato di quello non kasher. Un motivo in più per acquistare del vino “normale”…

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Sandra Di Segni
L’ebraismo vien mangiando
Ill. di Monica Incisa
Pagine 77, Euro 10.00
Giuntina


Ancora spero

La casa editrice Marsilio ha pubblicato un’autobiografia che si legge con interesse e piacere.
Titolo: Ancora spero Una storia di vita e di cinema.
L’autrice è Marina Cicogna.
Fotografa, sceneggiatrice, ma soprattutto produttrice italiana di grande successo.
Nata a Roma, a Palazzo Volpi, sua madre era figlia di Giuseppe Volpi di Misurata, creatore, a Venezia, di Porto Marghera e del primo Festival del Cinema al mondo. Il padre, Cesare Cicogna, era un aristocratico milanese.
Laureata in Arti al Sarah Lawrence College di New York, dopo la maturità classica, ha sempre avuto una grande passione per il cinema.
La Euro International Films, acquistata dalla famiglia, le aveva affidato il compito di scegliere i film da distribuire in Italia. Dopo i grandi successi di L’uomo del banco dei pegni e Belle de Jour e altri, decise di produrre il suo primo film “Metti, una sera a cena”.
La lista dei grandi film prodotti è lunga, da Teorema a Medea di Pasolini, a Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e La classe operaia va in paradiso di Elio Petri a Uomini contro di Rosi a Mimì metallurgico ferito nell’onore e Film d’amore e d’anarchia di Lina Wertmuller a Fratello sole, sorella luna di Zeffirelli a C’era una volta il West di Sergio Leone a molti altri…
Vinse un Oscar per “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” e più tardi l’onorificenza di Grand’Ufficiale al merito della Repubblica italiana, poi, la morte del fratello Bino e il ritiro dalla Euro.
Progettò “Ultimo tango a Parigi” e “Il portiere di notte” per la Paramount, che non vollero produrli, e riuscì a fare Anonimo veneziano. Dopodiché andò a vivere per qualche anno tra Los Angeles e New York.
Di ritorno in Italia le fu offerta la Presidenza di Italia Cinema e ora sceglie con altri due esperti i film cui dare i finanziamenti del Mibac.

QUI intervistata da Mara Venier.

Marina Cicogna con la sua opera smentisce un Dottore della Chiesa qual è San Tommaso d’Aquino che così scrive “La donna è fisicamente e spiritualmente inferiore (…) Essa è addirittura un errore di natura, una sorta di maschio mutilato, sbagliato, mal riuscito”.
Ovviamente, ben diversamente la pensa Rita Levi Montalcini: "Geneticamente uomo e donna sono identici. Non lo sono dal punto di vista epigenetico, di formazione cioè, perché lo sviluppo della donna è stato volontariamente bloccato".
Ha scritto Norberto Bobbio “Sono convinto da tempo che l’unica rivoluzione che potrà cambiare il mondo è quella femminile”.
Marina Cicogna ne è una testimone protagonista.

Dalla presentazione editoriale

«Una serie di capolavori fa di Marina Cicogna un personaggio unico. Ma che cosa vuol dire essere Marina? Come si raggiunge il successo lavorando con artisti del calibro di Pasolini e Buñuel? Come si attraversano dolori indicibili e decenni vissuti da donna libera e anticonformista?
Oggi, lontana dalla sfavillante mondanità del passato e di fronte all’esperienza della malattia, sente il bisogno di raccontarsi, di accedere a quei ricordi più profondi che si evocano come scene di un film, si descrivono per immagini e, messi in sequenza, restituiscono il senso di una vita. Inizia così un viaggio nel tempo che dall’infanzia dorata al Lido di Venezia approda alle fredde stanze di un collegio svizzero, dall’America degli anni ottanta alle atmosfere del Brasile, dalla New York degli esordi agli eccessi delle notti a Los Angeles, dalle spiagge di Miami al ritorno nella sua amata Roma. Tra mondi in dissoluzione e altri in trasformazione, set turbolenti e dimore paradisiache, leggende e aneddoti si intrecciano a verità e tragedie, nel racconto incalzante di oltre ottant’anni di amicizie indissolubili – da Valentino a Jeanne Moreau, da Franco Zeffirelli a Ljuba Rizzoli –, sodalizi professionali che hanno lasciato il segno – da Giuseppe Patroni Griffi a Gian Maria Volonté, da Ennio Morricone a Elio Petri –, i flirt – da Farley Granger ad Alain Delon e Warren Beatty –, e i legami più duraturi, con Florinda Bolkan e con l’attuale compagna, Benedetta.
Nell’autobiografia di una grande ambasciatrice della cultura italiana, l’intensità di un’esistenza trascorsa non a inseguire, ma a creare sogni, senza mai scendere a compromessi».

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Marina Cicogna
Ancora spero
Pagine 272, Euro 19.00
Marsilio


Conan Doyle e Mark Twain

No, mai s’incontrarono, mai bevvero un bicchiere insieme, ma il destino (che non sempre è cinico e baro) ha voluto che stessero fianco a fianco in un attraversamento del Mar d’Inchiostro per approdare in una lussureggiante isola di cellulosa: la casa editrice Lorenzo de' Medici Press.
"Questa casa agisce da pochi anni, ma vanta già un catalogo appetitoso con una maiuscola articolazione anche in e-book.
La LdM è stata fondata ed è guidata da Fabrizio Guarducci docente di Comunicazione presso il Dipartimento di Antropologia Culturale dell’Istituto Internazionale Lorenzo de’ Medici e autore di un'inchiesta storica su Masaccio
Per i redattori della carta stampata, radio-tv, web, l’Ufficio Stampa è affidato all'Agenzia 1A Comunicazione.

Torniamo, con l’obiettivo montato su di un drone, su quell’isola tipografica che c’è.
Inquadriamo Mark Twain e Conan Doyle uniti solo dalla comune passione per la pipa.

Arthur Conan Doyle (1859-1930) è stato uno dei più popolari e apprezzati scrittori di lingua inglese in tutto il periodo tra Ottocento e Novecento. La sua fama esplose con la creazione letteraria del celeberrimo investigatore Sherlock Holmes, ma Conan Doyle fu anche prolificissimo autore di romanzi storici, racconti di avventura, narrativa di fantascienza, saggi storici e testi per il teatro. Tra i suoi maggiori successi vanno ricordati – oltre ai romanzi di Sherlock Holmes come Uno studio in rosso (1887), Il segno dei quattro (1890) e La valle della paura (1915) – i romanzi Il mondo perduto (1912), La mummia (1892) e La terra della nebbia (1926). Dalle sue opere sono stati tratti anche molti film di grande successo.

Dalla presentazione editoriale.
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«Tradotte per la prima volta in Italia le migliori interviste che, nel corso degli anni, Arthur Conan Doyle rilasciò per giornali e riviste; tra gli intervistatori anche scrittori del calibro di Bram Stoker e P.G. Wodehouse. Il creatore di Sherlock Holmes racconta le tappe della propria vita e ripercorre, con ricchezza di dettagli, tutte le proprie creazioni letterarie. Come è nato Sherlock Holmes? Come e perché muore? Che cosa conta nella letteratura e che cosa c’è dopo la morte? Il volume contiene anche gli inediti Il caso di Oscar Slater, in cui Conan Doyle ricostruisce un celebre omicidio nell’Inghilterra di primi Novecento, e alcuni interventi in cui parla di religione, dell’anima e dello spiritismo a cui credeva fermamente.

Con un QR-code che permette di vedere e ascoltare il video della rarissima intervista filmata a Conan Doyle nel 1928».

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Samuel Langhorne Clemens, meglio noto con lo pseudonimo letterario di Mark Twain (1876-1884), è da tutti conosciuto e amato soprattutto per Le avventure di Tom Sawyer (1876) e Le avventure di Huckleberry Finn (1884), due classici ormai entrati a far parte dell’immaginario collettivo. Ma Twain fu anche autore di fenomenali racconti umoristici e satirici, saggista, educatore e spietato critico della società statunitense dell’epoca. Secondo William Faulkner, Twain fu “il primo autentico scrittore americano”.


Dalla presentazione editoriale.

«Per la prima volta tradotte in Italia le affascinanti interviste che Mark Twain rilasciò durante gli ultimi quindici anni di vita. Dialoghi fondamentali che documentano soprattutto l’atteggiamento dell’autore verso i due volumi che da quasi un secolo e mezzo hanno dilettato, più di ogni altro, generazioni di ragazzi e di ragazzi diventati adulti: Le avventure di Tom Sawyer e Le avventure di Huckleberry Finn. Questi documenti, dal tono e ironico o volutamente iperbolico, sono preziosi per mettere in luce la personalità dell’autore. In gran parte riportano risposte a domande che gli vennero poste, ma di frequente le parole che l’intervistatore attribuisce a Mark Twain sono inserite nel contesto della descrizione della cornice in cui si colloca l’incontro tra i due e presentano un inestimabile spaccato dell’epoca in cui vissero e agirono tanto l’autore quanto i suoi lettori. Fra le tredici interviste spicca quella che vede Twain dialogare con Rudyard Kipling in un confronto tra giganti della letteratura che è anche un gustoso racconto di avventura».
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Arthur Conan Doyle
Parola mia
Traduzione di Fabrizio Bagatti
con 20 foto originali b/n
160 pagine * Euro 14.00
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Mark Twain
Parla Mark Twain
Introduzione, traduzione e cura di Aldo Setaioli
Con 20 fotografie originali b/n
112 pagine * 14.00 Euro
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Entrambi editi da Lorenzo de’ Medici Press



Impressioni in via Durandi

Chi è Claudio Cravero? E perché parlano così bene di lui?
Per una prima conoscenza CLIC!
Questo sito lo ha ospitato tempo fa nella sezione Nadir dove troverete immagini bellissime (non sono il solo a dirlo). Date un'occhiata qui e mi darete ragione anche voi.

In questi giorni espone a Torino in una mostra intitolata Impressioni.
Per sapere di che cosa si tratta, ci soccorre un comunicato stampa.

«Cosa significa fare memoria attraverso le Impressioni?
L’Impressione come impronta lasciata da un’opera d’arte, orma sulla sabbia, come incide nella nostra memoria? Che ruolo ha l’arte nella relazione tra impressione e memoria?
Questo è il proposito di un’esposizione open air in Via Durandi, che nasce da un incontro avvenuto negli ultimi vent’anni tra alcuni artisti contemporanei che operano nelle arti visive con varie tecniche e su diversificate tematiche, sia sul territorio nazionale sia internazionale».

Via Durandi (in foto), in una versione street art, si trova nel quartiere torinese San Donato.

Con lui espongono propri lavori: Sarah Bowyer - Anne Cécile Breuer – Andrea Chidichimo – Federica De Leonardo – Fannidada – Marco Lampis – Masoudeh Miri – Emanuele Pensavalle – Federica Peyrolo – Elena Radovix – Mery Rig.

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Impressioni
Area pedonale
Via Jacopo Durandi 13 - Torino
Dal 15 giugno al 28 luglio 2023


Ipnosi e cervello sociale (1)

La casa editrice Mimesis ha pubblicato un poderoso saggio intitolato Ipnosi e cervello sociale Neuroscienze e filosofia politica.
L’autore è Franco Fabbro.
È nato a Pozzuolo del Friuli nel 1956. Ha compiuto studi universitari di filosofia, teologia e medicina. Si è laureato in medicina (1982) e specializzato in neurologia (1986).
È stato professore ordinario di Fisiologia umana e di Neuropsichiatria infantile. Attualmente è professore ordinario di Psicologia clinica all’Università degli Studi di Udine. Dal 2013 è Affiliate Professor presso il Laboratorio di Robotica Percettiva della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Autore di numerosi lavori scientifici e di molti libri, tra cui: The Neurolinguistics of Bilingualism (1999), Neuropsicologia dell’esperienza religiosa (2010), Le neuroscienze: dalla fisiologia alla clinica (2016), Identità culturale e violenza (2018), Che cos’è la psiche (2021).
Per entrare nel suo sito web: CLIC.

Nella Prefazione scrive Alessandro Zennaro: Il titolo lascerebbe intendere che il volume tratti del fenomeno dell’ipnosi. È così ma non solo. Il libro abbraccia infatti una dimensione ben più estesa, sebbene in forma introduttiva ma mai banalizzante, della natura umana: la sua natura sociale. Da questa premessa epistemica discende una concezione della coscienza, degli stati non ordinari della stessa, dell’ipnosi e del possibile utilizzo dei meccanismi mentali per finalità politiche, persuasive e finanche autoritarie () Il volume che avete tra le mani è un volume ridotto nelle dimensioni ma non nei contenuti che, sebbene descritti in forma semplice e divulgativa, lasciano intendere la competenza che li sorregge. Una competenza unica poiché derivante dalla unicità dell’Autore nel saper spaziare nei diversi campi della filosofia, della fisiologia, delle neuroscienze e della psicologia clinica. Non conosco nessun altro così interdisciplinare e il volume trasuda questa ampiezza di vedute e di conoscenze.

Dalla presentazione editoriale.

«L’ipnosi è un fenomeno noto alla comunità medica e psicologica da oltre duecento anni, eppure la sua natura rimane sfuggente. Significative domande su tale esperienza non hanno ancora ricevuto risposte soddisfacenti. Che cos’è l’ipnosi? Come mai una buona parte degli esseri umani ne è suscettibile? Quali sono i principali processi psicologici coinvolti? Franco Fabbro prova a rispondere a questi interrogativi affrontando alcuni grandi temi collegati al fenomeno ipnotico, come la natura eminentemente sociale del cervello degli ominidi, le caratteristiche cognitive degli esseri umani e l’organizzazione degli stati dinamici interni al cervello. Sulla scia degli studi svolti da Gustave Le Bon e successivamente da Sigmund Freud e Georges Bataille, Fabbro indaga l’ipnosi e i fenomeni di trance a essa associati secondo una prospettiva neuroscientifica in grado di indicare risvolti pratici importanti per i contesti sociali e politici. La delega delle decisioni, l’adesione incondizionata all’autorità e la riduzione del pensiero critico sono effetti tipici della condizione di trance ipnotica e possono avere implicazioni negative per la società. Un simile atteggiamento di cessione delle responsabilità si è dato durante il fascismo e il nazismo, quando la propaganda e la gestione dell’opinione pubblica sono state sfruttate per indurre una condizione di ipnosi collettiva delle masse. Che fare per riuscire a resistere alle influenze sociali e politiche indesiderate? Restare vigili, coltivare il pensiero critico e cercare di migliorare se stessi attraverso percorsi di consapevolezza».

Segue un incontro con Franco Fabbro.


Ipnosi e cervello sociale (2)

A Franco Fabbro (in foto) ho rivolto alcune domande.

A quale quesito (o a quali quesiti) intende rispondere il suo libro?

Nel libro, ad un primo livello cerco di inquadrare l’ipnosi all’interno dei differenti stati di coscienza (trance, estasi, meditazione, canto glossolalico, eccitazione sessuale, ecc.), indicando che si tratta di fenomeno eminentemente sociale; mentre l’ipnosi a due, come accade nella terapia medica o psicologica, è una eccezione. Ad un secondo livello ho cercato di analizzare l’uso dei fenomeni ipnotici in diversi contesti sociali, in particolare nell’ambito della pubblicità, della propaganda e della politica.

Pensiero critico. Un’espressione che ricorre nelle sue pagine. In cosa consiste ?

Il pensiero è una attività dialogica e riflessiva interiore. Il termine “pensiero critico” si riferisce ad un’attività mentale che non dà nulla per scontato. Non accetta acriticamente credenze, preconcetti, notizie, slogan, ‘esperti’, ecc. senza valutare l’attendibilità di quanto proposto (con riflessioni, analisi, studi). Si tratta di una attività mentale onerosa sviluppata dalle componenti che si sono evolute più recentemente nel cervello umano (lobo prefrontale) e che in certe condizioni, come la trance e l’ipnosi, sono disattivate.

Due domande in una.
Che cosa accade al soggetto sotto ipnosi? Esistono persone alle quali è impossibile praticare l’ipnosi
?

L’ipnosi è uno stato di coscienza particolare in cui una o più menti si sincronizzano con la mente di un soggetto che assume le funzioni di guida, che suggerisce, protegge, ordina, ecc. I livelli più profondi di ipnosi sono simili alle esperienze di trance nelle quali si perde il senso del tempo, del sé e anche il ricordo di quanto accaduto. Si tratta di esperienze che possono capitare, in circostanze differenti, a qualsiasi persona. Si pensi ad esempio alle esperienze di guida in uno stato semi-onirico, durante le quali perdiamo il ricordo di intere tratte del percorso. Quindi l’esperienza della trance ipnotica è un’esperienza molto diffusa e generale. Invece, le esperienze di ipnosi classica (in ambito medico e psicologico) sono più rare, in questi casi alcune persone (meno del 20% della popolazione) sono in grado di resistere alla procedura ipnotica.

In che cosa s’invera l’elemento ipnotico nel fascismo e nel nazismo? O comunque negli stati totalitari?

I regimi totalitari presentano alcune caratteristiche comuni, si basano: 1) sulla paura (generata dalla repressione, dal controllo e dalla delazione); 2) sulla persecuzione degli oppositori (chi pensa in maniera divergente e con la propria testa). Tali oppositori sono accusati di essere i responsabili di tutti i mali della collettività; 3) sulla presenza di rituali più o meno teatrali; 4) sull’idea di un leader salvifico (Mussolini, Hitler, Stalin). La maggior parte di queste caratteristiche sono implicate nei processi di ipnosi collettiva. In particolare, nei campi di sterminio dei nazisti sono stati messi a punto dei meccanismi per indurre degli stati di trance collettiva, (basati sulla disattivazione delle funzioni del lobo frontale), che permettevano a pochi aguzzini di controllare e annientare migliaia di prigionieri.

Che cosa rappresenta il consumismo nello scenario del totalitarismo globalizzato?

Il consumismo è una forma subdola di totalitarismo. Esso si basa sulla generazione di paura (ansia di non farcela, sulla paura di catastrofi, guerre, apocalissi, paura della morte), sul dolore generato dalla carenza di relazioni sociali significative (solitudine), sull’invidia (desiderio di avere degli oggetti e nel contempo di privare gli altri degli stessi oggetti). Utilizza diverse forme di pubblicità e propaganda (in particolare che non ci sono altre alternative di vita). Nelle società consumiste gli individui in uno stato di trance robotizzata non pensano più, ma comprano e consumano in maniera automatizzata.

Che cosa lei legge nella rivoluzione digitale? Quali “effetti psicologici e politici” – com’è scritto in un paragrafo del suo libro – possono produrre su noi umani?

Nel Novecento, la prima e la seconda guerra mondiale hanno sollevato il problema dei risvolti negativi della tecnologia (collegati alle due guerre di natura industriale e alla possibilità di un olocausto nucleare globale). Anche la rivoluzione digitale presenta sicuramente dei lati oscuri. Essa è già usata e verrà utilizzata ancora di più per controllare le persone, in particolare i dissidenti. In un futuro orami prossimo questo controllo potrà superare anche la barriera della nostra interiorità. Con macchine particolari sarà possibile ‘leggere’ le nostre intenzioni e i nostri pensieri. Un secondo aspetto potenzialmente pericoloso riguarda la tendenza degli umani ad imitare le macchine. Se gli umani imiteranno sempre di più l’intelligenza artificiale, essi diventeranno sempre più disumani. La fine dell’umanità sarà allora rappresentata da un mondo popolato da miliardi di zombi.

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Franco Fabbro
Ipnosi e cervello sociale
Prefazione di Alessandro Zennaro
Pagine 236, Euro 20
Ebook – Epub Euro 13.99
Mimesis


L'Architettura ritrovata

Il mese scorso ci ha lasciato il grande Paolo Portoghesi
Cosmotaxi lo ricorda con parole a lui dedicate anni fa dall’architetto Guglielmo Bilancioni, Billi, per gli amici (in foto).
Ricordo con grande piacere una conversazione con lui, tempo fa, ambientata nella taverna dell’astronave Enterprise.
Qui presento solo un esratto dal brano d’apertura di uno scritto luminoso che sarebbe restrittivo definire articolo perché si tratta di un minisaggio che interpreta i valori scientifici, estetici, umani di Portoghesi. Sta in una pubblicazione edita la prima volta da Gangemi intitolata L'Architettura ritrovata.
L’intera versione del pezzo è stata ripresa in “Spirito fantastico e Architettura moderna”, Edizioni Pendragon, 2000.

Ecco qui di seguito.
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Lo slancio vitale di Paolo Portoghesi Karisma charme e karma
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It takes a tough man to make a tender architect
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Toute pensée émet un coup de dès
(Stephane Mallarmé)
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«Tratto centrale, e iniziale, delle opere di Paolo Portoghesi è la gentilezza.
Una delicata, ma molto riconoscibile, volontà segna e decora le sue figure, edifici, oggetti, o parti di città.
Il gettare-avanti, che è del problema e del progetto, si accompagna sempre, in Portoghesi, ad un gesto lieve, che traccia come gioco mobile le configurazioni dei possibili.
L’elastica cura delle possibilità gli deriva certo dalla visione esercitata al variare degli eventi estetici — alla molteplicità, alla mescolanza — e dal desiderio di ricostituire, con erudita tensione, il rutilare delle percezioni.
Quello slancio si origina da un irriducibile vitalismo, perennemente insoddisfatto della forma ferma, di vacuità programmatiche il cui unico esito è l’interdetto, e della fredda rigidità, che vorrebbe ridurre a nulla la libertà del pensiero.
Imitatio, Mimesis, Witz, Alea, Charme, Coup de Fouet e Flashdance, meraviglia gioiosa ed egemonia della vita: sono le forme di questa libertà, flessa e mossa secondo linee antiche, estratta dalla variegata mobilità dell’accadere, agitata e mai compiutamente esprimibile; e pure la si può disporre, e costringerla ad apparire, offrendosi ad un “labeur secret” che osi trasformare il molteplice in uno, e consegni l’uno dell’idea al Multiversum della possibilità.
Qui è uno degli insegnamenti di Portoghesi: la libertà è un servizio. I fondamenti immaginali del suo operare vanno rinvenuti in un ammonite, nelle spirulirostre e nelle antere, in foglie e frutta, e nello spirito di Pan; poiché si assiste ad uno scambio triangolare fra cultura, natura e architettura, dove la cultura trattiene e distilla lo scontro-coincidenza fra l’essere del mondo e il costruire che dovrebbe trasformarlo».


Il malinteso della bellezza (1)

“Se ai nostri giorni si fosse veramente interessati alla bellezza interiore, andrebbe di moda non farsi i selfie ma le colonscopie”.
(da Twitter)

La casa editrice Meltemi ha pubblicato un poderoso saggio: Il malinteso della bellezza Per un’antropologia del corpo.
L’autrice è Sara Patrone.
È nata a Genova e, dopo aver lavorato come estetista, si è laureata con lode presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Genova, discutendo una tesi in Antropologia del corpo. Attualmente lavora come social media manager.
Con “Il malinteso della bellezza” inaugura un nuovo stile che potremmo chiamare “Working-Class Anthropology”.

È questo un volume che partendo da uno sguardo sui centri estetici e forte delle esperienze dell’autrice quale estetista, si fa acutissima indagine tra filosofia, antropologia, psicologia.
Detto così può sembrare terrorizzante solo avvicinarsi al banco della libreria dov’è esposto. No, erore direbbe Petrolini, perché le pagine sono scorrevolissime, tanta la grazia di scrittura che contengono, tanta la vivacità che le attraversa, tanta la comunicazione è piana da essere se non un libro per tutti, certamente per molte lettrici e molti lettori.
Leggendo si ha la sensazione d’entrare non visti in quei saloni dall’aria odorosa che risuona di sussurri che celano confidenze e desideri e lì una voce – quella di Sara – come in una conversazione tra amici, illustri pensieri di ieri, l’altro ieri e di oggi sul ruolo del corpo, dei suoi vizi, dei suoi tic e tabù.

Scrive in Prefazione Vera Gheno: “Il libro di Sara Patrone ci invita a riflettere sulla questione dell’estetica da un’angolatura inedita: la sua, infatti, è applicazione della visione antropologica a un aspetto apparentemente assai poco esotico delle nostre vite, che è ciò che succede nei moderni templi della bellezza perfettibile, ossia i centri estetici (…) E chissà che attraverso questa lettura, rigorosamente documentata, non possiamo imparare qualcosa di nuovo sul nostro personale rapporto – richiamando, un po’ obliquamente, le parole del sociolinguista Giorgio Raimondo Cardona – con ciò che siamo, ciò che pensiamo di essere e ciò che vorremmo essere (chiaramente, per una volta, da un punto di vista estetico)”.

Dalla presentazione editoriale

«Epilazioni laser, trattamenti antiage, ambiziose nail art sono una piccola parte delle tecniche del corpo che le estetiste erogano ogni giorno alla “tribù del salone di bellezza”. Fra sieri e lozioni, quello che si erge è un quartier generale di appagamento dei bisogni estetici, per cui mettere le mani addosso al corpo (pensato in pezzi illimitatamente trasformabili) significa farlo corrispondere all’identità di chi lo abita, ricondurne le fattezze a ciò che sarà chiamato a significare per gli altri e fabbricarne immaginari in cui il miglioramento non solo è senza fine, ma è una crociata contro la finitudine umana.
Le habitué del beauty center si concepiscono come vite prigioniere di corpi-Tupperware, esistenze i cui limiti sono mancanze imputabili a quel “fratello siamese, né me né separabile da me”. Così, indissolubilmente legate alla pelle di cui sono fatte, professano la religione del “sentirsi bene con sé stesse”, senza avere la piena consapevolezza di cosa tutto questo significa».

Segue ora un incontro con Sara Patrone.


Il malinteso della bellezza (2)


A Sara Patrone, in foto (scatto di Diletta Nicosia), ho rivolto alcune domande.

Da quali esigenze di comunicazione è nato questo libro?

Il malinteso della bellezza” ha visto la luce del sole anzitutto in altre sembianze: si chiamava “Farsi belle” ed era la mia tesi di laurea triennale in Filosofia, discussa nel 2022 presso l’Università degli Studi di Genova. Si potrebbe dire, quindi, che la prima esigenza comunicativa a cui questo scritto ha risposto sia stata dettata dalla necessità di completare il mio percorso formativo. Scrivere di bellezza, però, ha anche – e soprattutto – soddisfatto altre urgenze: misurarmi con la sfida, forse mai tentata in precedenza, di mettere in dialogo parti di me che non si erano ancora formalmente contaminate: il mestiere di estetista e lo sguardo antropologico.
In seguito, trascrivendo e rileggendo le parole di alcune delle persone intervistate, mi sono resa conto che “Il malinteso della bellezza” avrebbe forse potuto ambire a riposizionare i saperi dell’estetica all’interno dei binari della cultura, da cui il pensiero comune li ha da tempo estromessi, tacciandoli di futilità.

Nello scrivere questo saggio c’è stata una cosa che hai deciso di fare assolutamente per prima e una cosa per prima assolutamente da evitare?

Sì. Nell’immediato, appena ricevuta l’approvazione della mia proposta da parte di Meltemi, ho sentito la necessità di stilare lunghi elenchi di persone che avrei voluto intervistare, docenti a cui avrei voluto rivolgermi per chiedere loro consigli, libri che avrei desiderato leggere, strumenti di cui avrei fatto bene a dotarmi – uno su tutti un lettore di e-book, per alleggerire il peso dei testi che mi preparavo a consultare. Immaginavo queste azioni come preparativi per una festa e, più spesso, come equipaggiamento per un lungo viaggio.
Ho evitato, invece, qualsiasi fonte di distrazione capace di distogliermi dall’argomento: anche durante il poco tempo libero, ho sempre optato per ricrearmi “a tema”, senza uscire dai confini dell’argomento. Una sfida che ho anche, loro malgrado, imposto ad amici e parenti che hanno condiviso con me riflessioni, letture e proiezioni cinematografiche, come “Departures” di Yōjirō Takita o “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo.

“L'anima e il corpo sono una sola e unica cosa” diceva Baruch Spinoza con pensiero opposto a quello di Cartesio. Ritieni giusta quell’affermazione? Se sì oppure no perché?

Il celebre “dualismo cartesiano”, in cui Cartesio distingueva sostanza pensante da sostanza materiale, capaci di riunificarsi solo nella ghiandola pineale, permise al filosofo del “cogito ergo sum” di sostenere che l’anima ha una natura completamente altra dal corpo e che non è destinata a morire.
Al contrario di Cartesio, mi sento più incline ad abbracciare la concezione unitaria espressa da Spinoza e il motivo è tutto nelle parole dell’antropologo David Le Breton: “la condizione umana è corporea. Non vi è mondo se non di carne, anche se l’individuo contemporaneo si sente sempre più alle strette, nella prigione della tua pelle”. In altre parole, credo, come Le Breton, che la nostra esistenza sia corporea e impossibile se non incarnata.

Il corpo come campo di battaglia fra Natura e Cultura è solo un fenomeno dei nostri giorni?

Se per “battaglia” intendiamo l’urgenza di occuparsi del proprio apparato biologico modellandolo, incidendolo, scolpendolo, truccandolo, potrei, parafrasando l’antropologo Marco Aime, affermare che non solo non è un fenomeno odierno, ma che, addirittura, non vi è società che abbia dimostrato di accettare il proprio corpo senza apporvi forme di marcatura, atte ad imprimere sul dato naturale una firma culturale, una sovrascrittura tipicamente umana. Ciò di cui possiamo dubitare, invece, è che in ogni epoca storica e a qualsiasi latitudine questi gesti siano sempre da leggersi come bellicosi.

Da anni hai lasciato il lavoro di estetista, Da qui due domande in una.
Quell’esperienza quanto ti è stata utile nella stesura di questo saggio?
E, più precisamente, quali strumenti ti ha messo a disposizione
?

Dal momento che “Il malinteso della bellezza” è in buona parte una ricerca etnografica all’interno dei centri estetici nei quali ho prestato servizio, credo non sarebbe mai nato senza quell’esperienza. Non posso però escludere che la mia “esigenza antropologica” avrebbe trovato altri modi per esprimersi. Magari avrei condotto uno studio etnografico a partire da un altro ambiente di lavoro!
Studiare da vicino o, per meglio dire, da dentro la cultura del centro estetico, coi suoi riti e i suoi miti mi ha fatta accorgere che alla mia vecchia professione devo un certo gusto per le interazioni con persone sconosciute e il definitivo abbandono della mia leggendaria timidezza. Potrei dire che lavorare come beauty specialist mi ha insegnato ad aguzzare la vista, a tendere l’orecchio, a porgere la mano.
Mentre il saggio era in fase di elaborazione, ho poi notato che lo strumentario che mi sarebbe stato utile era, più che altro, un insieme di dotazioni teoriche non sempre ben definite, un bagaglio personale – o un beauty case, come mi è piaciuto immaginarlo – carico di domande, soggettività, carta e penna. In pratica qualcosa che mi era parso di aver sempre portato con me, da ben prima che il progetto di ricerca fosse fra i miei programmi!

Ricordando un grande film – “Il caro estinto” di Tony Richardson, tratto dall’omonimo libro di Ewelyn Vaughn – ti chiedo: in parti del mondo usano il trucco sui volti dei defunti.
Qual è il motivo di quest’uso
?

Mi sono avvicinata allo studio antropologico della morte solo di recente, ricordando però uno dei (pochi) universali umani incontrati all’università: nessuna società umana trascura la morte di un suo membro. Limitatamente alle ricerche da me condotte – tutte rivolte alle pratiche della tanatoestetica in Italia – la funzione del trucco e, più in generale, della preparazione estetica della salma dal momento in cui ha perso le sue funzioni vitali a quello in cui sarà ufficializzata con apposite cerimonie la sua estromissione dalla società dei vivi, riposa sulla necessità di occultare un fenomeno altrimenti troppo pornografico, secondo la definizione introdotta dall’antropologo Geoffrey Gorer che, nel 1955, rifletteva sulla correlazione fra crescente senso del pudore e moltiplicazione degli argomenti in grado di offenderlo. Secondo i professionisti di tanatoestetica, occuparsi dell’aspetto di una persona morta ha pertanto lo scopo di sfumare i confini fra vita e morte, restituendo al cadavere sembianze vitali, in un dolce inganno per gli occhi, le narici e il cuore.

La tecnofilosofia transumanista (Max More, Eric Drexler, Raymond Kurzweil) ) ritiene che il sempre più intenso rapporto corpo-macchina porterà in tutti i campi – dalla percezione al linguaggio, dalle relazioni sociali all’arte, dalla gastronomia alla moda) una profonda trasformazione lontana dall’attuale immagine e rappresentazione che abbiamo oggi di noi umani. Pensi che in questo senso quale direzione potrebbe assumere la cosmetica? Le icone cyberpunk ne sono un primo segnale?

Ho letto con interesse le posizioni di Max More e Raymond Kurzweil sull’evoluzione della specie umana – o meglio, del suo upgrade – tramite un vero e proprio upload di noi stessi in un database. Un modo per superare i limiti del corpo, le sue malattie, il suo invecchiamento, la sua decomposizione. Non ritenendomi una futurologa, tantomeno un’ottimista, preferisco non avventurarmi in predizioni, ma mi limito ad osservare che la tecnologia è già presente all’interno della maggior parte dei cosmetici che impieghiamo (e del cibo che ingeriamo) sottoforma di nanomateriali, ingredienti insolubili o biopersistenti dalle 40 alle 80 mila volte più sottili di un capello e potenzialmente capaci di penetrare gli strati più profondi della cute rallentando, ad esempio, i segni della senescenza. Parallelamente, è sempre meno insolito vedere magnificata l’azione promessa di un siero o una crema dal sodalizio con una tecnologia medico-estetica.
Il connubio macchina-corpo è già sineddoche del connubio macchina-bellezza.

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Sara Parone
Il malinteso della bellezza
Prefazione di Vera Gheno
Pagine 224, Euro 20.,00
Edizioni Meltemi


Taroni - Cividin (1)

In Italia, il periodo storico che va dalla fine degli anni ‘60 ai primi anni ’80 del secolo scorso, i cosiddetti “anni di piombo” perché segnati da manifestazioni violente d’opposto segno, funestati da stragi fasciste e omicidi politici fatti dalla lotta armata di gruppi della Sinistra, sono stati anche gli anni di un’impetuosa carica di nuova espressività che ha investito cinema e teatro in forme underground, arti visive, musica, grafica, fumetti.
Un panorama che ha visto nascere e affermarsi l’ibridazione dei generi, l’intercodice dei segni linguistici.
Tra i protagonist di questo scenario uno spazio maiuscolo ebbero i nomi di Roberto Taroni e Luisa Cividin un duo che agì una particolare forma di performance dove Il significante esisteva prima e valeva più del significato usando nuove tecnologie al servizio della multimedlialità. Provocando spostamenti, spiazzamenti, deviazioni, depistaggi.
Conobbi quel tandem a Roma nel 1981 quando realizzarono per “Fonosfera”, programma sperimentale di RadioRai, una performance acustica intitolata “Éclat: non di un solo uccello ma di molti”. Prova affidata a una materia sonora incandescente. A proposito di suono va ricordata nelle azioni del duo la preziosa collaborazione del compositore e polistrumentista Maurizio Marsico.

Pubblicato ora dalla casa Silvana Editoriale uno splendido volume dedicato proprio al duo, titolo: Taroni - Cividin Performance, Video, Expanded Cinema (1977 – 1984) a cura di Jennifer Malvezzi e Flora Pitrolo.
In apertura Simone Venturini illustra la storia della nascita della pubblicazione che, scandita da una massiccia documentazione fotografica b/n e colore, vede in successione i testi d’artista di Roberto Taroni e Luisa Cividin, seguite nell’ordine d’impaginazione da scritti di Caterina Iaquinta – Gianni Manzella – Georg F. Schwarzbauer - Rossella Bonfiglioli – Giorgio Verzotti.
Ottimamente allestiti gli esaustivi Apparati (Performance, Film, Video, Premi, Bibliografia, Biografie) a cura di Giulia Covi Cavani.

Dalla presentazione editoriale.

«L'opera di Taroni-Cividin costituisce una delle aree più innovative del panorama sperimentale internazionale. Attivi fra il 1977 e il 1984, i due artisti si sono spinti ai margini di pratiche cinematografiche e performative, del live e del registrato, sviluppando un linguaggio altamente personale che continua a generare domande in alcuni dei dibattiti più urgenti del momento contemporaneo. Taroni-Cividin. Performance, Video, Expanded Cinema (1977-1984) vuole rendere giustizia alla complessità e alla ricchezza del lavoro di Taroni-Cividin, restituendo al lettore la prospettiva teorica che lo guidava, valorizzando preziosi materiali d'archivio, ed esplorando con nuovi strumenti critici una stagione ad oggi non ancora sufficientemente approfondita dell'arte contemporanea».

Seguono alcuni interventi contenuti nel volume.



Taroni - Cividin (2)


Da un testo firmato insieme da Taroni e Cividin (1982).

- «… la divaricazione tra artificiale e reale è tanto vecchia quanto inutile poiché non si può essere del tutto certi del dove si fermi l’uno e dove cominci l’altro. E poi, posto in termini più corretti, il problema di questa presunta opposizione non è nient’altro che l’assillo di mettere tra virgolette qualcosa che può o poteva succedere e qualcosa che succede o è successo.

Foto da "Splatter", 1984

Da “L’ultima avanguardia possibile” d Jennifer Malvezzi.

- «Le performance di Taroni-Cividinerano sempre caratterizzate dall’uso promiscuo di più media audiovisivi, ma non come mera spettacolarizzazione di dispositivi tecnologici. Già all’epoca Giorgio Verzotti rilevava come le loreo azioninon restituissero “né il senso né la traccia per acchiappare tutti i sensi possibili” cioè ponendo il pubblico nella condizione di esperire una nuova condizione di sensibilità. Ed è proprio attraverso queste complesse costruzioni intermediali anti-narrative e sinestesiche al limite del parossismo che i lavori di Taroni-Cividin si pongono, al contempo, anche come paradigmi dell’ultima forma di avanguardia possibile».


Da “Taroni-Cividin e la teatralità” di Flora Pitrolo

- «La parabola di Taroni-Cividin si è conclusa programmaticamente con “Splatter” (1984) proprio, come afferma Roberto Taroni, perché “solo entrando nelle pieghe di un codice lo si può rivoltare” e il senso di questa fine è esemplare della volontà di dispiegare il teatro come luogo di una “trasgressione tetica”. Ciò che si deve riconoscere nel corpus di opere lasciatoci da Taroni-Cividin è il fatto che lungo tutto l’arco del loro lavoro hanno posto un interrogativo, e l’hanno seguito fino alla fine: fino a quello stato di assurdità o mutismo totale, fino alla mancanza di segnale. Taroni-Cividin, a differenza di altri della loro generazione, hanno chiamato questa fine col suo nome, rifiutando qualsiasi tipo di ritorno all’ordine».

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Taroni – Cividin
A cura di Jennifer Malvezzi, Flora Pitrolo
Lingue: Italiano e Inglese
Pagine 300 con 100 ill. b/n e colore
Euro 39.00, Anno 2023
Silvana Editoriale


Calvino fa la conchiglia

La casa editrice Hoepli ha pubblicato un saggio su Italo Calvino tanto originale per struttura quanto vertiginoso per contenuti.
Titolo: Calvino fa la conchiglia La costruzione di uno scrittore.
Ne è autore Domenico Scarpa.
Nato a Salerno, vive a Pisa. È critico letterario, docente, curatore di testi e consulente editoriale del Centro studi Primo Levi di Torino. Ha pubblicato, tra l'altro, Storie avventurose di libri necessari (Gaffi, 2010), Bibliografia di Primo Levi ovvero Il primo Atlante (Einaudi, 2022) e ha curato nel 2019 il doppio Meridiano Mondadori delle Opere di bottega di Fruttero & Lucentini.
Cura per Sellerio i romanzi di Graham Greene e per Einaudi le opere di Natalia Ginzburg.

Alcune rapide note biografiche di Calvino in questo breve video.

“Calvino fa la conchiglie”. Perché quel titolo? Prima di passare la parola a Domenico Scarpa, ecco parte di uno scritto di Cristina Nesi: “Sezionata sagittalmente, la conchiglia del nautilo o di vari Gasteropodi rivela l’architettura geometrica di una perfetta spirale logaritmica e, come dimostrato da D’Arcy Wentworth Thompson in Crescita e forma, offre un modello matematico per numerosi processi di accrescimento anche estranei al mondo organico, come ad esempio la forma a spirale di varie galassie. Il modello della spirale logaritmica si basa su una costruzione geometrica ben nota ai Greci, lo gnomone, che può ingrandire o rimpicciolire una forma, conservando le medesime proporzioni dell’aspetto originario. Dunque, un’invarianza nel mutamento”

Anche per Calvino la scrittura è un’invarianza nel movimento, un accumulo di storie in divenire, come nel racconto autobiografico e metaletterario “La spirale”, dove un mollusco gasteropode, intento a costruire una protettiva conchiglia di carbonio e a darle una direzione e un senso, finisce per recuperare l’immagine primordiale del labirinto e, inevitabilmente, anche quella della prigione-guscio.

Passiamo la parola a Domenico Scarpa che dice in Prefazione: “La spirale” è il racconto di una costruzione di sé, tema narrativo che in Calvino è costante e che mi ha suggerito il sottotitolo per questo libro. Le parole «La costruzione di uno scrittore» indicano due vicende innestate l’una nell’altra. La prima riguarda ciò che Calvino è andato costruendo con i suoi libri e con il suo lavoro, la seconda passa in rassegna le scelte, le necessità e le contingenze attraverso le quali ha costruito – o ha accettato che le circostanze più varie costruissero – la sua persona pubblica e scrivente (…) ”Durante la sua vita, per quante volte esordisce Calvino? Per quante volte torna a essere giovane o bambino senza apparire giovanilistico né bambinesco? La sua domanda di ogni giorno è questa: «Come posso arrivare a dire quello che non sono ancora riuscito a dire?» È pronto a starsene in silenzio per anni o a lanciarsi in tentativi senza apparente costrutto pur di puntare in direzioni nuove, dove potrà trovare se stesso smarrendosi, o ritrovarsi come di nascosto da se stesso”.

Dalla presentazione editoriale.

«”Calvino fa la conchiglia" è un libro-sfera e un libromosaico. È un libro coerente e composito che restituisce tutto Italo Calvino, anzi, tutti gli Italo Calvino che sotto questo medesimo nome si sono presentati al pubblico in forme sempre diverse, sorprendenti ogni volta. Calvino fa la conchiglia quando scrive un racconto autobiografico dove lui compare sotto forma di mollusco dei primordi, applicato al suo scoglio e impegnato a fabbricarsi il guscio: e vuole che gli venga solido per proteggere la sua polpa, e che abbia forma armoniosa e colori limpidi in modo che lo ammiri chi lo guarda. Per tutta la vita Calvino ha fatto una conchiglia, per tutta la vita ha costruito con i suoi racconti, i suoi saggi, i suoi romanzi, i suoi testi di genere inafferrabile, la gioia fisica e mentale di chi legge. Per tutta la vita non ha mai interrotto la costruzione di se stesso. Oggi, a cento anni dalla sua nascita, è il momento di raccontare questa storia, e di raccontarla tutta quanta».

…………………………..…........

Domenico Scarpa
Calvino fa la conchiglia
Pagine: XVI - 864, Euro 30.00
Hoepli


Vite minuscole


Esistono scrittori che sarebbe restrittivo (o, forse, offensivo) definirli romanzieri perché l’originalità di linguaggio offerto ai lettori produce una cosciente evasione dai generi letterari, sono libri (pochi) che raggiungono incanto e icasticità al tempo stesso.
Uno di questi è Vite minuscole pubblicato dalla casa editrice Adelphi.
Ne è autore lo scrittore francese Pierre Michon (Châtelus-Marcheis, 28 marzo 1945); QUI note biografiche.
Tra i molti riconoscimenti ricevuti, due in Italia nel 2017 entrambi per “Vite minuscole”: il Premio Nonino e il Premio Comisso.
Jean-Christophe Cochard del Théâtre de l'Argile ha messo in scena un adattamento teatrale di “Vies minuscules”, questo il titolo originale del lavoro.
Da noi noto ma non quanto merita, in Francia Michon è un autore di culto.

In questo suo libro sfilano otto narrazioni incentrate su vite minime, conosciute attraverso racconti ascoltati nel corso della sua infanzia, oppure incontrate o ritrovate più tardi durante la sua vita da viaggiatore. Nelle pagine niente romanzerie, ma una puntigliosa documentazione – utilizzò ben 95 quadernetti di note per redigere questa raccolta di esistenze insignificanti – tratta da archivi, cronache, dipinti, testi letterari, cimeli di famiglia, fotografie, ready made che rivivono in una scrittura lussureggiante.
Scrittura che nelle sue luci e braci è sostenuta sapientemente dal traduttore Leopoldo Carra che in una breve nota messa a conclusione del volume così scrive: "Come il narratore della Recherche, anche quello di ‘Vies minuscules’ si tormenta perché ha del suo compito un’idea assoluta: sa bene, cioè, che la scrittura è altro dalla realtà, ma che ciononostante – oltre a inseguire la perfezione formale – può farsi carne, quindi sede di dolore, di momentanea gioia, di vita, di morte e di rinascita".
Luigi Grazioli osserva che Michon: “…cerca l’infimo, il trascurato, il taciuto o sottaciuto, il travisato o censurato, raccontandone le differenti figure per quello che erano, non solo sottraendole al silenzio ma, con scelta programmatica, glorificandole e trasfigurando l’insignificanza della loro realtà miserrima nel cielo della poesia e della teologia”.

Dalla presentazione editoriale di Claudio Magris
.
«Il titolo di questo breve capolavoro è sbagliato, è forse l’unico difetto di questo incredibile narrare nell’ombra. Quelle vite che presto riaffondano nel buio – come ogni vita, del resto – possiedono qualcosa di raro, la grandezza. Grandezza del tempo che inghiotte, delle oscure file di antenati che riemergono per poi riscomparire, alberi alti nel vento e marciti nella terra in cui cadono come altisonanti eroi omerici, grandi estati e gelidi inverni, silenzi intorno alla tavola e bevute all’osteria, in cui il vino diventa presto sudore che si mescola a quello del lavoro nei campi, folate che sopravvivono a coloro che investono. Personaggi indimenticabili nel breve bagliore in cui appaiono nella narrazione come un volto appare per un momento nella luce della lanterna che illumina la stanza contadina. Generazioni si confondono, nel trapassare di volti, sorrisi e solitudini ognuna tuttavia stagliata per sempre, unica e insostituibile. Si cade nel buio come nell’incomprensibile mano di Dio; in ogni istante, dice un passo memorabile, comincia il passato e il futuro tutto
distrugge».

…………………………….........

Pierre Michon
Vite minuscole
Traduzione di Leopoldo Carra
Pagine 204, Euro 12.00
Adelphi


La zanzara (1)

La radio nel panorama dei media non ha perso colpi, anzi vede crescere il numero degli ascoltatori e quello degli investimenti pubblicitari.
Gli esperti calcolano che il numero delle emittenti in Italia siano circa un migliaio, ma quelle realmente ascoltate e che hanno continuità di trasmissione non superino il numero di 300. Su queste antenne si distribuiscono circa 35 milioni di ascoltatori
Per uno sguardo alla rilevazione degli ascolti: CLIC.
Il mezzo radiofonico, ha conosciuto trasformazioni non solo sul piano tecnologico, ma anche su quello del linguaggio e ciò, in Italia, si deve anche alle radio che nacquero alla metà degli anni ’70, definite ”libere” con euforia temeraria perché presto quelle antenne, in larghissima parte, divennero non solo commerciali smentendo le proprie origini ma presero ad imitare la sussiegosità della Rai mentre questa si dava al goffo inseguimento del nuovo modello radiofonico giovanilistico.

Da oltre dieci anni nello scenario radiofonico italiano su Radio 24 ronza e punge La zanzara programma ideato da Giuseppe Cruciani e da lui condotto insieme con David Parenzo.
È seguito da ascoltatori di ogni età, classe sociale e orientamento politico. Registra punte del 7 per cento di share (oltre il doppio della media della radio che manda in onda il volo dell'urticante trasmissione) e circa 400.000 unità per ogni blocco di un quarto d’ora.

La casa editrice Baldini&Castoldi ha pubblicato un libro su questo fenomeno dell’etere: La zanzara Tutto il resto è radio con due lunghe e sapienti interviste a Giuseppe Cruciani e David Parenzo.
L’autore è Valdo Gamberutti (Torino, 1973).
Ha firmato l’adattamento italiano e la realizzazione di grandi format internazionali come Got Talent, X Factor, The Apprentice. Ha ideato e scritto programmi originali tra cui “Ginnaste-Vite Parallele”, “Stalk Radio”, “Tutti a casa”, “Tetris”, “Pazzi per la Storia, Seguirà Buffet”.
Nel 2003 ha pubblicato un libro di critica teatrale: Attesa, applauso (Cadmo editore).

QUI un’audiointervista.sul suo libro “Elogio dell’autore televisivo”.

Dalla presentazione editoriale.

«In La zanzara. Tutto il resto è radio, Valdo Gamberutti prova ad analizzare il fenomeno nel suo complesso, mettendone in risalto gli aspetti strutturali e componendo un imperdibile «glossarietto», in cui vengono passati in rassegna, dalla A alla Z, tutti i tormentoni, gli episodi e i personaggi di culto che hanno maggiormente influenzato l’universo multiforme del programma. Mentre Giuseppe Cruciani e David Parenzo dicono la loro, confermando o confutando gli elementi portanti del dibattito che li riguarda, e raccontando i processi e le trasformazioni che hanno vissuto dall’interno, alla guida di un fenomeno che, nonostante (o grazie a) i suoi detrattori, ha fatto la Storia. E potrebbe continuare a farla.
0In altre parole, questo libro, divertente e delizioso nella sua composta ironia, è il tentativo di spiegare quello che nessuno è ancora riuscito a spiegare: La zanzara è intrattenimento? È satira? È costume? È uno specchio del Paese o la sua caricatura? O forse è, senza troppi distinguo, uno «spettacolo» che è quasi impossibile da ignorare?».

Segue un incontro con Valdo Gamberutti.


La zanzara (2)

A Valdo Gamberutti (in foto) ho rivolto alcune domande.

Che cosa in questa trasmissione ti ha interessato tanto da dedicargli questo saggio?

Quello che mi ha interessato nella Zanzara – e che continua ad interessarmi anche dopo aver scritto il libro - è la sua ambiguità. Ovvero: pur se apparentemente “dritta”, perentoria, estrema e manichea, La Zanzara è, al contrario, sfuggente, doppia, tripla, multiforme, equivoca. Non sai mai bene come prenderla. È una trasmissione giornalistica (o anche giornalistica) e, al tempo stesso, è una parodia del giornalismo. E’ una trasmissione politica (o meglio: che veicola contenuti legati alla politica) ma, insieme, satireggia la politica, la distorce, la ribalta. E nell’ ambiguità della Zanzara sta anche il suo elemento creativo, teatrale… drammaturgico, possiamo dire. Che poi è, a mio avviso, quello che fa la differenza. Se La Zanzara fosse - come è nella percezione di alcuni suoi detrattori - un mero contenitore di parolacce, contumelie e bestialità assortite, non avrebbe il successo che ha. Ha successo, invece, perché è sorretta da un pensiero e da una “scrittura” forte (e cioè da un ritmo, da un’idea di spettacolo, da un’alternanza di ingredienti diversi non disposti a caso). E anche perché - come tutte le manifestazioni artistiche di un qualche valore - non ammette una sola lettura. Anzi, ne consente molte. Spesso diverse e contraddittorie tra loro.

Ti rivolgo una domanda contenuta nella presentazione editoriale del tuo libro.
La zanzara è uno specchio del Paese o la sua caricatura
?

È entrambe le cose. E non lo dico per non prendere posizione, ma perché credo che sia davvero così. La Zanzara ha elaborato fermenti in atto nel Paese e ha saputo ritrarli prima di tutti (vedi, ad esempio, il ritorno del dibattito su fascismo e antifascismo - che è sempre stato un evergreen del programma - o, soprattutto, l’attenzione dedicata, molto prima che il fenomeno rimbalzasse sugli altri media, al “sesso digitale” e alle nuove professioni che ha generato). Certo, il racconto che ne viene fuori è spesso caricaturale e eccessivo: è solo un pezzo di realtà. Ma quel pezzo c’è, esiste. E Cruciani sa tirarlo fuori con un intuito, a volte, rabdomantico.

Concorre al successo della trasmissione più l’ironia o il sarcasmo?

Ironia e sarcasmo, nella Zanzara, sono intrecciati tra loro e possono essere sintetizzati con un unico termine: comicità. Ecco: la Zanzara è comica. A tratti irresistibilmente comica. E questa componente - che spesso non viene colta né dai suoi critici, né da molti suoi “interventisti” - è recepita con incredibile immediatezza dagli ascoltatori più giovani. La Zanzara, in effetti, stagione dopo stagione, ha trovato un notevole seguito tra i ragazzi (i diciottenni, i ventenni) che - più che incazzarsi o indignarsi per ciò che il programma manda in onda - si divertono molto.

Qual è a tuo avviso la differenza dei ruoli svolti fra Cruciani e Parenzo?

Il rapporto tra Cruciani e Parenzo, negli anni, ha trovato un suo equilibrio perfetto, una sua forma definitiva e resistente al tempo. Nelle prime stagioni Parenzo era un sodale di Cruciani, una sua “spalla” quasi organica. Poi, via via, ne è diventato il naturale oppositore interno. La loro polarizzazione parossistica è la pietra angolare del programma. Si tratta, ovviamente, di un gioco delle parti: il supposto “destrorso” contro il supposto “sinistrorso” radical chic, la pancia contro il politicamente corretto, il pensiero “alternativo” contro la (sempre supposta) cultura dominante. Ma questo gioco, parallelamente, rispecchia anche alcuni tratti della vera personalità e delle vere convinzioni dei due conduttori. Insomma: “ci fanno” e “ci sono”, senza soluzione di continuità. E, anche qui, il carattere ambiguo di un rapporto in bilico tra contrasto e complicità, forte amicizia e altrettanto forte insofferenza reciproca, è una delle chiavi della longevità della Zanzara. E della sua unicità: ci sono molti, troppi, programmi televisivi e radiofonici in cui gli ospiti litigano e si prendono a male parole. Ma solo alla Zanzara i conduttori si attaccano, si insultano e si sputtanano a vicenda. Il modello del Talk show, così, viene da un lato elevato al quadrato e dall’altro ridicolizzato, distrutto internamente: un altro esempio della molteplicità delle letture che si irradiano dalla Zanzara. E questa cifra, questo scontro “in casa” tra i conduttori riflette, inoltre, la polarizzazione e la spaccatura del pubblico del programma che si può, infatti, agilmente dividere tra crucianiani e parenziani. Ma si tratta sempre di un gioco, di un artificio scoperto. Nel senso che poi, la maggior parte di chi ascolta la trasmissione non parteggia né per l’uno, né per l’altro, ma si gode semplicemente lo show.

Chi sono quelli che telefonano a “La zanzara”?

Si possono dividere in diverse categorie. La mia preferita è quella dei “disgustati”: coloro che chiamano per riversare in diretta il proprio dissenso contro Cruciani o contro Parenzo, ma che non possono fare a meno di ascoltare il programma. Poi ci sono gli esibizionisti, gli arrabbiati cronici, i goliardi e i “cazzeggiatori”, gli egomaniaci e anche i veri “folli” che, in quel contesto, si sentono liberi di esprimersi: accolti, in un certo senso. E’ evidente che le posizioni “mediane” non hanno diritto di cittadinanza. Ma è giusto che sia così. Il dibattito pacato non appartiene al programma e questo lo sanno bene quelli che chiamano e anche quelli che ascoltano. Se telefonassero solo persone sensate e ragionanti non sarebbe più La Zanzara.

C’è chi dice che la trasmissione è di destra, chi di sinistra, e chi ancora una furbata qualunquista.
Perché la zanzara non è associabile a una tendenza politica
?

Il qualunquismo ha sicuramente voce alla Zanzara, in maniera esplicita e dichiarata (“Non negateci un po’ di sano qualunquismo”). Ma La Zanzara non è di destra, né di sinistra. Semmai è radicale. Sia in senso letterale che in senso politico. E’ radicale e “pannelliana”: dà la parola a tutti, compresi i più impresentabili, e difende le libertà (individuali e collettive) ad ogni costo. E inoltre, pur trattandosi di radio, è molto corporea, nel senso dell’esposizione in prima persona del corpo e dei corpi (attraverso la voce): anche questo, un elemento squisitamente radicale. Del resto, i due conduttori, in modi diversi, sono stati toccati da quell’esperienza: Cruciani ha lavorato da giovane a Radio Radicale e Parenzo, pur venendo da una formazione politica più classicamente di sinistra, è stato affascinato anche lui dal carisma e dalle idee di Pannella (di cui fa un’imitazione strepitosa) e della Bonino. Un’ impronta che ha lasciato tracce in entrambi.

Aldilà dell’attenzione che hai dedicato a “La zanzara” sei, come il tuo curriculum dimostra, un esperto dei media dei quali hai plurali frequentazioni.
Nel sempre più ricco scenario mediatico, quale ruolo attribuisci oggi al mezzo radiofonico
?

La radio poteva “rimanere al palo” o diventare un’esperienza residuale. E, invece, ha tirato fuori una straordinaria capacità di adattamento. Si è dimostrata, infatti, specie negli ultimi anni, un mezzo molto “fluido”, per usare un termine in voga. Non è stata realmente scalzata né dalla televisione, né dalla Rete. E, anzi, si è spesso felicemente ibridata con tutte e due, riuscendo ad integrarsi perfettamente nel nuovo orizzonte comunicativo e trovando delle estensioni (come i Podcast) che hanno saputo rinnovarne la funzione, il senso profondo e lo spirito originario.

……………………………….

Valdo Gamberutti
La zanzara
Pagine 176, Euro 18.00
eBook con DRM Euro 9.99
Baldini&Castoldi


Contro tutti i muri


I muri, si sa, prima o poi crollano.
Non è necessario che suonino le trombe di Giosuè che fecero crollare quelle di Gerico, a volte bastano delle formiche che morso dopo morso, come nel racconto di Jn Po Jang fecero crollare il muro della casa di un ladrone il quale temeva estranei che potessero derubare il denaro che avendolo rubato nascondeva.
Sia come sia, potenti trombe oppure operose formiche, ecco i muri venire giù con gran fracasso. Eppure, nonostante i tanti esempi storici e letterari, noi umani non abbiamo imparato la lezione e continuiamo a erigere muri per separare, dividere, allontanare.
Di muri costruiti a tali fini ce ne sono parecchi, date uno sguardo QUI.
Ma se ne volete sapere di più rivolgetevi a Stefano Scialotti.
Ha tante cose al suo attivo e l’aspetto che lo distingue è la capacità che possiede d’intersecare sapientemente i media. Ricordo, ad esempio, tra i suoi lavori una gran bella mostra verbovisiva allestita a Roma nel 2021, e l’impresa internazionale Contro tutti i muri.
Se ne può apprendere dal suo Lennon not Lenin che ha avuto plurali esiti espressivi intermediali

Ce ne vuoi parlare?

Tutto parte dal mio libro “Lennon not Lenin” che hai ora ricordato e dalle scritte e graffiti su quel muro con cui convivo ormai da più di trent’anni anni. Poi nel 2017 abbiamo iniziato una serie di incursioni video al muro Messico-USA, nel 2019 a quello del campo di Aida in Palestina tatuati con scritte e graffiti di protesta in forme di “street art”.
A Berlino Ovest andavamo noi bravi studenti dell’Occidente democratico e facevamo su quel muro scritte contro tutte le cose cattive del mondo. Poi tornavamo sicuri nelle nostre case e università. Il muro Est era sempre inaccessibile. Nel campo di Aida in Palestina e nel muro Messico-Usa sono invece le persone prigioniere dei muri che scrivono delle loro vite e impossibilità.

Nella sede veneziana di Emergency hai presentato con l’attrice Arianna Marano (in foto) una performance filmico-teatrale che sarà replicata in altre città. Di che cosa si è trattato?

L’esperimento alla sede di Emergency consiste in un racconto video composto da brevi film impaginati nelle forme di una graphic novel che prende origine dalle scritte sui muri. Tra un film e l’altro Arianna Marano in sincrono con lo scorrere di alcune immagini del film interviene coinvolgendo il pubblico con performance di carattere tattile e sensoriale. Stura i muri con lo stura lavandini con cui opera anche nel film. Con guanti di rete metallica accarezza le mani del pubblico, distribuisce pezzi di filo spinato e cartoline-muro dove ognuno potrà fare la sua scritta. Alla fine, ci siamo spostati al vicino campo del Redentor alla Giudecca per tirare nuovi calci di rigore contro tutti i muri come quelli partiti dal Campo di Aida.
Sono possibili risposte poetiche, artistiche e non previste a problemi complessi come i muri?


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