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Questa sezione ospita soltanto notizie d'avvenimenti e produzioni che piacciono a me.
Troppo lunga, impegnativa, certamente lacunosa e discutibile sarebbe la dichiarazione dei principii che presiedono alle scelte redazionali, sono uno scansafatiche e vi rinuncio.
Di sicuro non troveranno posto qui i poeti lineari, i pittori figurativi, il teatro di parola. Preferisco, però, che siano le notizie e le riflessioni pubblicate a disegnare da sole il profilo di quanto si propone questo spazio. Che soprattutto tiene a dire: anche gli alieni prendono il taxi.

Il capocannoniere è sempre il miglior poeta dell'anno


“Come? Lei crede ancora al tifo e agli idoli?... Ma dove vive, Don Domeq? … Non esiste punteggio, né formazioni, né partite. Oggi le cose succedono solo alla televisione e alla radio. La falsa eccitazione dei locutori non le ha mai fatto sospettare che è tutto un imbroglio? L’ultima partita di calcio è stata giocata tanto tempo fa… Da allora il calcio, come tutta la vasta gamma degli sport è un genere drammatico, interpretato da un solo uomo in una cabina e da attori in maglietta davanti al cameraman”
(Borges, da ‘Esse est percipi’, 1967).

Queste le profetiche parole scritte, oltre cinquant’anni fa dal grande scrittore argentino.
Intorno ai campi di calcio ora coltellate, tifosi fatti secchi, le tribune occupate da invasati fascisti… non entro in uno stadio da tanti anni… era uno dei miei luoghi preferiti insieme con bar ed enoteche (che ancora lo sono) né credo ci andrò più, che malinconia!
Eppure, che gran bel gioco è quello. Ne ho parlato di recente su questo sito con Paolo Sollier un protagonista di anni fa, i meno giovani certamente lo ricordano.
Che bel gioco, quello che Gianni Brera riteneva governato dalla dea Eupalla e sul quale tante penne si sono misurate.
Ne è testimonianza recente anche un gran bel libro pubblicato dalla casa editrice Baldini+Castoldi intitolato con una frase di Pier Paolo Pasolini Il capocannoniere è sempre il miglior poeta dell’anno, sottotitolo Calcio e letteratura.
Ne è autore Alessandro Gnocchi.
Nato a Cremona nel 1971 ha studiato letteratura a Pavia e Firenze. Suoi sono libri su Pietro Bembo, Giuseppe Berto, Antonio Delfini; cura, con Giordano Bruno Guerri, una collana di Studi Fiumani.

Su questo volume mi piace citare quanto sintetizza Fabrizio Fabbri: “C’è stato chi come Sanguineti e Giudici ha visto nel calcio lo strumento di distrazione di massa, chi come Caproni l’ha interpretato come diversivo dalla morte, e chi come Saba ha usato il calcio per raccontare la condizione umana. La galleria poi contempla tante altre figure (…) , molto mi ha colpito Gaio Fratini, fantasista dell’epigramma. Così il suo “derby in maschera”. «Al sommo derby della Nostalgia / il Predappio sul campo del Salò / Invitati speciali Bocca e Fo». Geniale”.

Dalla presentazione editoriale

«Pasolini (effigiato in copertina) disse che il capocannoniere del campionato è sempre il miglior poeta dell’anno. Lo scrittore, noto come Stukas nei campi delle borgate romane, era tifoso del Bologna. Il suo idolo era Biavati, inventore del doppio passo, e una volta cercò di scritturare Bulgarelli per un film. Calcio e letteratura hanno spesso incrociato le loro strade, come se avessero qualcosa di ineffabile in comune. Gabriele d’Annunzio è stato tra i precursori italiani del gioco, Umberto Saba ha cantato la solitudine del portiere, Mario Luzi ha pianto il Grande Torino schiantatosi a Superga. C’è chi ha immortalato un pomeriggio d’amore allo stadio e chi ha composto odi per il tredici al Totocalcio. C’è chi ha esaltato i grandi numeri uno e chi ha ritratto i brocchi di quartiere. Molti non si limitavano a scrivere. Pasolini era un’ala scattante. Albert Camus era un buon portiere. Forse non ci crederete, ma Martin Heidegger era una mezzala sinistra di qualità. Jacques Derrida era un ottimo centravanti. Osvaldo Soriano segnò una trentina di gol nelle categorie inferiori. Ludwig Wittgenstein ebbe un’intuizione geniale osservando una partita a Cambridge.
Questo libro indaga i risvolti letterari del calcio, l’ultimo grande rito di massa della società dei consumi. Nel gioco si celebra la libertà all’interno delle regole, proprio come nella poesia. Molte partite, campioni, squadre hanno avuto i loro cantori, ma anche il singolo gesto atletico, come il dribbling, la finta, il doppio passo. Eppure, alla fine, sono più commoventi gli eroi della propria infanzia, anche se (forse) non erano campioni e nessuno purtroppo ha pensato di immortalarli».

Ho cominciato questa nota con un vaticinio di Borges, la chiudo con un altro suo pensiero: “Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio”. Sarà, ma c’è il rischio che oggi quel bambino prenda a calci un altro bambino che tifa per una squadra di diverso colore o ha idee politiche avverse a quelle del bambino avversario.
Ecco anche perché fa un gran bene leggere le pagine di un libro come questo di Alessandro Gnocchi: tiene a bada parecchi diavoli.

………………….

Alessandro Gnocchi
Il capocannoniere è sempre il miglior poeta dell’anno
Pagine 128, Euro 15.00
Baldini+Castoldi



Marta Roberti a Parigi


Da tempo questo sito (ma non è il solo) osserva con interesse il lavoro di Marta Roberti che ora va sempre più affermandosi sul piano internazionale.
Nata a Brescia nel 1977, dopo essersi laureata in Filosofia a Verona nel 2002, ha frequentato l’indirizzo di Cinema e Video all’Accademia di Belle Arti di Brera dove si è diplomata nel 2007. Con il suo lavoro ha partecipato a numerose mostre e festival tra cui: “Visions in the Making”, Istituto Italiano di Cultura New Delhi (2020); “Wall Eyes”, Keynes Art Mile, Johannesburg e AuditoriumArte, Roma (2019); “Something Else” Biennal Off Cairo (2018); “Portrait Portrait”, Taipei Contemporary Art Center (2016); Scarabocchio”, Kuandu Museum of Art Taipei (2014); “Regeneration”, MACRO, Roma (2012).
Ha tenuto workshop in Sudafrica e in Etiopia, seminari a Shangai e Taipei.
Ora fa parte di un gruppo di cinque artisti italiani (gli altri sono Marinella Senatore - Valentina Furian – Silvia Camporesi – Leone Contini) che dopo Shanghai prosegue con Parigi il tour internazionale della mostra “Cantica21. Dante Alighieri and the Italian Artists”.
L’esposizione, in programma dal 14 aprile all’11 maggio 2022 presso l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, presenta 5 opere dedicate alla figura di Dante Alighieri realizzate grazie all’avviso pubblico “Cantica21. Italian Contemporary Art Everywhere” promosso dalla Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
La nuova tappa vede di nuovo la curatela scientifica della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, in partenariato con l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi.
Così il Direttore Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura Onofrio Cutaia: “Con questa nuova tappa della mostra Cantica21. Dante Alighieri and the Italian Artists a Parigi, prosegue l’azione di internazionalizzazione della creatività del nostro Paese da parte del Ministero della Cultura, in stretta sinergia con il MAECI. Il progetto di Cantica21 rappresenta per i nostri artisti italiani un’importante occasione di confronto con gli ambienti culturali all’estero e una fonte di arricchimento e di stimolo reciproco”.

Circa Marta Roberti, in una nota di presentazione del suo lavoro così è scritto: « L’artista rivolge (in foto la sua opera in esposizione) la sua attenzione agli animali. I disegni che compongono “Bestiario dell’altro mondo” puntano all’aspetto metamorfico e mostruoso ispirato dagli esseri polimorfi dell’opera dantesca in cui l’elemento umano si mescola a quello animale. Con la sua opera Roberti indica che la vita nella Divina Commedia può essere considerata una metamorfosi intraspecifica, così Dante viene letto in un’inedita chiave ecologica nella quale ogni individuo è il risultato di un patchwork multi-specifico».

QUI per uno sguardo al suo portfolio.

Parigi
Istituto Italiano di Cultura
Fino all’11 maggio


25 Aprile


Il 25 aprile è una di quelle date che va scolorendosi sulle pagine della Storia nonostante l’amore e l’odio suscitati allora ancora ribollino sotto la pelle dei nostri giorni.
Si dice, giustamente, che anni democristiani, craxiani e poi berlusconiani e renziani abbiano ottuso coscienze e slanci, ma il primo colpo tirato alla Resistenza, a mio avviso, risale all’amnistia del 22 giugno 1946 promulgata da Palmiro Togliatti (allora Ministro di Grazia e Giustizia) che avrà suo collaboratore al Ministero Gaetano Azzariti Presidente del Tribunale della Razza!).
Decisioni che produssero il primo affronto ai combattenti per la libertà che videro uscire dalle galere fior di repubblichini, un “liberi tutti” di cui ancora oggi si risentono le conseguenze.
Quell’amnistia fu contestata sia da parte della base del Pci, sia dalle associazioni partigiane e anche dal fronte democratico non comunista che videro chiaramente il pericolo, puntualmente avveratosi, di una mancata defascistizzazione del Paese. Fu, infatti, seguita da quattro successive amnistie – varate da governi Dc – che allargarono ulteriormente i termini temporali e la casistica dei reati commessi dai fascisti.

«Lo spirito che animava le donne e gli uomini della Resistenza fu una attitudine a superare i pericoli e le difficoltà di slancio, un misto di fierezza guerriera e autoironia sulla stessa propria fierezza guerriera, il senso di incarnare la vera autorità legale e di autoironia sulla situazione in cui ci si trovava a incarnarla, un piglio talora un po’ gradasso e truculento ma sempre animato da generosità, ansioso di far propria ogni causa generosa.
A distanza di tanti anni, devo dire che questo spirito, che permise ai partigiani di fare le cose meravigliose che fecero, resta ancor oggi, per muoversi nella contrastata realtà del mondo, un atteggiamento umano senza pari».

Italo Calvino, da “La generazione degli anni difficili”, Laterza, Bari 1962.

«La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c'è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline».

Pier Paolo Pasolini, Il caos, Editori Riuniti, 1979.


Storia stupefacente della filosofia (1)

Finora mai mi era capitato di fare su questo Cosmotaxi una conversazione con un ospite dall’account @Dio, ma si sa, c’è sempre una prima volta ed ecco che ciò è avvenuto, perfino a me che ateo sono. Sarà stata la mano di Dio.
Si tratta di Alessandro Paolucci (Foligno, 1981).
Laureato in filosofia, lavora nell’àmbito della comunicazione digitale.
È lui l'ideatore dell’account @Dio, seguito da centinaia di migliaia di persone tra Twitter, Facebook e Instagram.
QUI per saperne di più.
L’occasione dell’incontro è stato dato dalla casa editrice il Saggiatore che di Paolucci ha pubblicato Storia stupefacente della filosofia Oppio, Lsd e anfetamine da Platone a Friedrich Nietzsche.

In un’inchiesta condotta dal Corriere della Sera venne fuori che le due materie scolastiche meno amate dagli studenti italiani erano filosofia e matematica.
Forse insegnate in modo pedante perché, invece, sono campi del sapere di grande fascino, permettono, difatti, d’investigare sull’universo e su chi siamo.
Sono convinto, ad esempio, che se la filosofia fosse studiata così come la propone Paolucci, verrebbe accolta bel diversamente nelle aule.
Droghe e filosofia, droghe e filosofi. Abbiamo epoche in cui quei rapporti sono stati determinanti nella svolta del pensiero di noi umani. Ad esempio, quella dei nostri anni con l’avvento della psichedelia.

Da un vecchio librino “Millelire” (“Viaggi Acidi” di Pino Corrias (Stampa Alternativa, 1992).
“Zero virgola cinque milligrammi di acido lisergico in soluzione. Tre gocce, un sorso. Si siede e aspetta. Sono le due del pomeriggio di un giorno speciale, il 19 aprile 1943: il chimico Albert Hoffmann, 37 anni, da cinque impegnato in esperimenti sugli alcaloidi contenuti nella segale cornuta, ha appena ingerito la prima dose di Lsd della Storia. Aspetta, e ancora non sa di avere appena socchiusa quella che Aldous Huxley, un decennio più tardi, avrebbe chiamato la Porta della Percezione. Ancora non sa che quella sostanza incolore avrebbe conquistato ragazzi californiani, musicisti anglosassoni, scrittori, filosofi di tante parti del mondo”.

Dalla presentazione editoriale di “Storia stupefacente della filosofia”.

«Che cosa sappiamo davvero dei grandi pensatori della storia? La cultura istituzionale, i ritratti fatti da artisti e biografie ufficiali, i professori a scuola e in università ce li hanno sempre presentati come pedanti uomini dalla lunga barba bianca, impegnati a sondare i meandri dell’Essere tra tomi polverosi e attività noiose. Ma se qualcuno ci dicesse che il mito della caverna di Platone è il prodotto di una visione dovuta a una bevanda allucinogena, che il Superuomo era drogato dai farmaci di cui abusava il suo Nietzsche e che alcuni dei testi più importanti di Sartre sono stati scritti ingoiando dieci pasticche di anfetamina al giorno? In fondo, la via per raggiungere la verità è spesso fatta di deviazioni stravaganti.
Alessandro Paolucci ci conduce in un curioso viaggio nella filosofia attraverso le sostanze consumate dai suoi più eminenti protagonisti: dagli esperimenti con l’hashish di Walter Benjamin a quelli con la cocaina di Sigmund Freud, dalla probabile tossicodipendenza dell’imperatore filosofo Marco Aurelio all’Lsd che Ernst Jünger assumeva insieme all’amico Albert Hofmann.
Paolucci scrive una vera e propria contronarrazione psicotropa del pensiero occidentale, muovendosi tra le epoche e i continenti, tra le cerimonie dei Misteri Eleusini cui ebbe probabilmente accesso Platone – durante le quali i partecipanti andavano in trance sorseggiando il misterioso ciceone – e l’Hotel della Posta di Rapallo nelle cui stanze Friedrich Nietzsche curava la sua emicrania stordendosi di oppiacei, fino a raggiungere il deserto della Death Valley teatro dei trip del visiting professor Michel Foucault.
Storia stupefacente della filosofia è nel contempo un compendio di idee rivoluzionarie e un’accurata ricostruzione biografica del lato più umano della speculazione teorica. Il racconto delle avventure (e disavventure) lisergiche che le più eccelse menti di tutti i tempi hanno affrontato mentre si spingevano oltre le colonne d’Ercole dell’immaginario con ogni mezzo e a ogni costo: compresa la repentina fuga dall’allucinazione di un’aragosta gigante.
“E dunque se un viaggio psichedelico ha influenzato Platone, e se Platone ha influenzato tutta la storia della filosofia, ne deduciamo che un viaggio psichedelico ha influenzato tutta la storia della filosofia”.
Dall’hashish di Walter Benjamin all’oppio di Friedrich Nietzsche, dalle cerimonie allucinogene di Platone ai trip di Michel Foucault: una controstoria della filosofia attraverso le sostanze consumate dai suoi protagonisti».
.
Segue ora un incontro con Alessandro Paolucci.


Storia stupefacente della filosofia (2)

A Alessandro Paolucci (in foto) ho rivolto alcune domande.

Comincio con due domande in una.
Quando nasce “Storia stupefacente della filosofia”? Qual è la principale motivazione che ti ha spinto a scrivere quel testo
?

La noia e il disagio del lockdown, e il desiderio di fare in un modo nuovo ciò che ho fatto finora sulle mie pagine social: dissacrare. Era da un po' che cercavo qualcosa per raccontare i filosofi sotto una luce diversa, e la faccenda degli stupefacenti mi è sembrata adatta. Non me ne sono pentito, anzi, ora sto vedendo se si può fare lo stesso con gli scienziati.

Nello scrivere questo saggio qual è la prima cosa che hai deciso di fare per prima e quale per prima da evitare

Ho cercato di prendere in considerazione i filosofi che avevano un vero vissuto (documentato) di esperienze con le droghe, in modo da farlo emergere dalle loro stesse parole, senza forzare o interpretare. Questo non è stato possibile con Platone…

… credo di capire perché

Grazie per la comprensione, per lui non c'erano fonti dirette, perciò ho dovuto più che altro ricostruire il contesto dei culti misterici e del suo legame con tutto questo. La centralità del trip psichedelico a quel punto è venuta fuori da sé.
La cosa da evitare ovviamente è stata l'eccessiva celebrazione del consumo di droga, che emerge come un'attività che non apre veri squarci su nuove realtà, e al massimo può potenziare delle capacità, se si è fortunati. Ma più che altro fa male e mette nei guai.

Che possa mettere nei guai ancora oggi perfino una droga leggera non c’è dubbio, si legga ad esempio QUI, ma voglio ricordare, per dovere di cronaca, anche l’uso terapeutico, per dirne una, della cannabis.
Ora ti chiedo: perché degli artisti – letterati, pittori, musicisti – non meraviglia una loro vita sregolata e, invece, sorprende che la conducano dei filosofi
?

Credo dipenda dal ruolo che inconsapevolmente abbiamo assegnato ai filosofi: sono i nostri santi laici, maestri di virtù e perfezione. Platone diceva che l'esercizio della filosofia assimila al divino, cioè rende simili agli dei, insomma rende santi. Gli artisti si possono sballare, lo accettiamo facilmente. I santi no.

Le droghe, secondo la tesi da te sostenuta, sono molto presenti nell’antichità e tornano a influenzare in modo significativo i filosofi nell’800. Quale causa ha determinato quell’assenza nel percorso di tanti secoli?

Non è per fare i blasfemi a tutti i costi, ma è semplicemente a causa del cristianesimo, che ha bandito per secoli dalla vita europea qualunque ricerca diretta del piacere corporeo; giusto il vino si poteva salvare, perché aveva un ruolo nei rituali. L'oppio anticamente era conosciuto, ma stordiva, dava ebbrezza ed euforia, e anche la cannabis: diciamo che mantenevano il legame con i piaceri terreni, quindi con il peccato. Non potevano andare bene.

Perché sono i giorni dell’età moderna e contemporanea quelli più ricchi d’esempi del rapporto fra droghe e pensiero filosofico?

Ricollegandoci alla domanda di prima, le droghe antiche (oppio e cannabis) nei secoli bui sono rimaste in circolazione, ma più verso oriente che in Europa, e i filosofi della nostra tradizione sono quasi tutti europei. Per avere una diffusione in Europa, e una varietà tale da far venire in mente a qualcuno di sperimentarle (anche in modo serio), bisognerà attendere la rivoluzione industriale, la scienza e la medicina moderna. Morfina, cocaina ed eroina sono invenzioni del XIX secolo, il resto è tutta roba del XX.

Fra tanti filosofi di ieri e di oggi, a tuo avviso, qual è quello più lontano da Dio ?

Un po' di misticismo e di religione se li sono concessi tutti, è raro trovare un ateo vero, nemmeno Voltaire. Io ho delle difficoltà a definire ateo anche Marx, perché poi finiva per avere fede nella visione storicista, nel progresso che necessariamente avrebbe condotto alla rivoluzione, e qui c'è un malcelato desiderio di provvidenza, divina o quasi. Un moderno davvero ateo è stato Bertrand Russell, ma è sopravvissuto a un disastro aereo a 76 anni, e questo fa di lui un autore di miracoli. A questo punto dobbiamo tornare alle origini: l'ateo duro e puro è Democrito, il quale 2400 anni fa diceva che se gli dei ci sono allora sono fatti di atomi, ma tanto è inutile, perché non interagiscono con noi.

La Consulta guidata da Amato ha bocciato il referendum sulla cannabis. Un tuo giudizio su quella decisione...

Io mi sono arrabbiato di più per la bocciatura del referendum sull'eutanasia, che giudico prioritario rispetto a quello della cannabis: i malati senza speranza di cure devono poter decidere di farla finita quando ritengono che la loro vita non sia più vita, ed è una barbarie vergognosa che si debba aspettare così tanto per avere una legge di buonsenso. E tuttavia, qui la colpa è della pigrizia del Parlamento: il referendum, con l’elevato numero di firme raccolte, è servito a far vedere chiaramente qual è la volontà popolare, ora spetta al Parlamento legiferare (gli spettava anche prima).
Quanto alla cannabis, dato che io non sono interessato al consumo (il fumo mi fa schifo), posso dire quindi senza conflitti di interessi che dopo tutti questi decenni il proibizionismo ha fallito, e la droga è ovunque. Il divieto è servito solo alla mafia per avere entrate sicure e costanti, quindi, se non siamo del tutto rimbambiti, o peggio, se non siamo amici dei criminali, allora bisogna tentare la strada della legalizzazione, togliere il business al crimine e il fascino del proibito alla cannabis. Ma a quanto pare è una blasfemia, e non si può dire.

……………………….………...……

Alessandro Paolucci
Storia stupefacente della filosofia
Pagine 144, Euro 15.00
Il saggiatore


A Los Angeles con Bukowski

La casa editrice Giulio Perrone tra le e ghiottonerie del suo catalogo dispone di una originale collana chiamata ‘Passaggi di dogana’ che propone conoscenza di una città attraverso uno scrittore e di quello scrittore attraverso quella stessa città da lui abitata o più amata.
È il caso del recente libro A Los Angeles con Bukowski Birre, sesso e cavalli.
L’autore è Enrico Franceschini che dopo avere fatto molto più di quattro passi nella capitale inglese nel precedente A Londra con Sherlock Holmes, adesso racconta le strade e i bar di Los Angeles con lo scrittore statunitense Henry Charles "Hank" Bukowski (Andernach, 16 agosto 1920 – Los Angeles, 9 marzo 1994), noto anche con lo pseudonimo di Henry Chinaski, suo alter ego letterario.
QUI un’estesa biografia.

Franceschini è nato a Bologna nel 1956 e gira il mondo da più di trent’anni quale corrispondente estero del quotidiano «la Repubblica», per il quale ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e Londra, dove risiede attualmente.
Nel 2017 ha pubblicato il romanzo “Scoop” con Feltrinelli e “Vinca il peggiore” con 66thand2nd. Nel 2018 è uscita per Laterza la sua raccolta di interviste “Vivere per scrivere” e nel 2019 con Rizzoli “Bassa marea”.

Questo libro si avvale di una scrittura veloce ed esatta come passaggi in una città frenetica e che si propone però mete lente e precise. Come quelle raggiunte da Bukowski abitualmente.
Da qui un tour per niente turistico ma tutto vissuto fra un’umanità spesso, assai spesso, dalla vita degradata, dal futuro senza futuro.
A differenza di tanti ritratti di scrittori fatti da giornalisti che li ritraggono nei profili di vita e di scrittura tendenti questi ultimi al saggistico, con Franceschini abbiamo un’immagine di Bukowski ottenuta fotografando in 3D tensioni, vizi, tic, riti, di “Hank” e il risultato è forse il più bel saggio mai scritto su Bukowski e il suo stile di esistenza e di scrittura.
Partecipato e bello il finale: “Don’t try (Non provarci). L’epitaffio perfetto per il vecchio Buk. Non provare disperatamente a scrivere: scrivi se ne sei capace, bevendo una birra, fumando una sigaretta, ascoltando musica classica o in qualunque altro modo ti riesce; altrimenti lascia stare, non farlo (…) Così, giunto in fondo a questo viaggio per Los Angeles insieme a Bukowski permettetemi di dire un’ultima parola per difenderlo. Non perché abbia un particolare titolo per farlo, a eccezione di quello di essere uno dei pochissimi italiani ad averlo incontrato di persona. Impresa riuscita, mi risulta soltanto a Fernanda Pivano, e a Silvia Bizio qualche anno dopo la mia visita a Bukowski (…) Cent’anni dopo essere nato e trenta dopo essere morto, per me Bukowski va riconosciuto come un grande scrittore e basta, uno dei più grandi che ci hanno dato gli Stati Uniti, dotato di uno stile che non invecchia mai e inesauribile fonte di storie dettate dalle sue esperienze di vita. L’opposto dello scrittore da salotto che cerca disperatamente, disperatamente, disperatamente, un’idea per il prossimo libro: è anche a lui che si rivolge Buk con quello sberleffo dall’aldilà, ‘Don’t try”.

Dalla presentazione editoriale
«Los Angeles, la città dei sogni, degli eccessi, del divertimento senza sonno. Non può che essere questo il luogo amato da Bukowski, scrittore sregolato, polemico e anticonformista che troverà nella città la cifra perfetta della propria vita. Non ha monumenti famosi Los Angeles, non ha emblemi che la precedono nell’immaginario collettivo, eppure, e forse proprio per questo, è una delle rare città che si possono vivere davvero, senza la condanna dello sguardo del turista. È quindi il luogo di elezione di Bukowski, che qui può dormire di giorno, scrivere di notte e fare i suoi pellegrinaggi in spiaggia, mentre si dedica all’osservazione dei bassifondi, dei miserabili che poi metterà su carta per ritrarre un brulicare di vita sicuramente più interessante di quella dei salotti letterari, che a lui proprio non si addicono».

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Enrico Franceschini
A Los Angeles con Bukowski
Pagine 166, Euro15.00
Giulio Perrone Editore


Lamberto Pignotti alla Galleria Granelli


Alla Galleria Granelli è in corso la mostra “Ad Arte” aperta il primo aprile. Nella data ci vedo il malizioso zampino di Lamberto Pignotti che da sempre sotto forma di beffa o burla propone cose serissime oltre che belle.
La mostra, on line, ora propone una collezione di opere realizzate dal 1945 fino agli anni 2000; dai collages, ai souvenir, ai francobolli, alle decomposizioni fino alle opere protagoniste delle performances. Autentiche rarità, introvabili oggi nel mercato dell’arte.

Tempo fa in un incontro su questo sito gli chiesi perché spesso i critici usano l’aggettivo “diagonale” per definire il suo lavoro...

...Diagonale?... mah, si può dire anche laterale, obliquo, trasversale, di scorcio, di lato, di sguincio, di traverso… E’ un po’ come quando perdi una cosa e per ritrovarla devi cambiare posizione e punto di vista. Spesso ce l’hai sotto gli occhi ma non la vedi, come la “Lettera rubata” di Poe: devi insomma spostarti e guardare con altro occhio, attivare una specie di anamorfosi. Quando ritrovo vecchie foto – conservate, dimenticate – esse mi appaiono improvvisamente come “attuali”. Effetto di uno sguardo forse… diagonale.
Comunque, a me è sempre interessato il sovrapporsi di presente e passato, di opera classicizzata e di opera sperimentale
.

CLIC per vedere le opere.

Lamberto Pignotti
Ad Arte
Galleria Granelli
Via Marconi 1/D
Info: info@galleriagranelli.it
+39. 0586 752069; +39. 348 3337010
Castiglioncello (Li)


NFT in Casa Neri Pozza

Dopo l’annuncio del Podcast lanciato dalla casa editrice Neri Pozza ricevo dall’Ufficio Stampa dell’Editrice un comunicato che volentieri rilancio.

«In occasione della pubblicazione di Caro Pier Paolo, il libro scritto da Dacia Maraini per celebrare i cento anni della nascita di Pier Paolo Pasolini, Neri Pozza ha chiesto all’artista Nicola Verlato, che ha dedicato un importante ciclo di opere alla figura del poeta, di realizzare tre copertine del libro in forma di creazioni digitali NFT.

Grazie a Wizkey e Neosperience, due società esperte in blockchain, il prossimo 30 aprile sarà online la landing page (neripozzanft.com) su cui saranno messe all’asta le tre opere.

Con #NFPPP, il progetto dedicato a Caro Pierpaolo, Neri Pozza è la prima casa editrice a sperimentare la riproduzione di copertine in NFT. E #NFPPP è solo la prima di una serie di creazioni digitali che la casa editrice intende proporre in futuro.

Ecco le parole con cui il direttore editoriale Giuseppe Russo annuncia il progetto:

«”Negli anni Settanta” – ha dichiarato Dacia Maraini durante una presentazione pubblica di “Caro Pier Paolo” – “esisteva una comunità artistica fatta di letterati, pittori, critici che si dava appuntamento senza alcuno scopo se non il piacere di incontrarsi e condividere le proprie esperienze”.

Sin dalla sua fondazione – avvenuta nel lontano 1946 per opera di Neri Pozza, artista oltre che editore – la casa editrice Neri Pozza ha cercato di tenere vivo il legame tra arte e letteratura. Per celebrare il 70° anniversario della sua nascita, nel 2016, affidammo la realizzazione delle copertine dei libri più rappresentativi della nostra storia ad alcuni dei più noti esponenti dell’arte contemporanea: Francesco Clemente, Wang Guangyi, Rafael Megal, Mimmo Paladino, Giulio Paolini, Richard Philipps, Kiki Smith.
In occasione ora dell’apparizione di “Caro Pier Paolo”, il libro in cui Dacia Maraini ripercorre gli anni della sua profonda amicizia con Pasolini, anni appunto in cui artisti e scrittori condividevano forme di vita e orizzonti di ricerca, abbiamo chiesto a Nicola Verlato, artista che ha dedicato un importante ciclo di opere alla figura del poeta, in esposizione dal 13 aprile al 12 giugno 2022 al Museo Nazionale Romano - Terme di Diocleziano nella mostra intitolata Hostia. Pier Paolo Pasolini, di realizzare tre copertine del libro in forma di creazioni digitali NFT. L’idea è raggiungere con immediatezza, mediante la tecnologia che la blockchain offre, la comunità artistica internazionale, per riproporre la figura e l’opera di Pier Paolo Pasolini, un poeta, regista e scrittore che ha segnato la storia del Novecento con la sua libera testimonianza creativa, politica e culturale.
Il risultato è una collezione unica nel panorama della criptoarte, in cui nell’universo digitale irrompe la qualità artistica e letteraria.
Il ricavato dell’asta sarà devoluto alla creazione di una borsa di studio per giovani redattori, destinata alla loro formazione e preparazione editoriale. La borsa di studio sarà intitolata alla memoria di Nicoletta Bettucchi, redattrice e valente filologa della casa editrice scomparsa di recente».



Atelier dell'Errore


“Sto lavorando duro per preparare il mio prossimo errore”, diceva Einstein.
E Warhol: “Chi mai ha commesso un errore, nulla di nuovo ha mai sperimentato”.
Insomma, l’errore può contenere opportunità, risorse.
Ne sa qualcosa Cristoforo Colombo.
Ne maggio 2017, su questo sito, dedicai una nota all’Atelier dell’Errore” il cui solo nome già è ricco di fascino.
Ne è passato di tempo da allora, l’Atelier, di errore in errore, è cresciuto sano e robusto com’è lo stesso corpo dell’Errore (almeno, io così la penso).
Ha origine nel progetto nato nel 2002 dall’artista visivo Luca Santiago Mora che lo dedicò ai ragazzini della neuropsichiatria infantile dell’Azienda Ospedaliera di Reggio Emilia e di Bergamo.

Da oggi,13 aprile 2022, apre al pubblico Chutzpa Una tenda che non è una tenda, animali che non sono animali, progetto espositivo dell’http://atelierdellerrore.org/it/cover, a cura di Gabi Scardi, che inaugura “The Art Studio”, la nuova area dedicata all’arte contemporanea all’interno delle Procuratie Vecchie di Venezia.
Le Procuratie Vecchie in Piazza San Marco sono la nuova casa di The Human Safety Net, il movimento globale, creato da Assicurazioni Generali, la cui missione è liberare il potenziale delle persone che vivono in condizioni di vulnerabilità affinché possano migliorare la loro vita, delle loro famiglie e comunità. I programmi di The Human Safety Net sostengono le famiglie più povere con figli piccoli (0-6 anni) e l'integrazione dei rifugiati attraverso il lavoro e l'imprenditorialità. The Human Safety Net è attiva attualmente in 23 Paesi a supporto di 56 ONG.
All’interno delle Procuratie Vecchie, aperte al pubblico per la prima volta nei loro 500 anni di storia, a seguito del restauro a opera dello Studio David Chipperfield Architects Milan, è possibile visitare anche la mostra interattiva “A World of Potential”.

Estratto dal comunicato stampa

«CHUTZPAH: è un termine yiddish che indica la sfacciataggine di chi crede eccessivamente in sé stesso. Nel corso degli anni il termine è stato assunto nel linguaggio anglosassone con riferimento alla fiducia personale, alla spinta temeraria che permette di uscire dagli schemi prestabiliti e di compiere azioni per altri impossibili. Coraggio e sfrontatezza sono sicuramente caratteristiche associabili alla postura di AdE, all’origine delle scelte, dei modi, e anche dell’uso non convenzionale di tecniche tradizionali della storia dell’arte. CHUTZPAH è, infatti, frutto di un lavoro al limite dell’ossessione attraverso il quale il collettivo è in grado di raggiungere livelli di estremo virtuosismo tecnico.

Nel grande ambiente di circa 200 metri quadrati di The Art Studio ci si troverà al cospetto di una serie di opere di proporzioni ambientali.
Le opere che compongono CHUTZPAH risplendono di luce.
Negli esiti costruttivi di un dialogo tra forma ed errore, il lavoro di AdE interseca pienamente i presupposti di The Art Studio e della Fondazione The Human Safety Net.
L’Atelier, per volontà dei genitori dei ragazzi che lo frequentano, è ufficialmente un’associazione ONLUS. In questi anni di attività, si è rivelato valido complemento all'attività clinica, ma anche opera d'arte relazionale».

Ufficio stampa
Irene Guzman: irenegzm@gmail.com – Tel. + 39 349 1250956


Contro tutti i muri (1)


La casa editrice Donzelli ha pubblicato un saggio che rende giustizia a una figura del mondo scientifico da molti finora prevalentemente vista come “la moglie di Basaglia”; si tratta di Franca Ongaro.
A mettere in luce la figura di questa donna è stata la storica Annacarla Valeriano che già fu ospite di questo sito quando uscì nel 2017 Malacarne. donne e manicomio nell'Italia fascista.
Il suo nuovo libro è intitolato Contro tutti i muri La vita e il pensiero di Franca Ongaro Basaglia
Valeriano ha studiato Storia contemporanea all’Università di Teramo.
Ha lavorato presso l’Archivio della Memoria Abruzzese della Fondazione Università di Teramo. Con Donzelli ha pubblicato “Ammalò di testa. Storie dal manicomio di Teramo” (2014), con cui ha vinto il premio internazionale di saggistica Città delle Rose, migliore autore abruzzese (2014), il premio Franco Enriquez (2014) e il premio Francesco Alziator (2014). Inoltre “Malacarne. Donne e manicomio nell’Italia fascista” (2017), è stato vincitore del premio nazionale di cultura «Benedetto Croce» (2018), sezione saggistica.

Dalla presentazione editoriale.
«Franca Ongaro utilizzò il suo spirito critico come forma di liberazione, come uno strumento di analisi per mettere a fuoco la trama di contraddizioni di cui era intessuta la realtà e da cui era necessario prendere le mosse per comprendere le diverse espressioni della condizione umana, non ultima la follia, ma anche per cogliere la complessità delle relazioni tra uomo e donna, in una visione complessiva che conciliasse salute e malattia, forza e debolezza, maschile e femminile. Su queste «compresenze» avrebbe impostato il cuore del suo lavoro e delle sue azioni, consapevole che la manipolazione dei corpi e delle menti si attuava in primo luogo attraverso le semplificazioni operate dal senso comune. Le sue carte d’archivio, magistralmente esplorate e raccontate da Annacarla Valeriano, consentono di riannodare le riflessioni svolte nel corso di una vita, per avere ancora oggi delle visioni che ne testimoniano l’attualità del pensiero».

Segue ora un incontro con Annacarla Valeriano.


Contro tutti i muri (2)

Ad Annacarla Valeriano (in foto) ho rivolto alcune domande.

Quali le difficoltà che hai incontrato nel ricostruire il lavoro di Franca Ongaro?

Non parlerei di difficoltà ma parlerei, piuttosto, di sfide. La sfida di ricomporre il pensiero di Franca Ongaro nelle sue molteplici dimensioni, poiché le sue riflessioni hanno abbracciato l’arco di una vita intera, toccando non soltanto questioni legate alla distruzione dei manicomi e all’attuazione della legge 180 ma si sono estese ad ambiti sociali di “frontiera” diversi. Penso alla sensibilità con cui Franca Ongaro ha saputo affrontare il problema delle tossicodipendenze; alla tenacia con la quale si è battuta, insieme con altre donne, affinché le norme contro la violenza sessuale venissero modificate nella direzione di una identità femminile finalmente riconosciuta; alla volontà di comprendere il rapporto uomo/donna mettendo al centro di questo scambio reciproco il valore della diversità e la sua valorizzazione per costruire un legame della libertà basato sul superamento della logica della rivendicazione e su una unità d’azione capace di trasformare la realtà.

Nell’accingerti a scrivere questo libro quale la cosa che hai deciso di fare assolutamente per prima e quale quella assolutamente per prima da evitare?

Nel momento in cui ho scelto di valorizzare il pensiero di Franca Ongaro, ho voluto farlo partendo dalle sue carte d’archivio. Dunque, la mia priorità è stata quella di accedere fisicamente agli scritti prodotti nel corso della sua vita, e oggi conservati presso la Fondazione Franca e Franco Basaglia sull’Isola di San Servolo a Venezia, acquisirli (anche grazie alla generosità di Alberta Basaglia e alla disponibilità di Leonardo Musci) e successivamente studiarli per ricostruire la sua parabola intellettuale.
Questo è un libro che ho iniziato a concepire durante i mesi del primo lockdown, quando eravamo tutti chiusi in casa e non sapevamo come e quando saremmo mai potuti tornare a una vita normale. Lavorare sulle carte di Franca Ongaro mi ha spinta ad evitare di perdere il contatto con la realtà, facendomi intravedere nell’impossibile della situazione che stavamo vivendo una possibilità.

Dopo la precoce scomparsa di Basaglia (a 56 anni il 29 agosto nel 1980) da quali offensive la Ongaro ha dovuto difendere il lavoro suo e del marito?

All’indomani della morte di Franco Basaglia, la legge 180 fu presa a bersaglio come responsabile di tutti i mali dai mezzi di comunicazione di massa e dai partiti, in un clima di crescente ostilità dal quale sembrava riaffiorare il «fascino discreto del manicomio». Le critiche alla riforma furono accompagnate da proposte per revisionarla che iniziarono da subito: dal 1978 al 1988 furono presentate alla Camera ben dodici proposte di modifica degli articoli della 180, tutte motivate dalla convinzione che la legge fosse sbagliata. Le proposte tentavano di modificare strutturalmente la riforma psichiatrica, riportando indietro le lancette dell’orologio e prevedendo il riuso degli ospedali psichiatrici con l’istituzione di strutture per acuti e lungodegenti. Si trattava di un tentativo di restaurare il manicomio, rivitalizzandolo con un cambio di nome ma non di funzione, con un’impostazione esattamente contraria alla cultura anti-istituzionale germogliata prima a Gorizia e poi a Trieste.
Anche per questa ragione, le iniziative di governo della riforma – intraprese da Franca Ongaro nel corso delle due legislature in cui sedette come Senatrice nei banchi di Sinistra Indipendente – si svolsero in una dimensione politica di dialogo costante con gli operatori psichiatrici e i famigliari dei malati, andando nella direzione di restituire credibilità a un modo diverso di affrontare il problema della malattia mentale, per far sì che il concetto di «normalità» sfumasse sullo sfondo e lasciasse spazio all’espressione della diversità.

Vedi un’attualità nel lavoro politico di Franca Ongaro? Se sì, in che cosa va ravvisata?

Il lavoro politico e culturale di Franca Ongaro continua a parlarci attraverso i tanti esempi concreti che ci ha lasciato. Le sue riflessioni, i suoi pensieri, l’impegno di una vita hanno avuto la forza di modificare quanto non rispondeva ai reali bisogni delle persone e non smettono di essere un faro capace di illuminare le zone d’ombra non ancora sfiorate dalla cultura dei diritti e dall’etica dei servizi, risultando attuali in un presente in cui sono esaltate le capacità e le risorse dell’individuo ma si continuano a sottrarre le possibilità perché quelle risorse abbiano le condizioni per potersi realizzare nella concretezza della quotidianità.
Ciò che Franca Ongaro ha saputo dimostrare, mettendo alla prova le proprie intuizioni nella pratica professionale e nell’impegno politico, è stata la necessità di accostarsi alla realtà dei problemi, non limitandosi a sfiorarne la superficie, ma adoperandosi per trovare il modo di toccare la radice delle questioni, Oggi, più di ieri, alla luce dei tanti diritti conquistati, appare quanto mai importante garantire condizioni di salute e di malattia accettabili, per consentire a tutti una vita più umana; questo è possibile anche traendo ispirazione dal pensiero di Franca Ongaro che seppe conferire al proprio lavoro un valore politico nella misura in cui le sue azioni furono finalizzate ad agire sulle contraddizioni della vita sociale, per determinare processi di emancipazione e lottare contro ogni facile riduzionismo della realtà. La vita di Franca Ongaro ci dimostra ancora oggi che è necessario tenere aperta una finestra sull’impossibile per attuare la possibilità.

………...…………………..

Annacarla Valeriano
Contro tutti i muri
Pagine 134, Euro 17.00
Donzelli Editore


Il bambino scomparso (1)


La casa editrice Marsilio ha pubblicato un libro splendido che dobbiamo a uno dei maggiori studiosi dell’Olocausto.
Ne è autore, infatti, Frediano Sessi.
Titolo del volume: Il bambino scomparso Una storia di Auschwitz.
Sessi, nato a Torviscosa (Udine, 1949), è traduttore e saggista; vive a Mantova.
Per Einaudi ha curato l’edizione italiana del Diario di Anne Frank.
Presso Marsilio si leggono: “Elio, l’ultimo dei Giusti” (2017), “L’angelo di Auschwitz. Mala Zimetbaum, l’ebrea che sfidò i nazist”i (2019).e Auschwitz. Storia e memorie (2020).

Trovate su questo sito un suo intervento, in occasione della pubblicazione di “Auschwitz”: QUI

Dalla presentazione editoriale.

«Quando un evento orribile resta «incistato dentro, come un proiettile nel cervello», per sopravvivere al dolore si può parlarne, scriverne, tentare «di risolvere il rompicapo dell'invadenza» del passato nel presente, oppure confinare il ricordo in un angolo buio della mente, togliendogli voce e corpo, rendendolo altro da sé. Nel gennaio 1945, alla liberazione del campo di Auschwitz, Luigi Ferri, che appena undicenne era stato internato a Birkenau, sceglie il silenzio. Un silenzio radicale, senza appello, il solo che può lenire il trauma della prigionia e consentirgli di guardare al futuro con un barlume di speranza. Da quel giorno, Luigi cancella ogni traccia di sé, vanificando gli sforzi di studiosi, ricercatori, storici ed enti istituzionali che «hanno setacciato in lungo e in largo gli archivi nazionali e le anagrafi» per ritrovare il «bambino scomparso» di Auschwitz. Frutto della testimonianza raccolta attraverso colloqui privati con Luigi e della scoperta di materiali inediti, in questo libro Frediano Sessi, tra i principali studiosi italiani della Shoah, ripercorre le orme di quel bambino dalla fatidica notte dell'arresto - quando, pur ariano e cattolico, segue volontariamente la nonna ebrea - all'incontro con il medico austriaco Otto Wolken, il prigioniero che gli salva la vita e diventa per lui un secondo padre. Fino ai giorni concitati che vedono l'arrivo delle truppe sovietiche e la conclusione di un incubo durato tanto. Forse troppo».

Segue ora un incontro con Frediano Sessi.


Il bambino scomparso (2)

A Frediano Sessi (in foto) ho rivolto alcune domande.

Com’è nato questo libro?

Da una ricerca storica sui sopravvissuti italiani (uomini e donne) ad Auschwitz, e che sono rimasti nel Lager alcuni mesi dopo la liberazione del 27 gennaio 1945. La ricerca è stata condotta negli archivi pubblici, italiani e del Museo di Auschwitz e negli archivi privati; su quotidiani e riviste dell’epoca in lingua polacca, tedesca e in italiano che ne hanno dato notizia.
La scoperta di Luigi Ferri (classe 1932) vivo e la possibilità di parlare con lui, di corrispondere e di incontrarlo ha dato forma a un racconto unico. Il signor Luigi, che ora ha un’altra identità, ha una caratteristica unica rispetto a tutti i testimoni che ho incontrato. Non ha mai arricchito la memoria del suo vissuto di bambino con letture o rielaborazioni dei fatti accaduti postume. La sua memoria di oggi è quella del bambino di ieri, non ha subito inquinamenti o condizionamenti. E nel suo racconto, il dolore è profondo e sempre lo riporta ai giorni trascorsi in Lager.

Quando ti sei accinto alla scrittura qual è la cosa che hai deciso di fare assolutamente per prima e quale per prima assolutamente da evitare?

La ricostruzione del contesto storico e la verifica delle fonti d’archivio e testimoniali. Ho cercato negli archivi del Museo di Auschwitz di recuperare gran parte degli scritti di Otto Wolken, nei quali si racconta la vita quotidiana a Birkenau e anche di Luigino.
Ho messo in relazione questi scritti con le testimonianze giudiziarie di Luigi Ferri e Otto Wolken.
Di quest’ultimo ho recuperato anche tutte le sue deposizioni al Processo di Francoforte sul Meno del 1964, contro alcuni criminali nazisti che erano in servizio ad Auschwitz
Ho evitato di prendere in considerazione le informazioni riprodotte nella rete Internet, errate perché di Luigi Ferri e di Otto Wolken nessuno ha mai ricostruito la storia. Solo alcuni, ne hanno parlato senza troppo indagare e soprattutto senza parlare con il diretto protagonista Luigi Ferri.

Quale la ragione della scelta di raccontare questa storia – pur tenendoti rigorosamente lontano da ogni fiction – usando la prima persona?

Non per aggiungere la sua voce a quella dei testimoni che hanno già raccontato le loro storie, mimando la voce di Luigi Ferri; bensì, per entrare nel suo lungo silenzio e offrire così una porta di accesso alla sua tragica e avventurosa storia anche al lettore. Inoltre, si sa, ogni libro richiede da chi si accinge a scriverlo un preciso registro linguistico e un tono adatto alla storia. Per me, in tutti questi anni di lavoro, la scelta del come scrivere un libro è già dentro la storia che voglio raccontare; tra le pieghe del materiale documentario che trovo. È proprio la storia che mi chiede di essere scritta in un certo modo. So bene che dicendo queste cose, pochi capiranno. Ma è così. Non si può imporre una forma a una storia; è la storia stessa che te la impone.

Perché a tuo avviso Luigi Ferri accetta di parlare solo del bambino-Ferri e mai dell’adulto-Ferri?

Lo scrive in una lettera del 17 febbraio 2021: «Ripensare a quel passato orrendo mi sconvolge più che mai ora che sono vecchio e ho meno energie per sopportarne il peso. Mi conforta solamente la Sua promessa di non divulgare la mia esistenza da adulto. Come Le ho detto, più volte, per non impazzire, ho nascosto sempre, soprattutto dopo la morte di Wolken, la tragedia che ho vissuto, cercando di essere un uomo normale come tanti altri».
Il bambino dentro di lui è dunque altro da lui e insieme parte di lui. Ho dovuto ricorrere a conversazioni con alcuni amici che praticano la psicoterapia, e a letture freudiane sul lutto per capire la posizione di “sicurezza” in cui, con grande intelligenza, si è messo Luigi. Senza cancellare il bambino.

Un protagonista di questa storia è il medico ebreo ungherese Otto Wolken.
Quale la sua importanza nella vita del “bambino scomparso”
?

Il dottor Wolken è un ebreo socialista che perfino a Birkenau ha un ruolo nella resistenza. È lui che nasconde Luigino, lo educa alla vita nel Lager, lo protegge e lo salva. Tuttavia, senza la grande vitalità del bambino e senza la sua capacità di capire le situazioni e di adattarvisi, anche Wolken non sarebbe riuscito nella sua impresa, alla quale hanno partecipato alcuni altri prigionieri. Purtroppo, questo grande medico ebreo è stato dimenticato anche a Vienna. Non ci sono libri o biografie su di lui. Lo scopo del mio libro è anche quello di ricordarlo in modo degno. Fu un uomo giusto che rischiò la vita per salvare molti prigionieri e non solo Luigino.

Nonostante la grande quantità d’informazione sul nazismo e le sue atrocità, assistiamo a un massiccio ritorno di quella cruenta ideologia.
Che cosa non è stato fatto e che, invece, andava praticato per impedire tanti orrori dei nostri giorni
?

Paradossalmente il “Giorno della Memoria” ha contribuito anche a una semplificazione della storia dello sterminio degli ebrei in Europa. Nelle commemorazioni pubbliche, negli organi di informazione si perde spesso il contenuto di complessità di questo evento e delle procedure che lo hanno reso possibile. Più che ricordare la tragedia del popolo ebraico, le commemorazioni servono ad assolverci dalle nostre responsabilità storiche e presenti; a rassicurarci e a farci dire “noi non siamo come loro”. Una conoscenza storica approfondita a partire dalla scuola primaria e secondaria e nelle università può rendere più consapevoli. La conoscenza, non l’emozione, è alla base della memoria.


- Piero Gobetti: "La storia è sempre più complessa dei programmi".
“La Rivoluzione liberale”, 1924.
- Alain: "La storia è un grande presente, e mai solamente un passato".
“Le avventure del cuore”, 1945.
- Elias Canetti: "Imparare dalla storia che da essa non c'è niente da imparare".
“La tortura delle mosche”, 1992.

E per Frediano Sessi la Storia che cos'è
?

La storia è soprattutto conoscenza dei fatti accaduti, attraverso la ricerca dei processi che sono alla base degli accadimenti; ed è anche conoscenza delle vite individuali che hanno subito e reagito, ribellandosi all’oppressione.

……………………………….>

Frediano Sessi
Il bambino scomparso
Pagine 160, Euro16.00
Marsilio


Teatro Mobile e Memorie antiche


“Teatro Mobile” è un'Associazione culturale che realizza progetti multidisciplinari, e che propone nuove forme di spettacolo per la valorizzazione dei luoghi del nostro patrimonio culturale (artistico, archeologico, museale, paesaggistico).
Per saperne di più: CLIC!
Ora presenta Memorie Antiche con il Teatro Mobile Drammaturgie d’ascolto e nuove percezioni: 22 spettacoli in cuffia per 9 weekend di primavera fra Teatro site specific e Archeologia, alla riscoperta di Appia Antica, Ostia Antica e Tivoli programma realizzato con i fondi della Regione Lazio

Il cartellone contiene, quindi, 22 produzioni tutte presentate in prima assoluta.
Il cast dei vari spettacoli si avvale di noti interpreti quali Paolo Bonacelli, Evelina Meghnagi, Galatea Ranzi

Estratto dal comunicato stampa

«Tutti i weekend, dal 10 aprile fino al 5 giugno, i 22 spettacoli di Memorie Antiche con il Teatro Mobile – Drammaturgie d’ascolto e nuove percezioni animano i parchi storici di Appia Antica, Ostia Antica e Tivoli con un’esperienza che congiunge lo spettacolo dal vivo con la valorizzazione dei beni culturali e con le nuove tecnologie declinate nella fruizione specifica dell’audio in cuffia.
Un’operazione culturale che vedrà drammaturgie inedite, scelte in funzione del luogo, presentate nell’innovativa modalità “in cuffia” per cercare la memoria antica dei luoghi e farla rivivere in un immaginario contemporaneo
Il progetto di Teatro Mobile, realizzato in partnership con Teatro Illoco, propone un viaggio fra antico e contemporaneo che coprirà tutto il periodo primaverile: si parte ad aprile dalla via Appia Antica, con una serie di eventi pensati sul percorso della regina viarum; a maggio si esce da Roma verso il mare – sulla direttrice della via Ostiense – per “abitare” il Parco Archeologico di Ostia Antica, la città del mare di Roma, con le sue strade, case, templi e il suo teatro, fino, nel Comune di Fiumicino, a luoghi recentemente riaperti al pubblico come il Porto di Traiano, il Museo delle Navi e la Necropoli di Porto. Questa ricognizione ideale si concluderà nel mese di giugno, seguendo la via Tiburtina, in un luogo straordinario del Parco di Tivoli Villa Adriana, Villa d’Este: il Santuario di Ercole Vincitore.

L’innovativa formula del teatro in cuffia garantisce eventi – senza scenografie o illuminazione aggiuntiva e privi di diffusione acustica ambientale – che rispondono alle esigenze di tutela e rispetto dei luoghi oltre che ai bisogni dello spettatore-visitatore: con l’utilizzo della trasmissione via radio e della tecnologia di controllo digitale, così lo spettatore partecipa all’evento, anche itinerante, ascoltando la partitura testuale, sonora e musicale, dalla cuffia (sterilizzata) di cui viene dotato all’inizio del “viaggio”. Gli accadimenti, visivi e spaziali, sono le azioni attoriali dal vivo: spazi attraversati e visioni spettacolari, messinscene pensate come installazioni con coinvolgimento di attori, esperti e musicisti dal vivo. Gli spettatori si muovono in gruppo, guidati nel percorso da incontri-apparizioni di attori, artisti, musicisti e divulgatori
Gli eventi sono gratuiti ma su prenotazione dal sito http://www.teatromobile.eu ».
I visitatori potranno entrare nei luoghi con le modalità di accesso previste dagli enti gestori degli stessi. Cliccare sul programma (link precedente) per eventuali variazioni».

Ufficio Stampa HF4
Alessandra Zoia alessandra.zoia@hf4.it ; 333.762.30.13
Marta Volterra marta.volterra@hf4.it ; 340.96.900.12


Il libro delle domande


Porre domande significa vincere il timore di essere considerato inferiore a chi ci rivolgiamo chiedendo lumi su di una cosa di cui, quindi, ammettiamo non esserne a conoscenza.
Altro tipo di domanda è quella posta da un tale che conosce la risposta e vuole sapere se quella risposta ci è nota. Tipica situazione che ricorre in esami scolastici o nei colloqui aziendali da parte di un funzionario dell’’Ufficio del Personale che si rivolge a un candidato per giudicarne l’idoneità all’assunzione..
Su chi pose la prima, memorabile, domanda esistono più teorie. Pare prevalga quella che attribuisca quel primato alla Sfinge. Essere ibrido, con corpo di leone e testa umana, talvolta ali di rapace e un serpente al posto della coda… insomma una creatura non troppo sexy… rivolgeva una domanda a enigma a chi voleva entrare a Tebe. La mancata, o errata, risposta significava la morte per l’umano passante. Groucho Marx diceva che la Sfinge è stata la prima conduttrice di telequiz: poneva interrogativo crudele ed emetteva sentenza più crudele ancora.
Mal gliene incorse… alla Sfinge non a Groucho… aver rivolto il chiapperello a Edipo che lo risolse e a questo smacco la Sfinge si disperò fino al punto di suicidarsi…via, esagerata!
C’è pure chi sostiene, ad esempio Borges, che non esistono risposte ma solo domande, domande senza risposte.
Ne volete un esempio? Eccolo.
Ponzio Pilato, prima di lavarsi le mani, con largo anticipo sull’era Covid, durante il processo a Gesù, gli chiese “Quid est veritas”? Non ottenne risposta. Perché la risposta c’era già nella domanda. Difatti anagrammando Quid est veritas si ottiene Est vir qui adest, cioè Gesù che sta davanti a Pilato Ponzio furbo governatore e vero brocco come solutore della Settimana Enigmistica.

Non come Borges la pensa Warren Berger.
Giornalista di lungo corso, editor e speaker, è già autore del bestseller “A More Beautiful Question” (2014) e di altri volumi. I suoi articoli su innovazione, design, pubblicità, creatività e business appaiono su FastCompany, Harward Business Review, New York Times, Psychology Today, Wired e altre rinomate testate. Vive a New York.
La casa editrice FrancoAngeli ha ora mandato nelle librerie Il libro delle domande brillanti Domande potenti per decidere, creare, connettersi con gli altri, ispirare.

Quando ci troviamo in situazioni complesse o magari incerte – così pensa Berger – porre delle domande può guidarci verso decisioni migliori. Ma le domande devono essere brillanti; quelle, cioè, che illuminano il cuore delle questioni e ci permettono di vedere un vecchio problema sotto una nuova luce. Il frutto delle ricerche dell’autore è condensato in questo volume, che propone ai lettori le domande essenziali per aiutarli, in particolare, in quattro aree tematiche chiave: il decision-making, la creatività, la leadership, la connessione con gli altri.

Dalla presentazione editoriale.

ll libro delle domande brillanti: Il "domandologo" Warren Berger condivide qui storie stimolanti e avvincenti sul valore del saper domandare, attingendo alle conoscenze che ha imparato incontrando, negli anni, centinaia di innovatori, imprenditori, educatori, psicologi e creativi, e studiando come essi pongono le loro domande, generano idee nuove e risolvono problemi. Questo volume propone ai lettori le domande essenziali per aiutarli, in particolare, in quattro aree tematiche chiave: il decision-making, la creatività, la connessione con gli altri, la leadership. Domande profonde, talvolta provocatorie, da sperimentare subito per raggiungere risultati significativi sul lavoro e nella vita di tutti i giorni. Le domande brillanti saranno un valido supporto per: verificare i propri preconcetti (bias) per giudicare diversamente o prendere decisioni migliori; generare idee nuove per accendere il business e la ricerca creativa; comunicare e connettersi meglio con gli altri; interrogarsi sul futuro che si vuole contribuire a creare».

…………...............……………..

Warren Berger
Il libro delle domande brillanti
Traduzione a cura di
Inalto Management Consulting
Revisione di Giulia Nutini
Pagine 248, Euro 24.00
FrancoAngeli


Indagine sul futuro


A partire dalla seconda metà del XX secolo si sono avuti i primi segnali, oggi visibili a occhio nudo, su come Il futuro abbia cambiato natura. Dapprima fisicamente rappresentato con buona approssimazione anche se con un pizzico di fantasia, si è poi dematerializzato, pervenendo oggi ad un’alba transumana. Pur senza spingerci fino alla tecnofilosofia di Nick Bostrom, Max More, Ray Kurzweil con la sua Teoria della Singolarità (oggi studiata nell’Università da lui fondata con i finanziamenti della Nasa e di Google), ma con tante applicazioni già sotto I nostri occhi e usi quotidiani
Il futuro avanza ora con una velocità che non permette troppe previsioni.
Chi poteva cent’anni fa prevedere l’avvento del computer? Cinquant’anni fa internet?
E che cosa ci riservano la genetica, le nanotecnologie, la robotica cognitiva?
Sono elementi che vanno a formare un futuro non più affidato al dinamismo dell’immaginazione ma a laboratori dove sono in corso ricerche – alcune più avanzate , altre meno – che cambieranno non soltanto la società e le sue regole, le psicologie di gruppo e il pensiero politico, ma la stessa creatura umana sempre più derivata dall’ibridazione Uomo-Macchina.
Si pensi soltanto in un momento, come l’attuale, quanto la figura del robot reciti un ruolo inedito fra noi umani ricoprendo molteplici ruoli: nell’assistenza medica (diagnosi, chirurgia, riabilitazione), nella domotica, nello sport, roba impensabile tre decenni fa.

La casa editrice Laterza ha pubblicato un libro che si propone di esplorare i nuovi possibili orizzonti: Indagine sul futuro
L’autore è Salvatore Rossi.
Già direttore generale della Banca d’Italia e presidente dell’Ivass (l’istituto di vigilanza sulle assicurazioni), attualmente è presidente di TIM e della federazione fra le scuole superiori Normale, Sant’Anna e IUSS. Per Laterza ha pubblicato: La regina e il cavallo. Quattro mosse contro il declino (2006); Controtempo. L’Italia nella crisi mondiale (2009); Processo alla finanza (2013); Che cosa sa fare l’Italia. La nostra economia dopo la grande crisi (con Anna Giunta, 2017); La politica economica italiana dal 1968 a oggi (2020).
Per altri suoi libri: CLIC.
L’autore ha coinvolto figure della ricerca scientifica, dell’informazione, dell’ecologia, della fisica, dell’urbanistica intervistando: Elena Cattaneo – Ferruccio de Bortoli – Cristiana Fragola – Thomas Kurian – Beatrice Polacchi – Carlo Ratti.

Il volume si apre con un racconto di fantascienza che Rossi svolge immaginando di rivolgersi a degli ibernati al loro risveglio fra 33 anni. Una volta durante questa distanza di tempo accadevano ben poche cose, adesso invece – spiega il narratore – sono nati, ad esempio, gli MM (Messaggi Mentali) che hanno sostituito WhatsApp e Mail, ognuno vive in una bolla, sono vietati i contatti corporei e via via fra, una volta, inimmaginabili novità.
”Trattandosi” - scrive Rossi - di un libro dedicato a investigare il futuro, ho voluto aprirlo con un racconto di fantasia, anzi di fantascienza (…) Scoprire oggi che cosa ci perderemo quando saremo morti è quasi impossibile, nessun contemporaneo può svelarcelo per intero, il futuro non è la semplice continuazione del presente e del passato. Ciò che possiamo ragionevolmente fare è cercare di intravedere alcune linee di tendenza che del presente vanno verso il futuro, consapevoli che il mondo fra venti o trent’anni è almeno in parte imperscrutabile con le abilità cognitive e i saperi di oggi: anche se qualche linea di tendenza fin da ora visibile potrà radicarsi e divenire ‘mainstream’, potranno anche tranquillamente affermarsi condizioni oggi totalmente invisibili nel modo di vivere e di organizzarsi in comunità degli esseri umani di quel tempo futuro. Nel bene come nel male: potrebbe, all’estremo, non esserci più il pianeta Terra, o anche solo la specie umana.

Quali siano le linee di tendenza oggi rilevabili e il loro possible approdo ben lo spiegano le pagine di “Investigare il futuro”.

Dalla presentazione editoriale
"Prevedere il futuro è impossibile. Chi poteva lontanamente prefigurare centocinquant’anni fa la diffusione delle automobili? Cent’anni fa l’avvento del personal computer? Cinquant’anni fa la capillare dominazione di internet? Il lungo termine, come amano dire gli economisti, è sempre capricciosamente diverso da come ogni generazione se lo immagina. Ma è proprio un economista a tentare con questo libro l’impresa, non quella di fare esercizi di futurologia, ma quella di cercare di articolare il futuroin alcuni campi del sapereinterrogandone i più autorevoli esperti: dalla scienza all’istruzione, ai computer sempre più intelligenti, all’economia, ai media, all’urbanistica, al clima".

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Salvatore Rossi
Indagine sul future
Oagine 172, Euro 14.00
Laterza



Il Festival del Cinema di Spello

Il Covid non ha ucciso soltanto persone, ma anche tante iniziative culturali specialmente quelle più complesse sul piano organizzativo quali sono Festival, Rassegne, Mostre.
Alcune, poche, di queste occasioni si sono salvate come, ad esempio, il Festival del Cinema Città di Spello e i Borghi Umbri, ideato da Donatella Cocchini e Fabrizio Cattani, giunto quest’anno alla XI edizione.
QUI uno sguardo alle edizioni precedenti.

A Fabrizio Cattani direttore artistico del Festival, Cosmotaxi ha chiesto: nello scenario dei festival italiani che cosa distingue il Festival di Spello dagli altri?
Così ha risposto.

“QuestoFestival nasce e si differenzia da tutti gli altri festival di cinema perché alla base l’idea è stata quella di dare un giusto riconoscimento a tutte le Professionalità che lavorano dietro le quinte e che spesso rimangono più in ombra. Il pubblico in generale apprezza e riconosce i registi, per lo stile; gli attori principali per la presenza scenica e quella mediatica quando un film deve essere promosso per l’uscita in sala, senza però dare molta considerazione a quei capo reparti che dirigono squadre di professionisti per rendere il film un’opera completa e perfetta. La luce del direttore della fotografia, la particolarità dei costumi o del trucco, la perfezione del suono o la sincronizzazione delle musiche. Sono mesi e mesi di lavoro di grande impegno da parte di tecnici che si distinguono per la bravura, la competenza e la dedizione, e quelli italiani, sono tra i più bravi al mondo”.

L’Auditorium San Domenico di Foligno ha fatto da cornice alle premiazioni, in cui ha trionfato, con cinque professionisti premiati, 'Qui rido io' di Mario Martone.
Essi sono: Alessandro D’Anna per il trucco, Ursula Patzak per i costumi, Marco Perna per le acconciature, Giancarlo Muselli per la scenografia, Rodolfo Migliari per gli effetti speciali.

Ufficio Stampa Nazionale Festival del Cinema di Spello
Carlo Dutto per Cinemaitaliano
cell. 348 - 0646089; carlodutto@hotmail.it

Ufficio Stampa Umbria Festival del Cinema di Spello
Maria Tripepi: stampa@festivalcinemaspello.com ; cell. 329 – 2056450



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